Lingua   

Teatro degli Artigianelli

Desiderio Rainelli


Lingua: Italiano



[Eseguita per la prima volta nel 1962 alla Casa del Popolo di Via Fabio Filzi, a Livorno]

[First performed 1962 in Leghorn, at the "People's House" of via Fabio Filzi]

Poesia di Umberto Saba
[1944]
Musica improvvisata di Desiderio Rainelli

Poem by Umberto Saba
[1944]
Tune improvised by Desiderio Rainelli


Si tratta della canzone del Millesimo Autore inserito nelle CCG/AWS.

This song is by the Author number 1000 entered into AWS/CCG.


*

Umberto Saba

Umberto Saba


Umberto Saba nasce a Trieste nel 1883 da madre ebrea che viene abbandonata dal marito e di questa situazione ne soffre crescendo tra conflitti familiari ed una infanzia segnata dalla malinconia e dalla lontananza dal padre, girovago ed eterno scontento. La carriera scolastica è alquanto irregolare, abbandona il ginnasio e frequenta solo per poco tempo l'Imperial Regia Accademia di commercio e nautica, interrompendola per impiegarsi in una azienda commerciale. Si imbarca come mozzo su un mercantile.
Adotta, al posto del cognome paterno (Poli), lo pseudonimo Saba (che in ebraico vale per: pane). Nel 1911 sposa Lina da cui avrà una figlia. Dopo la prima guerra mondiale apre a Trieste una piccola libreria antiquaria che sarà l'attività pratica di tutta la sua vita e gli consentirà di vivere modestamente e di dedicarsi alla produzione poetica. Nel 1921 compone Il Canzoniere e dopo qualche anno Preludi, Autobiografia e I prigioni. Nel 1928 la rivista Solaria lo impone all'attenzione nazionale con un "Omaggio a Saba" ma l'affermarsi della stagione ermetica provoca il silenzio della critica sulla poesia di Saba. La sua fama sarà riconosciuta con i massimi consensi solo nell'ultimo dopoguerra.
Le leggi razziali lo costringono a lasciare l'Italia e dopo un soggiorno a Parigi ritorna nel nostro paese e vive nascosto presso alcuni amici a Firenze e a Roma. D'altra parte non va dimenticato che degli anni nei quali scrisse le ultime cose ne passò sette sotto la minaccia razziale. È da sottolineare che Saba fu un fermo antifascista, per naturale disposizione del suo sentire, assai vicino alle posizioni della sinistra anche se con una ferma e serena coscienza di un poeta che per mezzo secolo ha realizzato una poesia che nel panorama del Novecento italiano è la più ricca di valori umani e sociali. È inoltre emblematico ricordare che Saba, già nel 1911, nel panorama letterario e culturale che gli si presentava davanti si sentiva "di un'altra specie". Nel 1945 ne Il Canzoniere (che Saba voleva intitolare Chiarezza), edito da Einaudi, viene raccolta e selezionata la sua produzione. Il 25 agosto del 1957 muore a Gorizia.


Umberto Saba è tuttora difficilmente catalogabile con una sigla di appartenenza: ragioni di razza e vicende di famiglia lo tennero per molto tempo lontano dalla diletta Trieste, dov'era nato nel 1883, e la sua natura dolorosamente introversa gli impedì un aperto e fecondo colloquio con i contemporanei. Inquadrare sotto un profilo storico della poesia del Novecento la produzione di Umberto Saba è estremamente difficile e periglioso: sia perché ci troviamo davanti ad una produzione ed attività poetica che copre circa mezzo secolo, sia perché si mantenne sempre estraneo alle correnti dominanti.
La sua immagine è quella di un poeta solitario ma nello stesso tempo coerente. Umberto Saba si trova a dibattere tra i miti dannunziani, i futuristi e la macerazione ermetica: la sua forza è quella di riuscire a mantenere continuamente e costantemente una rara fedeltà al suo mondo ed al suo timbro. La sua posizione di isolato nei confronti della cultura e della letteratura a lui contemporanea fu mantenuta rifuggendo senza indugio anche alle minime influenze che furono solo impercettibili tentazioni.
È proprio Saba, del resto, che lo scrive nella sua autobiografia in versi:
"Gabriele D'Annunzio alla Versiglia
vidi e conobbi; all'ospite fu assai
egli cortese, altro per me non fece.
A Giovanni Papini, alla famiglia
che fu poi della Voce, io appena o mai
non piacqui. Ero fra lor di un'altra specie".
Una decisa e ferma dichiarazione di estraneità ai due movimenti letterari e culturali che dominavano gli anni della sua formazione e che precedettero la prima guerra mondiale: da una parte la poesia dannunziana, dall'altra le esperienze del Leonardo e della Voce nonché le visioni intellettuali di Papini e Prezzolini. Se poi verifichiamo che anche un'altra grande figura come Benedetto Croce non si accorse nemmeno di Saba possiamo definire chiaramente il quadro del completo isolamento del poeta.
Il carattere di Saba è una miscela di vibrazioni contrastanti: bontà e sdegno, una infinita capacità di comprensione e una innegabile permalosità, ironia e premura: l'atteggiamento di un uomo che si rivolge agli altri con affetto e si aspetta altrettanta stima e riconoscenza. Un poeta che è conscio di essere vulnerabile e predisposto alla sofferenza.
A queste componenti del carattere si deve aggiungere anche una grande fermezza, una forte coscienza morale che lo porteranno ad una fiera e giusta considerazione di se stesso.
"Ci sono gli invidiosi, i quali non capiscono che fra Saba e uno di loro passa la differenza che corre fra l'essere e il non essere" e ancora "Trieste ha dato all'Italia, da trenta e più anni a questa parte, il suo miglior romanziere (Italo Svevo), il suo miglior poeta (Umberto Saba)". E quando parla di sé: "Un poeta italiano e triestino che ha cantato di Trieste come un angelo...". "Io sono minacciato da un lungo articolo... ho capito che scopo del saggio è dimostrare la superiorità di Ungaretti e Montale su quella di Saba".
Ma l'impressione che si può avere da una analisi superficiale di tali affermazioni è da scartarsi a priori perché è indubbio (e nessuno può negarlo) che un artista grande e vero deve necessariamente credere in sé: credere di essere imparagonabile a qualunque altro. Da questa fiducia deve trarre la forza per portare a compimento grandi imprese, superare le conquiste del passato e rendersi disponibile per il futuro. E così fece Umberto Saba.
Anche negli anni successivi del dopoguerra e del fascismo mantenne questo volontario isolamento rimanendo estraneo ai movimenti della Ronda, del novecentismo e dello stesso ermetismo.
Nel 1944, ormai vecchio, come uno scultore che scalpella ed incide la dura pietra, Saba poeta scrive:
"È tardi. Affronto lieto il gelo
di fuori. Ho in cuore di una vita il canto,
dove il sangue fu sangue, il pianto pianto.
Italia l'avvertiva appena. Antico
resiste, come una quercia, allo sfacelo".
La sua posizione è orgogliosa e cosciente di avere creato una poesia forte e resistente al tempo come una quercia: la storia le ha dato ragione.
Il desiderio di creare qualcosa di duraturo con la convinzione che l'arte solo è alta sul disordine della vita. Saba da poeta sognatore diventa poeta incisore che ama aderire ad un linguaggio figurativo in cui c'è tutta la sua gioia di artefice che crea con il paziente lavoro le figure della sua poesia.
Una considerazione merita anche il rapporto che Saba ebbe con Trieste, la città natale aspra e ventosa. All'inizio della sua attività poetica, ancora giovane, partecipò ai gruppi intellettuali triestini e certamente Trieste è fondamentale per la sua ispirazione poetica ma non fu mai "poeta di Trieste": la prima ragione è che un poeta vero ed autentico supera e oltrepassa l'ambiente in cui vive e deve necessariamente veleggiare e approdare verso problematiche nazionali ed universali; la seconda ragione deriva dall'ambiente culturale triestino denso di romanticismo e irrazionalismo fortemente respinti da Saba che al contrario tendeva ad analizzare e scrutare il dissidio interiore con forte chiarezza e dominante razionalità.
A questo proposito aveva anche creato un grafico per definire l'arte, basato su tre linee: quella dello stile, della testa, del cuore. "Se supera anche la terza è Dante. La maggior parte degli scrittori attuali, anche se superano le prime due linee, raramente arrivano a toccare la terza: per questo non mi interessano".
Nelle varie lettere che Saba scrisse ritroviamo la definizione più fedele della sua visione umana in quella indirizzata ad un amico romano: "Tu sei un uomo politico ed è la tua vocazione. Vivi, per logica conseguenza, dell'aggressione e della lotta. Ora, non è che io non sia più aggressivo di te, ma per disgraziate vicende della mia infanzia l'aggressione è rimasta in me inibita: si è voltata contro me stesso. (In fondo, questa è la mia malattia)". Questa riflessione è emblematica, sia perché conferma che Saba trovò in Freud (fu tra i primi a studiare ed a capire la forza di certe intuizioni psicanalitiche) la possibilità di spiegare la propria malattia, sia perché tale malattia ha potuto assumere un valore universale e rivelarsi uno degli elementi fondamentali della malattia delle nostre generazioni. La contrapposizione dell'aggressività e della lotta, alla passività e alla rinunzia, indica due diversi atteggiamenti di fronte alla realtà. Da un lato una adesione, che sa comprendere e sentire il valore delle cose, che crede nella vita e nei suoi ideali, dall'altro un senso di distacco, di chi non sa inserirsi nel ritmo della vita, che ripiega sfiduciato ad alimentare la propria tristezza come hanno acutamente osservato alcuni critici.
È proprio dalle prime esperienze di Saba che risulta già evidente quanto sia importante per il poeta ritrovare il gusto delle cose che si pone alla base di una vita tollerabile: "Poco invero tu stimi, uomo, le cose. / Il tuo lume, il tuo letto, la tua casa / sembrano poco a te, sembrano cose / da nulla, poiché tu nascevi e già / era il fuoco, la coltre era e la cuna / per dormire, per addormirti il canto". In questa poesia non dobbiamo soffermarci superficialmente solo all'amore crepuscolare per le piccole cose ma è indispensabile capire più a fondo la precisa e sapiente intuizione che comunicare col mondo esterno, collegarsi con gli altri, rapportarsi e comprendere i sentimenti e gli affetti degli uomini, è la strada da seguire per arrivare alla salvezza, per vincere la disperazione. La visione del problema per Saba è quindi quello di amare le cose quali esse sono, di riuscire ad attingere dal proprio cuore tanto amore quanto basta da trovare bello "anche l'uomo e il suo male".
La rivelazione è quella di" sapere uscire da se stessi e vivere la vita di tutti", di essere "come tutti gli uomini di tutti i giorni: di essere soltanto uomo tra gli uomini".
È allora che entrano in scena i paesaggi sereni, i vecchi quartieri di Trieste, le chiassose osterie, i momenti caratteristici dell'umile vita della gente comune. Si scopre il suo amore per la folla domenicale che gremisce le sale cinematografiche e "ammirata sta a godersi un poco di ottimismo americano"; la squadra di calcio con il portiere che cammina su e giù come una sentinella e "come giovane fiera si accovaccia e all'erta spia".
Ecco allora la poesia dedicata alla moglie, una fra le più famose di Saba, lirica che provocò allegre risate perché sembrava strano che un uomo scrivesse una poesia per paragonare la moglie agli animali della creazione come scrisse lo stesso Saba. Nella lirica A mia moglie, al contrario, i toni sono di una saggezza antica, quasi biblica, i paragoni con i vari animali (la pollastra, la coniglia, la cagna, la giovenca, la rondine, la formica ecc...) non hanno assolutamente nulla di ironico, ma sono altresì ispirati da un amore ed un senso francescano che assimila la donna alle semplici creature di Dio. La similitudine animalesca dovrebbe avere un significato di satira ma è sorprendente come Saba riesca a riproporla "con una grazia pulita che lascia intatto l'amore" come ha puntualizzato Carlo Bo e poi, ancor più, l'allargamento del sentimento al regno animale universalizza il senso fraterno di creature di Dio e tutto è mediato in modo originale dalla dolce e fedele compagna della sua vita.
L'unico commento fedele ed autentico di questa lirica è proprio dello stesso Saba che parla di una scoperta delle identità tra la giovane donna con la quale viveva e gli animali della campagna dove abitava in quel periodo. Una scoperta che ritrova nella sua donna alcune qualità essenziali attribuite ai diversi animali: non riscontrabile in nessun'altra donna.
Questo stato d'animo di adesione agli uomini e alle cose costituirà la linfa vitale di diverse poesie e lo stesso sentimento ispirerà la pietà di Saba per il giovane ammalato e povero, il disoccupato, il mendicante, il venditore di gelati, il marinaio: l'umana tenerezza per la speranza che risiede nel cuore degli sfruttati.
Il poeta si commuove come un bambino assistendo ad una rappresentazione popolare, dentro la cornice di uno dei teatrini suburbani sempre cari alla sua Musa, amante degli umili. Nella lirica Teatro degli Artigianelli il poeta canta, attraverso la propria dolorosa esperienza e sensibilità, la felicità amara delle prime giornate di libertà dopo la prigionia. Le cose diventano parole e le parole aiutano con la loro forza vigorosa a formare il verso.
Tale avvicinamento alle cose della vita e agli uomini è solo una delle aspirazioni della sua poesia perché Umberto Saba non sarebbe stato un uomo del nostro tempo se non avesse sentito questa aspirazione intaccata anche da una tristezza profonda, da una disperazione non superabile, dall'alienazione dell'uomo, dalla sua scissione in due personalità: un occhio vede il meglio e l'altro non sa rinunciare alla propria tristezza, non riesce a svincolarsi dalla solitudine che esclude dal ritmo della vita.
Le due diverse voci si manifestano prepotentemente nella raccolta Preludio e fughe dove i due elementi costitutivi fondamentali si esplicitano chiaramente: da una lato la tristezza muta e l'insuperabile solitudine, dall'altro la speranza e il desiderio si confondersi con la vita e con gli uomini.
Fra i due poli senza dubbio sarà quello della tristezza e della solitudine ad avere la meglio: l'insistenza agirà prevalentemente sulla difficoltà nel non poter o non saper condividere con nessuno la disperazione e questo stato d'animo permanente ispirerà gran parte del suo Canzoniere.
L'intera opera di Saba, poeta così criticato e sottoposto a giudizi non proprio benevoli da parte di numerosi critici (è poeta che offre una impressione negativa, è un poeta minore, non degno di recensione), è stata poi esaminata con più attenzione e minor ottusità: certamente si possono fare delle scelte sulle composizioni, preferirne alcune ad altre meno convincenti, ma resteranno sempre poesie che hanno il senso dell'amore, degli affetti e della solidarietà umana. Una cordiale malinconia che non lascia mai spazio allo sfoggio, alla presunzione o al distacco: il travaglio, la continua sofferenza per cose private e cose di tutti, la curiosità umana per cercare di capire di più. Non per niente G. Debenedetti così scrive: "Saba è un ritorno dello spirito, o meglio dell'anima, alla sua sacra semplicità".
La capacità di unire senso tragico e drammatico a preziose forme di idillio. Un personale sciogliersi del gemito nel canto, del dolore nel porgersi fraterno, che sono una parte essenziale e non ripetibile della melica sabiana.
D'altra parte in uno scritto che appartiene alle prime esperienze di professione poetica Saba chiedendosi "Quello che resta da fare ai poeti" rispondeva: "la poesia onesta". Ma non si fermava a questa semplice affermazione perché opponeva la disonestà del D'Annunzio alla onestà del Manzoni, la letteratura che serve a paludare (falsandoli e snaturandoli) i propri sentimenti alla poesia che è ricerca di verità, quotidiano esame di coscienza, fedeltà alla propria verità interiore.
Proprio in ciò consistono il fascino e la lezione del poeta capace di evitare ogni facile entusiasmo attraverso il suo doloroso amore della vita, sempre denso di triste consapevolezza e abbandono all'illusione. Sentimenti e suggestioni fermate con parole senza storia da un poeta che ha speso la sua vita al servizio della poesia che vuole essere un dono, un'offerta agli altri uomini.

Massimo Barile
http://www.club.it/autori/grandi/umberto.saba/indice-i.html
Falce martello e la stella d'Italia
ornano nuovi la sala. Ma quanto
dolore per quel segno su quel muro!

Esce, sorretto dalle grucce, il Prologo.
Saluta al pugno; dice sue parole
perché le donne ridano e i fanciulli
che affollano la povera platea.
Dice, timido ancora, dell'idea
che gli animi affratella; chiude: "E adesso
faccio come i tedeschi: mi ritiro".
Tra un atto e l'altro, alla Cantina, in giro
rosseggia parco ai bicchieri l'amico
dell'uomo, cui rimargina ferite,
gli chiude solchi dolorosi; alcuno
venuto qui da spaventosi esigli,
si scalda a lui come chi ha freddo al sole.

Questo è il Teatro degli Artigianelli,
quale lo vide il poeta nel mille
novecentoquarantaquattro, un giorno
di Settembre, che a tratti
rombava ancora il canone, e Firenze
taceva, assorta nelle sue rovine.

inviata da Riccardo Venturi - 19/8/2005 - 22:08




Lingua: Inglese

English Version by Riccardo Venturi
Versione inglese di Riccardo Venturi
August 20, 2005 / 20 agosto 2005
LITTLE ARTISAN’S THEATRE

Hammer and sickle, and the Italian star
adorn the hall, newly made. But how,
how much sorrow for those symbols on a wall !

Here’s the Introducer, walking on crutches,
giving the clenched fist salute. He’s talking
his own way, to excite to laughter the kids
and the women who crowd that poor hall.
He’s talking, still so shy, about the idea
which unites all mankind in fraternity.
« Now I retreat, like the Germans » ; that’s all.
Between the acts, at the Tavern, the ruby red
friend of man is poured sparingly in the glasses
healing deep wounds and sorrows ; someone
who came there from a dreadful exile
seeks warmth in it, like basking in the sun.

This is the Little Artisan’s Theatre
as the poet did see it in Nineteen
forty four, on a September day.
The guns were still roaring, now and then,
Florence was silent, immersed in its ruins.

20/8/2005 - 12:01




Lingua: Francese

Version française de Riccardo Venturi
Versione francese di Riccardo Venturi
20 août 2005 / 20 agosto 2005

Le "Théâtre des Petits Artisans" (Teatro degli Artigianelli) était un vieux théâtre populaire situé dans le plus pauvre quartier du centre historique de Florence, San Frediano. C'était en origine une salle de loisir pour les jeunes apprentis artisans du quartier.
Il devint ensuite un cinéma populaire dans le Florence affamé et à moitié détruit de l'après guerre, que l'écrivain florentin Vasco Pratolini a décrit dans son roman "Les filles de San Frediano".
Il a terminé sa carrière comme cinéma porno misérable, avant de sa démolition.

(Riccardo Venturi)
THÉÂTRE DES PETITS ARTISANS

La salle est parée de la faucille, du marteau
et de l’étoile d’Italie, tous neufs. Mais, que de peine,
que de douleur pour ces symboles à une paroi !

Voilà l’Animateur, s’appuyant sur ses béquilles
et saluant du poing levé. Il parle à sa façon
pour faire rire les femmes et les gosses
qui se pressent dans ce pauvre salle.
Il parle, timidement, de l’idée qui unit
le genre humain dans la fraternité. « Bon,
je vais faire comme les Chleuhs : je me retire ». C’est tout.
A l’entracte, au Bistrot, l’ami rouge de l’homme
tombe par gouttes dans les verres, guérissant
les blessures, les plus profondes peines ;
quelqu’un, revenu d’un exile épouvantable,
s’y réchauffe, comme il ferait au soleil.

C’est le Théâtre des Petits Artisans
tel que le poète l’a vu en Dix-neuf cent
quarante quatre, un jour de septembre
où les canons grondaient encore, par moments,
et Florence se taisait, plongée dans ses ruines.

20/8/2005 - 20:33




Lingua: Tedesco

Versione tedesca di Riccardo Venturi
Deutsche Fassung von Riccardo Venturi
23 agosto 2005 / 23. August 2005
JUNGHANDWERKER-THEATER

Mit Hammer und Sichel, mit dem Stern Italiens
ist die Halle geschmückt. Aber wieviel Schmerz
für diese Symbolen an eine Wand !

Da kommt der Einführer, sich auf Krücken stützend,
er gibt den Faustgruß und redet nach seinem Kopf
damit er Kinder und Frauen, die die arme
Halle überfüllen, zum Lachen bringt.
So scheu redet er noch, um die Idee
die alle Menschen einigt und verbrüdert ;
« Jetzt tu ich, wie die Nazis: ich zieh mich zurück. »
Auf der Entrakte, in der Taverne, wird mäßig
der rote Menschenfreund, der Wundenheiler
aller Schmerzen in die Gläser eingegossen ;
jemand, von schrecklichen Exilen zurückgekehrt,
sucht in ihm Wärme, wie an der Sonne.

Das ist das Junghandwerker-Theater
wie der Dichter es sah im Jahr eintausend
neunhundert vierundvierzig, an einem Septembertag.
Von Zeit zu Zeit hört’ man Kanonen dröhnen,
und Florenz schwieg, in seinen Ruinen versunken.

23/8/2005 - 11:43


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