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Per i morti di Reggio Emilia

Fausto Amodei


Lingua: Italiano

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Se non li conoscete
(Fausto Amodei)
Genova, 20 luglio 2001 - Ballata per Carlo Giuliani, ragazzo
(Renato Franchi & Orchestrina del Suonatore Jones)
MCMXCIV perché i vivi non ricordano
(Daniele Sepe)


[1961]
Testo e musica di Fausto Amodei
Interpretata anche dagli Stormy Six e dal Canzoniere delle Lame

Il giugno-luglio 1960 è segnato da una grave crisi politica che scuote l'Italia: Fernando Tambroni, democristiano, forma un governo monocolore sostenuto dal Msi. È l'"anticamera" di un colpo di stato di destra nel nostro paese.
Il 28 giugno '60 si tiene a Genova una imponente manifestazione popolare antifascista; il 30 un nuovo corteo cittadino viene affrontato dalla polizia, e negli incidenti rimangono feriti 83 manifestanti.
La proposta antifascista si diffonde in altre città e il governo Tambroni sceglie la linea dura per fronteggiare e reprimere il dilagare delle manifestazioni di piazza.
Il 6 luglio 1960 a Roma, a Porta San Paolo, la polizia reprime un corteo antifascista, ferendo alcuni deputati socialisti e comunisti; ma i fatti più gravi accadono a Reggio Emilia: nel corso di una delle manifestazioni seguite ai fatti di Roma la polizia uccide cinque manifestanti comunisti: Ovidio Franchi, Lauro Farioli, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli.
La Cgil proclama, da sola, uno sciopero generale. La tensione sociopolitica nata a Genova e dilagata nel paese porterà alle dimissioni di Tambroni il 19 luglio 1960.

(da pasolini.net)


PER CINQUE RAGAZZI MORTI COME PARTIGIANI
di Fausto Amodei
da "L'Unità", 1/5/2002

Lauro Farioli
Lauro Farioli
Afro Tondelli
Afro Tondelli
Marino Serri
Marino Serri
Ovidio Franchi
Ovidio Franchi



Una delle prime canzoni uscite dalla fucina dei Cantacronache, verso la fine del '57, fu L'avvoltoio, su testo di Italo Calvino, musicata da Sergio Liberovici. Il rapace della canzone, in caccia di sangue e cadaveri, si rivolge a numerosi personaggi dai quali esige le proprie prede, e tutti i personaggi (il fiume, il bosco, la madre, i tedeschi) gli dicono di no. Si rivolge all'uranio, ed anch'esso gli dice di no: La mia forza nucleare/farà andare sulla Luna/ non deflagrerà infuocata/ distruggendo le città!. Il '57 era stato l'anno del lancio dello Sputnik fa parte dell'U.R.S.S. E l'avvenimento era stato interpretato da parte dell'opinione pubblica di sinistra come uno scacco inferto dal blocco socialista alla potenza americana, a sostegno delle tesi pacifiste contro quelle del ricatto atomico. E' significativo che di questo spunto, nell'aria in quel periodo, si fosse fatto portavoce proprio Calvino, che pure da poco era uscito dal P.C.I. a seguito dei fatti d'Ungheria dell'anno precedente. Questo episodio può servire in qualche modo a chiarire quale fosse la valenza che, almeno all'origine dell'iniziativa, s'intendeva dare da parte dei soci fondatori dei Cantacronache sia alla canzone sia alla cronaca che avrebbe voluto esserne l'oggetto. Si può, con una qualche approssimazione, definire il programma del gruppo con uno slogan coniato per l'occasione da Emilio Jona: Evadere dall'evasione. L'intento primario non era quello di mettere la canzone al servizio della lotta politica, ma solo di farne uno strumento culturalmente dignitoso di comunicazione e di dibattito delle idee, contrapposto in prima istanza alla insopportabile futilità della canzonetta commerciale di allora (nel '57 le canzoni top di Sanremo furono "Corde della mia chitarra" e "La casetta in Canadà").
Nell'estate del 1960 ero in armi, nel senso che ero sotto naja, come soldato semplice al Centro Addestramento Reclute di Montorio Veronese. In tutto il battaglione Orobica che mi aveva in forza, e che reclutava soprattutto giovani del Bresciano, del Bergamasco e del Veneto, trovare un iscritto o simpatizzante socialista o comunista era una pura illusione. In caserma era formalmente proibita, e sostanzialmente mal tollerata, l'introduzione di quotidiani di sinistra. Solo nei periodi di libera uscita mi era possibile frequentare, sia pure solo privatamente, compagni socialisti e comunisti di Verona, che mi conoscevano di fama proprio in veste di Cantacronache, e mi fornivano un valido sostegno culturale, umano e gastronomico in quella asfissiante parentesi di diciotto mesi. In tale situazione vivevo naturalmente con molta angoscia e partecipazione le vicende del governo Tambroni, i moti di piazza a Genova, contro il previsto convegno dei neofascisti, e rimasi sconvolto dai morti provocati dalla Celere in Sicilia ed a Reggio Emilia. La goccia che fece traboccare il vaso fu la notizia, propagatasi in caserma, che soldati del CAR avrebbero potuto essere impiegati in servizio di ordine pubblico contro eventuali disordini di piazza, con la prospettiva di tenere il fucile in dotazione in camerata, a capo del letto, in situazione di massima allerta.

Non sapevo più che pesci pigliare, né riuscivo ad immaginarmi cosa avrei potuto fare, nel sacco di manifestanti antifascisti con i quali avrei doverosamente voluto fraternizzare. Per farmi coraggio, per chiarirmi le idee, per scaricare la forte emozione che la situazione mi provocava, decisi di mettere in canzone alcune delle considerazioni che i fatti mi inducevano a formulare: che cioè le rivolte di piazza di quei giorni erano una ripresa della guerra di Resistenza, che le vittime della polizia di quei giorni erano gli eredi dei caduti partigiani., che a quei tempi tristi si era arrivati perché si erano poco per volta messi in soffitta i valori della guerra antifascista. Nello stesso modo in cui diversi canti rivoluzionari e di protesta d'Europa e d'America (avevo in mente in modo particolare una canzone della Comune di Parigi [NdR. penso che si riferisca a Elle n'est pas morte!]) citavano i nomi dei caduto per le lotte di liberazione, di riscatto e di emancipazione, ritenni doveroso non parlare genericamente di vittime del nuovo fascismo, ma citarne i nomi e cognomi, uno per uno. Per ribadire anche musicalmente il carattere resistenziale e neo-partigiano della canzone e dei fatti narrati, partii dalla constatazione che la più celebre canzone partigiana, Fischia il vento, si serviva di una melodia russa, Katiuscia, imparata presumibilmente da alpini dell'ARMIR divenuti partigiani al loro ritorno in Italia; e volli dare un carattere decisamente di inno sovietico alla melodia, orecchiando e prendendo a prestito un breve risvolto melodico tratto da "I quadri di un'esposizione" di Modesto Mussorgkij.

Il primo pubblico di questa canzone fu formato dagli amici di Verona, durante le libere uscite, poi dagli amici del Cantacronache di Torino, durante la licenza ordinaria. La registrai su disco solo dopo il congedo e da allora la andai cantando in giro per circoli ARCI e Festival dell'Unità, come pezzo forte del mio repertorio di cantautore. Il suo momento di gloria lo visse in corrispondenza del movimento del '68, allorché mi accorsi con stupore, e compiacimento che, a dispetto del limitatissimo numero di copie del disco su cui era registrata, aveva assunto una diffusione, naturalmente al di fuori dei circuiti normali della RAI e della TV, da hit parade. Nella migliore tradizione della cultura orale popolare, più di una volta la sentii eseguire, trasmettere e cantare come opera di anonimo: qualche diritto SIAE in meno ma un bel titolo di orgoglio in più.

"Canti politici e sociali"
di MICHELE STRANIERO
da pasolini.net

Il tempo, con passo di lupo, ci ha rubato le nostre canzoni. Non erano tante: un pugno di versi, spesso rabbiosi e tristi, ironici e disperati, un’isola da difendere a voce nuda contro il gran mare lagnoso della "musica leggera" e dei megawatt elettronici sempre pronto a sommergerla. E non erano neppure tanto belle, ammettiamolo: forse il vaglio estetico più severo non ne salverebbe che un dieci, un cinque per cento. Ma erano nostre: dicevano le cose che noi volevamo dire, parlavano con la voce che noi volevamo sentire, cantavano la nostra speranza e la nostra giovinezza.
Poi, come sempre accade, "le cose" sono cambiate; sono cambiati i nomi, gli aggettivi, gli avverbi; sono cambiati i ruoli e le persone. Le bandiere più nobili si sono spiegazzate, afflosciate, sono cadute a terra; è caduto il "vento rosso" che le gonfiava. I nostri figli, i nostri nipoti, non ne vogliono più sapere, non le capiscono neppure: hanno altro per la testa, nelle orecchie, nelle cuffie - le considerano impossibili. Allora, vuol dire che tutto è perduto? Può darsi: ma quando tutto è perduto, come si suoi dire, è anche la volta che tutto ricomincia, riprende significato e dimensione. […]
Queste nostre canzoni, a dire il vero, non ebbero mai un grande successo: stavano troppo fuori della norma di mercato. Come vogliamo chiamarle: magari le "everreds", le semprerosse? Lasciamole senza nome e dedichiamole anche a chi non le volle mai nemmeno ascoltare, o le osteggiò con durezza implacabile perché le sentiva "diverse". E infatti lo erano, diverse: non cercavano di vendersi al miglior offerente, ma (addirittura!) di cambiare la nostra vita e la faccia del mondo. E accaduto invece (anche questo è già stato detto) che la vita ha cambiato noi: ma forse, non tanto da impedirci di provare, voltandoci indietro, qualcosa come un vago rimorso.

Michele Straniero, Cento canti politici & sociali, Gammalibri, Milano 1984
Compagno cittadino, fratello partigiano,
teniamoci per mano in questi giorni tristi:
di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo là in Sicilia
son morti dei dei compagni per mano dei fascisti.

Di nuovo, come un tempo,sopra l'Italia intera
urla il vento e soffia la bufera.

A diciannove anni è morto Ovidio Franchi
per quelli che son stanchi o sono ancora incerti.
Lauro Farioli è morto per riparare al torto
di chi si è già scordato di Duccio Galimberti.

Son morti sui vent'anni, per il nostro domani:
son morti come vecchi partigiani.

Marino Serri è morto, è morto Afro Tondelli,
ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti.
Compagni, sia ben chiaro che questo sangue amaro
versato a Reggio Emilia, è sangue di noi tutti

Sangue del nostro sangue, nervi dei nostri nervi,
come fu quello dei fratelli Cervi.

Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso
è sempre quello stesso che fu con noi in montagna,
ed il nemico attuale è sempre e ancora eguale
a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna

Uguale è la canzone che abbiamo da cantare:
Scarpe rotte eppur bisogna andare.

Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli,
e voi, Marino Serri, Reverberi e Farioli,
dovremo tutti quanti aver, d'ora in avanti,
voialtri al nostro fianco, per non sentirci soli.

Morti di Reggio Emilia, uscite dalla fossa,
fuori a cantar con noi Bandiera rossa,
fuori a cantar con noi Bandiera rossa!



Lingua: Inglese

English version by Riccardo Venturi
September 4, 2007
A SONG FOR THE FALLEN OF REGGIO EMILIA

You comrade and citizen, you brother partisan
let's hold all by the hand in these saddest days:
again in Reggio Emilia, again down there in Sicily
some comrades have fallen by the hand of the fascists

And again like in the past days all Italy is swept
by raging winds and the storm is blowing

Ovidio Franchi died at the age of nineteen
for those who feel tired or are prey to doubt.
Lauro Farioli died so to remedy your fault
if you've already forgotten Duccio Galimberti.

They all died about twenty, they died for our future,
they all died like old partisans.

Marino Serri died, so did Afro Tondelli,
but all our brothers have kept their eyes dry.
Comrades, never forger that this bitter blood
shed in Reggio Emilia is our own blood.

Blood of our own blood, nerves of our own nerves
just like the blood of the Cervi brothers.

The only true friend staying beside us now
is always the same who was with us on the mountains,
and the enemy is always and will always be the same
as that we fought against on the mountains and in Spain

And it's the same song that we have to sing:
We got worn shoes, and yet we've to go on.

Comrade Ovidio Franchi, comrade Afro Tondelli,
and you, Marino Serri, Reverberi and Farioli,
from now on, we'll act as if you were beside us,
by our side forever, so not to feel alone.

Fallen of Reggio Emilia, get out from your grave,
get out and sing with us Bandiera Rossa,
get out and sing with us Bandiera Rossa!

4/9/2007 - 03:25




Lingua: Francese

Traduzione francese da l'histgeobox
POUR LES MORTS D'EMILIE-ROMAGNE

Camarades citoyens
frère partisan
Tenons-nous par la main
en ces jours tristes
De nouveau en Emilie-Romagne
De nouveau là-bas en Sicile
des camarades sont morts
Tués par des fascistes.

De nouveau comme autrefois
sur l'Italie tout entière
le vent hurle et la tempête fait rage.

A dix-neuf ans
Ovidio Franchi est mort
Pour ceux qui se sont lasses où sont encore indécis
Lauro Farioli est mort
Pour réparer la faute de ceux qui ont déjà oublié
Duccio Galimberti

Ils sont morts à vingt ans
Pour notre futur
ils sont morts comme de vieux partisans

(...) Camarades, que ce soit bien clair
Ce sang si amer
versé en Emilie-Romagne
de nous tous c'est le sang

(...) L'ennemi actuel
c'est toujours et encore le même
c'est celui que nous combattions
sur nos montagnes et en Espagne

C'est toujours la même chanson
que nous devons chanter
"Chaussures déchirées, pourtant il faut avancer"

Compagnon Ovidio Franchi
Camarade Afro Tondelli
Et vous Marino Serri
Reverberi et Farioli
nous devrons tous ensemble dorénavant
vous voir à nos côtés
pour ne pas nous sentir seuls

Monts d'Emilie-Romagne!
Sortez de la tombe!
Sortez dehors, avec nous pour chanter Bandiera Rossa.

inviata da Alessandro - 2/12/2009 - 23:08


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