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Pafsílypon
[1996]
Στίχοι: Νίκος Τσακνής
Μουσικἠ και ερμηνεία: Λαυρέντης Μαχαιρίτσας
'Αλμπουμ: Παυσίλυπον

Testo: Nikos Tsaknìs
Musica e interpretazione: Lavrendis Maheritsas
Album: Παυσίλυπον ("Consolazione del dolore")

pafsilypon


E' tutta colpa di Pattakòs. Sì, lui, Stylianos Pattakòs, il fascista greco morto a 104 anni di età lo scorso ottobre, l'anima più nera della dittatura dei colonnelli, e quant'altro. Quello cui Melina Mercouri, quando fu privata della cittadinanza ellenica, rivolse le famose parole: “Io sono nata e morirò greca, tu sei nato e morirai fascista”. Cercando nel “mare magnum” di stixoi.info, che rischia di essere oramai il più grosso sito di canzoni del mondo (seguito dal nostro sito, probabilmente), canzoni sulla dittatura greca, oggi mi era venuto di impostare la ricerca a partire da Pattakòs, sic. Così ho digitato Παττακός sulla tastiera greca, e l'unica canzone che conteneva il suo non simpatico nome è risultata questa.

Potevo aspettarmi anche canzoni elogiative della dittatura dei Colonnelli; stixoi.info non è un sito “tematico” e politico, e le canzoni greche le contiene tutte e cinquanta, sessanta, settantamila che sono. Invece il nome di Pattakòs sembra essere contenuto solo in questa canzone di Lavrendis Maheritsas del 1996, scritta da Nikos Tsaknìs. Si chiama, e dà il nome all'intero album in cui è contenuta, Παυσίλιπον.

Avete presente l'amore a prima vista, anzi al primo ascolto? Ecco, per me, e in una brutta giornata in cui sono di nuovo di fronte al prossimo addio di una persona cara, questa canzone lo è stato. E, da questo punto in avanti, dovrò mettere molti verbi al condizionale, perché quel che andrò scrivendo non è e non può essere certo. La comprensione del testo di questa canzone è ardua, e per buttare giù una necessaria traduzione che avesse una qualche decenza ho penato assai. Ma ancor più arduo è stata situarla e interpretarla; ho cercato e ricercato in rete una qualche interpretazione che chiarisse meglio quelle che sono, e restano, delle mie intuizioni; ma non posso, ovviamente, garantire che siano esatte. Andranno quindi prese più come impressioni, che come effettive spiegazioni per chi vorrà ascoltarla e leggere questa pagina.

Il titolo è in greco antico. Ed è la prima cosa assai difficile da rendere. In greco classico, Παυσίλυπον (Pausílypon) era il “buen retiro”, il luogo ameno (in prossimità e in vista del mare) dove chi ne aveva la possibilità si stabiliva per passare gli ultimi anni della sua vita. “Ciò che mette fine alle pene”, significa alla lettera; potrà forse interessare il fatto che, da questo nome deriva quello di Posillipo, a Napoli. Nella canzone, però, significa un'altra cosa; ma per capirlo sono dovuto arrivare al punto preciso. E' un “consolatore di pene”, una “consolazione del dolore”, il dolore che promana dalla storia che vi è raccontata.

Nikos Tsaknìs.
Nikos Tsaknìs.
Bisogna a questo punto dire qualche parola su Nikos Tsaknìs, l'autore dei versi. Nikos Tsaknìs, conterraneo di Lavrendis Maheritsas, è nato a Karditsa nel 1952, presso Volos dove vive e lavora attualmente e dove è nato, appunto, Maheritsas. Una “provincia profonda”, anzi “mortale” come si dice nella canzone (viene quasi a mente la “grazia e il tedio a morte di vivere in provincia” di Guccini...). Nikos Tsaknìs è laureato in scienze economiche presso l'università di Salonicco; è un esperto di programmazione economica e aziendale sia nel settore pubblico che in quello privato. Contemporaneamente scrive testi teatrali, è un esperto del Mangas (il mondo della “teppa”, degli emarginati, dei giovani violenti, tanto da avervi scritto una relativa “Enciclopedia” pubblicata nel 2016) e scrive poesie e testi di canzoni, che gli sono state cantate dal concittadino Maheritsas e da altri artisti.

La canzone dovrebbe raccontare una storia “tipica” e, sembra, almeno in parte ispirata ad un film del 1971. Dovrebbe essere la storia di un ragazzo di provincia, un tipo di bassa statura e dall'aspetto ordinario e persino ridicolo, che alla metà degli anni '60 (mentre la Grecia è in tumulto e si avvia al colpo di stato del '67) scopre qualcosa che somiglia ad un mondo diverso. Bisogna magari immaginarsi un ventenne o qualcosa del genere, un ragazzo di campagna che ad un certo punto comincia a vestirsi coi pantaloni a campana (o a zampa d'elefante, come dir si voglia) e a voler fare l'alternativo, il mangas boy (che nella canzone ho tradotto, solo per rendere in qualche modo l'idea, come “teddy boy”) e “scopre l'America”.

Il film del 1971, quindi uscito in piena dittatura, si chiama Ο καου μπόυ του Μεταξουργείου (“Il cowboy della Filanda”) , fu diretto da Pavlos Paraschakis e interpretato da Mimis Fotopoulos e Marika Nezer. E' la storia di Kitsos Charadras, un “ragazzo di campagna” che arriva a Atene da Gastouni, un paesone dell'Elea, con due polli sottobraccio per recarsi a casa dello zio, l'industriale Charalambos Papatsiflikas, e per chiedergli le quaranta lire-oro che quest'ultimo aveva promesso di dare in dote ad un compaesano che avesse sposato sua sorella. Ad Atene, Kitsos viene scambiato per Kits Charand, ricchissimo nipote americano, il cui arrivo è atteso a momenti; quando Kits Charand arriva davvero e viene a sapere tutto, propone al campagnolo Kitsos di continuare a interpretare il ruolo dell “americano”. Il resto ve lo risparmio; si tratta di una commedia con “Happy end” e non ha eccessiva importanza, a parte per il nome del protagonista che, sembra, si ritrova nella canzone, e per il suo modo di vestirsi “all'americana”.

Il “Kitsos” della canzone, invece, è il nostro ragazzo di provincia che, coi suoi pantaloni a campana “messaggio per i borghesucci”, il suo aspetto umile (in greco ταπεινός, da cui il nostro “tapino”), la sua bassa statura e la sua origine popolare, arriva ad Atene coi suoi sogni. Ma, ad Atene, viene visto un bifolco, come tanti ragazzi che arrivavano dalla provincia. Coi suoi vestiti va a finire in pasto, chissà come, a bande di “capelloni” e alternativi e a qualche “intellettuale da salotto” che lo ridicolizza nei parties. Nikos Tsaknìs è del 1952, e sospetto che vi sia qualcosa di autobiografico in questa canzone.

Arriva la dittatura dei Colonnelli, il Settennio (Επταετία) direttamente ispirato e messo in atto dalla CIA (di cui lo stesso Papadopoulos era agente). Strano a dirsi, ma forse non troppo, in tutto il profluvio di “Grecità” e di Ἑλλὰς Ἑλλήνων Χριστιανῶν della Giunta, fu tollerato e persino incoraggiato tra i giovani un vuoto “americanismo” di facciata; esistette un “elleno-rock”, e i “capelloni” ed altri tipi del genere venivano lasciati in pace purché non si occupassero di politica e se ne stessero bravi e buoni. Gli “squallidi buzzurri” della canzone se ne stavano tranquilli, magari sostenendo il regime, e al ragazzo di campagna che lanciava messaggi ai borghesucci coi suoi pantaloni a campana, non restava che uniformarsi per non essere schiacciato. Un niente, appunto. Il “vuoto sogno americano di terza mano” (mi viene sempre a mente Guccini), ma sotto una dittatura. Ed è così che lo “zio d'America” del Kitsos della canzone diventa il dittatore Pattakòs, quello da cui è partito tutto quanto oggi. In fondo, al ragazzo sta bene, sembra promanare dalla canzone.

Ma la dittatura finisce. Nel '75, il nostro Kitsos “americano” si ritrova ad essere considerato una specie di collaborazionista, uno di quei giovani che non si sono battuti al Politecnico e non hanno resistito. Un campagnolotto qualsiasi, una nullità, un bifolco com'era sempre stato. Gli si buttano addosso, gli insultano la mamma, mentre si ritrova tra donne bellissime impegnate in politica. La “provincia mortale”, del resto, aveva sostenuto il regime. Allora, tra Marx e il “sole verdastro” degli ecologisti, il ragazzo deve “buttarsi a sinistra”, finendo a fare lo schiavo in una qualche fabbrica da galera nella Piana ateniese, una sorta di galeotto al remo, uno sfruttato (la traduzione di κάτεργο in inglese è indicativa: “Sweatshop”).

Quindici anni dopo, ce lo ritroviamo “atterrato” in un mondo che non è normale. E' il mondo, ad esempio, delle “riscoperte”: tutti parlano di estetica, e si rivaluta il “kitsch” di anni addietro, che magari diventa pure di moda. (Da notare che “kitsch” in greco, κιτς, è perfettamente in assonanza con “Kitsos”, e che il “nipote americano” del film si chiama Kits). Ecco il “revival”: tornano pure i pantaloni a campana che il giovane bifolco indossava per scandalizzare i borghesucci, venticinque anni prima. Però continuano a prenderlo per il culo, a ridicolizzarlo; lo chiamano “Jimmy” e qualcuno vuole persino avere il monopolio della presa per i fondelli.

Come dire: non siamo tutti eroi. C'è anche chi l'eroe non lo ha fatto per niente. C'è chi, a vent'anni, veniva da un buco del mondo ed è arrivato in città ritrovandosi a veder morire subito un qualche impeto di ribellione in un po' di capelli lunghi, di vestiti più o meno strani (che non scandalizzavano più nessuno, ad un certo punto) e di una vita difficile e ordinaria. Sembra quasi, dalla canzone, che abbiano pagato per tutti; e, che almeno nel 1996, continuassero a pagare. Non tutti eroi; un'altra cosa che dev'essere notata, è che Kitsos si chiama esattamente anche come un grande eroe ellenico della guerra d'indipendenza del 1821, Kitsos Tzavellas. Questa, invece, sembra essere la storia di un ordinario ragazzo di provincia che ha attraversato i suoi tempi rimanendo un niente. La storia di un nessuno coi pantaloni a campana, finito sfruttato in una fabbrica e disprezzato per non essersi opposto. Addirittura “nipote” di Pattakòs.

Alla fine del ventesimo secolo, qualcuno prova a fare il Παυσίλιπον, il “consolatore”, la consolazione del dolore pur non avendone la patente, o il diploma. Scrive canzoni sul destino di un ragazzo di provincia qualsiasi per soddisfare il suo ego infantile, sentendosi quasi un semidio (magari per esserne sfuggito, ma chissà). Sul destino di un ragazzo, e probabilmente di tanti. Sembra promanare da questa canzone, desolata e dura, una sorta di identificazione con chi non ha avuto la forza. Desolata, dura, e insolita. Solitamente si parla di eroi o di chi si è comunque opposto (a una dittatura, a un periodo intero); non di chi non si è opposto affatto, perdendosi da una parte in un'esteriorità sempre più vuota, e dall'altra nell'inazione e nella sopravvivenza per finire in un destino di merda. Eppure, da qualche parte, in qualche recesso, si ha nostalgia di un “ti amo”, di un “s'agapò”. Chissà dove e chissà quando, e forse ce lo chiediamo in parecchi anche senza aver mai portato i pantaloni a campana.

Finisce qui questa storia. Molti anni fa, mi era capitata una cosa strana. In un posto dove si parlava delle canzoni di De André, a proposito di “Bocca di Rosa” mi ero azzardato a prendere la parte delle comari del paesino. “Io sto con le Comari”, si intitolava la cosa che avevo scritto. Dicevo che era facile essere Bocca di Rosa, giovane e bella, e “portare l'amore nel paese”; un amore non riservato a quelle povere donne, magari brutte e non giovani, la cui vita era consistita in ammazzarsi di lavoro e cacare figli. Avevo in mente certe cose che avevo visto coi miei occhi, magari; ma la cosa non fu presa bene. In pratica, ricevetti una sonora dose di bastonate virtuali, di indignazioni, eccetera. Probabilmente, non è facile per nessuno prendere una strada e proseguire di conseguenza, né per le comari e né per Bocca di Rosa; ma bisogna anche saper capire da dove si viene, e delle possibilità che si sono avute. Mi è venuto in mente, all'undicesima ora, anche a proposito di questa canzone che mi pone un ultimo problema. Non ho il coraggio, e neppure la voglia, di metterla negli “Extra”, ma nemmeno di assegnarla ad un percorso, sia pure quello sulla dittatura greca durante la quale sembra svolgersi il centro della vicenda. In pratica, non so veramente che farne e accetto critiche, correzioni, qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa perché nemmeno io, che ho un ego infantile assai pronunciato anche se non scrivo canzoni sul destino di nessuno, ho la patente di Παυσίλυπον. Rimane l'amore immediato che ho avuto per questa canzone; fermo restando, naturalmente, che tutto quel che ho scritto potrebbe essere tutta una serie di bischerate, di inesattezze, di impressioni sbagliate. E rimane anche il fatto che, a mio parere, è una canzone bellissima. [RV]

Ήταν ένας άνθρωπος
με όψη ταπεινή,
η καταγωγή του λαϊκή.
Το ‘65 υπερέβαλε εαυτόν,
μήνυμα οι καμπάνες του
για κάθε μικροαστόν.

Μα κι οι άνθρωποι αυτοί
βλέπαν έναν φασουλή,
ήταν η εποχή πολύ σκληρή.
Δεν είχε του μάγκα μπόυ,
ούτε ήταν από σόϊ
βρε καλώστηνε την ατραξιόν,
καραγκούν μπόυ.

Βρήκε μια παρέα
των καμπάνων και τριχών,
έγινε βορά σαπιοκοιλιών
που κρατούσαν για
την πάρτυ τους την κριτική,
δεν υπήρχε τότε
η εξουσία της τιβί.

Και νοσταλγώ,
και νοσταλγώ, πώς να σ' το πω
τα γλυκά μας "σ’ αγαπώ"...
Και νοσταλγώ,
και νοσταλγώ, πώς να σ' το πω
τα γλυκά μας "σ’ αγαπώ"...

Το ‘75 ξεχαστήκαν όλα αυτά,
πλάνες πανωραίες
και ακτίφ κομματικά.
Είχε κι ενα μπάρμπα
απ’την Αμέρικα αυτός,
βρε παιδί μου είχε γέλιο,
ο δικτάτωρ Παττακός.

Τότε πέσαν πάνω του,
βρίζανε τη μάνα του
μια επαρχία θάνατου.
Μαρξ και ήλιος πρασινί,
αριστερά καράν κουνεί,
μπόυ στα κάτεργα στον κάμπο
να τραβάς κουπί.

Δεκαπέντε χρόνια
η προσγείωση διαρκεί,
μα είναι ανώμαλη πολύ.
Τώρα όλοι ψάχνουν,
και μιλούν για αισθητική,
βρήκαν και το κιτς
από του Κίτσου τη στολή.

Κι όσο για τον Κίτσο μας,
άλλοι από τον κάμπο μας
Τζίμυ τον εβγάλαν και κεντούν.
Του ’βαλαν μετάλλια
μα κάτι βουβάλια
θέλουν στην μπερλίνα
μονοπώλιο ν’ασκούν.

Τώρα που ξεμείναμε
στην κόψη του εικοστού,
με ούτε καν πτυχίο παυσίλυπου,
μόνο σαν ημίθεοι
του παιδικού μας εαυτού,
γράφουμε τραγούδια για την τύχη
ενός παιδιού.

Και νοσταλγώ,
και νοσταλγώ, πώς να σ' το πω
τα γλυκά μας "σ’ αγαπώ"...
Και νοσταλγώ,
και νοσταλγώ, πώς να σ' το πω
τα γλυκά μας "σ’ αγαπώ"

Και νοσταλγώ,
και νοσταλγώ, πώς να σ' το πω
τα γλυκά μας "σ’ αγαπώ"...
Και νοσταλγώ,
και νοσταλγώ, πώς να σ' το πω
τα γλυκά μας "σ’ αγαπώ"...

inviata da Riccardo Venturi - Ελληνικό Τμήμα των ΑΠΤ "Gian Piero Testa" - 9/5/2017 - 23:26



Lingua: Italiano

Traduzione italiana di Riccardo Venturi
9-5-2017 23:29

Lavrendis Maheritsas.
Lavrendis Maheritsas.
CONSOLATORE DI PENE

Era un tipo
d'umile aspetto,
di origini popolari.
Nel '65 si superò,
i suoi pantaloni a campana, [1]
erano un messaggio
per ogni borghesuccio.

Però pure quella gente
vedeva un tipetto ridicolo,
ai quei tempi era durissima.
Non aveva niente del teddy boy, [2]
e non lo era di razza,
beh, benvenuto tra le attrazioni,
bifolky boy. [3]

Trovò una banda di capelloni
coi pantaloni a campana,
andò in pasto a squallidi buzzurri [4]
che le critiche se le riservavano
per i loro parties,
allora non esisteva ancora
il potere della TV.

E ho nostalgia,
ho nostalgia, come posso dirtelo
dei nostri dolci ti amo...
E ho nostalgia,
ho nostalgia, come posso dirtelo
dei nostri dolci ti amo...

Nel '75 tutto fu dimenticato,
donne bellissime, seducenti
e attive politicamente. [5]
Aveva anche uno zio,
quello d'America,
era proprio una cosa buffa,
il dittatore Pattakòs.

Allora gli si buttarono addosso,
gli insultavano la mamma,
una provincia mortale,
Marx e un sole verdastro, [6]
e lui si volge a sinistra, [7]
boy nelle fabbriche da galera nella piana
a sgobbare come un galeotto al remo

Quindici anni
dura l'atterraggio,
ma non è molto normale.
Ora tutti ricercano
e parlano di estetica,
hanno scoperto anche il kitsch
da come si vestiva Kitsos [8]

E quanto al nostro Kitsos,
altri della nostra piana
lo chiamavano Jimmy e ci ricaman sopra.
Gli hanno messo medaglie,
però qualche imbecille
vuole esercitare il monopolio
della presa per il culo.

Ora che siamo rimasti soli
alla fine del ventesimo secolo
con neanche la patente di consolatore,
soltanto come semidei
del nostro ego infantile
scriviamo canzoni sul destino
di un ragazzo.

E ho nostalgia,
ho nostalgia, come posso dirtelo
dei nostri dolci ti amo...
E ho nostalgia,
ho nostalgia, come posso dirtelo
dei nostri dolci ti amo...

E ho nostalgia,
ho nostalgia, come posso dirtelo
dei nostri dolci ti amo...
E ho nostalgia,
ho nostalgia, come posso dirtelo
dei nostri dolci ti amo...
[1] O “a zampa di elefante” in italiano. Il greco dice semplicemente καμπάνες “campane”.

[2] Metafora assolutamente impropria: i teddy boys non avevano nulla a che fare con il Mangas, l' “underworld” ateniese alimentato particolarmente dai giovani provenienti dalla provincia. Per la sua comune accezzione di “teppista” o “bullo”, però, sono ricorso ai teddy boys per rendere quantomeno l'idea; tradurre “manga boy” com'è nel testo originale avrebbe potuto anche far pensare ai fumetti giapponesi...

NB. Il termine “Mangas” (μάγκας) come “banda di malviventi”, “teppisti”, “teppa”, “malavita”, “sottobosco giovanile” ecc. è antico. Sembra derivare dal veneto mànega nel senso di “banda” (senso che ha anche in toscano e in fiorentino: una “mànica di ladri”).

[3] Nel testo originale si ha una sorta di “anglicizzazione” del termine καραγκούνης (karagounis), propriamente “bifolco, campagnolo, villano, cafone”. In origine lo si usava per i contadini provenienti dalla Tessaglia. Nonostante l'aspetto turcheggiante, è di origine sconosciuta. La traduzione pseudo-inglese serve a rendere meglio l'idea anche dal punto di vista ironico e spregiativo: dal “Manga boy” al “Karagun boy”, un “bifolky boy”.

[4] Propriamente, in greco, “pance marce”.

[5] In greco, propriamente, “attive dal punto di vista partitico”, “nei partiti” (κομματικά).

[6] Come precisato anche nell'introduzione, si tratta probabilmente del “sole verde” degli ecologisti.

[7] Si ha qui un gioco di parole nascosto. Nel testo greco, καράν κουνεί (lett. “volge, muove la faccia”, “si indirizza”) suona praticamente omofono di καραγκούνη (v. nota 3)

[8] Sull'assonanza tra “kitsch” e Kitsos si veda l'introduzione.

9/5/2017 - 23:30



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