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Canto dei sanfedisti

anonimo

Lingua: Napoletano

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Ricordiamo che il canto, ospitato anche da siti come Il Deposito e La musica dell'altra Italia, è stato reso famoso dalle interpretazioni della Nuova Compagnia di Canto Popolare (NCCP) e di Peppe Barra. Nell'interpretazione di quest'ultimo artista è disponibile in libero scaricamento MP3 da questa pagina. Cosa che consigliamo di fare, perché, discussioni storico-politiche a parte, il canto è splendido. Scaricabile anche nella versione degli Aranea dal Sito della pizzica.

Ricordiamo anche il modo graffiante con cui Peppe Barra ebbe a introdurre la sua interpretazione (sottolineata dalla grande prestazione di Lino Cannavacciuolo al violino): "Sempre di grande attualità questo canto, specialmente col ritorno in Italia dei Savoia..."


"Si, in effetti il “Canto dei Sanfedisti” è un canto di lotta, ci riporta indietro nel tempo, nel periodo dei Giacobini. Naturalmente questa è una storia che non ci appartiene personalmente ma che diventa molto attuale. Ancora oggi abbiamo molti popoli che lottano per la propria libertà e pertanto il Canto dei Sanfedisti diviene un po’ la bandiera di tutta la Musica Popolare italiana e nel mondo, perché va a ripercorrere certe sensazioni che non sono mai purtroppo morte essendo molto attuali."
Mimmo Gori


"Quando, nel novembre del 1798, l'esercito rivoluzionario francese invade il regno di Napoli, la "[...] monarchia napoletana - come ammette Croce -, senza che se lo aspettasse, senza che l'avesse messo nei suoi calcoli, vide da ogni parte levarsi difenditrici in suo favore le plebi di campagna e di città, che si gettarono nella guerra animose a combattere e morire per la religione e pel re, e furono denominate, allora per la prima volta, “bande della Santa Fede”". Nella capitale i popolani mostrano una notevole capacità organizzativa, grazie anche a momenti di coordinamento che fanno riferimento a forme di organizzazione interne alla società bassa di Napoli nonché alle strutture corporative e a forme di aggregazione religiosa dei laici. I francesi devono impegnarsi a fondo per domare la resistenza e soltanto dopo tre sanguinose giornate il generale Jean-Étienne Championnet (1762-1800) può annunciare la vittoria, non senza elogiare il comportamento valoroso dei "lazzari". 21 gennaio 1799, mentre ancora si combatteva per le vie della capitale, viene proclamata la Repubblica Napoletana. I "patrioti", come si facevano chiamare i rivoluzionari, si accorgono ben presto di essere estranei alla maggior parte della popolazione, isolati anche dalle cerchie borghesi neutrali e tenuti in pugno dai francesi. Invece di governare, si perdono in problematiche e in elucubrazioni che costituivano soltanto uno schermo davanti alla tragica realtà. I dibattiti, le leggi, la pubblicistica, l'organizzazione dello Stato si riducono a un gioco da salotto, nel quale si enunciano grandi utopie, idee astratte e grandi ideali impersonali.

I "patrioti", che credevano alla magica virtù della "Libertà" e veneravano il regime repubblicano come una forma eterna e infallibile, con carattere quasi religioso, pensano basti promulgare alcune leggi fondamentali per realizzare automaticamente la felicità dei popoli. Ma scoprono, com'era già accaduto ai loro colleghi francesi, che il popolo reale non era il "Popolo" da essi idealizzato; paralizzati fra il seducente miraggio di un popolo mitico e il terrore di una "plebe" concreta, decretano che questa era corrotta e occorreva costringerla alla "virtù". [Alfide]

E' anche necessario, per onestà storica, ricordare il trattamento che fu riservato ai protagonisti della Repubblica Napoletana una volta che ebbe trionfato la controrivoluzione con la relativa restaurazione. La vendetta borbonica fu terribile, e particolarmente crudele fu il destino riservato a personaggi come Eleonora Fonseca Pimentel (nominata espressamente nel canto) e ad altri sostenitori della Repubblica Napoletana. Con tutto ciò, il Canto dei Sanfedisti resta un brano popolare di assoluta bellezza, a condizione che venga situato nella sua esatta prospettiva storica e senza nessun intento di voler "riabilitare" figure come il Cardinal Ruffo. E' senz'altro vero che la borghese repubblica napoletana installata dai francesi non seppe interpretare minimamente quelli che erano i bisogni reali del popolo, che non sapeva che farsene della "libertà" imposta dall'alto quando non aveva da mangiare; ed è comprensibile, come è avvenuto spesso nella storia, che le loro autentiche istanze siano state sfruttate alla perfezione dai despoti. Il discorso si farebbe qui lungo, dovrebbe andare necessariamente a toccare la famosa esclusione dalla rivoluzione che Marx fece del Lumpenproletariat proprio alla luce delle vicende storiche che gli erano state precedenti. A pensarci bene, sono vicende che si rinovellano regolarmente: qualcuno potrebbe pensare quale differenza di fondo ci sia tra i "lazzaroni" Sanfedisti del 1799, che urlavano "viva la santa Religione" e per essa combattevano, morivano e compivano anche orrende stragi, e le masse islamiche che vanno dietro alle barbe integraliste e contro le quali, adesso, si lanciano gli strali proprio dagli stessi che, magari, in altri contesti fanno il "tifo storico" per i Sanfedisti. La materia prima è la stessa: si chiama fame. E sulla fame si innestano facilmente le peggiori cose.

Sugli avvenimenti del 1799, della Repubblica Napoletana, della rivolta sanfedista e altro si veda l'esauriente trattazione proposta da cronologia.it[RV]

A lu suono de grancascia
viva viva lu populo bascio
A lu suono 're tammurrielli
so' risurte li puverielli
A lu suono 're campane
viva viva li pupulane
A lu suono 're viulini
morte alli giacubbine.

Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunziglia
viva 'o rre cu la Famiglia.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunziglia
viva 'o rre cu la Famiglia.

A sant'Eremo tanto forte
l'hanno fatto comme 'a ricotta
A 'stu curnuto sbrevognato
l'hanno miso 'a mitria 'ncapa
Maistà chi t'ha traruto
chistu stommaco chi ha avuto
'e signure 'e cavaliere
te vulevano priggiuniere.

Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunziglia
viva 'o rre cu la Famiglia.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunziglia
viva 'o rre cu la Famiglia.

Alli trirece di giugno
sant'Antonio gluriuso
'e signure 'sti birbante
'e facettero 'o mazzo tanto
So' venute li Francise
aute tasse 'nce hanno miso
Liberté... Egalité...
tu arrobbe a me
io arrobbo a te.

Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunziglia
viva 'o rre cu la Famiglia.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunziglia
viva 'o rre cu la Famiglia.

Li Francise so' arrivate
'nce hanno bbuono carusate
evvualà evvualà
cavece 'nculo alla libertà
Addò è gghiuta 'onna Eleonora
c'abballava 'ncoppa 'o teatro
mò abballa miez''o mercato
'nzieme cu mastu Donato.(*)

Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunziglia
viva 'o rre cu la Famiglia.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunziglia
viva 'o rre cu la Famiglia.

A lu ponte 'a Maddalena
'onna Luisa è asciuta prena
e tre miedece che banno
nun la ponno fa sgravà
A lu muolo senza guerra
se tiraje l'albero 'nterra
afferraino 'e giacubbine
'e facettero 'na mappina.

Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunziglia
viva 'o rre cu la Famiglia.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunziglia
viva 'o rre cu la Famiglia.

[ripetere ad libitum]

inviata da Alfide - 31/8/2006 - 22:27


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Lingua: Italiano

Traduzione italiana trovata qui

CANTO DEI SANFEDISTI

Al suono della grancassa
viva il "popolo basso";
al suono di tamburelli
son risorti i poverelli;
al suono di campana
viva viva i popolani;
al suono di violini
morte ai giacobini!

Suona, suona
Suona la Carmagnola
suonano i "consigli":
viva il re con la famiglia!

I Francesi sono arrivati,
e ci hanno completamente dissanguati;
"et voilà, et voilà",
calci in culo alla libertà!
Son venuti i Francesi
e ci hanno imposto altre tasse;
"Libertè, egalitè"...
tu rubi a me, io rubo a te!

Suona, suona
Suona la Carmagnola
suonano i "consigli":
viva il re con la famiglia!

A Sant'Elmo, così forte,
l'hanno ridotto una poltiglia,
a questo cornuto svergognato
gli hanno messo la mitria in testa.
Maestà, chi ti ha tradito?
Chi ha avuto questa volontà?
I signori e i cavalieri
ti volevano prigioniero!

Suona, suona
Suona la Carmagnola
suonano i "consigli":
viva il re con la famiglia!

Il tredici di giugno,
Sant'Antonio glorioso,
ai signori, questi birbanti,
fecero il culo grosso così!
Viva "Tata Maccarone"
che rispetta la religione.
Giacobini andate a mare,
che vi brucia il sedere!

Suona, suona
Suona la Carmagnola
suonano i "consigli":
viva il re con la famiglia!

inviata da Bartleby - 3/11/2010 - 11:58


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Lingua: Italiano

Ciao Nicola, la traduzione non l'ho mica fatta io!
Su questo sito neoborbonico ce n'è un'altra che mi pare completa della strofa mancante.

L'albero che viene abbattuto al molo, finita la guerra, è quello della libertà, simbolo della Rivoluzione francese

CANTO DEI SANFEDISTI

Al suono della Grancassa
Evviva, evviva il Popolo Basso,
Al suono del Tamburello
Sono insorti i poverelli,
Al suono della campana
viva, viva i Popolani;
al suono del violino
morte a tutti i giacobini!

Suona, suona – Suona Carmagnola
Suona l’adunata – viva il Re e la famiglia!

Sant’Elmo, che era un grande forte
l’hanno ridotto come una ricotta,
a questo cornuto e svergognato
gli hanno messo la mitria in testa.
Maestà, chi vi ha tradito?
Chi ha avuto questo coraggio?
I Signori, i Cavalieri
Ti volevano imprigionare!

Suona, suona – Suona Carmagnola
Tuona il cannone,
viva sempre il Re Borbone!

Il tredici giugno, Sant’Antonio glorioso,
ai Signori, questi birbanti,
gli fecero un culo così!
Sono arrivati i Francesi
ci hanno messo ancora altre tasse.
“Libertà, Uguaglianza”:
Tu rubi a me,
io rubo a te!

Suona……viva sempre al Re Borbone!

I Francesi sono arrivati,
ci hanno ripulito completamente
“ecco qua, ecco qua”,
un calcio in culo alla Libertà!
Dove è andata donn’Eleonora
che ballava nel teatro?
ora balla per il mercato:
con mastro Donato!
Suona………… viva il Re e la famiglia!

Al ponte della Maddalena
Donna Luisa è rimasta incinta
Son venuti tre medici ma
non riescono a farla partorire!
Dove è andata donn’Eleonora
Che ballava nel teatro,
ora balla con i soldati,
e non ha più potuto ballare!

Suona……..viva il Re e la famiglia!

Le navi sono già pronte,
correte tutti per farle avviare,
preparatevi esultanti
perché dovete farle partire;
Nel mare c’è l’inferno ed
i suoi cancelli sono ardenti:
traditori, andate a fondo,
non potete più rubare!

Suona……. viva sempre il Re Borbone

Al molo, finita la guerra,
hanno abbattuto l’albero
hanno preso i Giacobini
e li hanno ridotti come stracci sporchi!
E’ finita l’uguaglianza,
è finita la libertà,
per voi son dolor di pancia:
signori, andatevene a letto!

Suona………… viva il Re e la famiglia!

Passò il mese Piovoso,
il ventoso, l’iroso;
e col mese che comincia
hanno preso la fregatura!
Viva Tata Maccarone
Che rispetta la religione.
Giacobini, gettatevi a mare,
che già vi brucia il didietro!

Suona………….viva il Re e la famiglia!

inviata da Bartleby - 4/11/2010 - 14:05


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Lingua: Napoletano

Gli accordi per chitarra del canto (nell'interpretazione di Peppe Barra) provenienti dal Sito della Pizzica

Intro: Sol- Sib Re7 Sol-
Sol- Sib Re7 Sol-

Sol- Sib
A lu suono de grancascia
Re7 Sol-
viva lu popolo bascio
Sol- Sib
A lu suono de tamburrielli
Re7 Sol-
so' risorte li puverielli
Sol- Sib
A lu suono de campane
Re7 Sol-
viva viva li pupulane
Sol- Sib
A lu suono de viuline
Re7 Sol-
morte alli Giacubbine.
Sol- Sib
Sona sona
Re7 Sol-
sona Carmagnola
Sol- Sib
sona li cunsiglia
Re7 Sol-
viva o rre cu la Famiglia.


A sant'Eremo tanta forte
l'anno fatto comme’’a ricotta
A stu curnuto sbrevognato
l'hanno mis’’a mitria 'ncapa
Maistà chi t'ha traduto
chistu stommaco chi a avuto
'e signure e cavaliere
te vulevano priggiuniere.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunsiglia
viva o rre cu la Famiglia.

Alli tridece de giugno
sant'Antonio gluriuso
E signure sti birbante
e facettero o mazzo tante
So' venute li Francise
aute tasse n'ci hanno mise
Liberté... Egalité...
io arruobbo a te
tu arruobbe a me.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunsiglia
viva o rre cu la Famiglia.

Li francise so' arrivate
ci hanno bbuono carusate
E vualà e vualà
cavece 'n culo alla libbertà
A lu ponte a Maddalena
'onna Luisa è asciuta prena
e tre miedece che banno
nun la ponno fa' sgravà
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunsiglia
viva o rre cu la Famiglia.

A lu muolo senza guerra
se tiraie l'albero n' terra
afferraino 'e giacubbine
'e facettero 'na mappina.
E’ fernuta l’uguaglianza
è fernuta la libertà
pe ‘vuie so’ dulure e panza
signò iateve a cuccà
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunsiglia
viva o rre cu la Famiglia.

Passaie lu mese chiuvuso
lu ventuso e l’addiruso
a lu mese ca se mete
hanno avuto l’aglio arrete
Viva tata maccarone
ca rispetta la religgione
Giacubbine iate a mare
ch’ v’abbrucia lu panare.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunsiglia
viva o rre cu la Famiglia.

inviata da Riccardo Venturi - 31/8/2006 - 23:35


NOTA

(*) "Mastu Donato" citato nella canzone era il boia di re Ferdinando IV.

1/9/2006 - 14:20


DUELLO TRA UN SANFEDISTA E UN GIACOBINO
Accesa discussione a proposito del "Canto dei sanfedisti"

Vorrei riferire all'egr. sig. Venturi che con questo canto non voglio mettere in risalto né vescovi , né cardinali né dinastie ma il popolo , la plebe partenopea che unita insorse spontaneamente (certo con l'aiuto del clero) contro gli impostori che in nome della triade "Liberté égalité fraternité" volevano sradicare ciò al quale il popolo era tradizionalmente legato : usi , costumi , valori , culto... Se il popolo proclama "viva o rre' cu la famiglia" vuol dire che quella monarchia (borbonica) a quel tempo era più gradita alla popolazione che non utopistiche repubbliche...
E ripeto non elogio ne tiranni, né cardinali ma solo quella che era in quell'occasione storica la volontà popolare. E spero che cio' possa far aprire un dibattito ...
Arrivederci e buon lavoro! [Alfide]


L' egr.sig. Venturi ha già ampliato la sua risposta nell'introduzione. Sulla "spontaneità" della rivolta popolare, le opinioni storiche peraltro sono molto divergenti; diciamo che, in una situazione sicuramente esplosiva innestatasi con l'avvento della Repubblica Napoletana (e dell'invasione francese, senz'altro), il clero reazionario fu per molti versi "incaricato" di fomentarla; ed ebbe gioco facilissimo nel farlo. [RV]


È vero che il "clero reazionario" se ne approfittò immediatamente della situazione , ma se il popolo (io in quanto napoletano su ciò ho fatto varie ricerche) stava dalla parte del re vuol dire che quella monarchia borbonica era "popolare" e quindi funzionava. Basta solo dirti che il re Carlo di Borbone aveva dato ordine di costruire il "Real Albergo dei poveri " tutt'ora in via di ristrutturazione. Quindi i poveri avevano un punto di riferimento, e ciò non mi risulta altrove. Se il popolo combatteva per la "Santa Fede", non per fondamentalismo ma perché (e quando dici ciò la pensi come i giacobini) voleva difendere la libertà di culto , i luoghi sacri che i portatori di liberta' volevano sradicare. Sradicare il "modus vivendi" del popolo napoletano. A mio avviso il "canto dei sanfedisti" puo' rappresentare a destra cio' che a sinistra e' "El pueblo unido". Non per niente populismo e giustizialismo stanno a destra. [Alfide]



Forse ti stupirà venire a sapere che molte volte, in passato, avevo pensato a inserire di mia spontanea volontà il Canto dei sanfedisti nel sito, brano che conosco da perlomeno una ventina d'anni, e che so a memoria (ovviamente con la mia più che scarsa pronuncia napoletana). Non per niente ho riportato nell'introduzione il commento che Mimmo Gori (tarantino, uno dei "re" della pizzica salentina) ha voluto fare sul canto; e non ti sarà neppure sfuggito il fatto che io abbia specificato che il canto è riportato da siti come "Il deposito" e "La musica dell'altra Italia", che sono siti di estrema sinistra. Insomma, la valutazione del canto è stata evidentemente già affrontata; e certo non si potrebbe mai accusare la Nuova Compagnia di Canto Popolare (NCCP) e Peppe Barra (amico di Fabrizio de André nonché traduttore in napoletano di "Bocca di Rosa"), ovvero le persone che hanno fatto conoscere a mezzo mondo il Canto dei sanfedisti, di appartenere in alcun modo all'area di destra. Quindi sono ben conscio delle problematiche storiche che tale canto pone, problematiche che, lo ripeto, dalle varie componenti della sinistra sono ben note e che sono state convenientemente analizzate. È, in sintesi, la spinosa questione del "popolino", dei suoi valori, delle sue istanze, dei suoi modi di manifestare un'opposizione, del suo sfruttamento. Sfruttamento che, va da sé, nei secoli, e anche tuttora, si esplica da parte del potere proprio con la finzione del populismo, con il rifarsi a valori "tradizionali" inculcati proprio dal potere per meglio controllare la spinta sovversiva (l'infamità e la menzogna religiosa in primis). I cosiddetti "valori tradizionali", lievitati nei secoli, altro non sono che la galera nella quale gli strati più bassi della popolazione sono tenuti dal potere. Il voler vedere nel Canto dei sanfedisti una specie di "inno" (addirittura lo compari a "El pueblo unido"...) è a mio parere del tutto errato proprio dal punto di vista storico. Le due cose non sono minimamente comparabili. Il Canto dei sanfedisti è un'importante testimonianza storica proveniente, caso peraltro raro, direttamente dalla bocca del popolo (che con i canti si esprimeva), e come tale deve essere preso situandolo nel suo preciso contesto; ma volerne fare una sorta di "bandiera" (l'ho visto, ad esempio, in siti di improbabili e buffissimi movimenti come il "Movimento Neoborbonico" e roba del genere) è un'autentica sciocchezza. Se lo si accetta come testimonianza, ed anche opposizione ad una repubblica "rivoluzionaria" altoborghese (tale fu la repubblica Napoletana), ad un'invasione bellica straniera (quella francese) e quant'altro, va bene; il resto attiene soltanto alle proprie particolari visioni.
La realtà storica e l'analisi attenta dai fatti ci dice che il potere si è spesso appoggiato al "popolino" per controllare e reprimere le autentiche spinte rivoluzionarie; una volta, però che detto popolino ha alzato troppo la testa e si è spinto troppo oltre, è stato a sua volta represso duramente e ridotto al silenzio. Quando ti scagli contro i "giacobini" si vede chiaramente, perdonami la chiarezza, la tua non sufficiente preparazione storica. Durante la Rivoluzione Francese, gli strati più bassi della popolazione parigine, la sanculotteria eccetera, erano giacobini; il cosiddetto "Terrore" di Robespierre è stato in realtà l'unico momento, durante la Rivoluzione, in cui il popolo basso è stato in un certo qual modo al potere, e dove poteva influenzare le decisioni. Dopo solo un anno si ebbe la reazione termidoriana, ovvero quella della borghesia moderata, che aveva visto scalzato il proprio predominio. Sarà la reazione che condurrà la Rivoluzione alla sua fine e all'impero napoleonico. Sotto la Rivoluzione Napoletana c'è questa componente, non i "giacobini". Al potere borbonico faceva comodo definire "giacobini" chi era invece lontano dal giacobinismo quanto il giorno dalla notte. Rimettiamo quindi a posto le cose. "Siamo nati per camminare sulla testa dei re"; questo non lo ha detto un "giacobino", pensa, ma Guglielmo. Guglielmo Shakespeare, per la precisione. Saluti. [RV]


Concordo con molte cose che dici ma per un maggiore chiarimento ti lascio a questa fonte storica tratta da un opera di vincenzo Cuoco nella speranza che i gruppi musicali che hai menzionato non spostino il canto dei Sanfedisti a sinistra :

Quando la letterata Eleonora Pimentel Fonseca , il 9 febbraio 1799, scrive con stupore sul Monitore Napoletano —il giornale da lei animato durante i giorni della Repubblica Napoletana — "[...] ond’è poi surto un tanto subitaneo furore che la plebe insurga da per tutto, atterri gli alberi di libertà, e si scagli accanita contro tutti i Civili?" ( , sembra domandarsi "Ma da dove vengono questi?". È la scoperta del popolo "reale", che — avvisa la letterata — "[...] per fintanto che una migliore istruzione non l’innalzi alla vera dignità di Popolo, bisognerà continuare a chiamar plebe".

Quando il giovane duca Gennaro Serra di Cassano (1744-1799), davanti al boia, si rammarica perché il popolo per cui aveva combattuto plaudiva alla sua esecuzione, mostra tutta la sua incomprensione del reale essendosi costruita, probabilmente in buona fede, una immagine del popolo diversa da quella reale , quell’incomprensione che aveva suscitato ovunque una reazione compatta. In tutto il Regno di Napoli sono centinaia le comunità insorte, unanimemente e spontaneamente, senza alcuna forma di coordinazione, proprio a testimoniare, in modo concreto e anche sanguinoso, la resistenza a una trasformazione forzata. E questa incomprensione vale per i giacobini di ieri come i liberali e marxisti oggi; e perdonami se qualifico cio' con l'espressione togliattiana di "Regime reazionario di massa" [Alfide]


Sul fatto che i promotori altoborghesi della Rivoluzione Napoletana non avessero affatto presente che cosa in realtà fosse il "popolo", non c'è alcun dubbio; e come avrebbero potuto saperne qualcosa, del resto, quegli istruiti e ricchi signori nei loro palazzi? Lo stupore della Fonseca Pimentel è del tutto ovvio. Ciononostante, continui a persistere nelle tue inopportune comparazioni, facendo una specie di "zuppa" a base di giacobinismo, marxismo, addirittura Palmiro Togliatti. Nemmeno nel cacciucco alla livornese c'è tanta roba così eterogenea. Appare quindi chiaro che le tue considerazioni scaturiscono da una ben precisa posizione ideologica che crede di potersi appoggiare, tra le altre cose, ad un Canto dei sanfedisti. Quella che tu chiami "sinistra" non intende affatto "appropriarsi" di questo canto, casomai le appropriazioni indebite sono una storica specialità di tutte le destre di qualsiasi epoca; semplicemente, intende situare il canto e tutte le vicende che vi sono legate, ad una prospettiva che tenga conto della realtà dei fatti, senza chiudere gli occhi davanti a niente, ma senza cedere in primis al populismo. Da qui la naturale collocazione del Canto anche in siti e repertori musicali "insospettabili". Fortunatamente il canto ha trovato le sue interpretazioni migliori da parte di una NCCP o di Peppe Barra; figuriamoci se fosse stato eseguito da qualche "compagnia dell'anello" o da altri strimpellatori in camicia nera. Risaluti. [RV]


Non intendo fare un cacciucco alla livornese e nemmeno di tutto ciò "un erba un fascio!" Ma nel testo il popolo inneggia al re , alla religione , alla tradizione denigrando i concetti di Libertà del quale non ti faccio notare i versi non proprio decenti ...
Il popolo denigra cio' che nei fatti dovrebbe appoggiare.
La plebe si schiera contro chi si schiera per essa .
Cio' non ti sembra contraddittorio?
E quindi coerente giusto dichiarare che "il canto dei Sanfedisti" e un "Pueblo unido" di destra.
E poi la parola "Sanfedista" implica proprio chi combatte va per il re e la santa fede. Quindi il popolo sapeva bene da che parte stare e non fare i discorsi neogiacobini del popolo "schiavo" della superstizione e dei miti religiosi. E poi vedresti dei marxisti o simili richiamarsi a "sant'Antonio"?
Non volevo offendere Togliatti ma richiamandomi alla definizione di "Regime reazionario di massa" per indicare il popolo che appoggia la reazione a tal punto da esserne essa stessa l'essenza.
Ciao , grazie per la pubblicazione e arrivederci ![Alfide]


Da che mondo è mondo è sempre stato difficile che un popolo o anche una singola persona ragionasse di libertà a pancia vuota, a meno che non abbia saputo individuare le vere cause della pancia vuota e che vi si sia ribellato. È in ogni caso ben difficile che appoggi astratte idee di "libertà" provenienti da una classe superiore; senza curarsi quindi troppo dei simboli e di chi tali simboli aveva sfruttato, l'episodio della rivolta sanfedista potrebbe interpretarsi anche alla precisa luce della lotta di classe. Non insisto oltre sulla definizione di "giacobini" che continui ad appioppare a chi era ben lungi dal giacobinismo; dico soltanto che nel repertorio dei canti popolari italiani i santi, le madonne, i gesuccristi e gli dèi sono forzatamente all'ordine del giorno. Credo che, a tale riguardo, la lettura attenta di un sito come "La musica dell'altra Italia" ti sarebbe opportuna. Saluti! [RV]


Puoi falsificare tutta la storia umana, ma ti prego , non mi interpretare la lotta dei lazzaroni realisti come la lotta di classe. È antistorico. E se non vuoi ascoltare
la giusta interpretazione leggiti bene la parte giusta secondo la mia gente : "Viva o' rre cu la famiglia". E su questa esclamazione non c'é bisogno di interpretazioni. [Alfide]


Per prima cosa, se cominci ad usare espressioni come "falsificare la storia umana" e "la giusta interpretazione", caro mio, si va poco avanti. Ma molto poco. Forse, nella tua cultura politica un po' elementare, tendi automaticamente ad associare la "lotta di classe" alle formulazioni marxiste, come se la lotta di classe fosse nata esclusivamente con Marx, come se prima non fosse esistita e non se ne possa neanche parlare. Invece, ben precisi episodi di lotta di classe sono avvenuti secoli prima di Marx: si pensi soltanto alla "Guerra dei contadini" tedesca del XVI secolo, o alle jacqueries francesi. Se il "popolino" napoletano del 1799 grida "viva o' rre cu la famiglia", non per questo vengono meno le cause reali della sua sollevazione. Si tratta ovviamente di un popolo che ancora non ha preso neanche un embrione di coscienza di classe, ma non per questo la sua lotta, in qualunque nome essa venga fatta, cessa di affondare le proprie radici in ciò che viene percepita come un'oppressione. Poi, ovviamente, puoi vederla come ti pare ed attaccarti al re, alla famiglia, alla santa religione e a cosa ti pare; ma per capire seriamente una "rivolta di popolino" di un paio di secoli dopo, quella di Reggio Calabria del 1970, sempre coagulata abilmente dalla destra (la "rivolta del boia che molla", insomma), ci volle che tutta la sinistra extraparlamentare italiana prendesse il treno e scendesse a Reggio, senza demonizzare nessuno e con la certezza che dietro quella rivolta c'era una situazione che con "reggio capoluogo" e anche coi Ciccio Franco c'entrava poco o punto. Spero tu abbia ben compreso il paragone. Saludos! [RV]


Non dovresti parlar male del popolo napoletano...visto che sarà il protagonista qualche secolo dopo delle quattro giornate contro i tedeschi.
Il popolo napoletano si è sempre ribellato a ogni oppressore ...Masaniello con gli spagnoli , Ruffo con i francesi e nel 1944 con i tedeschi...
Quindi se i popolani sostennero la monarchia borbonica vol dire che sotto essa non si sentiva oppressa...
La vergogna e il disonore del Regno delle Due Sicilie verrà con la deleteria monarchia sabauda che ha spogliato il sud delle sue ricchezze. E su questo punto dovremo essere d'accordo! Bye bye! [Alfide]


Lungi da me dal parlar male del popolo napoletano e mi spiace che le mie parole siano state qui male interpretate; tutt'altro. Anzi, il tuo riferimento a Masaniello mi fa venire in mente proprio una canzone che inserirò prossimamente, un canto napoletano di poco posteriore alla sua figura. Quanto all'effetto devastante della monarchia sabauda non solo sulla condizione del Sud, ma su tutta la storia dell'Italia unita, su questo, sì, effettivamente non si può che essere d'accordo. È la monarchia sabauda che spolia il Sud delle sue ricchezze e della sua cultura, provocando tra l'altro quella che poi passerà alla storia come "Guerra al brigantaggio", che invece è una vera e propria rivolta popolare. È la monarchia sabauda che ordina al generale Bava Beccaris di sparare sulla folla che a Milano chiede pane e lavoro (e uno non apprezzerà mai abbastanza il gesto dell'anarchico Gaetano Bresci). Èla monarchia sabauda che consegna l'Italia nelle mani dei fascisti e li sostiene per vent'anni. È la monarchia sabauda che, in ultimo, scappa vigliaccamente lasciando il paese alla mercé degli invasori tedeschi. È la stessa monarchia sabauda che, molti anni dopo, viene fatta rientrare in pompa magna in Italia, guidata da un "re" che nella sua fulgida carriera di lenone e di sfruttatore della prostituzione trova anche il tempo per ammazzare impunito un povero ragazzo che dormiva sulla sua barca. Ti dedico quindi volentieri, certo che la apprezzerai, questa canzone. [RV]

31/8/2006 - 23:04


Cari gestori del sito, settimane fa scrissi una lettera al giornale "Il Mattino" di Napoli, mia città, per commentare un articolo dedicato ai martiri giacobini del '99 dimenticandosi la stragrande maggioranza dei morti sanfedisti i quali rappresentavano il popolo. Consiglio di andare al sito de "Il Mattino" per vedere la risposta di Lubrano. Che ne pensate? E' giusto ricordare la verita' storica e "tutte" le vittime?
(Willy)

Ho rimesso il link giusto, non era colpa di Willy ma un baco del software che prima o poi correggerò. Adesso possiamo aprire la discussione

(Lorenzo)


Ad ogni modo io riporto l'intervento di Willy sul "Mattino" accompagnato dal'intervento originale di Onofrio G. e dalla risposta di Lubrano, e seguito da un mio breve commento.

Il commento alla lettera che ho commentato sul Mattino(4 ottobre) ad Antonio Lubrano e' questa:

Procida, non c'è rispetto per i caduti del '99. Onofrio G.

- PROCIDA. Scrivo a lei che è procidano, caro Lubrano, per segnalare un fatto spiacevole, la condizione cioè in cui è tenuto il MONUMENTO ai caduti isolani del 1799 nella piazza della Madonna delle Grazie. Quel cippo di pietra lavica fu eretto nel 1863, oltre centoquarant'anni fa a memoria imperitura di quei procidani che credettero nella Repubblica partenopea e già allora nel trionfo della democrazia. Ebbene, oggi la lapide è tutta sbocconcellata, non poche lettere dei nomi elencati sono mancanti (cadute anch'esse, mi perdoni l'involontaria ironia) e ai piedi del MONUMENTO che pure è circondato da una ringhiera fioriscono erbacce e rifiuti. Non si potrebbe sollecitare il Comune a provvedere al decoro del monumento? Domenica 10 settembre, all'indomani della cordiale cerimonia di consegna del Premio Elsa Morante (faccio parte della giuria da diversi anni) ho fatto come sempre un giro della mia isola per rinfrescare i ricordi dell'infanzia e della prima giovinezza e nella piazza dominata dal MONUMENTO ad Antonio Scialoja ho visto anch'io lo stato poco dignitoso del cippo ai martiri del ’99. Mi sono tornate a mente le note che in proposito ha pubblicato nella cronaca di questo giornale il corrispondente da Procida Domenico Ambrosino. Note, a quanto ho potuto costatare, fin qui inascoltate. Chissà che ora il nuovo sindaco dell'isola, Gerardo Lubrano (solo una omonimia), non voglia iscrivere a suo merito il ripristino del decoro di quel MONUMENTO che dovrebbe stare a cuore a tutti i procidani che amano la libertà. Un tempo quando a Procida vedeva la luce un bimbo c'era sempre un parente prossimo che commentava soddisfatto: «E' nato nu sciuonter'e mamma», uno sciolto dalla madre, ossia un uomo libero. E noi questo sentimento della libertà ce lo abbiamo nel sangue. Dunque, i martiri del ’99 sono nostri parenti stretti, caddero perché volevano essere veramente degli "sciuòntere".

Io ribatto con questo mio intervento pubblicato oggi e che è visibile nel sito nel link selezionato:

La Repubblica del ’99 e la memoria dei vinti. Willy Bruschi

- CECCANO (FR) Sono uno studente liceale e le scrivo, egregio dottor Lubrano, per esprimere la mia indignazione a proposito del commento a una lettera apparsa mercoledì 4 ottobre intitolata «Non c'è rispetto per i caduti del '99». Si inneggia spesso alla Repubblica partenopea del 1799 ma nessuno ricorda che quella repubblica, durata solo pochi mesi, costò al Sud in termini di vite umane quel che non è costato all'Italia intera il Risorgimento. Decine di migliaia di partenopei furono trucidati allora dai francesi con il concorso dei loro compagni giacobini. Avevano la sola colpa di essere restati fedeli al loro re, alla loro fede, alla loro terra. Decine di morti per mano sanfedista sono periodicamente ricordati mentre migliaia di morti a pochi chilometri di distanza - a Trani, Andria, Carbonara, Mola di Bari e altrove - per mano giacobina italo-francese passano nel dimenticatoio. I repubblicani volevano liberare il Meridione dalla superstizione e dall'oscurantismo di un regime che era gretto, paternalistico e vernacolare. Ma i rimedi furono peggiori del male, più cruenti. La memoria dei vinti è incisa nel vento.

[La risposta di Lubrano]

Lei mi perdonerà, signor Bruschi, se ho ridotto la sua lunga lettera al concetto essenziale - bisognerebbe ricordare le vittime delle due parti - ma ho l'impressione che la sua indignazione non mi riguardi. Infatti, nel mio commento a una lettera giuntami da Procida io mi limitavo a manifestare la profonda amarezza di qualunque persona civile di fronte all'abbandono nel quale è tenuto nell'isola il monumento ai caduti del ’99. Mi lasci dire comunque che non condivido il suo ragionamento sul conteggio delle vittime. Dovremmo concludere che certi morti per una causa politica valgono più di quelli dell'altro fronte. Condivido invece il suo desiderio di fare onore ai vinti e ai vincitori.


Ritengo la risposta di Antonio Lubrano degna dell’autentico gran signore che è. Una risposta misurata ed equilibrata ad una questione, quella sollevata da Willy Bruschi, che non era minimamente pertinente con la lettera originaria di Onofrio G. Costui, da procidano, si limitava a deplorare lo stato di abbandono in cui versa un monumento storico della sua isola ed alla cui memoria si sente legato in base alle tradizioni procidane ed ai sentimenti di appartenenza e di comunanza che queste debbono e possono ingenerare. Sono certo, comunque, che Onofrio G. avrebbe ugualmente deplorato lo stato di abbandono di un analogo monumento dedicato ai Sanfedisti o a chi per loro. Ho come l’impressione che Willy Bruschi, forse spinto da un po’ di comprensibile…ardore giovanile, cerchi di infilare la questione dei sanfedisti anche laddove non c’è; cosa, del resto, fatta elegantemente notare da Lubrano nella sua risposta (“la sua indignazione non mi appartiene”). Lasciamo perdere i “conteggi dei morti”, ad ogni modo, e rispettiamo la storia e tutti i suoi protagonisti, vincitori e vinti. Questo ci chiedono dal fondo del passato, spesso purtroppo ignorati, per un avvenire migliore. Saluti cordiali. [Riccardo Venturi]


Ok...sono d'accordo.Saluti a Venturi e al suo "infaticabile"staff.Grazie mille. [Willy]

Volevo specificare per amore di onestà e correttezza che, casomai, sono io ad appartenere allo staff. Il vero proprietario del sito è Lorenzo Masetti. Saluti ancora. [RV]

Scusa...non sapevo. Beh comunque sei tu che dirigi l'orchestra.
Ciao e buon lavoro. [Willy]

Nessun bisogno di scuse, ci mancherebbe; è solo per mettere in chiaro che senza Lorenzo Masetti questo sito non sarebbe mai esistito, tout court. Per il resto è un lavoro di squadra con dei meccanismi oramai automatici, o quasi. Saluti! [RV]

29/11/2006 - 15:08


Con affetto e stima dico la mia su questa "annosa" discussione.
Stupidamente si può attribuire ad un'area destrossa la figliolanza dello splendido Canto dei Sanfedisti (ricordo anche due piacevoli interpretazioni non citate quello de 'E zezi - Gruppo Operaio Pomigliano d'Arco e di Ginevra di Marco).

Credo che raccolga in sé un principio di fondo della situazione napoletana (ah...io sono napoletano).

Il popolo del sud ha sempre saputo, e rimando a saggezza popolare, che "ovunque soffia il vento, state pronti a chiudere la solita porta".

Qui non siamo di fronte ad una dimostrazione "d'amore" verso quella o quell'altra posizione politica (mi riferisco ai "francisi" ed ai "maestà"...), ma piuttosto ad un "turbare" un ordine delle cose che a Napoli, il popolo, riusciva a far girare in equilibrio.

Il grande senso di adattamento della razza napoletana (posso con orgoglio vero?) , l'arrangiarsi, aveva costruito una struttura sociale che, anche dal basso, viveva della corte borbonica.

Un po' quello che accade anche oggi.

Di fronte alla condizione di "tanto semrpe in culo ce lo mettono" il popolo preferiva un sistema di cose a cui era abituato ed in cui sapeva muoversi.

La rivoluzione francese della Fonseca era una rivoluzione meramente intellettuale. Non esistevano le "necessità" primarie di ribellarsi a quella situazione. Si faceva la guerra per una "libertà" che il popolo non concepiva.

Non ci si sente oppressi se si impara a vivere dell'oppressione.

Purtroppo ho imparato sulla mia pelle che qualcosa del genere esiste ancora oggi con il sistema camorristico.

Non tutti guardano di buon occhio "l'anticamorra culturale" perché scardina un sistema di cui "si conoscono le regole" per implementarne un secondo "sconosciuto" a persone che sono consapevoli (o credono in questo senso di esserlo) che saranno sempre e comunque vittime.

Tra due mali, meglio quello conosciuto.

Paisa'...potresti spiegarti meglio ? [Willy]

Francesco Chiantese - 25/12/2006 - 22:19


Molto semplice.
Scusa se sono secoli che non passo da qui.
Ma intendo dire che la discussione "se il canto dei sanfedisti" sia di destra o di sinistra mi appare proprio un voler "devoluire", come direbbe un mio amico, il canto dal suo contesto sociale.
I sanfedisti non erano di "destra"...cosa vuol dire affermare che il loro canto è "destrosso"?
Ridicolo.

Si tratta di voler forzare una serie di concetti che invece vanno, come Riccardo sa e fa, esclusivamente contestualizzati.

La vicenda dei Sanfedisti ha deit ratti in comune con il regno di Masaniello, ed i npaoletani lo sanno bene.
Perchè questi tratti nel "popolo basso" di oggi, si trovano ancora.

Si preferisce un sistema che garantisce dei servizi, a discapito di "idee" che si sentono "non porprie in appartenenza".

Si preferisce, ahinoi, il sistema (ad esempio) camorristico che garantisce servizi, protezione, lavoro (sapete che danno anche la pensione alle famiglie di quelli che finiscono in galera?) piuttosto che "l'ideologia della legalità" e la ricerca di uno "stato democratico che non ha mai dato garanzie".

I Lazzari di allora appoggiarono la monarchia (pseudo illuminata...ma almeno ci provava), spinti anche da una parte del clero (ci sono fonti attendibilissime e se volete, appena torno in ufficio, posto le citazioni precise) perchè la rivoluzione che gli veniva proposta arrivava "dall'alto" senza ascoltare le necessità primarie del "popolo basso".
Era una rivoluzione fatta da intellettuali ed a napoli, si sa, non c'era la borghesia che era la prima a guadagnarci dalle rivoluzioni in senso repubblichino (come in francia).
Quindi non trovò, il movimento della Fonseca, un giusto substrato e non seppe ascoltare il popolo.

Questo senso di "diffida" nei confronti di certi "intellettuali" (che il popolo napoletano ha ancora) fu sfruttato abilmente da spagnoli e clero.

Semplice.

Resta un canto meraviglioso, di rivolta popolare, e soprattutto di "narrazione" di un umore.

E' di destra perchè certi valori OGGI vengono considerati di DESTRA?
Ci sarebbe molto da dire su questo...ma evito di farlo.
Proprio perchè la noiosa discussione sul "questo è di destra e questo e di sinistra" è stupida.

Scusate.

Ah, a proposito, ho un Eskimo ed indossavo le Clark, fino a qualche anno fa.
Adesso terrei i sandali "alla francescana" tutto l'anno, se potessi.

Francesco

Francesco Chiantese - 23/3/2008 - 12:26


Ho letto sommariamente i commenti precedenti e faccio le seguenti considerazioni:
- E' errato affibbiare l'etichetta di sinistra o destra, di moda oggi, ai fatti storici del passato. "La Carmagnola", nota come "Canto dei Sanfedisti", è la versione Partenopea della "Carmagnola" cantata dai Rivoluzionari Francesi e della quale esistono varie versioni, di cui una detta "Royaliste" cioè monarchica.
Nella penisola Italia sono note due versioni, la Genovese, di cui è difficile trovare il testo, e la Napoletana, oggetto di questa disputa.
La canzone dice espressamente cosa è stata la Repubblica Partenopea, al di fuori delle forzature storiografiche imposte dagli storici risorgimentali dopo il 1860.
Ho fatto uno studio sulla Canzone, la cui antenata era il canto di protesta dei Canapai di Carmagnola contro i Savoia occupanti del 1580, ed il ballo a cui si accompagnava, ancora in voga nell'Appennino genovese fino agli anni '50, da cui deriva la più nobile "Quadriglia".
L'originale francese del 1792, nel corso degli anni ha avuto nuove strofe aggiunte, una per ogni rivoluzione popolare, del 1870 (Parigi), 1898 (Milano con Bava Beccaris) e 1917 (Rivoluzione Russa).
Tanto per dovere storiografico
Bafurno Salvatore

salvatore.bafurno@fastwebnet.it - 7/11/2008 - 18:41


Vorrei aggiungere da musicista e studioso della cultura Italiana, che questa bellissima canzone popolare è come sè cristallizzasse in poche strofe la situazione del nostro paese, esistono due Italie una a Sud ed una a Nord e le loro culture sono profondamente diverse ed inconciliabili, in mezzo il centro, un territorio di confine dove la cultura non esiste, ma solo un territorio di scontro, oggi la borghesia capitalista partita da quel periodo è arrivata al massimo della sua espressione superando il socialismo reale, i problemi del Sud Italia sono rimasti gli stessi, per questi capitalisti borghesi e per tutti i governi che si sono succeduti non è stato mai importante favorire qualsiasi tipo di sviluppo nel mezzogiorno ma anche perchè i modelli di pensiero e di comportamento sono diversi, oggi al governo c'è un milanese che ha preso parecchi voti proprio dal Sud Italia, come non sì sà. Comunque vi è una strofa del canto molto significativa "Libertè Egalitè, tu rubi a mè io rubo a te!" E' molto semplice in Italia si è sempre fatto così....o forse anche nel resto del mondo?

Mario - 24/11/2008 - 00:44


Controrisorgimento – Il movimento filoestense apuano e lunigianese

Sono trascorsi 150 anni (1859-2009) dai moti risorgimentali apuani e lunigianesi, solitamente narrati e ricostruiti come moti collettivi filounitari, che portarono i territori corrispondenti all’attuale provincia di Massa Carrara all’annessione al Regno Sabaudo. A molti anni da quegli eventi sono ancora poche le ricerche storiche che si basano su fonti di archivio e scritti dell’epoca. Molte ricostruzioni si sono, infatti, inserite all’interno dei due filoni nazionali di studi risorgimentali, quello crociano e gramsciano, senza prendere in esame i tanti documenti presenti all’archivio di Stato di Massa. Non a caso Nicola Guerra, l’autore di questo minuzioso studio sul Risorgimento apuano-lunigianese, ricorda la sorpresa provata nel constatare che i faldoni dell’Archivio di Massa inerenti i rapporti di Pubblica Sicurezza di quegli anni risultassero ancora impolverati e con molte pagine che il tempo e la mancata consultazione presentavano incollate una sopra l’altra.
Nicola Guerra ci presenta, in questo interessantissimo studio, un quadro storico complesso ed articolato che evidenzia una situazione sociale e politica ben lontana dalla collettiva sollevazione popolare filounitaria spesso narrata.
Seguendo la ricostruzione storica e sociale dello studioso apuano si intraprende un percorso, piacevole anche dal punto di vista narrativo, che presenta con chiarezza come nel comprensorio rispondente alla attuale provincia di Massa Carrara si verifichi una reazione filoestense, determinata da scelte e comportamenti individuali e collettivi, che assume i tratti tipici di un movimento di resistenza e di un fenomeno di volontariato militare.
L’autore, oltre a presentare una ricostruzione accurata e intrigante, affronta l’inquadramento di tali eventi all’interno del dibattito storiografico nazionale che lo porta a formulare e rispondere ad un chiaro interrogativo: il Risorgimento fu moto di unificazione nazionale, rivoluzione mancata o guerra civile?
Controrisorgimento – Il movimento filoestense apuano e lunigianese, questo il titolo dello studio pubblicato dalla Eclettica edizioni, riesamina il fenomeno risorgimentale non come evento a se stante, e dopo l’inquadramento nel contesto storiografico, guida il lettore in importanti considerazioni che affrontano una tematica attuale come quella della nascita dell’identità nazionale.
Nicola Guerra, percorrendo tramite fonti di archivio inedite la storia locale di un momento cruciale del nostro Paese, porta alla luce dettagli curiosi, a volte anche tragici, di uomini e donne che diedero vita al fenomeno che l’autore definisce come Controrisorgimento. Gli eventi locali trattati non restano scollegati dal contesto nazionale, come troppo spesso accade agli studi di “storia locale”, ed in questa ricerca rappresentano una importante componente di quel insieme di “storie” che costituiscono e rappresentano il Risorgimento italiano ed il processo di unificazione.
Nicola Guerra, dopo aver contribuito alla ricostruzione del fenomeno migratorio apuano e lunigianese ed al suo inquadramento nella grande storia dell’emigrazione nazionale (Partir Bisogna. Storie e momenti dell’emigrazione apuana e lunigianese, 2001), ci offre ora l’opportunità di comprendere meglio la nascita dell’identità nazionale, il risorgimento ed il controrisorgimento, nel nostro territorio e nel nostro Paese.
Non resta che augurarci che questo importante studio, pubblicato dalla giovane e promettente casa editrice Eclettica, avvii un dibattito e favorisca nuove ricerche su una tematica tanto importante non solo a livello storico ma anche socio-politico in una Italia ed in una Europa che vedono la forte rinascita di identità locali che talvolta si integrano ed altre volte confligono con le identità nazionali.

Nicola Guerra

Nato a Massa (Ms) nel 1969, laureato in Economia e Commercio presso l’Università di Pisa con una tesi sull’emigrazione italiana, ha pubblicato una importante monografia (Partir Bisogna. Storie e momenti dell’emigrazione apuana e lunigianese, 2001) e numerosi articoli sul fenomeno migratorio nazionale e locale.
Attualmente è dottorando di ricerca presso l’Università di Turku (Finlandia) dove si occupa di studi sul volontariato militare italiano.

Indirizzo per ordinare lo studio: info@ecletticaedizioni.com

wotan - 30/6/2009 - 17:34


Qualcuno potrebbe tradurre questa canzone? che significa ad esempio "sona li cunsiglia?"

nicola - 3/11/2010 - 11:43


Grazie mille "Bartleby", per la tempestiva traduzione.
Ho ancora da fare una richiesta,
sapete per caso il contenuto della strofa che dice "a lo mulo senza guerra se tiraje l'albero 'nterra?"

Grazie

nicola - 4/11/2010 - 11:57


Vi ringrazio ancora per le traduzioni e i chiarimenti.
Francamente non mi aspettavo di trovare tanta vita in questo sito.
Cordialmente,
Nicola

nicola - 6/11/2010 - 02:07


Salve, ho apprezzato molto il dibattito serrato attorno a questo canto; in passato, con una punta di sarcasmo, facevo notare a qualcuno dei miei amici che lo cantava (in un impeto di "folk revival") cosa effettivamente stesse cantando: una sorta di inno che sbugiardava il filone ideologico connesso al concetto moderno liberale di libertà e di rivoluzione, quello (come è stato ben chiarito sopra) risalente alla Rivoluzione francese.
Tuttavia, secondo me è molto meglio considerare il "Canto dei sanfedisti" per come si mostra, cioè una testimonianza canora di una precisa presa di posizione, in un preciso momento storico. La "rivoluzione passiva", importata, non poteva funzionare, come molte altre "pratiche" importate in Italia...

Aggiungo che in effetti forse questo canto non è proprio adatto a figurare in un sito di "Canzoni contro la guerra": forse sono troppo preciso io, ma il "Canto dei sanfedisti" non l'ho mai percepito come una "canzone contro la guerra". Se poi allarghiamo il campo semantico di "guerra" con "oppressione" (mi pare d'aver colto sia la tendenza del sito, o mi sbaglio?) allora si potrebbe assumere appunto come testimonianza di una componente storica reazionaria, in seno alla società borbonica dell'epoca, ma non un certo una "canzone contro la guerra", vista anche la brutta fine che ha fatto Eleonora Pimentel.
Non so, forse do un'interpretazione "astratta" e troppo "pacifista" alla categoria "canzone contro la guerra"?

Enrico Maria Simoniello

Enrico Maria Simoniello - 13/3/2011 - 21:16


Caro Enrico, forse dovremmo scriverlo nell'intestazione da quante volte ci viene fatta questa osservazione, ma da tempo la scelta di questo sito è stata di includere accanto alle canzoni più propriamente pacifiste o antimilitariste anche le canzoni "dentro la guerra" che testimoniassero punti di vista spesso anche contrastanti.

Il canto dei sanfedisti si può sicuramente considerare "contro l'oppressione" ed è comunque un'importante testimonianza di come una guerra di conquista (seppure travestita da Rivoluzione) fu vissuta all'epoca da gran parte del popolo napoletano. Naturalmente siamo tutti d'accordo che alcune sue strofe siano di carattere tutt'altro che "pacifista".

CCG/AWS Staff - 13/3/2011 - 21:43


Sono davvero stupito dall'inserimento di questo canto barbaro e squallido frammischiato ad alti canti di Giustizia e Libertà. Il fatto che questo tal Barra fosse amico di De André non significa niente. E' responsabile di aver rimesso in giro questa vergogna, provocando un'opera tanto di comodo quanto ripugnante di puro revisionismo storico. La reazione dei sanfedisti al governo repubblicano fu terribile e sanguinaria. La Repubblica Partenopea portò una legislazione avanzata, i suoi fautori erano uomini eccezionali, veri uomini, eroi romantici, martiri della giustizia e della libertà. Lo so bene, la legislazione se non attuata, rimane solo sulla carta. Ma questo, gli eroi della Repubblica lo sapevano bene, non si deve pensare fossero così sprovveduti o ingenui da non saperlo. Semplicemente non ebbero modo e tempo di farla. La situazione sociale napoletana era all'insegna della povertà, della fame, dello squallore e dell'ipocrisia clericale. Le vite passavano senza significato. La superstizione era ancora più sovrana dei re oppressori e ignoranti. Il vigliacco Russo seppe sfruttare l'ignoranza della plebe napoletana, che agì contro il suo interesse, mostrando se non altro quanto avessero ragione gli illuminati della Repubblica nel dire, loro per primi, che la legislazione rimaneva solo nella carta se prima non si fosse avuta un'educazione laica e avanzata per tutti. E' triste leggere certe stupidaggini e parzialità in questo spazio.

Gabriele - 19/1/2012 - 22:30


E per finire, non è affatto vero che destra e sinistra non vogliano dire niente. Questo è un canto di estrema destra, della peggiore destra. E' un canto di reazione. Ci sono anche i canti di chi, in quel periodo storico, stava dall'altra parte? Ci sono i canti, che so di quegli ebrei a cui fu tolta ogni discriminazione dalla "terribile" invasione francese? O di quei giovani che con la Francia rivoluzionaria vedevano, a ragione, perchè c'è sempre chi ha ragione e chi ha torto, e non sono tutti uguali, come durante la RSI e la Resistenza, la speranza di un migliore avvenire? Non è una domanda polemica, chiedo davvero se ci sono. Tanto per rifarsi la bocca.

Gabriele - 19/1/2012 - 22:41


Per Gabriele, certo che ci sono alcuni canzoni dell'"altra parte", anche se non si tratta di canti popolari dell'epoca: ad esempio Eleonora e Donna Lionora. Il primo brano è addirittura opera di Eugenio Bennato che è stato insieme a Peppe Barra uno dei fondatori della Nuova Compagnia di Canto Popolare.

Se poi conosci altri canti popolari dell'epoca che raccontano la storia della Repubblica Partenopea da un altro punto di vista non esitare a segnalarceli.

CCG/AWS Staff - 19/1/2012 - 23:39


Questo era l'inno della Repubblica, "I dritti dell'uomo", di Luigi Rossi

D’un dispotico potere
Ite al foco infami editti,
Son dell’uomo i primi dritti:
Uguaglianza e Libertà.
Non v’è servo, né signore,
Vincitor non v’è, né vinto;
Sol dall’un l’altro è distinto
Per comune utilità.

Son dell’uomo i primi dritti:
Uguaglianza e Libertà.

Per serbar tai dritti illesi
E una vita più sicura,
Dallo stato di Natura
Venne l’Uomo alla città.
Ma non turba il social nodo
L’uguaglianza de’ mortali,
Tutti liberi ed uguali
Sono ancora in società.

Son dell’uomo i primi dritti:
Uguaglianza e Libertà.

Solo il popolo è sovrano;
Egli solo ha scettro e brando;
Nascer dee dal suo comando
Ogni giusta autorità.
Tutto lice, tutto giusto;
Ma se turbi agli altri il dritto
Nasce ancora il tuo delitto
Dell’offesa umanità.

Son dell’uomo i primi dritti:
Uguaglianza e Libertà.

V’è la legge che t’affrena,
Che t’assolve e ti condanna:
legge santa e non tiranna
Che più libero ti fa.
Del voler universale
Figlia è sol la nostra legge;
Ugualmente ella ci regge
Piena e premio ella ci dà.

Son dell’uomo i primi dritti:
Uguaglianza e Libertà.

Sol distinto è agli occhi suoi
Chi sente acceso al core
Di virtù, quel sacro ardore
Che maggior di sé lo fa.
D’un dispotico potere
Vanno al foco or gli empi editti:
Son dell’uomo i primi dritti:
Uguaglianza e Libertà.


Ad ogni modo, intendevo chiedere se ci fossero anche canti in qualche modo filofrancesi del medesimo periodo storico anche in altre regioni d'Italia. Il sito è un'autentica fonte dell'oro, è bellissimo, per questo mi faceva dispiacere ancora di più sentire questo canto malvagio di una massa che è plebe e non vero popolo. E mi dispiaceva questo qualunquismo secondo cui anche queste efferatezze divengono patrimonio comune solo perché compiute dalle classi subalterne al massimo grado dello sfruttamento, quello volontario.

Gabriele - 20/1/2012 - 00:18


Beh, non bastano certo nobili ideali e uomini nobili perchè una rivoluzione sia altrettanto nobile e ‎buona e giusta. Per quanto molti di loro fossero indubbiamente personaggi di elevata statura ‎culturale e morale, i repubblicani partenopei furono - a mio avviso – degli idealisti ingenui ed illusi ‎e per giunta la loro breve esperienza fu possibile solo grazie alle armate francesi, che ai napoletani ‎ne combinarono di cotte e di crude, a cominciare dal massacro del 20 gennaio 1799.‎
E l'ingenuità e la totale avulsione dalla realtà di Lauberg, Ciaia, Cirillo e compagni è dimostrata dal ‎fatto che le grandi riforme vagheggiate dai repubblicani, come l’eversione della feudalità, ‎furono realizzate nel Regno di Napoli solo qualche anno dopo, ma sotto il Bonaparte imperatore.‎

Bartleby - 20/1/2012 - 11:35


"Il sito è un'autentica fonte dell'oro, è bellissimo, per questo mi faceva dispiacere ancora di più sentire questo canto malvagio di una massa che è plebe e non vero popolo"

Commento intriso di razzismo radical chic e di puzza sotto il naso che è solo una variante di quello di stampo prettamente classista. Retorica perbenista e moralista che ieri apparteneva ieri ai razzisti lombrosiani ed oggi ereditata dal ciarpame leghista e borghese del nord a cui l'autore fa buon eco. Per tale demagogia quelle del sud sono e saranno sempre immonda "plebe". Io mi onoro da "terrone, cafone e plebeo" di farne parte. Plebe che non si èmai fatta mettere i piedi in testa da nessuno. Ne dai nazi-fascisti nel '43 nè dagli invasori e dai taglia teste francesi e dai loro satrapi nel '99. Il popolo quando ha fame non mangia belle chiacchiere ed utopia.

Alfredo - 20/1/2012 - 11:35


Ullallà, Alfredo, stai calmino! ‎
Un conto è avere un proprio punto di vista, un proprio giudizio, anche duro, su di un certo periodo ‎storico ed un altro è insultare chi esprime le proprie opinioni, giuste o sbagliate o parziali che siano, ‎a meno che non si tratti di idee criminali, e non è certo il caso di quelle espresse dal "giacobino" ‎Gabriele...‎

Purtroppo devo constatare che ultimamente su queste pagine coloro che, anche a ragione, difendono ‎l’analisi storica “meridionalista” sempre di più si abbandonano all’insulto gratuito all’indirizzo di ‎chi non la pensa come loro, o proprio come loro. Ma forse costoro, a differenza di meridionalisti di ‎gran calibro come Salvemini o Gramsci o Di Vittorio (per citarne solo alcuni), sono solo dei faziosi ‎intrisi di retorica neoborbonica, questa sì opposta ed uguale - ed altrettanto penosa - a quella ‎leghista che tanto danno ha fatto e sta facendo al nostro Paese…‎

Bartleby - 20/1/2012 - 13:12


Non facciamo gli avvocati delle cause perse. Etichettare le massi popolari meridionali in quel modo (quelle del "populo bascio" dei lazzari e degli straccioni e non dei nobili e ricchi raffinati del salotti rivoluzionari) è un vero insulto da razzisti. Non esiste una "retorica neoborbonica" ma una ricostruzione degli avvenimenti al di fuori da come è stata raccontata dalla storiografia ufficiale. Croce non era neoborbonico come Antonio Ciano (autore de "I Savoia e il massacro del sud che invito a leggere) non è di destra. Saluti!

Alfredo - 20/1/2012 - 14:17


Bartleby, è del tutto evidente che il governo repubblicano non fu in grado di attuare quei cambiamenti profondi che avrebbe voluto. Non ci riuscì per la sua debolezza, per essere stato travolto da forze enormemente più potenti di lui, che potevano godere del fatto che per secoli erano riusciti a dominare una massa che erano riusciti a far restare sempre plebe. La sovranità fu limitata e soprattutto fu, proprio temporalmente, effimera. Ma alla fine la legislazione ha sempre effetti concreti, se avesse avuto tempo, anche la Repubblica Napoletana lo avrebbe avuto. Ma quei martiri della Libertà e della Giustizia furono travolti barbaramente, con violenza e odio primordiale e inquietante. Questa è la storia, ufficiale e no, è la verità. Quindi, Bartleby, quello che volevo sottolineare è che non era vero che quei martiri erano degli sprovveduti che non sapevano quale fosse la realtà effettuale, lo sapevano, la Pimentel Fonseca per prima, ma non riuscirono in sei mesi a fare quello che nessuno, in nessun modo, avrebbe potuto fare. Forse se si ricordasse un po' di più una delle esperienze più mirabili che questo paese abbia mai visto invece di questo canto, che ripeto, è proprio malvagio, saremmo un passo o anche più avanti.
Alfredo mio, io spero per te che tu non ti onori veramente di essere plebeo e cafone. Non c'è niente di bene in questo. Il popolo che è orgoglioso di essere plebeo e cafone è solo utile a chi vuole che lo resti per fare i propri comodi. Il razzismo, caspita, è una cosa talmente grande, con tali significati sovrumani e antiumani nella storia, che evocarlo così a caso è davvero grave. Io non ho detto che il popolo del Sud è tutto plebe e sempre lo rimarrà. Un popolo come quello che fece parte di questa odiosa ed esecrabile ribellione reazionaria e malvagia, e non ho paura di apparire retorico né voglio essere necessariamente politically correct, era e non poteva che essere che plebe. Così come è proprio della plebe questo campanilismo insensato che si alimenta delle rivalità tra zone del paese e questo cercare di dare sempre la colpa agli altri.
L'abusatissimo termine radical-chic poi, finché lo diceva Montanelli tanto tanto, ma quando a dirlo sono i Belpietro e gli Alfredo allora è solo un insopportabile e inconsistente modo per delegittimare l'"avversario".
La plebe i piedi in testa purtroppo invece se li fa mettere quotidianamente, da allora fino a Cosentino, con la presenza costante mafiosa.
E l'unico modo per creare un mondo migliore, anche per i figli di questa "plebe" non è l'esaltarne lo stato di plebe ma il lottare perché in un futuro questo stato cessi di esistere.
Ai leghisti tutto questo non interessa, non penso proprio che si considererebbero figli della Repubblica Partenopea, sono loro gli odiatori di Garibaldi.

Gabriele - 20/1/2012 - 15:45


Alfredo, non mi pare proprio che le opinioni espresse da Gabriele possano essere tacciate di razzismo. Intanto, qualora lo fossero state davvero, sarebbero state "moderate" dai nostri sempre attenti e presenti (ancorchè perfidi) Admins. In secondo luogo, non mi pare che sia razzista sostenere che il popolo non comprese quell'esperienza: non ne aveva gli strumenti, non glieli aveva forniti la dominazione borbonica e nemmeno però - aggiungo io - glieli fornirono i saccheggiatori del generale Championnet. Furono soprattutto la ferocia e l'avidità dei francesi a portare il popolo contro la Repubblica, e può darsi che l'effetto sia stato voluto perchè il Direttorio mica vedeva di buon occhio una piccola "rivoluzione francese" in Italia autonomamente gestita dai "nativi". Tant'è che solo pochi anni dopo le cose andarono molto diversamente sotto la dominazione francese, ma questa volta sicuramente monarchica e non per interposta repubblica.

Comunque, sono passati oltre 200 anni e, fino a prova contraria, nessuno di noi qui è uno storico ed ognuno ha il diritto su queste pagine di esprimere le proprie opinioni - purchè non siano palesemente infondate o razziste o totalitariste o sessiste - senza essere insultato.

Detto questo, mi pare pure che di questi tempi ci sia da leccarsi i baffi ad incontrare un sito come questo dove, solo per fare un esempio tra i molti, convivono questo "Canto dei Sanfedisti" con la già citata Eleonora, che mi pare sia di un tal Eugenio Bennato, lo stesso - mi sembra - di Brigante se more, uno che la storia del Sud l'ha sempre vista senza i paraocchi dei partiti e delle fazioni. E che non ha mai avuto bisogno di insultare nessuno.

Saluti.

Bartleby - 20/1/2012 - 19:32


Le esperienze imposte (come tale fu quella voluta dai filofrancesi) non si devono comprendere, si devono combattere poichè ogni imposizione è tirannia. Lo storico filo-rivoluzionario Vincenzo Cuoco (testimone oculare degli avvenimenti) ammette la netta lontananza ideale e reale fra il popolo e l'elitè filo francese nella sua opera "Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799":

« I Francesi furono costretti a dedurre i princìpi loro dalla più astrusa metafisica, e caddero nell'errore nel qual cadono per l’ordinario gli uomini che seguono idee soverchiamente astratte, che è quello di confonder le proprie idee con le leggi della natura. Se mai la repubblica si fosse fondata da noi medesimi; se la costituzione, diretta dalle idee eterne della giustizia, si fosse fondata sui bisogni e sugli usi del popolo; se un'autorità, che il popolo credeva legittima e nazionale, invece di parlargli un astruso linguaggio che esso non intendeva, gli avesse procurato de' beni reali, e liberato lo avesse da que' mali che soffriva; forse… noi non piangeremmo ora sui miseri avanzi di una patria desolata e degna di una sorte migliore. »

Ma la Pimentel non era quella che compose l’epitalamio "Il tempio della gloria", un ponderoso poema per cantare le glorie delle due da voi odiate dinastie degli Asburgo e i Borbone? A tali "eroi romantici, martiri della giustizia e della libertà" di ogni tempo dedico anch'io qualcosa ossia la canzone "Arrivano i buoni" di Edoardo Bennato. Me ne sembra concettualmente la piu'accurata descrizione. Saluti a tutti i "giacobbe".

Alfredo - 20/1/2012 - 21:19


Quello che tu dici è ovvio e non l'ha mai negato nessuno, sarebbe folle chi lo fa. Quella citazione di Cuoco è inoppugnabile. Quella canzone non mi piace. Il negare alla radice la possibilità che "i buoni" (che personalmente possono anche non esserlo, sono buoni per le idee che hanno) arrivino è secondo me il viatico per il qualunquismo.
Il tempio della gloria è un'opera immatura, la Pimentel cambiò prospettive politiche e fu assassinata barbaramente con l'approvazione di quella stessa malvagia plebe che cantava canzoni come queste. Fu una partigiana del suo tempo, perché mise la sua vita a disposizione della Libertà e della Giustizia.

Gabriele - 20/1/2012 - 21:53


Ora, questo mio insistere sulla "malvagia plebe" a riemergerlo pare stucchevole anche a me, ti prego di intenderlo come provocazione. Ovviamente si tratta di una questione culturale che rende possibile l'emergere dei peggiori istinti comuni a tutti gli esseri umani.

Gabriele - 20/1/2012 - 22:00


Sono d'accordo con te e con il Cuoco che, da testimone diretto della rivoluzione napoletana, scriveva anche: "Io imprendo a scriver la storia di una rivoluzione che dovea formare la felicitá di una nazione, e che intanto ha prodotta la sua ruina. Si vedrá in meno di un anno un gran regno rovesciato, mentre minacciava conquistar tutta l'Italia; un'armata di ottantamila uomini battuta, dissipata, distrutta da un pugno di soldati; un re debole, consigliato da ministri vili, abbandonare i suoi Stati senza verun pericolo; la libertá nascere e stabilirsi quando meno si sperava; il fato istesso combattere per la buona causa, e gli errori degli uomini distruggere l'opera del fato e far risorgere dal seno della libertá un nuovo dispotismo e piú feroce."

Mi pare che ce ne sia un po' per tutti, e anche per gli illusi giacobini. Ed è così, perchè la Storia è sempre più maledettamente complessa di quanto sia nelle riduzioni opportunistiche dell'una o dell'altra fazione...

Saluti a tutti i "ferdinando"

PS Io non so mica se ce l'ho più coi Borbone o coi Savoia, anzi, per me pari sono: despoti e macellai.

Sandro Giacobbe - 20/1/2012 - 22:11


Scusate, pardon, ma di fronte ai sanfedisti, che suoni o non suoni il violino, sarò sempre giacobino.

Gian Piero Testa - 20/1/2012 - 23:16


Le deformazioni clericali-sanfediste-borboniche e intellettualistiche (da quella liberale a quella marxista) della complessa e poliedrica esperienza storica della Repubblica Liberaldemocratica napoletana del 1799, quale nella ’realtà effettuale’ si svolse, non mettono mai in luce il consenso che, pur nei pochi mesi di vita, la Repubblica ebbe comunque nel variegato mondo popolare napoletano e nelle province (anche se molto c’è ancora da studiare per la scientifica distruzione clericale-borbonica dei documenti sull’esperienza repubblicana).

Gli esempi sono dati dai due Grandi Martiri Popolani del 1799 quali furono Michele Marino e Antonio Avella.

Michele Marino era vinaio ed aderì con entusiasmo alla Repubblica, impegnandosi notte e giorno per difenderla e diffonderla, con tale spirito animoso e ardente che fu denominato ‘il Pazzo’.Salì il patibolo il 29 agosto con Nicola Fiani, Nicola Fasulo, Gaetano De Marco e l’altro amico popolano Antonio Avella.

Come dice il grande storico dei Martiri napoletani e italiani del Risorgimento Mariano D’Ayala (la cui Cappella nel Recinto degli Uomini illustri del Cimitero di Poggioreale è abbandonata al degrado, con scandalo grave vicino a quello del Carmine) ”egli il primo salì animoso la scala del patibolo” e così resta e resterà profondo nella nostra memoria grata e commossa con questo gesto deciso, nobile e indimenticabile di fede civile e politica. Antonio Avella era del popolo di Porta Capuana ed aveva un negozio di oli e commestibili sulla parte destra dello spiazzo che precede la monumentale porta cinquecentesca. Era chiamato anche ‘Pagliuchella’.

Egli aveva partecipato con altri popolani al contrasto contro la venuta dei francesi, sia condizionato dall’infame propaganda clericale-borbonica che per dieci anni (dal 1789 al 1799) era stata scatenata specialmente dai pulpiti contro la Rivoluzione francese e i suoi principi, fino a presentare i soldati francesi come ‘mangiatori di bambini’ (con una fanatizzazione delle masse che ha avuto pari solo nelle propagande totalitarie fasciste, naziste, comuniste staliniste), sia perché pensava che si dovessero perciò difendere la religione e la patria.

Ma quando si avvide che la Repubblica significava rispetto profondo per la religione e riscatto della dignità di ogni essere umano, non più suddito o servo, ma cittadino libero, aderì con slancio alla repubblica e fu nominato giudice di pace nel suo quartiere. E si impegnò notte e giorno per introdurre nel mondo dei lazzari napoletani abbandonati colpevolmente e volpinamente dai potenti clericali e politici alla miseria, all’ignoranza, alla superstizione secolari, in modo da poterli tenere sempre soggetti e sfruttati, raggi di dignità, di libertà, di coscienza dei propri diritti di popolo.

Onde lasciare un esempio crudele e ammonitore allo stesso mondo popolare, i clericali sanfedisti borbonici, servi degli inglesi anglicani di Nelson soprattutto, lo martirizzarono in modo più spettacolare, portandolo prima per le strade sopra un asino con le mani legate dietro la schiena e strette da due mazze (da sembrare ed essere veramente un Crocifisso), per essere schernito.

Ma egli, come dice il nostro grande D’Ayala ”lieto di aver fatto il suo primo ed ultimo dovere, saliva imperterrito le scale del patibolo soltanto trafitto dal pensiero di lasciare gli amati moglie e figli.”

Gabriele - 21/1/2012 - 22:10


Scusa Gabriele, benchè io sia in sintonia con l'ultimo, stringato ma efficace, intervento di Gian Piero Testa, trovo la tua retorica "romantica" (ammesso che sia proprio tua e non il frutto di copia-incolla senza citazione) davvero un po' stucchevole...
Pensi che i giacobini, dopo la sanguinosa presa di Napoli da parte delle truppe francesi nel gennaio del 1799 (8.000/10.000 morti fra i resistenti "lazzari"), non sapessero che, se le cose gli fossero andate storte, la reazione sarebbe stata altrettanto feroce?
"Io vado a battermi, ma questo collo mi puzza di sapone", disse il giacobino Gennaro Serra, figlio del duca di Cassano, comandante della guardia repubblicana e uno degli ultimi resistenti ai sanfedisti: fu decapitato il 20 agosto 1799 sulla piazza del Mercato...
Trovo inutile opporre ad una retorica neoborbonica un'altra di segno uguale e contrario.
Quella della Repubblica Partenopea fu un'esperienza sbagliata, una rivoluzione subito abortita perchè d'importazione, appaltata alle armi francesi e alle loro esose e antipopolari pretese, milioni e milioni di ducati imposti come tassa di guerra ad una città già miserrima e senza che nemmeno si potesse attingere alle casse del Regno perchè il vigliacco Borbone se l'era portate via nella sua precipitosa fuga in Sicilia, scortato dagli inglesi....
I repubblicani fecero la fine che avevano riservato ai loro nemici e soprattutto a quel popolo in nome del quale dicevano di aver preso il potere. Una contraddizione enorme che sapevano benissimo avrebbero rischiato di pagare con la vita se non fossero prevalsi.

Bartleby - 22/1/2012 - 12:29


"Le deformazioni clericali-sanfediste-borboniche e intellettualistiche (da quella liberale a quella marxista) della complessa e poliedrica esperienza storica della Repubblica Liberaldemocratica napoletana del 1799, quale nella ’realtà effettuale’ si svolse, non mettono mai in luce il consenso che, pur nei pochi mesi di vita, la Repubblica ebbe comunque nel variegato mondo popolare napoletano e nelle province (anche se molto c’è ancora da studiare per la scientifica distruzione clericale-borbonica dei documenti sull’esperienza repubblicana).

E arriviamo alla negazione di quell'evidenza che il Canto di questa pagina e il Cuoco hanno dimostrato ossia che la repubblichetta filo-francese e le utopie astratte dei suoi artefici non avevano nessun effettivo consenso popolare cosi' come speravarono invano di avere decenni dopo i fratelli Bandiera.

Alfredo - 22/1/2012 - 20:18


Beh, sì, anche i fratelli Bandiera, veneziani che finirono a crepare inutilmente con alcuni altri in Calabria, sono tanto celebrati dalla retorica risorgimentale ma, a leggere della loro infelice avventura, non si capisce davvero se c'erano o se ci facevano...
A loro ricordo resta, oltretutto, un orribile monumento in calcestruzzo inaugurato negli anni 60 addirittura da un presidente della Repubblica, il socialdemocratico Saragat (ve lo ricordate? Sembra un'epoca più lontana ancora di quella risorgimentale!)

Bartleby - 25/1/2012 - 12:09


Gli "eroi" repubblicani saranno stati anche mossi da bellissime intenzioni, ma de facto diedero il via all'invasione francese. Secondo me, quello che ancora brucia ad una certa classe politica di sinistra (o liberi pensatori di sinistra) è l'enorme fallimento della repubblica.
Voglio evidenziare alcune cose.
1) la repubblica non nacque nè da una volontà popolare, nè da una necessità borghese, ma dalla nobiltà (un caso unico forse nel mondo)
2) I cosiddetti difensori del popolo non fecero niente per risolvere i problemi dello stesso, anzi, lo videro come un ostacolo, un abberrazione da "educare" e "civilizzare" (quanto mi ricorda il libretto rosso di Mao, oppure l'intento civilizzatore dei Savoia post unità..)
Cari amici giacobini, il popolo è sovrano? o è sovrano solo quando obbedisce alle vostre idee?
P.S. io sono "naturalmente" per la republica e per quegli ideali che la sostenevano, ma non possiamo imporre a nessuno quello che non vuole. Semplicemente nell '99 il popolo, da molti denigrato, non voleva.

Critico - 7/3/2012 - 17:15


Critico, il tuo discorso è fallace.
L'idea che non sia giusto sostenere qualcosa che la maggioranza popolare ancora non sostiene mi pare irragionevole ed ha conseguenze assurde, alcune delle quali mi auguro tu stesso non auspicherai. Per dire, ma davvero gli esempi sarebbero numerosi, quando Mitterrand abolì la pena di morte i sondaggi d'opinione mostravano che una maggioranza assoluta dei francesi era ancora favorevole al mantenimento di quella pena. Oggi, fortunatamente, non è più così. Che il popolo debba essere educato, può sembrare politicamente scorretto, ma non è affatto un'aberrazione. E se il popolo in generale può essere educato, figurarsi quello napoletano dei tempi della Repubblica, che i fatti hanno dimostrato essere ridotto ad una condizione bestiale da parte delle forze reazionarie, con responsabilità primarie del clero.
Infine, non capisco perché il fatto che qualcosa, come ciò che hanno fatto i "giacobini" napoletani e i fratelli Bandiera, poteva benissimo fallire, con conseguenze terribili innanzitutto certamente su loro stessi, ne sminuisca la positività o l'importanza. Anzi, mi parrebbe più banalmente più sostenibile il contrario...
E proprio per finire, avendone le possibilità, Gennaro Serra faceva benissimo ad insaponarsi il collo. Mi auguro che lo facciate anche a voi e questo non va a vostro discapito, malgrado si sappia bene che una buona parte della popolazione mondiale non può insaponarselo. La lotta è per farlo insaponare anche a loro.

Gabriele - 5/4/2012 - 16:18


Che il popolo debba essere educato, può sembrare politicamente scorretto, ma non è affatto un'aberrazione

E' il principio cardine di tutti i totalitarismi... sono i dittatori che vogliono "educare" la massa!

Aurelio - 5/4/2012 - 17:08


E' il principio anche di tutti gli stati di diritto, dove esiste una cosa chiamata scuola pubblica, e mi sembra arduo sostenere che la scuola obbligatoria per tutti non voglia educare il popolo.

5/4/2012 - 18:26


E' infatti anche quella è forma velata di autoritarismo,

Aurelio - 6/4/2012 - 00:38


Ah ho capito. Roba da matti.

Gabriele - 7/4/2012 - 00:26


In fila per tre

Aurelio - 7/4/2012 - 12:30


Criticare un'educazione autoritaria non significa chiedere l'abolizione della scuola pubblica...

Gabriele - 9/4/2012 - 23:46


caro gabriele, il popolo è sovrano, anche se è ignorante. la spinta anti-clericale dei repubblicani urtò la sensibilità della maggior parte del popolo napoletano, e non solo questo, ma anche le riforme andarono quasi tutte a discapito di quei ceti meno abbienti che poi andarono a ingrossare le fila dei sanfedisti. Non prendiamoci per i fondelli..la repubblica inoltre era uno stato fantoccio francese (infatti fallita l'esperienza i francesi subentrarono in prima persona con Bonaparte e Murat).
Resistere allo straniero era una cosa in ogni caso giusta, e successe ovunque nel periodo napoleonico.
Mi spiace che i giacobini abbiano in qualche modo assecondato le mire espansionistiche francesi, e sono convinto che lo fecero a "cuor leggero"..venendo poi traditi nel momento del bisogno. (i francesi non volevano una repubblica di napoli, ma mettere le mani sul regno, cosa che appunto fecero).
Non commento i giudizi sull'educare il "popolo" ho già espresso la mia opinione.

Critico - 19/4/2012 - 13:34


Per questo Gabriele. Sciacquati la bocca quando parli di Peppe Barra, perchè stai parlando di un Universo che tu non conosci. Un Universo di Cultura, Arte e Preparazione Intellettuale che tu non possiedi e sei solo un misero granello di materia. E sciacquati la bocca quando parli di tradizione orale napoletana, entro la quale rientra il Canto dei Sanfedisti, perchè l'ignorante rozzo da educare sei proprio tu...

Gianluca - 19/6/2013 - 01:42

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