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Strina d'u judeo

Massimo Ferrante


Lingua: Napoletano (Laghitano (Vachitano))


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(Massimo Ferrante)


‎[seconda metà 800?]‎
Versi di Francesco Martillotti, detto “Ciccozzu” (1831-1913).‎
Musica di Massimo Ferrante.‎
Dall’album di Massimo Ferrante intitolato “Jamu”, pubblicato nel 2009.‎
Testo trovato su YouTube.‎



“Vorrei che ammutolissero i potenti
e la strada pulissero con la lingua
davanti il più straccione dei pezzenti.”


La strina (strenna) è una tradizione folklorica calabrese – particolarmente radicata a Lago (U' Vacu) ‎di Cosenza - costituita da un canto accompagnato dalla musica del “sazeri” (mortaio in ferro per ‎frantumare i cristalli di sale), della fisarmonica, del tamburello e della chitarra. La strina è tipica del ‎periodo natalizio ma in alcune zone si usa anche durante il Carnevale.‎

La strina laghitana, o “vachitana" è poesia scritta e cantata in dialetto da compositori e musicisti ‎locali, nel periodo compreso tra Natale e i primi di febbraio. Il canto veicola, analizza e commenta ‎con sarcasmo, eventi sociali e politici manifestati in paese. I temi sono morali, politici, sociali, ‎esistenziali, nostalgici e amorosi. Nel passato venivano cantate nelle botteghe degli artigiani e nelle ‎case di laghitani che accettavano il rischio di coinvolgimento in denunce da parte di coloro che ‎erano finiti citati nel testo, ("c'avianu mpacchiati alla strina"). La disponibilità dei proprietari veniva ‎indicata con un ramoscello di ulivo o una lanterna accesa sulla porta di casa.‎

Ogni anno, verso la fine di dicembre, quando la fredda luna inargenta il cielo ‎nelle serate laghitane, si odono le chitarre che accennano il ritornello della "strina".
Per la gente del paese e delle contrade il motivo musicale della "strina", antico e durevolmente ‎concreto, è capace di generare allegria in ogni casa. ‎
Cosí, ormai per tradizione, esso accomuna e rappresenta, con il paesaggio, la gente e la sua cultura.‎
Le origini della "strina" rimangono affidate al mistero della musica piú antica. Le prime tracce sono ‎forse riscontrabili nella remota storia greca, secondo la quale aedi e rapsodi tramandavano da una ‎generazione all’altra i racconti, spesso d’ispirazione mitologica, che essi cantavano ‎accompagnandosi con la lira.‎
Uno dei molti esempi di questa tendenza ci è offerto dai giambi di Archiloco di Paro, i quali ‎venivano accompagnati dal suono di uno strumento a corda chiamato dagli antichi giambica ‎triangolare ed erano declamati da un certo Simonide di Zacinto. ‎
Questi vati, poeti, epici e citaredi, cantavano di consueto davanti a un pubblico eterogeneo e ‎ordinario, nel corso di manifestazioni semplici e dimesse.
Il "cantastrine" laghitano di oggi, accompagnandosi con la chitarra, canta le sue "strine" portandole ‎di casa in casa agli amici, esibendosi anche lui davanti al modesto pubblico d’ogni giorno.‎
In quanto alla tecnica, gli esperti suonatori della "strina" affermano che la chitarra deve essere ‎pizzicata con le dita come era pizzicata la lira di una volta.‎
Il motivo musicale della "strina" laghitana, dunque, sembrerebbe aver sapore di classico popolare, ‎forse richiamando quello degli aedi e dei rapsodi dell’antica Grecia. […]‎
La "strina" interpretava istinti, pensieri e sentimenti, in ogni gamma possibile, e li affidava all'estro ‎e al capriccio popolare. Il bisogno di forme espositive piu' consone alla diversita` dei contenuti ha ‎permesso di variare l'impiego dell'endecasillabo sdrucciolo d'origine con la libera alternanza di ‎sillabe nelle posizioni toniche e atone del ritmo giambico.
Affidati a schemi meno riduttivi, gli argomenti preposti aumentarono, spaziando da espressioni di ‎disagio esistenziale e di aspirazioni ideali a studio di natura e descrizione del soggettivo.
Si hanno cosi´ esempi efficaci di "strine" atte a rimproverare garbatamente o mirate a schernire il ‎diretto avversario; strofe canzonatorie e umoristiche; versi sarcastici volti a ridicolizzare; terzine ‎d'amore appassionato verso una ragazza; testi di argomento politico; inni alla propria terra; ‎rappresentazioni anticipatrici della sceneggiata; satire mordaci contro le donne: alcune generiche e ‎non offensive, altre con diretti riferimenti all'onore muliebre. […] ‎
‎(da Strina Laghitana)
‎'Su nume m'hanu datu de Judeo
Pecchì rispettu 'un puortu a nessunu,
Mancu a lu sangu e né alla carne mea.

Ca signu sempre all'erta ppe' cantari
Ogni parola è cchiù 'e 'na curtellata,
Ca s'e' de spregiu sangu ha dde lassàre.

Nemici tiegnu assai ppe' 'su paise,
Amici nu' nde tiegnu e nu' nde vuagliu;
Ca chine tocc'a mia ce fa le spise.

Ca iu' e 'na cosa sula truovu sfiziu,
Ha de venì' 'nu forti terremuotu
O puramenti 'u jurnu d' 'u judiziu.

D''i poveri 'un truovu compassiona
D''i ricchi mi scipperra li cugliuni,
D''i santi 'un tiegnu mancu divuziona.

Nemicu di guvierni viecchi e nuovi
Su' statu sbirru di la pulizia,
Ma adduvi tu m'attacchi 'un mi ci truovi.

Vulerra vi' li prieviti vrusciare
Intra le vampe de lu paradisu
E ppe' lu pentimientu ventumare.

Vulerra vid' i judici 'n galera,
Li tribunali diventà ' cantina,
Li codici vinduti 'ntra la fera.

Vulerra c'annaspasseru i putienti
Ca 'a strata pulizzasseru ccu' la lingua
Davanti allu cchjiù strazzunu d'i pezzienti.

Si chissu 'un ci avissi a lu vidìri
Mi fazzu 'u stessu 'sa bella cantata,
Cchiù scuru 'e menzannotte 'un po' veniri.‎

inviata da Bernart - 21/5/2013 - 10:02


Ho attribuito la lingua al Napoletano, dialetto Laghitano, perché su Wikipedia si dice che i dialetti ‎calabresi afferiscono al Napoletano al nord, dove sta Cosenza, e al Siciliano al centro sud…‎

Bernart - 21/5/2013 - 10:03



Lingua: Italiano

Traduzione italiana di Miguel Martinez da Kelebek Blog (l’ultima strofa è un tentativo di traduzione di Bernart)‎

Non vi ricorda un po' S’i’ fosse foco?
STRENNA DEL GIUDEO

Il nome mi hanno dato di giudeo
perché rispetto non porto a nessuno,
nemmeno alla carne e al sangue mio.‎

Ho molti nemici in questo paese,
amici non ne cerco e non ne voglio
e chi mi tocca ne fa le spese.‎

Sono sempre all’erta per cantare,
ogni parola è più di una coltellata
che uno sfregio a sangue sa lasciare.‎

Io ad una sola cosa trovo sfizio:
che deve venire un forte terremoto
oppure il giorno del giudizio.‎

Dei poveri non ho compassione,
ai ricchi strapperei le costole,
e per i santi non ho devozione.‎

Nemico dei governi vecchi e nuovi,
sono stato sbirro della polizia
e dove tu mi leghi non mi trovi.‎

Vorrei vedere i preti bruciare
nelle fiamme del paradiso
e per il pentimento bestemmiare.‎

Vorrei vedere i giudici in galera,
i tribunali diventare cantina
e i codici venduti nelle fiere.‎

Vorrei che ammutolissero i potenti
e la strada pulissero con la lingua
davanti il più straccione dei pezzenti.‎

E se tutto ciò non dovesse capitare
Mi faccio lo stesso questa bella cantata
Che tanto più buio che a mezzanotte non può venire.‎

inviata da Bernart - 21/5/2013 - 10:05


Bellissima, grandissimo messaggio! Se devo proprio trovare il pelo nell'uovo dico solo che il testo differisce dal dialetto "Vachitanu" .
Non voglio essere purista, ma......

Bellissimo l'arrangiamento del maestro Ferrante.

FS - 19/4/2015 - 13:22



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