Lingua   

L'operaio Gerolamo

Lucio Dalla
Lingua: Italiano

Lista delle versioni e commenti


Ti può interessare anche...

Le parole incrociate
(Lucio Dalla)
Quando ero soldato
(Lucio Dalla)
Lucio Dalla: Disperato erotico stomp
(GLI EXTRA DELLE CCG / AWS EXTRAS / LES EXTRAS DES CCG)


[1973]
Testo di Roberto Roversi
Musica di Lucio Dalla
Album: Il giorno aveva cinque teste

cinqueteste

Torino, la Germania, la banlieue parigina, Milano (con accento terrone): posti dove si va a lavorare. Dove si va a morire di lavoro. Dove va l'operaio Gerolamo, che è tutti gli operai, che è tutti gli immigrati, che è tutti i sud. Che è tutti i ritmi di lavoro uguali, ossessivi, disumani. Che è tutta la fabbrica dell'abbondanza e dei miracoli altrui. Che è tutta quella cosa che si chiamava comunanza, e che a volte si chiamava pure lotta di classe. Che è tutta la solitudine della produzione per il padrone. Che è la stanchezza della sera. Il sole s'alza e poi cala; l'operaio Gerolamo è ovunque. Ancora. [RV]
S’alza il sole sui monti
E sono ancora a casa
Cala il sole sull’acqua
E mi trovo nella polvere della strada

S’alza il sole sui monti
E adesso sono a Torino
Cala il sole sull’acqua
E mi trovo solo come un cane in angolo
Dentro una mescita di vino

S’alza il sole sui monti
E sono arrivato in Germania
Cala il sole sull’acqua
E sono in una baracca disteso
Al buio con un vecchio maglione addosso
E una lampada che non funziona

S’alza il sole sui monti
E mi trovo a Nanterre, periferia di Parigi
Cala il sole sull’acqua
E sono con gli altri compagni
a vegliare un povero italiano, il mio amico Luigi.

S’alza il sole sui monti
E sono arrivato a Malano
Città dell’abbondanza e dei miracoli e della Madonna
Cala il sole sull’acqua
E non ho nemmeno la forza di guardarmi la mano

S’alza il sole sui monti
E mi trovo qui braccato nella campagna
Cala il sole nell’acqua
Se qualche santo m’aiuta
mi trovo alla fine in una grotta buttato

S’alza il sole sui monti
E sono ferito a morte, ferito al petto e condannato
Povero operaio, povero pastore, povero contadino

S’alza il sole sui monti
E un altro al posto mio è già arrivato.

10/4/2009 - 04:58



Lingua: Francese

Version française - L'Ouvrier Gerolamo – Marco Valdo M.I. – 2009
Chanson italienne – L'Operaio Gerolamo – Lucio Dalla – 1973

Turin, l'Allemagne, la banlieue parisienne, Milan (avec l'accent paysan) : lieux où l'on va travailler. Où on va mourir de travail. Où l'ouvrier Gerolamo, qui est tous les ouvriers, qui est tous les immigrés, qui est de tous les Suds. Qui est tous les rythmes de travail égaux, obsessionnels, inhumains. Qui est toute l'usine de l'abondance et des autres miracles. Qui est toute cette chose qui s'appelait communauté, et qui parfois s'appelait tout simplement lutte de classes. Qui est toute la solitude de la production pour le patron. Qui est la fatigue du soir. Le soleil se lève, puis se couche; l'ouvrier Gerolamo est partout. Encore. (R.V.)


Storia della Leonardo da Vinci Voilà une chanson qui ravit Marco Valdo M.I. qui lui-même se souvient que Marco Valdo, dont il s'inspire, vivait à Turin, était un terrone, un paysan, venu tout exprès dans la ville pour gagner de quoi survivre à peine, mais survivre quand même, lui, sa femme et ses six enfants.

Marco Valdo M.I. qui a écrit (avec Mario Pusceddu) l'histoire d'une association d'ouvriers italiens émigrés dans le pays de Liège (Storia della Leonardo da Vinci di Seraing – Histoire de la Leonardo da Vinci de Seraing – Non siamo più cose, ma protagonisti – Ora e sempre : Resistenza ! ) , se sent lui-même un exilé, un émigré, mais dans son propre pays; il vit en colonisé comme tous les pauvres du monde. Voilà pourquoi il est entré en émigration permanente, comme d'autres sont entrés dans les ordres. Par amitié, par solidarité, par révolte contre l'iniquité libérale.

Marco Valdo M.I. voit aussi le soleil se lever sur la montagne, tomber à l'eau, chaque jour... et lui aussi, a appris à résister, résister encore.

Ora e sempre : Resistenza !

Ainsi Parlait Marco Valdo M.I.
L'OUVRIER GEROLAMO

Le soleil se lève au-dessus de la montagne
Et je suis encore chez moi
Le soleil tombe à l'eau
Et sur la poussière de la route.

Le soleil se lève au-dessus de la montagne
Et maintenant je suis à Turin
Le soleil tombe à l'eau
Et dans un coin, seul comme un chien
Je gis dans une flaque de vin.

Le soleil se lève au-dessus de la montagne
Et me voici en Allemagne
Le soleil tombe à l'eau
Étendu dans une baraque
Dans le noir avec sur le dos un vieux tricot
Et une lampe qui ne fonctionne pas.

Le soleil se lève au-dessus de la montagne
Et je suis à Nanterre, faubourg de Paris
Le soleil tombe à l'eau
Et avec d'autres compagnons
Je veille un pauvre Italien, mon ami Luigi.

Le soleil se lève au-dessus de la montagne
Et me voici arrivé à Malan
Ville d'abondance, de miracles et de la Madone
Le soleil tombe à l'eau
Et je n'ai plus la force de regarder ma main.

Le soleil se lève au-dessus de la montagne
Et je suis piégé ici dans la campagne
Le soleil tombe à l'eau
Si un saint veut m'aider
Je me trouverai finalement une grotte

Le soleil se lève au-dessus de la montagne
Je suis blessé à mort, à la poitrine et condamné
Ouvrier pauvre, berger pauvre, paysan pauvre.

Le soleil se lève au-dessus de la montagne
Et un autre a déjà pris ma place.

inviata da Marco Valdo M.I. - 19/4/2009 - 22:46


L'operaio Gerolamo
di Gioacchino Bona
Carmilla Online, 2 aprile 2022

Il treno per Torino è in arrivo sul binario cinque. Dal 1978 percorro questa linea che dal mio capoluogo di provincia, per ragioni di lavoro, mi porta al capoluogo di regione.

Salgo e come tutti i pendolari, con gli occhi increspati dal sonno, mi metto a dormire. Paesi e paesi si succedono prima della metropoli. Dal 1978 ad oggi, i cambiamenti sono molteplici e, per dirla in breve, le grandi trasformazioni non sono sempre positive.

Salgo e chissà perché, passati quarant’anni, mi viene in mente “l’operaio Gerolamo”, una canzone di Lucio Dalla dai testi di Roberto Roversi, grandissimo poeta bolognese legato al Gruppo 63.

Mi viene in mente quella canzone del 1973, l’ho ancora in testa nonostante il tempo, perché dentro c’è un linguaggio che è narrazione, realtà, che ha riscontri veri con il sociale, dove l’individuo non è più una componente della natura, ma un nuovo agglomerato di produzione e di tecnologia, spettatore inconsapevole della propria vita.

Insomma: l’operaio Gerolamo. L’operaio davanti ai macchinari dell’industria dell’auto, giunto al nord con la valigia di cartone, lavoratore meridionale alla ricerca di lavoro attraverso l’Europa, dalla Germania fino alla periferia di Parigi, alla Torino industriale, dove trova la morte in un incidente sul lavoro.

Una visione del lavoro ancora oggi seriamente critica e disillusa, in balìa delle ingiustizie sociali e legata ai molti disastri ambientali, segno delle tendenze dell’epoca in cui viviamo e delle circostanze che vedono la cronicizzazione delle fabbriche. Di uno scontro sindacale ormai azzerato.

Roberto Roversi fu fortemente ispirato dagli avvenimenti della primavera del 1921, quando a Torino, in seguito all’annunciato licenziamento di oltre mille operai, le maestranze Fiat e Michelin entrarono in sciopero.

Gli industriali risposero con una serrata degli stabilimenti e l’agitazione si concluse agli inizi di maggio con la sconfitta delle organizzazioni sindacali e il licenziamento di oltre 3500 lavoratori.

Gramsci a tal proposito scriveva: gli operai della FIAT sono ritornati al lavoro? Tradimento? Rinnegamento delle idealità rivoluzionarie? Gli operai sono uomini in carne e ossa. Sapevano di lottare e di resistere non soltanto per sé, non soltanto per la restante massa torinese, ma per tutta la classe operaia italiana.

Torino. Un posto dove si va a lavorare, dove l’operaio Gerolamo, che è tutti gli operai, che è tutti gli immigrati, che è tutti i lavori, ossessivi, disumani, che è la fabbrica, la comunanza che una volta era la lotta di classe. Che è la solitudine, l’emarginazione, tutto in nome della produzione per il padrone. Che è tutta quella solitudine creata dai ritmi di produzione, da quel mostro a cinque teste che si chiama capitalismo, che è la stanchezza della sera, l’agonia, la morte lenta davanti alla televisione.

È una condizione di prigionia, una gabbia, una carcere, Operai da catena di montaggio, consumati in produzione, numeri, un ingranaggio di fatica e di una vecchiaia, per chi ci arriva, da scontare in salute.

L’operaio Gerolamo non è più visibile, non si fa più sentire, ma c’è ancora. Mentre le città si trasformano, le vecchie case di ringhiera spariscono, i centri storici diventano salotti e agli occhi si cerca di far trasparire quello che possiamo definire un finto benessere, terribile arma del capitale, ecco: l’operaio Gerolamo c’è ancora.

Ogni volta che andavo a Torino non potevo che pensare a quella canzone. L’operaio Gerolamo, la storia dell’operaio e della sua vita disperata come se nulla stesse accadendo fuori dal lavoro, durante questo viaggio, come nei passi dell’altra canzone che chiude la raccolta, Un’auto targata Torino, dove si consuma un viaggio nella mitologia classica di Scilla e Cariddi, che nella parodia della canzone è il viaggio da Scilla a Torino, il sud originario e la meta torinese, verso la grande industria.

I bagagli con dentro un’infinità di cose, la valigia di cartone, oltre mille chilometri nel lunghissimo paese dove si perde la cognizione dello spazio e del tempo.

La fuga al nord per lasciare la falce in cambio di un martello e di una chiave inglese.

Anche io chiudevo gli occhi come l’operaio Gerolamo durante questo viaggio. Chiudi gli occhi è il verso che apre ogni strofa di quella canzone, come se bastasse chiudere gli occhi per fermare una vita. Chiudere gli occhi è come non vivere.

Mi sveglio che sono quasi arrivato a Torino, davanti alla pubblicità della nuova Panda a reclamizzare il suo motore. Non è una favola allegorica, è uno scorcio della realtà tra storie di emarginazione sociale, denuncia di impoverimento culturale, con un grido costante che ci sia una presa di posizione in difesa dei diritti dell’individuo. L’emarginazione è conseguenza di quel vecchio annoso problema che è l’alienazione meccanica industriale che segna l’alternarsi di moti e stagioni, una natura come una zona franca costantemente minacciata.

Ultima fermata: Torino Porta Nuova. Si scende. Anche il mezzo pubblico è tutt’uno con l’incedere delle stagioni ed è per questo che è insensibile alle alienazioni e alle sofferenze dell’uomo. L’altoparlante annuncia arrivi e partenze. Per un treno che arriva dal sud eccone immediatamente uno che parte.

Oggi, come allora, i finestrini di un treno offrono l’occasione di vedere il paesaggio dimenticato, deturpato, senza più identità.

Nel bel cielo azzurro d’Italia si alza un velo di fumo e si sente odore di bruciato.

Le parole incrociano dove la realtà è questa sconcia rappresentazione e dove il tempo si posa.

E come dicono le parole di quella canzone, quei versi vigorosi, che non fanno sconti, di Roberto Roversi: mattoni su mattoni sono condannati i terroni, a costruire per gli altri appartamenti da cinquanta milioni…

Riccardo Venturi - 19/4/2022 - 09:39



Pagina principale CCG

Segnalate eventuali errori nei testi o nei commenti a antiwarsongs@gmail.com




hosted by inventati.org