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Giuseppe Di Vittorio: Discorso sul Lavoro

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Lingua: Italiano




Testo / Lyrics / Paroles / Sanat:
Giuseppe Di Vittorio

 Giuseppe Di Vittorio


Nel 1953 Giuseppe Di Vittorio pronunciò un discorso sul lavoro. Fu pubblicato sul settimanale della Cgil “Lavoro” il 26 Aprile 1953, n° 17.
Ne proponiamo il brano centrale letto da Mariano Rigillo in occasione della festa del 1° Maggio.
Desideriamo anche ricordare nel riquadro che segue Giuseppe Di Vittorio attraverso una riflessione di Giovanni Rispoli sul Piano del lavoro per il quale Di Vittorio si spese in particolar modo nel primo dopoguerra. Lo Statuto dei lavoratori vide la luce nel 1970 , 13 anni dopo la morte di Di Vittorio, ma le sue fondamenta ideali furono concomitanti alla elaborazione del Piano del Lavoro.

[…] Avanzata nel congresso di Genova del 4-9 ottobre 1949, approfondita in un’apposita conferenza tenuta a Roma l’anno successivo, in febbraio, la proposta del Piano aveva l’ambizione di affidare l’unità tra occupati e disoccupati – preoccupazione di sempre della Cgil – non a una formula retorica, ma a un complesso articolato di proposte, e a modificare insieme gli indirizzi generali dell’economia italiana. Di cosa si trattava? L’idea, innanzitutto, nulla aveva a che fare con un programma di riforme vòlto a un cambiamento radicale dei rapporti sociali. Non si trattava di un progetto socialista, in altre parole. Come spiegò Di Vittorio, “è un Piano che tende (…) a utilizzare la forza lavoro disponibile e le possibilità potenziali di sviluppo della produzione, nella misura in cui sono utilizzabili in un regime capitalista”.
Nessun proposito di rottura del sistema, insomma, ma una proposta per risolvere, nelle condizioni date, problemi strutturali del paese. In un contesto segnato da una forte disoccupazione (più di due milioni di unità), retribuzioni misere e una generale debolezza delle infrastrutture, l’idea era di porre mano a un programma nazionale di opere pubbliche, edilizia popolare, bonifiche e trasformazioni fondiarie, potenziamento della produzione energetica (accompagnato dalla nazionalizzazione delle industrie elettriche). Ulteriori obiettivi, riguardanti il settore manifatturiero, vennero in seguito formulati nel Convegno sindacale nazionale per l’industria e il piano del lavoro del 2-4 giugno 1950.[…]
la proposta ebbe comunque una funzione importante. A contraddistinguerne l’ispirazione, ricorda Trentin, era “la sua carica di alternativa, non solo nei confronti della politica delle grandi concentrazioni industriali, dell’assetto proprietario e contrattuale nelle campagne, ma anche nei confronti dell’organizzazione del potere, nella fabbrica e nella società”. Il Piano si pose obiettivi che nessuno da nessun’altra parte perseguiva: “di sviluppo produttivo, di aumento della produttività, di riconversione industriale, di riassetto culturale dell’agricoltura, di modifica delle condizioni di lavoro”.
Ed ebbe un’altra caratteristica: “la domanda di una nuova dislocazione del potere”, “la costruzione, nel vivo di una esperienza di lotta, di nuovi strumenti di potere”. Un’esperienza associativa originale, che nell’Italia dei primi anni cinquanta ripropone l’effervescenza degli organismi operai e popolari frustrata e sconfitta dal risorgere della vecchia armatura dello Stato. “Il Piano del lavoro fu anche questo – prosegue Trentin –: un movimento che liberò all’interno del movimento operaio e contadino delle immense energie potenziali, delle nuove forme di organizzazione e di direzione; che suscitò l’insorgere di nuovi fatti associativi e organizzativi, di nuove forme di partecipazione dal basso”.
Rilancio dei Consigli di gestione, comitati comunali per l’occupazione, comitati per la terra, comitati cittadini per la difesa dell’occupazione e la riconversione industriale: il Piano stimola una vasta mobilitazione sociale e, richiedendo uno sforzo diffuso e concreto di proposta, di soluzione di problemi specifici per territori specifici, è un’occasione importante di crescita culturale e civile, di formazione di un nuovo gruppo dirigente per la stessa Cgil. Come scrisse Vittorio Foa: “(...) nel corso delle agitazioni per la terra e per il lavoro si adottarono forme di lotta”, ad esempio gli scioperi a rovescio, “che costituivano un’aperta insubordinazione verso il potere padronale di decisione sugli investimenti e sull’organizzazione della produzione, si cercò di non limitarsi a chiedere ma di cambiare le cose senza aspettare il beneplacito del padrone, si collegarono gli obiettivi rivendicativi immediati con quelli di una modificazione duratura dei rapporti agrari e dei rapporti di lavoro, si diede vita a organismi di autogestione delle lotte di base”[…] [Giovanni Rispoli ]

[…] Il lavoro non può espandersi, secondo i crescenti bisogni dell’uomo; non può utilizzare tutta la sua potenza creatrice, per soddisfare le incessanti esigenze di vita e di progresso dell’umanità. Da questo sistema di predominio del capitale, da questo sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sorgono le crisi, la disoccupazione, la miseria, di cui soffrono le popolazioni.
Da questo sistema d’ingiustizia e di sopraffazione, sorgono le cupidigie e le brame di rapina dei grandi monopoli su altri Paesi, su altri mercati, su altre fonti di materie prime. Di qui, sorgono le guerre imperialistiche, coi loro inseparabili e terribili cortei di massacri, di distruzioni, di lutto, di carestia. Il Primo Maggio, pertanto, i lavoratori del mondo intero, celebrando la potenza invincibile del lavoro, rivendicando il loro diritto alla conquista di migliori condizioni di vita riaffermano la loro volontà collettiva di accelerare la marcia verso l’emancipazione del lavoro, che libererà tutta l’umanità dal timore delle crisi, dalla paura della fame, dall’incubo della guerra, ed aprirà ad essa la via radiosa del benessere crescente e di un più alto livello di civiltà. Il lavoro è creatore di beni; il lavoro eleva gli uomini, li rende migliori e li affratella; il lavoro è pace”.

inviata da Riccardo Gullotta - 1/5/2023 - 15:41




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