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Vento nero

Davide Giromini
Lingua: Italiano


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[2019]
Testo e musica / Lyrics and music / Paroles et musique / Sanat ja sävel: Davide Giromini
Album / Albumi: Vento nero
Davide Giromini: Voce, chitarre, piano
Giovanni Biancalana: Contrabbasso

Davide “Darmo” Giromini, neo-chitarrista carrarino (lui dice sul palco di suonarla “da cani”, ma dev'essere sernz'altro un cane di razza, mi viene a mente un cirneco dell'Etna) è, a modo suo, anche e soprattutto un fotografo. Sebbene non lo abbia mai visto con in mano una Leica o una Hasselblad, e non somigli pi' nenti a Fulvio Roiter, per le sue fotografie si serve di voce, note, chitarre, una fisarmonica (almeno fino a poco fa), tastiere, altri musicisti (da quando lo conosciamo, penso che i musicisti, musiciste, controcantanti e altri variegatissimi personaggi che lo hanno accompagnato nelle sue scorribande e progetti potrebbero agevolmente riempire uno stadio in occasione di una partita della Carrarese), compagni e compagne di strada e quant'altro. Davide Giromini fotografa i tempi che corrono, nelle cose che scrive, sòna e canta. Li fotografa, ma sempre con dei punti di partenza storici e sociali; a partire dai suoi eterni anni '80, gli anni dei riflussi e dei rifiuti, gli anni degli sgretolamenti, gli anni degli edonismi e, per un puro capriccio anagrafico, anche gli anni dell'adolescenza del fotografo musicale in questione. Gli anni del salto tra la generazione “che aveva dovuto rispondere a tutto” (Erri De Luca) e quella che si ritrovò a domandare tutto ricevendo risposte evanescenti, cartoni animati giapponesi, paninari e stanchezze dentro. I tempi che corrono sono senz'altro figli diretti di quegli anni, anche se oramai gli anni sono passati e siamo già nei tempi nipoti. Davide Giromini, nel fotografarli via via (un percorso che questo sito ha seguito fin dai suoi inizi), si è spinto ancora più all'indietro; nulla è slegato. E' il fotografo di una putrida ciclicità che non cessa di ammorbare questo paese, da qualsiasi punto di osservazione la si scruti (in questo, una periferia come Carrara vale esattamente quanto Milano o Roma. Così fa in questa canzone appena scritta in tempi salviniani di pieni poteri e di miti popolari della razza dal tabacchino (un'immagine precisa e agghiacciante: le chiacchiere della “gente” nei negozi, sugli autobus, ai giardinetti, e -naturalmente- sui “social” che hanno universalizzato capillarmente le idiozie da bar. “Un pacchetto di Marlboro, 'sti negri che ci invadono, ci rubano il lavoro, Salvini ha ragione, prima gli italiani ecc.). 1919-2019. Tutto si ripete con innovazioni tecnologiche. Svaniscono, fanno fading, i filmoni impegnati che parvero segnare un'epoca nuova, sfuma Sidney Poitier mentre l' “integrazione” e la “solidarietà” fanno figura di parolacce o di bestemmie, e l' “intercultura” è sostituita dal caro, vecchio, immarcescibile razzismo. Il vento nero che soffia. Una fotografia in pochi versi, una breve canzone, una constatazione in forma di "folk rock politico esistenziale" [RV]

S'alza un vento nero,
Ma non vale il tempo
Di mandare i fasci al cimitero.
Malato di ruggine
S'incendia un mare stanco
Sull'ultima trincea dell'uomo bianco.
Canna per pescare
Sento da bambino,
Mito popolare della razza al tabacchino,
Erano gli anni '80,
Arrivavano gli eritrei da lì,
""Indovina chi viene a cena?"
E un romanzo di Harper Lee.
Non sono serviti a niente,
Vallo a dire all'ispettore Tibbs
Che ha provato a vedere se la calda notte
Finisce qui.

Millenovecentodiciannove,
Fasci di Combattimento,
Non pago di sangue
Quel popolo sembrava contento.
Torna da quella folgore
Il vizio del nemico nero,
E l'analfabetismo da rinascente impero.
Torno a camminare
Come da bambino,
Un caldo partigiano dentro al mio campo fiorito,
Ma siamo nel terzo millennio
E ora vengono tutti qua,
Le politiche di integrazione,
L'intercultura e la solidarietà
Forse non servono a niente,
Vallo a dire a Ken Saro Wiwa
Che ha provato a vedere se la calda notte
Finisce là.

inviata da CCG/AWS Staff - 20/9/2019 - 10:06



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