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Nagorny Karabach

Einstürzende Neubauten
Lingua: Tedesco

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Da più di trent'anni esiste, nel Caucaso meridionale, un conflitto armato "congelato", che insanguina la regione del Nagorny Karabakh, lascito dell'imperialismo russo e del caos seguito alla crisi dell'URSS.

Le ragioni storiche del conflitto risalgono alla prima metà del diciannovesimo secolo, quando l’impero russo mise in atto un processo di cristianizzazione del Caucaso meridionale, dopo la sconfitta della Persia e il conseguente trattato di pace di Turkmenchay (1828), trasferendo in maniera coatta 50.000 armeni provenienti dalla Persia nella regione, in particolare nei khanati azeri di Karabakh e Erevan.
A questa ondata migratoria seguirono altri flussi migratori favoriti dal governo russo, che cambiarono definitivamente gli equilibri demografici dell’area, con scontri su base etnica nel 1905 e nel 1919, prodromici al conflitto del Nagorny Karabakh iniziato nel 1988.

Dopo anni di stretta censura e repressione di ogni istanza nazionale, nel 1986 l’annuncio della “trasparenza” (glasnost) da parte del presidente Michail Gorbachev fece rifiorire movimenti e rivendicazioni indipendentiste
e nazionaliste in tutta l’Urss, compreso l'irredentismo armeno.

Nel 1988 il Soviet della regione autonoma (Oblast) del Nagorny Karabakh votò prima una mozione da presentare al Politbjuro, per rivedere i confini tracciati da Stalin nel 1923 e riunirsi alla Repubblica Socialista Sovietica dell'Armenia. Il Politbjuro votò contro tale mozione, preoccupato dalla possibilità di un conflitto su base etnica (nella Rebubblica Armena vivevano almeno 160000 azeri, mentre in Azerbaigian si contavano circa 500000 armeni), senza peraltro impedire con la sua risposta lo scoppio di pogrom e scontri mortali tra opposti manifestanti nelle città di Askeran, Sumgait e Baku, fino all'intervento militare dell'Armata rossa, che giunse ad occupare mani militari la capitale della Repubblica Armena, Erevan.

L'intervento dell'Armata rossa, peraltro, non bastò a scongiurare il costituirsi di milizie nazionaliste e continui scontri e scaramucce al confine tra le due repubbliche socialiste, né ad arrestare la fuga di migliaia di profughi, azeri in fuga dall'Armenia e armeni in fuga dall'Azerbaigian, anzi, inasprì ancora di più il nazionalismo armeno e azero (ad esempio cannoneggiando la città di Baku, provocando, secondo le fonti ufficiali sovietiche, 120 morti), tanto che, quando nella primavera del 1990, nel tentativo di tenere assieme i cocci di un’Urss sempre più disgregata, Gorbachev indisse un referendum in tutte le Repubbliche per ribadire il Trattato dell’Unione, l’Armenia lo boicottò, mentre l'anno dopo, il 30 agosto 1991, l'Azerbaigian decideva di lasciare l'Unione Sovietica. Il 2 settembre 1991 il soviet del Nagorno Karabakh decise di non seguire l'Azerbaigian e votò per la costituzione di una nuova entità statale autonoma. Il 10 dicembre 1991 la neonata repubblica del Nagorny Karabakh votò il referendum confermativo al quale fecero seguito le elezioni politiche per il nuovo parlamento: la nuova entità statale non fu però riconosciuta a livello internazionale; il 31 gennaio cominciarono i bombardamenti azeri sulla regione. Con l'intervento militare armeno nello scontro, alla fine della guerra, nel 1994, il Nagorno-Karabakh si consolida come repubblica de facto (non ancora riconosciuta peraltro dalla comunità internazionale), mentre l'Armenia occupa altri sette distretti azerbaigiani. Il bilancio finale è drammatico; circa 30 mila morti, più di 1 milione di rifugiati e profughi azeri espulsi da tutta la zona occupata. L'Azerbaigian lamenta la perdita del suo territorio e rivendica il principio di integrità territoriale, mentre dal canto loro gli armeni rivendicano quello di autodeterminazione dei popoli. Le due parti non riconoscono vicendevolmente la legittimità del nemico, non riconoscono l’interpretazione storica del nemico. Vivono letteralmente in due realtà parallele e non comunicanti.

I due paesi sono ancora tecnicamente in guerra e il governo dell'Azerbaigian minaccia di riconquistare il Nagorno-Karabakh con la forza militare.
Le zone di confine tra il Nagorno-Karabakh e l'Azerbaigian rimangono militarizzate in un regime di "cessate il fuoco" spesso violato da entrambe le parti
Die Stadt liegt unter Nebel
Ich bin auf meinem Berg
In meinem schwarzen Garten
zwischen Himmeln eingeklemmt
in der Enklave meiner Wahl
in der ich mich versteck
in Nagorny Karabach

Vormals tiefe Wälder
Bergketten, vielleicht Eis
eine messinggelbe Sonne
verbricht ein Paradies
meine Sys- und Diastole
dazwischen der Moment
getragen von den Vögeln
die hier zugange sind
in der Enklave meines Herzens
in der ich mich verlier
in Nagorny Karabach

Ich steig den Berg herunter
geh ins eine oder andere Tal
es ist geflaggt in allen Farben
in Bergisch-Karabach

Zwei grosse schwarze Raben
fressen die Pflaumen aus dem Baum
Ob die andre Stadt mich lieb hat …?

In der Enklave meiner Wahl
in der ich mich verberg’
in Nagorny Karabach

Komm mich mal besuchen
ich hab’ unendlich Zeit
und der Blick der ist vom Feinsten
über Wolken und die Stadt
in Nagorny Karabach
Nagorny Karabach
Nagorny Karabach

inviata da Gianfranco Causapruna - 12/9/2019 - 23:20


E ADESSO SPIEGATECI VOI 'STO CASINO (PARDON: GROVIGLIO...)

(Gianni Sartori)

La prima impressione è stata quella di trovarsi di fronte a un romanzo di fantapolitica.
O di “geopolitica surreale”.
Poi mi son chiesto: chissà ora come intendono sbrogliarsela. Riusciranno a trovare comunque un bandolo qualsiasi o scivoleranno definitivamente sui loro specchietti deformanti? Mi riferisco (e cito alla rinfusa, sorvolando sugli altrimenti doverosi - ma non qui e non ora - distinguo): rosso-bruni e antidiplomatici (al momento, pare, incerti e quindi equidistanti), stalinisti di ritorno e terceristi …
Vedi qualche aspirante ayatollah (in senso politico ovviamente) de' noantri; vedi certi filo-Assad con quei paragoni osceni tra YPG e Isis...
Perché – almeno per la gente normale – diventa un dilemma non da poco decifrare gli schieramenti che si vanno configurando nel campionato Armenia-Azerbaijan. Così come stabilire con precisione chi gioca in casa nel Nagorno- Karabakh ( a spanne, direi l'Armenia comunque....).
Vediamo di focalizzare quali sarebbero le formazioni in campo. O almeno quelle provvisorie.
Da un lato, con gli azeri, Turchia, USA* e Israele (e già qui cominciano a vacillare i parametri, pure quelli delle “alleanze a geometria variabile”); dall'altro – con gli armeni – a parte la Francia, addirittura l'Iran (!?!) e le milizie filo-Assad (mentre con Ankara e Baku si posizionerebbero miliziani jihadisti o comunque anti-Assad).
Non darei invece per scontato che anche la Russia alla fine prenda posizione per Erevan (se non altro per mantenere la sua base militare a Gyumri). Ora come ora potrebbe risultare un azzardo, visti gli apprezzamenti del presidente azerbaigiano Ilham Aliyev (in un'intervista a una emittente turca) per le “posizioni moderate e responsabili” di Mosca.
Quanto all'Unione europea, considerando che Baku è membro del Consiglio d'Europa con una missione permanente nell'Ue, appare improbabile una sua definitiva presa di posizione (per ignavia, opportunismo, vendita di armamenti...).
E non finisce qui – il casino intendo – se pensiamo che in Azerbaijan la maggioranza della popolazione sarebbe di fede sciita. Come in Iran, con cui peraltro confina (ma anche con la Turchia grazie all'exclave del Naxcivan).
Ma forse qui fa testo più la questione etnica e linguistica (l'azero è considerato una “lingua turca”) a scapito della religiosa.

Com'era scontato, al Parlamento turco la stragrande maggioranza delle forze politiche (comprese le “opposizioni” kemalista e soidisant socialdemocratica, quelle che non dispiacciono a certi “antimperialisti”) ha votato favorevolmente per una dichiarazione a sostegno di Baku.
Con la nobile eccezione del Partito democratico dei popoli (HDP).
Insomma, se la vedano i sostenitori delle “politiche di potenza” degli Stati a scapito di popoli e Nazioni (anche di quelle “senza Stato”, vedi i Curdi).

Gianni Sartori

* nota 1: E anche l'OTAN – o almeno la parte che conta e decide. Il 5 ottobre Stoltenberg è intervenuto pubblicamente ad Ankara, a fianco del ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu avallando, in sostanza, la richiesta turca del ritiro delle forze armene dal Nagorno-Karabakh.

Gianni Sartori - 7/10/2020 - 12:48



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