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Siemu avviliti 'mmezzu a li disprezzi

anonimo
Lingua: Siciliano

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(MondOrchestra)
Nassiriya
(Carlo Muratori)
מאָטל דער אָפּרײטער
(Khayim Toyber [Chaim Tauber] / הײם טױבער)


[1890]
Canto popolare siciliano
Sicilian folksong
Chanson populaire sicilienne
Sisilian kansanlaulu

Testo ripreso dal sito del "Casale di Emma" - Canti: "Sono qui proposte alcune di queste esternazioni, espresse sotto forma di canti, poesie e motti o semplici modi di dire: sono le voci dei picconieri o dei carusi, i più afflitti da una tale forma di lavoro." Dalla pagina si riprendono anche l'iconografia e le note. Si tratta di un "Canto nato intorno al 1890 durante una grave crisi zolfifera". [RV]

zolfatari

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo gli zolfatari erano, in Italia, tra i lavoratori che mostravano una maggiore propensione a scioperare. Certamente, gli scioperi esprimevano le tensioni che caratterizzavano i loro rapporti di lavoro. Nelle zolfare ogni cosa cospirava perché la vita quotidiana fosse punteggiata da conflitti individuali che scoppiavano tra picconieri e carusi, tra gli stessi carusi, tra picconieri rivali, tra costoro ed i capomastri, i titolari delle botteghe, gli esercenti. Senza tenere conto di questo contesto, non si capirebbe la loro maggiore inclinazione, rispetto ai contadini, a comportamenti illegali, alla delinquenza, caratteristica questa che rischiava di trasformare gli zolfatari da classe lavoratrice a classe pericolosa. Ma, a maggior ragione, bisogna tenere conto di questo contesto per capire il particolare valore che gli scioperi assumevano per gli zolfatari.

Come ogni movimento collettivo che perseguiva obiettivi concreti, lo sciopero esigeva il superamento dei comportamenti soggettivi e richiedeva un minimo di organizzazione, era un potente fattore d’unità ed alimentava uno spirito di solidarietà, tutti elementi che alla lunga contribuivano al formarsi fra questi lavoratori di una robusta coscienza operaia e professionale.
La prima vasta agitazione si sviluppò, poco prima del 1890, a causa della continua flessione del livello salariale anche se, le prime astensioni dal lavoro erano state registrate attorno al 1880 per la salvaguardia del lavoro e per miglioramenti salariali.

Nel 1890 gli scioperi raggiunsero la dimensione di una vera e propria ondata ( 16.200 scioperanti ); le ragioni di ciò andavano rintracciate nel fatto che proprio in quell’anno i prezzi dello zolfo, dopo oltre un quinquennio di progressivo calo, ricominciarono a salire, mentre il salario medio giornaliero del picconiere si era abbassato dalle 2,90 lire del 1876 alle 1,90 lire del 1888. Considerando che si trattava di un salario medio, questo calo di circa il 34% non poteva che ridurre i salari più bassi al limite di pura sussistenza. Comunque, questa prima agitazione si concluse nel momento in cui i salari cominciarono ad elevarsi, cioè nel 1890, anno in cui anche il prezzo medio dello zolfo si elevò. Tra il 1891 e il 1893, si diffusero in tutta l’isola i Fasci, organizzazioni operaie e contadine di ispirazione socialista. Gli zolfatari erano, fra tutti i siciliani, i più convinti aderenti al socialismo, proprio perché pur assumendosi il peso della maggior parte della produzione zolfifera, erano i primi e i più colpiti dalle conseguenze economiche delle periodiche crisi dell’industria. Il movimento dei Fasci degli zolfatari fu prevalentemente imperniato sugli scioperi e sulle pacifiche dimostrazioni di piazza, miranti soprattutto, al mantenimento o all’aumento di salari e prezzi di cottimo.

Un primo embrione di Fascio minerario avvenne a Favara, sin dal giugno del 1890, quando gli zolfatari, dopo giorni di agitazione scesero in sciopero e organizzarono un’imponente dimostrazione che, purtroppo, si concluse drammaticamente. Gli scioperanti si riunirono nella piazza del municipio di Favara e lanciarono invettive contro i coltivatori delle miniere che si rifiutavano di accogliere le loro richieste di aumenti salariali. La dimostrazione degenerò presto in gravi tumulti, i dimostranti invasero le sale del Circolo civile incendiando i mobili. La forza pubblica non riuscì a sedare i tumulti e i dimostranti uccisero un carabiniere e ne ferirono altri tre.
Nell’aprile 1891 scendevano in sciopero, per ragioni salariali, anche gli zolfatari della miniera Tortorici di Castrogiovanni. Il 2 maggio dello stesso anno, ne seguivano l’esempio carusi e picconieri della miniera Grottacalda di Valguarnera, che chiedevano l’abolizione del sistema dei cottimi perché i cottimisti falcidiavano la loro paga.

Nell’estate del 1893 in molte miniere della Sicilia infuriava lo scontro di classe. Era quello il tempo delle prime lotte agrarie, la stagione che vedeva i Fasci crescere in tutte le aree zolfifere, in conseguenza delle scelte fatte dal Congresso regionale Socialista tenuto, a Palermo, nel maggio dello stesso anno. Nell’autunno del 1893, grazie anche alla mediazione di personaggi carismatici come il Marchese di Montemaggiore, uno dei più grossi proprietari di miniere, il deputato Napoleone Colajanni e l’avvocato Francesco De Luca presidente del fascio di Girgenti, il movimento dei Fasci minerari avviò una strategia di alleanza tra operai e piccoli imprenditori, che culminò con l’organizzazione di un congresso minerario che si svolse a Grotte, con l’intervento di circa 1500 persone fra minatori e piccoli produttori. Questi ultimi, dopo aver protestato contro l’estaglio percepito dai proprietari di zolfare, la mancanza di credito minerario e le imposizioni fiscali eccessivamente gravose, finirono col proporre l’abolizione della proprietà privata del sottosuolo zolfifero, la riduzione immediata del 10% dello zolfo destinato per l’estaglio, ai proprietari non coltivatori, la diminuzione dell’imposta fondiaria e l’istituzione di una banca di credito minerario.

Le richieste degli zolfatari furono:
a) L’elevazione a 14 anni dell’età minima per i fanciulli che lavoravano all’interno delle miniere.
b) L’abolizione della pratica del cosiddetto “ soccorso morto “
c) Salario minimo per i carusi : £ 1.50 fino a 15 anni, e £ 2.00 oltre i 15 anni.
d) Salario minimo garantito di £ 3 per il picconiere.
e) Orario di lavoro di 8 ore per coloro che lavoravano all’esterno della miniera.
f) Unificazione del sistema di misurazione dello zolfo che variava da una zolfara all’altra.
g) Abolizione del salario in natura
h) Puntualità nel pagamento in denaro del salario alla fine di ogni settimana.

Le richieste degli zolfatari furono appoggiate dal ministro La Cava che, nel novembre del 1893, presentava due disegni di legge tesi a migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei minatori. Pochi giorni dopo cadeva il governo Giolitti cui successe quello del siciliano Francesco Crispi. Si instaurò un regime di terrore, il 3 gennaio 1894 fu proclamato lo stato di assedio. Furono sciolti tutti i Fasci siciliani, compresi quelli degli zolfatari. I capi dei Fasci furono arrestati in massa e condannati a dure pene da apposite corti marziali.

Nel 1895, il peggiore di tutta la crisi zolfifera, gli indicatori principali della congiuntura del settore zolfifero toccarono il fondo ( prezzi, salari occupazione ); anche la conflittualità si ridusse drasticamente (approssimativamente si ebbero 3.000 scioperanti ). Nel 1896, quando la congiuntura del settore zolfifero mostrò segni di ripresa, gli scioperi raggiunsero il maximum storico ( 52 conflitti a cui parteciparono 30.000 lavoratori ). Si rinnovò lo stesso comportamento rivendicativo del 1890: gli zolfatari, non appena si diffuse la notizia di un miglioramento dei prezzi del minerale, entrarono immediatamente in agitazione. L’area dello zolfo fu investita da una vera e propria epidemia rivendicativa: dal giugno al settembre scoppiarono tumulti un po’ dappertutto con l’unica richiesta dell’adeguamento dei salari al nuovo livello dei prezzi. Il potere contrattuale ebbe, poi, basi più salde per la previsione di un ulteriore miglioramento dei prezzi in seguito alla costituzione dell’Anglo-Sicilian Sulphur Company nel 1896.

La maggior parte dei conflitti di quell’anno ebbe esito positivo; infatti, da un dispaccio dei carabinieri di Caltanissetta inviato al prefetto nel 1897, si apprende che, dopo gli scioperi, i salari medi giornalieri per i picconieri erano aumentati da un minimo di 45-50 centesimi ad un massimo di 1 lira e 25 centesimi, mentre per i carusi delle zolfare di Caltanissetta non si era verificato nessun aumento e per gli altri delle diverse zone gli aumenti si collocavano tra un minimo di 15 ed un massimo di 85 centesimi.

L’altra stagione di lotte degli zolfatari si aprì nel 1903 ed ebbe il suo epicentro nelle grandi miniere del gruppo nisseno, dove l’instaurazione di tecniche produttive più moderne aveva modificato i tradizionali rapporti di lavoro e creato un proletariato più omogeneo. Il movimento rivendicativo era cominciato, in maggio, nelle due miniere Iuncio-Testasecca e Stretto-Giordano con le solite richieste di aumenti salariali, ma divenne una grande battaglia sindacale quando gli zolfatari della miniera Trabonella, la più meccanizzata dell’isola, dopo essere scesi in sciopero per solidarietà verso un picconiere che non aveva accettato la valutazione del cottimo fatta dal vicedirettore della zolfara, presentarono le loro rivendicazioni.

Oltre agli aumenti salariali, chiedevano il riconoscimento della Lega di miglioramento zolfatare ( costituita nel marzo di quell’anno ) come rappresentante legittima dei lavoratori e tutta una serie di misure tendenti a tutelare gli interessi operai. Da quel momento si innescò una reazione a catena: i “trabonellari” di fronte al netto rifiuto della controparte a trattare, passarono al boicottaggio della miniera andando a lavorare nelle altre della zona; a sua volta il padronato minerario, intuita l’importanza della posta in gioco, reagì proclamando la serrata di tutte le zolfare del gruppo nisseno. Si pervenne, così, ad uno scontro frontale che vide, da una parte, schierati tutti gli zolfatari del circondario di Caltanissetta e, dall’altra, il fronte compatto di esercenti e proprietari deciso ad impedire, in ogni modo, qualsiasi modificazione dei vecchi equilibri di potere all’interno delle zolfare a favore della forza lavoro.

La controversia ebbe il suo momento culminante nella grande sfilata del 15 giugno 1903, quando a dimostrazione della loro forza ottomila manifestanti sfilarono per le vie di Caltanissetta. Dopo una trattativa prolungata e difficile, alcuni giorni dopo, si giunse ad un primo accordo che, però, vincolava per tre anni gli zolfatari a non chiedere più aumenti salariali, tranne in caso d’incremento dei prezzi del minerale. Fu quest’impegno che spaccò lo schieramento, fino ad allora compatto, degli scioperanti: mentre quelli della Testasecca e dello Stretto-Giordano ripresero a lavorare accontentandosi degli aumenti raggiunti, i 1800 “trabonellari” continuarono lo sciopero, ma rimasti isolati ritornarono a lavorare alla fine di giugno. Essi ricominciarono a scioperare compatti, nel mese di luglio, per un altro contrasto sulla valutazione del cottimo; questa volta, stanchi per la lotta dei mesi precedenti, ripresero il lavoro accogliendo l’invito di un ispettore ministeriale che promise loro l’interessamento del governo.

Nel 1904 l’epicentro delle lotte si spostò nell’agrigentino, nelle zone delle piccole zolfare. A questa provincia appartenevano ben il 70% degli oltre 13.000 scioperanti. Nel gennaio, circa tremila zolfatari delle 89 miniere esistenti nei comuni di Racalmuto, Grotte e Sutera scioperarono contro la diminuzione del prezzo dei cottimi a causa dell’aumento del premio di assicurazione. Infatti, nello stesso mese, era stata emanata una legge che prevedeva la costituzione di Sindacati obbligatori di assicurazione mutua, con la quale gli zolfatari chiedevano al governo l’istituzione di un sindacato per l’industria zolfifera, con lo scopo di assicurare tutti i lavoratori delle zolfare contro gli infortuni sul lavoro e di impedire ai coltivatori, che avevano già provveduto a tale tipo di assicurazione, di riversare sui dipendenti la quota assicurativa.

Geologo Alfio Calabrò - GeoArt
Siemu avviliti 'mmezzu a li disprezzi,
Miseri, afflitti, minnichi e pazzi
Nui surfatara siemmu stati avvezzi
Vestiri e manciari comu signurazzi;

Ora bisogna circari li pezzi,
E fari economia senza cchiù sfrazzi,
Pirchì ni fannu campari cu pocu prezzi
E uscammu pocu nuantri scunsulatazzi.

L'arti ca era chiamata signurina
E ricca, pompusissima e avana
Ora è ridutta misera e mischina,
Pirchì voli accussì l'ebica strana.

'St 'ebica briganti assassina
Sta dannu chista forti battana
'Nta 'stu malu tiempu ca camina
Finiemmu di vuscari grana.

Poviri surfatara sventurati
Comu jornu la notti la faciti,
Cu vinticincu grana ca vuscati
Lestu a la taverna vi nni iti.

Si ppi disgrazia caditi malati
Subitu ppi lu spitali partiti:
Tistamintu faciti e chi lassati?
Strazi e marruggia si l'aviti.

Chianciu mischinu quantu aiu a dari!
Di la testa mi li tiru li capiddi,
A la chiazza nun puozzu avvicinari
Ca' detti n'aiu cchiù di li stiddi.

Haiu bisuognu sacchi di dinari
Pi pagari li detti picciliddi
ma ci lu dissi: haiu tutti a pagari
quannu veni la tumma di l'anciddi.

inviata da Riccardo Venturi - 26/6/2019 - 08:00



Lingua: Italiano

Traduzione italiana / Italian translation / Traduction italienne / Italiankielinen käännös:
Riccardo Venturi, 26-06-2019 08:42
SIAMO AVVILITI IN MEZZO AL DISPREZZO

Siamo avviliti in mezzo al disprezzo,
Miseri, afflitti, mendìchi e pazzi
Noi zolfatari siamo stati avvezzi
A vestire e a mangiare come signori;

Ora bisogna cercare i pezzi,
E fare economia senza sfoggi di ricchezza,
Perché ci fanno campare a poco prezzo
E guadagniamo poco, noialtri sconsolati.

Al mestiere gli davano di signorina
E ricca, pomposissima e tronfia,
Ora è ridotta misera e meschina,
Perché vuole così l'epoca strana.

Quest'epoca brigante e assassina
Sta dando questo grande fastidio
In questo brutto tempo che corre
Finiamo di guadagnare denaro.

Poveri zolfatari sventurati
La notte la passate come il giorno,
Con venticinque lire che guadagnate
Di corsa all'osteria ve ne andate.

Se per disgrazia cadete malati
Andate immediatamente all'ospedale:
Fate testamento, e che lasciate?
Stracci e manici di attrezzi, se li avete.

Piango meschino, quanto ho da dare!
Dalla testa mi strappo i capelli,
Alla piazza non mi ci posso manco avvicinare
Che di debiti ne ho più delle stelle.

Ho bisogno di saccate di quattrini
Per pagare i debiti di poco conto
Ma gliel'ho detto: pagherò tutto quanto
Quando verrà fuori formaggio dalle anguille.

26/6/2019 - 08:43



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