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Ack, libertas, du ädla ting!

Lars Wivallius
Lingua: Svedese

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[1632]
Testo / Text / Lyrics / Paroles / Sanat: Lars Wivallius (1605-1669)
Aria / Melodi / Tune / Mélodie / Sävel: Dal Libro di Salmi di Kangasala / Ur koralbok från Kangasala / From Kangasala psalmbook / D'après le psautier de Kangasala / Kangasalan Koraalikokoelmasta (1624)

acklibertas


Rimandando a Klage-Wijsa, Öfwer Thenna torra och kalla Wååhr per la storia del grande Lars Wivallius, baciato dalla poesia come tanti avventurieri e imbroglioni di ogni tempo, questo suo componimento del 1632 appartiene senz'altro ai primi tempi della sua prima prigionia, ancora in Svezia, quando era stato incarcerato per aver tentato di sposare, lui completamente spiantato, una nobilissima fanciulla fingendosi il barone Gyllenstierna (era stato scoperto dal vero barone, fatto fustigare e gettato in galera per poi evadere ed essere riacciuffato a Norimberga, dove in prigione era rimasto stavolta per lunghi anni). Pur tenendo conto della sua situazione personale, e che le sue lamentazioni per la libertà nascono dalla sua situazione personale (ampiamente raccontata -e dissimulata- nella seconda parte della poesia), le prime quattro ottave possono essere considerate come un altissimo canto di libertà con un valore universale. “La libertà non è pane”, hanno detto e dicono tanti consegnandosi a un padrone e a un'oppressione in nome della pancia (più o meno) piena; quanto sia importante e necessaria la libertà, generalmente ci se ne accorge quando viene perduta. Singolare, ma non troppo, che analoghi canti di libertà provengano un po' da tutto il XVII secolo europeo e da dopo di esso: penso particolarmente a Quant'è bella la libertà, l'anonimo canto toscano seicentesco, o a Die Gedanken sind frei, già però di epoca rivoluzionaria.

Tutte le poesie di Lars Wivallius sono fatte per essere cantate su una qualche aria conosciuta. Il canto era, ovviamente, una forma di diffusione principale dei componimenti poetici: il poeta stesso ne indicava la melodia. In particolare, l'Ack, libertas!, secondo quanto ci disse il galeotto di Vivalla che si contorceva in una buja cella, dev'essere cantata su un'aria di salmo proveniente dal koralbok (libro di cori) di Kangasala del 1624, uno dei più antichi manoscritti del genere mai apparso nell'area scandinava. Si tratta di un manoscritto diviso in due parti, solo la seconda del quale contiene la raccolta di salmi indicata dalla dicitura Has Notas cantionum conscripsit Jacobus Francisci Anno 1624 Mense 8bri. Si tratta di 201 salmi in svedese, finlandese e latino; nulla si sa dello “Jacobus Francisci” che lo compose (Kangasala si trova in Finlandia nella regione del Pirkanmaa). Su questa melodia viene cantato nel fondamentale disco wivalliano interpretato da Martin Bagge, Mikael Paulsson e dall'Ensemble Mare Balticum, e intitolato proprio a partire da questa poesia. Il testo è dato in grafia modernizzata, ma rispettosa delle particolari forme dello svedese dell'epoca. [RV]
Ack libertas, du ädla ting!
säll är den dig kan njuta!
Fast du vore fattig och ring,
ingen må dig förskjuta.
Bättre äst du med en tom buk
i ödemarken funden
än en klädning av gyllenduk, 
med stor omsorg bebunden.

Ja, en fågel uti en bur,
vars frihet är berövat,
han sjunger väl av sin natur,
men hjärtat är bedrövat,
när han hörer de fåglar skön, 
som uti luften sjunga,
sig glädja över marken grön
efter sin art och tunga.

Heller vill han på en grön kvist
sjunga med hungrog maga
en skön lovsång sin herra Christ
än mat hos herrar taga;
heller vill han i törra trän
sova med ro och lisa
än där, som sköne sänger är,
sig låta av människor spisa.

En hjort, som har itt guldband om
och hörer stränger klinga,
och den, som måste i dalenom
bland berg och bäckar springa,
de ha ej lika lustigt mod,
de dantsa ej lika glade.
Frihet är bäst, frihet är god!
Ack, att jag frihet hade!

Men, i himlar och firmament,
varer med mig bedrövat!
All lycka har sig från mig vänt,
mig frihet är berövat.
Jag har varit i järn och band
nu snart i tu år fången
för en jungfru av Danmarks land:
så är mig världen gången.

När jag uppå mitt fädernesland
tänker uti mitt hjärta,
mång tusend suck gör då min and
med pinligt ve och smärta,
att jag dig ej, o Sveriges land,
såsom den jord mig födde,
må få tjäna med mun och hand
trolig, till dess jag dödde.

Vad hjälper nu, det jag har rest
uti världene vida?
Vad båtar än, det jag har läst
och fta ont måst lida?
Vad är nu min förfarenhet,
det jag har perengrinerat?
Är icke nu fåfänglighet
all världens prål och ära?

I ynglingar av Sveriges land,
jungfrugor och pigor alle,
sörjer med mig var i sitt stånd,
låter och tårar falla!
Jag är, som jag var aldrig född
eller kommen av kvinna,
så är all gunst för mig utödd
bland förra vänner mina.

Så haver mig nu slaget felt
de söte ord och tankar.
För en jungfru har jag förspillt
allt, vad jag förr har samkat.
Mig är hele världen ohuld
och önskar dödsens smärta
allenast för en jungfru skuld,
som mig dock gav sitt hjärta.

Nu blåser upp, I väder all,
helst I sefyrer kalla!
Give från eder ett sorgeskall,
kvistar i skogen alla!
Och di eko, med stort veklag
måste alltid resonera
denna min sång både natt och dag
och med mig lamentera!

inviata da Riccardo Venturi - 23/12/2018 - 08:54



Lingua: Italiano

Traduzione italiana / Italiensk översättning / Italian translation / Traduction italienne / Italiankielinen käännös:
Riccardo Venturi, 23-12-2018 8:57
AH, LIBERTA', O TU, O NOBIL COSA

Ah libertà, o tu, o nobil cosa,
beato chi di te può godere!
Anche se fossi povero e meschino,
Da nessuno saresti derelitto.
Meglio trovarti in una landa
Incolta a pancia vuota,
Che con un vestito di stoffa dorata
Cucito con.gran cura.

Ché sí, un uccello in gabbia
Privato della libertà,
Canta certo per sua natura,
Ma il suo cuore è addolorato,
Quand'ode i begli uccelli
Che cantan fuori all'aria,
Gioire sul prato verde
Al loro modo e linguaggio.

Preferirebbe, su un ramo verde,
Cantar con lo stomaco affamato
Un bel canto di lode al suo Gesù
Che ricever cibo dai padroni;
Preferirebbe, su un albero secco,
Dormire in pace e sollievo
Che là, ove risuonan bei canti,
Esser mangiato dalla gente.

Un cervo con una catena d'oro
Che sente tinnire i legacci,
E quello, che deve nella valle
Tra monti e ruscelli saltare,
Non hanno animo parimenti lieto,
Non danzan con la stessa gioia.
La libertà è meglio, è buona!
Ah, se io la avessi.

Ma nei cieli e nel firmamento
Mi trovo in preda alla pena!
Ogni fortuna è da me scomparsa,
La libertà mi è privata.
Sono stato in ceppi e catene,
Tosto da due anni incarcerato
per una fanciulla danese:
cosí è per me il mondo andato.

Ora alla mia terra paterna
Ripenso nel mio cuore,
Mille volte traggo sospiri
Con gran dolore e sconforto.
Ché io, o terra di Svezia,
In quanto mia terra natia,
Non potrò servirti appieno
Fedelmente, finché morrò.

A che serve ora aver viaggiato
Per il mondo in lungo e in largo?
A che aver letto tanti libri
Se devo soffrir tanto male?
A che aver vissuto tante cose,
A che aver peregrinato?
Non son ora solo frivolezze
Tutti i fasti e gli onori del mondo?

Voi, giovani svedesi,
fanciulle e ragazze tutte,
compiangetemi, di qual ceto siate,
cantate e piangete per me!
Io sto come se non fossi mai nato,
mai da donna partorito:
ogni piacere è per me ormai precluso
tra i miei amici d'un tempo.

E cosí ora quanto mi mancano
le dolci parole, i dolci pensieri.
Per una fanciulla ho rovinato
tutto ciò che avevo raccolto.
Con me è duro tutto il mondo
e desidera che vada a morte,
tutto per colpa di una fanciulla
che però m'aveva dato il cuore.

Ora soffiate, voi venti possenti,
e ancora voi, gelide brezze!
Da voi promani un gelo di pena
per i rami, per le foreste tutte!
E là un eco, con un penoso gemito
Dovrà sempre far risuonare
Questo mio canto, giorno e notte
E lamentarsi assieme a me!

23/12/2018 - 08:58



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