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Cappuccio rosso

Roberto Vecchioni
Lingua: Italiano

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Infinito (2018)
Infinito

Ayse Deniz Karacagil è morta in battaglia la mattina del 29 maggio 2017. Era una ragazza turca, aveva partecipato alle proteste a Gezi Park a Istanbul, per le quali era stata arrestata e condannata a 98 anni per terrorismo, scarcerata priam della condanna definitiva Ayse,a 24 anni, decise di andare in Siria a combattere con le Ypj contro l'Isis. In numerose foto compare con un cappello o foulard, da cui il soprannome.




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Tavole tratte da Kobane Calling di Zerocalcare.
Ti penso amore mio che sei lontano
ti penso con il mio fucile in mano
tu forse crederai che io sia pazza
che queste non son cose da ragazza

E invece viene un giorno nella vita
che scegli e se non scegli l'hai tradita
e non importa se si vive o muore
piangere gioia o ridere dolore

Questa curva di sole nel tramonto di Raqqa
mi disegna nel cuore l'arco della tua bocca
ho tagliato i capelli ho sfidato la rabbia
i miei giorni più belli sono lacrime e sabbia

Noi siamo di una patria senza terra
noi siamo curdi naufraghi di guerra
è l'alba e coi compagni sto partendo
e parto e coi compagni sto cantando

Ho in me tutte le favole di un tempo
attorno a un fuoco acceso e ora spento
e seguo il filo di una ninna nanna
chiedendomi se ho messo il colpo in canna

C'era un drago di fuoco che sbarrava la strada
ma non teme nemico un eroe con la spada
ma non ho mai capito come andava a finire
che succhiandomi il dito cominciavo a dormire

È il 29 maggio e non ho sonno
e qui c'è proprio il drago di mio nonno
saprò questa volta come va a finire
che non ho proprio tempo di dormire

Qui sparano li sento e non li vedo
qui sparano e mi sa che mi hanno preso
ma non temere amore non è niente
mi brucia un po' ma in fondo non si sente

metti il pane nel fuoco, versa il vino migliore
che ritorno tra poco è questione di ore
spazza tutte le foglie che l'autunno è passato
quando l'odio si scioglie che sia verde il mio prato

Se qualcuno me lo trova addosso
riporti a casa il mio cappuccio rosso

inviata da Dq82 - 28/11/2018 - 10:54


Gianni Sartori - 31/1/2019 - 06:11


10/10/2020 - 07:02


IRMIZ: ASSASSINATA DA UN LUPO GRIGIO LA MILITANTE CURDA DENIZ POYRAZ

DENIZ POYRAZ


(Gianni Sartori)

Chi, oltre che di una certa età, si trova provvisto di un minimo di memoria storica ricorderà sicuramente quanto avveniva in terra iberica negli anni della decomposizione del franchismo e in quelli immediatamente successivi (in particolare nel 1976 e 1977, quasi per chiarire che “tutto cambiava, ma solo per restare identico”, cito a memoria). Squadre della morte di destra come la Tripla A (la versione spagnola, non quella argentina) o il BVE al cui interno agivano, oltre a falangisti e criminali comuni, anche fascisti italici.Per arrivare, negli anni ottanta, al famigerato GAL.
Operativi sia contro i rifugiati baschi (un nome fra tutti: Pertur nel 1976), sia contro sindacalisti e esponenti della sinistra (vedi nel gennaio 1977 la matanza di Atocha con l’assassinio di cinque avvocati membri del PCE e delle CC.OO). O anche contro la componente democratica dei Carlisti (vedi Jurramendi nel 1976). Del resto avveniva anche in Irlanda del Nord (per mano di UVF, UFF… e altre bande paramilitari filoinglesi) e in Africa (anche qui, talvolta, si segnalava la presenza di neofascisti europei, sia nella veste di mercenari tout court, sia di infiltrati nei movimenti di liberazione delle colonie portoghesi).

Quindi niente di nuovo sotto il sole se qualche fascista turco, un membro dei Lupi Grigi, ha agito (apparentemente a livello individuale, ma è lecito dubitarne) portando il suo attacco criminale direttamente contro la sede di un partito democratico.

E’ quanto è accaduto a Irmiz dove Onu Gencer (in passato aveva combattuto contro i curdi in Siria) ha dato alle fiamme la sede di HDP e assassinato la militante curda Deniz Poyraz. Agendo impunemente nonostante l’edificio fosse sorvegliato dalla polizia che durante i fatti era rimasta tranquillamente all’esterno.

Niente di nuovo si diceva e niente di sostanzialmente diverso da quanto sta avvenendo quotidianamente contro i curdi, sia nel Nord della Siria che sulle montagne del Kurdistan “iracheno” dove l’esercito turco e le milizie islamiste imperversano.

Per questo appare puramente simbolica la richiesta dell’avvocato Eren Keskin che ha invitato il ministro dell’interno turco a dimettersi.

Fermato dopo l’efferato crimine, Onur Gencer è stato portato al commissariato dove gli veniva messo a disposizione un telefono con cui, su Instagram, ha potuto rilanciare le sue vergognose invettive razziste nei confronti dei curdi.

Preannunciando il giorno prima il suo attacco, aveva detto di voler far “vomitare sangue a quelli di HDP”.

Per quanto travolta dal dolore, Fehime Poyraz, madre della donna curda assassinata, ha voluto dichiarare che “il popolo curdo è sempre in piedi, sarà sempre in piedi. Una Deniz è partita, ma mille altre Deniz arriveranno”.

Alla polizia che le impediva di entrare nella sede devastata di HDP ha gridato in faccia: “fatevi da parte, io sto per entrare, nessuno potrà fermarmi. Hanno ucciso mia figlia. Che Dio possa uccidere anche voi. Sono una madre, ho il diritto di parlare, nessuno dovrebbe cercare di impedirmelo”.

Dagli altri militanti di HDP riuniti davanti all’edificio attaccato

partiva intanto un’accusa precisa: “Voi state proteggendo gli assassini”.

Gianni Sartori

Gianni Sartori - 17/6/2021 - 20:51


UN ESPONENTE DEL PDK (MASROUR BARZANI) “INVITA” IL ROJAVA A ROMPERE CON IL PKK

(Gianni Sartori)

Da sempre, quando un popolo sottoposto a quella particolare forma di colonialismo che possiamo definire “interno” tenta di scrollarsi di dosso il dominio, il controllo, l’oppressione di un qualche stato, in genere è lo stato implicato che riesuma la vecchia scusa della “questione interna”. Come talvolta fanno anche, per lavarsene le mani, molti organismi internazionali (a meno che non si applichi un’altra formula, quella della“autodeterminazione a geometria variabile”).

Valeva per i baschi (anche in epoca franchista) così come per i tibetani e per i mapuche.

Stupisce invece che a dirlo sia una componente del popolo stesso. Ma proprio recentemente il Primo ministro del Governo regionale del Kurdistan del Sud (il Bashur) Masrour Barzani non si è fatto scrupolo alcuno nell’attaccare la resistenza dei suoi fratelli curdi del PKK.

Invitando espressamente l’Amministrazioni autonoma del Rojava (e indirettamente anche i curdi del Rojhilat, il Kurdistan sotto amministrazione iraniana) a rompere ogni rapporto con l’organizzazione fondata da Ocalan.

In quanto - udite, udite - la questione curda sia in Turchia che in Iran sarebbe appunto una “questione interna”. Rispettivamente di Ankara e di Teheran, una questione che questi due Paesi devono poter regolare per proprio conto.

Arrivando a giustificare, qualora l’Amministrazione autonoma non rompesse i legami con il PKK, anche ulteriori attacchi turchi nel nord della Siria.

Parole - testuali - pronunciate pubblicamente durante una conferenza all’università di Duhok: “Lo Stato turco non ha alcun problema con il popolo curdo. Il suo problema è il PKK. Il Rojava deve interrompere i suoi rapporti con il PKK perché queste relazioni infastidiscono la Turchia”.

Ponendo così una pietra tombale su ogni principio di autodeterminazione dei popoli.

Da parte sua il PKK ha respinto l’avventata dichiarazione (un’eco fastidiosa di quanto Ankara va ripetendo in un modo o nell’altro ormai da 40 anni) al mittente. Definendolo un “portavoce dello Stato turco”. Oltre che un ingrato se pensiamo che fu soprattutto la lotta dei militanti del PKK (caduti a migliaia) a impedire l’occupazione del Bashur da parte dello Stato islamico.

In un comunicato emesso dal Comitato delle relazioni estere si può leggere che “la lotta del popolo curdo per la libertà continua a crescere da un parte, mentre dall’altra sono all’opera i nemici del Kurdistan e i collaborazionisti”.

Inoltre le vittorie riportate dal movimento di liberazione in risposta agli attacchi della Turchia starebbero “mettendo a dura prova lo Stato turco occupante”.

Le affermazioni di Masrour Barzani (esponente del Partito Democratico del Kurdistan - PDK - dominato dal clan Barzani) enunciate “nel corso di un processo così fragile e storico spiegano perché la questione curda è rimasta senza soluzione fino a oggi e perché si è andata aggravando negli ultimi tempi”.

Ma quanto dichiarato dall’esponente del PDK sembra aver suscitato perplessità - quantomeno - e rifiuto soprattutto tra la popolazione curda. Consapevole, anche per averla subita direttamente, di quanto sia foriera di lutti e distruzione la politica colonialista ed espansionista dei governi turchi.

Nel comunicato infine si ricorda che “il popolo curdo, arabo, assiro-cristiano, ceceno, turcomanno hanno dato più di diecimila martiri nella lotta contro Daesh” e che l’Amministrazione del nord e dell’est della Siria “è stata fondata su questi valori e sul loro sacrificio”.

Non ha quindi “ordini da ricevere”. Tantomeno velate minacce da un collaborazionista vien da aggiungere.

Non è questa, purtroppo, l’unica ragione di attrito tra le organizzazioni curde.

Ormai da circa 50 giorni i familiari di alcuni guerriglieri caduti in combattimento (in un’imboscata posta in essere dalle forze speciali del PDK) stanno manifestando al posto di frontiera di Semalka (dal lato del Rojava). Si rivolgono ai dirigenti del PDK per ottenere finalmente la restituzione dei corpi dei loro cari.

Il tragico evento fratricida risale al 29 agosto quando cinque esponenti delle Forze di difesa del popolo (HPG, braccio armato del PKK), membri di una pattuglia composta da sette elementi, vennero uccisi dai peshmerga del PDK nella regione di Khalifan (Kurdistan del Sud).

Stando al racconto di uno dei due sopravvissuti (che ha parlato di una vera e propria esecuzione) i caduti erano stati letteralmente crivellati di colpi.

I familiari richiedono in particolare la consegna dei corpi di due militanti originari del Rojava (Nesrin Temir e Yusif Ibrahim) e hanno l’appoggio del Consiglio dei familiari dei martiri della regione di Cizir. Alle delegazioni (composte soprattutto dalle madri) che hanno tentato di entrare in Bashur è stato sistematicamente impedito dai miliziani del PDK.

Alle loro proteste in questi giorni si è unita anche una rappresentanza dell’Unione degli insegnanti del Nord e dell’Est della Siria che ha condannato sia l’imboscata (definendola un “tradimento”) sia la “collaborazione del PDK con la Turchia”.

Paventando i rischi di una guerra inter-curda innescata da operazioni come quella del 19 agosto che aveva tutte le caratteristiche di una provocazione.

Gianni Sartori

Gianni Sartori - 21/11/2021 - 23:51



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