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Εἰρήνη, Χορός Α', 301-345 [La Pace, Coro I, 301-345 / Peace, Chorus I, 301-345]

Aristofane / Ἀριστοφάνης
Lingua: Greco antico (Attico / Attic)

Lista delle versioni e commenti


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[421 a.C.]
[421 b.C.]
Testo Greco / Greek Text:
Aristophanes. Aristophanes Comoediae, ed. F.W. Hall and W.M. Geldart, vol. 1. F.W. Hall and W.M. Geldart. Oxford. Clarendon Press, Oxford. 1907.



La Pace

La pace (Εἰρήνη) è una commedia di Aristofane messa in scena nel 421 a.C., in un'epoca a cui fanno da sfondo i tristi eventi della Guerra del Peloponneso.

Nella Pace, il protagonista, Trigeo, dopo un'ardita spedizione celeste, riesce ad allontanare dalla Grecia i venti di guerra, con gran disperazione dei fabbricanti di armi e degli altri mestatori. La commedia riflette il clima di speranza per l'avvenire di quel periodo immediatamente precedente alla stipula della Pace di Nicia del 421 a.C.

Il titolo trae il nome dalla divina Eirene, dea della Pace.

In polemica con gli autori che si conquistavano il favore del pubblico, regalando leccornie prima delle rappresentazioni, Aristofane arrivò a distribuire agli spettatori presenti alla prima della commedia un chicco di grano.

Atene, 421 a.C. Sono anni duri. La guerra del Peloponneso imperversa e la Grecia è provata dal protrarsi di privazioni e stenti.

Trigeo, vignaiolo dell’Attica, esausto per le tribolazioni patite, si risolve a tentare un ardito rendez-vous con le divinità olimpiche. Per salire da Zeus, ci va non con un destriero alato, né con altra "nobile" creatura dei cieli, ma, parodiando i temi delle tragedie, a cavallo di uno scarabeo stercorario. Una creatura molto terrena sul cui dorso accingersi all’incredibile anabasi (spedizione) celeste.

Ma un vettore così umile e insolito comporta non pochi rischi. Infatti, durante il sorvolo dei cieli, il lezzo che esala dal basso spinge in picchiata la ghiotta bestiola, dalla straordinaria sensibilità per certi odori terreni, rischiando di mandare a morte il suo cavaliere. Ciò la dice lunga sulle consuetudini igieniche non proprio impeccabili di alcuni e dà modo a Trigeo di stigmatizzarne con insulti feroci le incurie igieniche.

Ma il viaggio gli riserverà una sorpresa ben triste: gli dei olimpici hanno abbandonato i cieli di Grecia. Ad annunciarglielo è Ermes, l’unico ancora rimasto: quel luogo un tempo così felice, è divenuto ora una finestra aperta su un disgustoso spettacolo, un mondo ormai dilaniato dalla discordia e, in apparenza, definitivamente consegnato a Polemos. In quelle lande non vi è più posto per Eirene, reclusa infatti da Polemos nelle profondità della Terra, lasciata a languire in un antro custodito da enormi macigni.

Polemos, dal canto suo, sarebbe già pronto per l’atto finale: le città giacciono in un enorme mortaio in attesa di essere sminuzzate come ingredienti di un bel pesto. Se solo ci fosse il pestello, ovvero un uomo in gamba, un bel mestatore, in grado di trascinare le polis in una lotta fratricida. Uomini del genere un tempo abbondavano in terra di Grecia: Cleone l’ateniese, per esempio, oppure Brasida, il pestello spartano. Ma entrambi sono morti, ora...

Trigeo, appresa la notizia, capisce che è il momento favorevole per agire, chiamando a raccolta tutti i greci e, tutti insieme, liberare Eirene dalla sua prigione.

Ne nasce una sequenza di equivoci alla fine dei quali, tra i popoli dell’Ellade, solo i contadini danno prova di possedere le doti di concordia necessarie a reggere l’impresa. Tira e tira, cantando tutti in coro, i macigni sono rimossi e Eirene può riemergere dalle viscere della terra, con gran dispiacere di mestatori mercanti di armi. Reca con sé il ramo d'ulivo e la cornucopia, in braccio il piccolo Pluto, simbolo dei beni che si possono trarre dalla natura e si accompagna ad Opora, la stagione del raccolto, e a Teoria, la Festa.

Trigeo e Opora scatenano la gioia di tutti, manifestando, a sorpresa, l’intenzione di sposarsi.

La scena si chiude allora con un komos nuziale, in cui si alza il canto del coro, condito da lazzi salaci, oscenità e piccanti allusioni: non si venderanno più armi, non si vestiranno più elmi, né si mangerà più cacio e cipolle (alimentazione tipica dei soldati) e la vita non si consumerà in guerre tristissime. Ma, accanto al focolare, solo bevute, allegri simposi e baccano con gli amici. E gli sposi vivranno felici tra le gioie bucoliche e allusive del pigiare e del cogliere fichi. - it.wikipedia

See also: en: Peace (Aristophanes)
Χορός

δεῦρο πᾶς χώρει προθύμως εὐθὺ τῆς σωτηρίας.
ὦ Πανέλληνες βοηθήσωμεν, εἴπερ πώποτε,
τάξεων ἀπαλλαγέντες καὶ κακῶν φοινικικῶν:
ἡμέρα γὰρ ἐξέλαμψεν ἥδε μισολάμαχος.
[305] πρὸς τάδ᾽ ἡμῖν, εἴ τι χρὴ δρᾶν, φράζε κἀρχιτεκτόνει:
οὐ γὰρ ἔσθ᾽ ὅπως ἀπειπεῖν ἂν δοκῶ μοι τήμερον,
πρὶν μοχλοῖς καὶ μηχαναῖσιν ἐς τὸ φῶς ἀνελκύσαι
τὴν θεῶν πασῶν μεγίστην καὶ φιλαμπελωτάτην.

Τρυγαῖος

οὐ σιωπήσεσθ᾽, ὅπως μὴ περιχαρεῖς τῷ πράγματι
[310] τὸν Πόλεμον ἐκζωπυρήσετ᾽ ἔνδοθεν κεκραγότες;

Χορός

ἀλλ᾽ ἀκούσαντες τοιούτου χαίρομεν κηρύγματος.
οὐ γὰρ ἦν ἔχοντας ἥκειν σιτί᾽ ἡμερῶν τριῶν.

Τρυγαῖος

εὐλαβεῖσθέ νυν ἐκεῖνον τὸν κάτωθεν Κέρβερον,
μὴ παφλάζων καὶ κεκραγὼς ὥσπερ ἡνίκ᾽ ἐνθάδ᾽ ἦν,
[315] ἐμποδὼν ἡμῖν γένηται τὴν θεὸν μὴ 'ξελκύσαι.

Χορός

οὔτι καὶ νῦν ἔστιν αὐτὴν ὅστις ἐξαιρήσεται,
ἢν ἅπαξ ἐς χεῖρας ἔλθῃ τὰς ἐμάς. ἰοῦ ἰοῦ.

Τρυγαῖος

ἐξολεῖτέ μ᾽ ὦνδρες, εἰ μὴ τῆς βοῆς ἀνήσετε:
ἐκδραμὼν γὰρ πάντα ταυτὶ συνταράξει τοῖν ποδοῖν.

Χορός

[320] ὡς κυκάτω καὶ πατείτω πάντα καὶ ταραττέτω,
οὐ γὰρ ἂν χαίροντες ἡμεῖς τήμερον παυσαίμεθ᾽ ἄν.

Τρυγαῖος

τί τὸ κακόν; τί πάσχετ᾽ ὦνδρες; μηδαμῶς πρὸς τῶν θεῶν
πρᾶγμα κάλλιστον διαφθείρητε διὰ τὰ σχήματα.

Χορός

ἀλλ᾽ ἔγωγ᾽ οὐ σχηματίζειν βούλομ᾽, ἀλλ᾽ ὑφ᾽ ἡδονῆς
[325] οὐκ ἐμοῦ κινοῦντος αὐτὼ τὼ σκέλει χορεύετον.

Τρυγαῖος

μή τι καὶ νυνί γ᾽ ἔτ᾽, ἀλλὰ παῦε παῦ᾽ ὀρχούμενος.

Χορός

ἢν ἰδοὺ καὶ δὴ πέπαυμαι.

Τρυγαῖος
φῄς γε, παύει δ᾽ οὐδέπω.

Χορός

ἓν μὲν οὖν τουτί μ᾽ ἔασον ἑλκύσαι, καὶ μηκέτι.

Τρυγαῖος

τοῦτό νυν, καὶ μηκέτ᾽ ἄλλο μηδὲν ὀρχήσησθ᾽ ἔτι.

Χορός

[330] οὐκ ἂν ὀρχησαίμεθ᾽, εἴπερ ὠφελήσαιμέν τί σε.

Τρυγαῖος

ἀλλ᾽ ὁρᾶτ᾽ οὔπω πέπαυσθε.

Χορός

τουτογὶ νὴ τὸν Δία
τὸ σκέλος ῥίψαντες ἤδη λήγομεν τὸ δεξιόν.

Τρυγαῖος

ἐπιδίδωμι τοῦτό γ᾽ ὑμῖν ὥστε μὴ λυπεῖν ἔτι.

Χορός

ἀλλὰ καὶ τἀριστερόν τοί μ᾽ ἐστ᾽ ἀναγκαίως ἔχον.
[335] ἥδομαι γὰρ καὶ γέγηθα καὶ πέπορδα καὶ γελῶ
μᾶλλον ἢ τὸ γῆρας ἐκδὺς ἐκφυγὼν τὴν ἀσπίδα.

Τρυγαῖος

μή τι καὶ νυνί γε χαίρετ᾽: οὐ γὰρ ἴστε πω σαφῶς:
ἀλλ᾽ ὅταν λάβωμεν αὐτήν, τηνικαῦτα χαίρετε

Τρυγαῖος

καὶ βοᾶτε καὶ γελᾶτ᾽: ἤδη
[340] γὰρ ἐξέσται τόθ᾽ ὑμῖν
πλεῖν μένειν βινεῖν καθεύδειν,
ἐς πανηγύρεις θεωρεῖν,
ἑστιᾶσθαι κοτταβίζειν,
†συβαρίζειν†
[345] ἰοῦ ἰοῦ κεκραγέναι.

inviata da Riccardo Venturi - Ελληνικό Τμήμα των ΑΠΤ - 10/12/2015 - 06:36



Lingua: Italiano

Traduzione italiana di Ettore Romagnoli [1932]



Ettore Romagnoli (Roma, 11 giugno 1871 – Roma, 1º maggio 1938) è stato un grecista e letterato italiano. Laureatosi nel 1893, durante la sua lunga carriera insegnò come docente universitario dapprima a Catania, poi anche a Roma e Milano. Divenne celebre come saggista e critico letterario, traducendo con grande perizia critica varie opere greche (fra le altre, le tragedie di Euripide, Eschilo e Sofocle, le commedie di Aristofane, l'Iliade e l'Odissea di Omero). Scrisse anche opere di critica letteraria, raccolte di poesie e novelle, e saggi d’argomento teatrale, e compose anche le musiche per alcuni suoi allestimenti di lavori teatrali greci per le stagioni del Teatro Greco di Siracusa. Molte delle odierne rappresentazioni classiche si rifanno al lavoro di traduzione, revisione e organizzazione della rappresentazione teatrale (musiche, costumi, scena...). Fu Accademico d'Italia dal 1929. Morì a Roma nel 1938. Amante della Sicilia, culla della civiltà greca in Italia, si recava spesso a Terranova di Sicilia (oggi Gela), città natale della moglie che coi suoi paesaggi costieri e le vestigia di età classica pare lo ispirasse nelle sue fatiche poetiche e letterarie. - it.wikipedia
Aristofane:
LA PACE, 301-345


PARODOS

(I coreuti, vestiti da bifolchi, recando attrezzi campestri,
entrano impetuosamente, dodici da ciascuna párodos, e, tumultuando e sgambettando, si affollano intorno a Trigeo, dinanzi l'imboccatura della caverna)

PRIMO SEMICORO:

Qui ciascun, per sua salute, di buon grado affretti il passo!
Al soccorso da ogni parte accorriamo, Ellèni, qui,
un addio dato alle schiere, ai mantelli da gradasso;
perché, infine, in odio a Lamaco, ha brillato questo dí.

SECONDO SEMICORO:

Tu fa' il piano, tu ammaestrane, se qualcosa oprar si deve;
né temere, in tanto giorno, di vederci ripentiti,
pria d'avere a luce tratta, con gli ordigni e con le leve,
la piú grande fra le Dive, la piú amica delle viti!

TRIGEO:

Zitti, zitti! O inuzzoliti per l'annuncio di tal bazza,
di lí dentro, con questi urli, stuzzicar volete Ammazza?

CORO:

Gli è che udir simile bando di piacer mi rïempí:
non è quel di presentarsi con provviste per tre dí!

TRIGEO:

Dunque, attenti che quel Cerbero ch'è nell'Orco, borbottando
ed urlando, ora fra i piedi non si ficchi, come quando
era qui, per impedirci di riprendere la Pace!

CORO:

Questa volta non c'è alcuno di strapparmela capace,
se davvero posso averla fra le mani. Evviva, evviva!
(Cominciano a ballare)

TRIGEO:

O finitela d'urlare, o siam fritti! Adesso arriva,
e a pedate manda all'aria tutti quanti i nostri affari!

CORO:

E rimescoli, e calpesti, e scombussoli magari!
Oggi tanto, al mio tripudio porre freno io non saprei!

TRIGEO:

Che rob'è? Cosa vi piglia? Non facciamo, per gli Dei,
che per quattro piroette vada a monte un affar d'oro!

CORO:

Ma se voglia non ne ho punta, di ballar! Ballano loro,
le mie gambe, mentre fermo me ne sto, per l'esultanza!

TRIGEO:

Or non piú, ti prego, smetti! Smetti, via, codesta danza!

CORO:

Ecco, vedi, ho bell'e smesso!
(Seguitano a ballare)

TRIGEO:

Già, lo dici, e poi non smetti!

CORO:

Questo scoscio solo solo, dopo basta, mi permetti!

TRIGEO:

Questo solo vi concedo: poi finiamola, col ballo!

CORO (Come sopra):

Se con ciò t'avvantaggiamo, smetteremo senza fallo!
(Cresce la foga del ballo)

TRIGEO:

Vedi un po', mica smettete!

CORO:

Lascia solo, affé di Giove,
che scosciam la gamba destra: poi, nessuno piú si muove!

TRIGEO:

Purché dopo non m'abbiate piú a seccar, ve lo permetto.

CORO:

A scosciare la sinistra pure, adesso io son costretto!
Me la godo, me la spasso, me la rido, avvento peti!
Assai piú che tornar giovani, gittar l'armi ci fa lieti!

TRIGEO:

Non vi date ancora al giubilo! Non si può cantar vittoria!
Quando poi l'avremo in pugno, allor sí, fate galloria,
fra schiamazzi e fra risate.
Potrà ognuno allora fottere,
fare in casa una dormita,
navigare o stare a riva,
e tra feste, serenate,
pranzi, fare il sibarita,
e strillare: «Evviva, evviva!»

inviata da Riccardo Venturi - 11/12/2015 - 02:41



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