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Una storia da raccontare

Edoardo De Angelis
Lingua: Italiano

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[2011]
Album :Sale di Sicilia

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UNA STORIA DA RACCONTARE è la nostra storia, immagine della cultura della “terra” dei nostri nonni e bisnonni, delle partenze e dei ritorni, quando i migranti eravamo noi. Ospite, nel prologo, la chitarra classica di Toti Basso
Fonte: Sito Ufficiale
È sempre bello guardare una nave
Che si allontana sopra le onde
E la sua sagoma scura è un pensiero
Oltre il mistero dell’orizzonte
Immaginare la gente che parte
Aprire il cuore a lontane avventure
E con le mani toccare quei cieli di un altro colore
E noi fermi nel cielo del porto perduti a guardare
Nelle mani ci resta soltanto l’odore del mare
Nelle mie mani tracciata nei segni
Ci sta una storia da raccontare
Che è pettinare i tappeti agli ulivi
E coltivare terre di mare
E seminare negli occhi dei figli
Carezze ruvide e poche parole
Per imparare a dividere il pane scaldato dal sole
E masticare e tenere a memoria quel nome che è mio
E ritornare quel nome alla terra nel nome di Dio
Volano via le stagioni
Giorno per giorno così
Ma il cuore delle canzoni
È qui è qui
Il tempo soffia ritorna la nave
Già s’indovina sull’orizzonte
Con le valigie che portano gli anni
Portano gli anni sopra le onde
Ripassa i nomi le voci i sorrisi
Sopra le facce che puoi ricordare
Guarda la nave che scivola sopra rotaie di mare
Alza lo sguardo a puntare la fila dei nomi lontani
Riportare le mani alla terra e la terra alle mani
Volano via le stagioni
Giorno per giorno così
Ma il cuore delle canzoni
È qui è qui
Volano via le stagioni
Giorno per giorno così
Ma il cuore delle canzoni
È qui è qui

inviata da adriana - 8/5/2011 - 11:17


E poi. Poi ci sono quelli che cantano nei dischi come Edoardo De Angelis. Qualcuno se ne ricorderà per le epiche “Lella”, “Sulla rotta di Cristoforo Colombo”, “Una storia americana”. I più attenti, sopravvissuti all’ipnosi pop, per una discografia ben più corposa, che abbraccia quarant’anni di storia della canzone d’autore, di quella con la S maiuscola.

Il tempo ha saputo essere galantuomo con lui. Nel senso della scrittura, smagliante per forma e contenuti. Senza contare la voce, tra le più “calde” e suggestionanti ancora in circolazione. Ballate come pagine di un diario, pubblico e privato come ai tempi che furono: ancora lì, a sfavillare di luce propria.

Ballate come queste, incastonate ad arte in “Sale di Sicilia” (Rai Trade, 2011), disco impeccabile, che non manca un colpo. Un cd senza batteria, con pochissima elettronica, e dunque umanista, terragno, di tamburelli, friscaletti, fisarmoniche, zampogne, aerofoni etnici: siciliani, africani, asiatici.

Che registra la rimpatriata ai climi nobili del Folkstudio, imbarcato com’è sulla rotta di colori, suoni, suggestioni di stampo popolare e dei suoi strumenti. Impreziosito dal novero delle partecipazioni illustri, tutte made in Sicily: Agricantus, Andrea Camilleri, Franco Battiato, fra tutti.



Un disco - ancora – che è una dedica esplicita all’isola per antonomasia. Un acquerello sentimentale in quindici stazioni. Dalla memoria lunga di "Saledisicilia", snodata nel tempo in cui i migranti (gli africani) eravamo noi (il tema della migrazione è anche in “Speranza disperata”), alle due storie vere intrecciate in “Rosario e Raffaella”, sullo sfondo di una Comiso e di una Festa dell’Unità del 1982. Da “Abele”, trasfigurata in versione teatrale per voce recitante di Mimmo Cuticchio (erede della tradizione siciliana del cuntu), a “Una storia da raccontare”, in bilico tra partenze e ritorni; fino all’invocazione laica, di sdegno civile, di “Nostra Signora del golpe”.

Per i più inclini alle canzoni pastello, non mancano nemmeno le romantic ballads, che se ne vanno a zonzo per l’album, sottobraccio alla poesia. Mi riferisco a “Parole che appartengono al mio cuore”, a “Benedetta” (che spiega come l’amore insegni anche a scrivere canzoni…beh, a qualcuno meglio a qualcuno peggio, se no Ramazzotti sarebbe Dante Alighieri), l’incommensurabile “Stella mia”, le sincere “Con un sorriso” e “Voglio un amore”.

“Sale di Sicilia” è però - soprattutto - un disco indefesso, interminabile, copioso, in cui De Angelis non gioca al risparmio. Con quel vocione che ti avvolge come una coperta di lana merinos omaggia Endrigo con “Il giardino di Giovanni”, la madre con “La valigia dell’addio”, Palermo con “Alloro”, quindi si congeda in grande stile, con una “Spasimo”, che cala insieme gli assi di Battiato (che regala un frammento di “Stranizza d’amuri”) e di sua maestà del giallo Andrea Camilleri (che recita una lirica di Mariacristina Di Giuseppe, dedicata a Santa Maria dello Spasimo). Che ne dite può bastare per scrivere di ritorno di gran classe?

www.bielle.org

DonQuijote82 - 24/8/2011 - 11:23



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