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Smisurata preghiera

Fabrizio De André


Lingua: Italiano


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(Fabrizio De André)


fabfuma
[1996]
Testo e musica di Fabrizio De André e Ivano Fossati
Lyrics and music by Fabrizio De André and Ivano Fossati
Album: "Anime salve"

Alvaro Mutis
Alvaro Mutis
L'ultima canzone dell'ultimo disco di Fabrizio De André, Anime Salve (1996). Smisurata preghiera (ispirata dal "Gabbiere" di Alvaro Mutis) è invece secondo me non solo la somma dei percorsi del disco, ma anche di quelli della vita poetica di De Andrè. Fortissima la presenza di Mutis qui ripreso sia per la "Preghiera" di Maqroll, che al contrario recita "Ricorda Signore che il tuo servo ha osservato pazientemente le leggi del branco. Non dimenticare il suo volto", sia in più punti, a partire da quel "gli elementi del disastro" che ricorda appunto una delle raccolte più note del poeta. Ma De Andrè attraverso la poesia stavolta ci offre un vero, grande affresco a tinte forte della solitudine libera e scelta, presupposto necessario per "consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità", perché l'uomo è individuo non esaltato dalla massa, dalla folla, dalla maggioranza, ma da essa annullato, appiattito, reso schiavo e complice di naufragi, scandali, disastri. Una condizione questa che necessita forza, tenacia ("direzione ostinata e contraria") ma sembra garantire soltanto una vita disagevole ed emarginata ("nel vomito dei respinti", "marchio speciale di speciale disperazione"). Quand'ecco, almeno alla fine, la speranza che la fortuna faccia il suo dovere ed aiuti i figli (di Dio) disobbedienti alle leggi del branco, restando comunque questa un'anomalia. È secondo me LA canzone di De Andrè, nella quale possiamo leggere il punto di vista dell'autore maturato in tanti anni, apparsoci frammentato in tante canzoni non soltanto in questo album, e qui riunito in un ideale "manifesto" comunque molto bello e poetico malgrado questa sua natura, se si vuole libertario o anarchico, la definizione non è forzata, ma soprattutto inno alla libertà e alla solitudine come scelta in una società statalista e massificata.
(Federico Moss)

Smisurata preghiera è l'epitome del disco, la summa dei tracciati che lo percorrono. Ed è ancora un affresco sulle minoranze, sulla necessità di difendersi da parte di chi non accetta "le leggi del branco", su coloro insomma che devono pagare per difendere la propria dignità: gli unici che
attraversando l'emarginazione e la solitudine riescono ancora a "consegnare alla morte una goccia di splendore".
[In Doriano Fasoli, Fabrizio De André. Passaggi di tempo, p. 77]


Smisurata preghiera [...] è una specie di salmo di invocazione e di imprecazione sulle minoranze. Ed è costruita a partire da testi di Alvaro Mutis, che in un'intervista televisiva ha dichiarato che occorre un talento straordinario per sintetizzare un'intera opera in una sola canzone.
[Alessandro Gennari, in Le mie note a margine (intervista a F. De André)]

Fabrizio De André - voce
Elio Rivagli - batteria
Naco - djembé, talking tablim e shaker
Alberto Tafuri - pianoforte e tastiera
Pier Michelatti - basso
Franco Mussida - chitarra classica
Mario Arcari - mancoseddas
Riccardo Tesi - organetto
"Il Quartettone" - orchestra d'archi
Carlo De Martini - direzione d'orchestra


- "Partiamo proprio da Mutis. Come è arrivato a conoscerlo?".

"Per una di quelle gradevoli coincidenze che il destino, ogni tanto, si diverte a mettere in scena. Nel 1991 il mio amico Vittorio Bo mi regalò un romanzo, La nave dell'ammiraglio, che trovai semplicemente straordinario. Allora cominciai a divorare tutti gli altri suoi scritti, e quando arrivai alla raccolta di poesie Summa di Maqroll-il gabbiere presi il coraggio a quattro mani: gli domandai se avesse nulla in contrario a che mi appropriassi di qualche pezzo pregiato della sua sterminata gioielleria, per incastonarlo in una canzone che avevo in mente. In questo modo è nata Smisurata preghiera, e devo confessare che mai parto fu tanto soddisfacente".

Intervista di F. De André con A. Podestà (L'Espresso, 18 settembre 1996)

Faber


«L'ultima canzone dell'album è una specie di riassunto dell'album stesso: è una preghiera, una sorta di invocazione... un'invocazione ad un'entità parentale, come se fosse una mamma, un papà molto più grandi, molto più potenti. Noi di solito identifichiamo queste entità parentali, immaginate così potentissime come una divinità; le chiamiamo Dio, le chiamiamo Signore, la Madonna. In questo caso l'invocazione è perchè si accorgano di tutti i torti che hanno subito le minoranze da parte delle maggioranze.

Le maggioranze hanno la cattiva abitudine di guardarsi alle spalle e di contarsi ... dire "Siamo 600 milioni, un miliardo e 200 milioni..." e, approfittando del fatto di essere così numerose, pensano di poter essere in grado, di avere il diritto, soprattutto, di vessare, di umiliare le minoranze.
La preghiera, l'invocazione, si chiama "smisurata" proprio perchè fuori misura e quindi probabilmente non sarà ascoltata da nessuno, ma noi ci proviamo lo stesso.»
(Presentazione dello stesso De André durante un concerto)

Dal sito Via del Campo, un'interessante analisi:
Giacomo Falconi - Dalla Summa di Maqroll a Desmedida Plegaria (PDF)
Alta sui naufragi
dai belvedere delle torri
china e distante sugli elementi del disastro
dalle cose che accadono al di sopra delle parole
celebrative del nulla
lungo un facile vento
di sazietà di impunità

Sullo scandalo metallico
di armi in uso e in disuso
a guidare la colonna
di dolore e di fumo
che lascia le infinite battaglie al calar della sera
la maggioranza sta la maggioranza sta

recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie
Coltivando tranquilla
l'orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta

come una malattia
come una sfortuna
come un'anestesia
come un'abitudine

per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità

per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli
con improbabili nomi di cantanti di tango
in un vasto programma di eternità

ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti

come una svista
come un'anomalia
come una distrazione
come un dovere

9/1/2006 - 19:32




Lingua: Spagnolo

Desmedida plegaria: La versione spagnola di Álvaro Mutis.


È opera dello stesso Álvaro Mutis e del compositore argentino Luis Bacalov. E' stata interpretata dallo stesso Fabrizio de André (ma mai incisa in album, sebbene sia reperibile facilmente in registrazioni ufficiose) per la colonna sonora del film Ilona arriva con la pioggia (Ilona llega con la lluvia) di Sergio Cabrera. La trascrizione diretta all'ascolto è mia, e la riprendo da un post del newsgroup it.fan.musica.de-andre (iniziatore delle CCG) del 2 novembre 2000. [RV]
DESMEDIDA PLEGARIA

Sobre los naufragios,
desde el Mirador de las Torres,
Lejana y sobre los elementos del desastre
De las cosas que suceden por encima de la palabras
Celebrantes de la nada
En un viento tán fácil
De saciedad, de impunidad

Bajo el escándalo metálico
De armas bluntas o en desuso
Conduciendo la columna
De dolor y de humareda
Que deja las batallas infinitas al caer de la tarde,
La mayoría está, la mayoría está

Recitando un rosario
De mezquinas ambiciones,
De temores milenarios,
De inagotables astucias
Cultivando tranquila
La horrible variedad
De su propia soberbia
La mayoría está

Como una enfermedad
Como un infortunio
Como una anestesia
Como una costumbre

Para quien viaja con obstinada y contraria dirección,
Con su estigma especial de especial desesperanza
Y entre vómitos de rechazados sus últimos pasos va dando
Para entregar a la muerte una gota de esplendor,
De humanidad, de verdad

Por quien en Aqaba curó la lepra con un cetro ficticio
Y sembró su travesía de celos devastadores y de hijos
Con improbables nombres de cantantes de tango
En un vasto programa de eternidad

Recuerda, Señor, a estos siervos desobedientes
A las leyes de la manada,
No olvides sus rostros
Que al cabo de la alternancia
Es apenas justo que la fortuna los toque

Como un descuido,
Como una anomalía,
Como una distracción,
Como un deber.

inviata da Riccardo Venturi - 9/1/2006 - 20:20




Lingua: Inglese

La versione inglese di Dennis Criteser [2014]
Dal blog Fabrizio De André in English

"Smisurata preghiera" is a song where again the lyrics were from De André and the music from Fossati. Five years prior, De André had discovered the writings of the Colombian Alvaro Mutis. He was so taken with them that he reached out to Mutis and asked if he would have any objections to De André taking lines from his books to use in a song he wanted to write. Mutis was game, and De André proceeded to use lines from two novels and one anthology of poems, putting them together and rearranging and changing them until he had built the song he had in mind. To give a couple examples, the opening lines of the song - "High above the shipwrecks from the viewpoint of the towers" comes from Mutis's poem "Stars for Arthur Rimbaud" which includes the line "And from the viewpoint of the highest tower." From another poem, "The Elements of Disaster," De André wove the title into the line "bowed and distant over the elements of disaster." In the first half of the song De André posits a cultural majority that stands above the disastrous fray, insensitive, prideful, small of spirit and going along with the world as it is. The second half of the song brings in those who go their own way, against the tide of the mainstream culture, and De André would include in this mix all marginalized people - the poor, social outcasts, and rebels of many stripes. The song then becomes an invocation and prayer that these "servants disobedient to the laws of the herd" will also be held in the Lord's thoughts and that, perhaps, some good fortune will, even ought, to come their way. - Dennis Criteser
BOUNDLESS PRAYER

High above the shipwrecks
from the viewpoint of the towers,
bowed and distant
over the elements of disaster
from the things that happen
above the words
commemorative of nothing,
along an easy wind
of satiety, of impunity,

on the metallic scandal
of arms in use or disuse
for guiding the column
of sadness and smoke
that leaves the infinite battles
at the falling of night,
the majority stands,
the majority stands.

Reciting a rosary
of petty ambitions,
of thousand-year-old fears,
of inexhaustible tricks,
cultivating calm,
the terrible variety
of their own arrogances,
the majority stands.

Like an illness,
like a misfortune,
like an anesthetic,
like a habit.

For one who travels in a direction
stubborn and contrary,
with his special mark
of special desperation,
and through the vomit of the rejected,
he moves the final steps
to deliver unto death
a drop of splendor,
of humanity, of truth.

For him who at Aqaba cured leprosy
with a faux saber
and sowed his passage
with devastating jealousies and children
with improbable names,
with singers of tango
in a vast program
of eternity.

Remember, Lord,
these servants disobedient
to the laws of the herd.
Don’t forget their face
that, after so much disbanding,
it’s just right that luck helps them.

Like an oversight,
like an anomaly,
like a distraction,
like a duty.

inviata da Riccardo Venturi - 25/2/2016 - 09:16




Lingua: Inglese

An English version by Teresa Atzeni
Versione inglese di Teresa Atzeni
IMMEASURABLE PRAYER

High over the wrecks
from the lookouts of the towers
bent and distant on the element of disaster
from the things that happen above the words
commemorative of vacuity
along an easy wind
of satiety of impunity.

Over the metal outrage
of weapons in use and disuse
to lead the column
of pain and smoke
which leaves the endless battles at nightfall
the majority stays, the majority stays.

Reciting a rosary
of wretch ambitions
of millenary fears
of inexhaustible tricks
quiet cultivating
the horrible variety
of its own arrogances
the majority stays.

Like a sickness
like a bad luck
like an anaesthesia
like a habit.

For those who travel towards a stubborn and opposite direction
with their special mark of special despair
and amid the vomit of repelled ones move their last steps
to give death a drop of brightness
of humanity, of verity.

For those who at Aqaba treated leprosy with a false sceptre
and spread their passage with devastating jealousies and children
with improbable names of tango singers
in a wide plan of eternity.

Remember, Lord, these servants disobedient
to the laws of pack
do not forget their faces
since after so much listing
it is only fair that luck help them.

Like an oversight
like an anomaly
like an inattention
like a duty.

inviata da Teresa Atzeni - 23/11/2009 - 11:47




Lingua: Francese

Version française – Prière démesurée – Marco Valdo M.I. – 2008
Chanson italienne – Preghiera smisurata – Fabrizio De André – 1996

Georges Brassens, que Fabrizio De André connaissait très bien, chantait:

Les hommes sont faits, nous dit-on
Pour vivre en bande comme les moutons
Moi, je vis seul et c'est pas demain
Que je suivrai leur droit chemin.


Brassens disait suivre son chemin de petit bonhomme.
Et pourtant, pourtant, la loi du nombre, celle de la majorité qui a pour seul fondement la maladie comptable qui soit dit en passant est en train de tuer l'espèce. Cette maladie comptable s'étend à tout comme la peste, elle a commis bien des ravages et continue d'en faire. En fait, sous le nom de démocratie, elle n'est que l'alibi d'une dictature des plus perverses. La question reste pendante : comment faire pour que vivent agréablement et en paix de si grands ensembles humains (disons l'humaine nation) et d'autre part, comment faire pour que vivent en paix et agréablement, ceux qui vont à contrevent, ceux qui vont en sens contraire et obstinément. Colomb était parti en sens contraire et obstinément; il est arrivé ailleurs.
Comment préserver « une goutte de splendeur et d'humaine vérité »?
Selon Marco Valdo M.I., toute prière adressée à un quelconque Seigneur n'a absolument aucune chance d'aboutir ni à son entendement, ni a fortiori à une quelconque intervention en retour. Pour la simple et bonne raison qu'il n'y a pas de Seigneur et qu'en tout état de cause, si Arlequin servait plusieurs maîtres, Marco Valdo M.I. pense que l'accession à l'humanité passe par la fin de la servitude, donc de l'existence-même d'un quelconque Seigneur et qu'ainsi finit la désespérance.
Pas de Seigneur, pas d'espérance, est-il sempiternellement répété; d'accord, mais aussi bien : pas d'espérance, pas de désespérance : reste alors l'humaine condition comme une bévue, une anomalie, une distraction, un devoir... L'humaine condition qui s'impose de par sa propre existence. Tel est le destin de celui qui avance « dans une direction obstinée et contraire ».

Ainsi parlait Marco Valdo M.I.
PRIÈRE DÉMESURÉE

Surplombant les naufrages
de l'observatoire des tours
Elle penche et distante des éléments du désastre
des choses qui surviennent au-delà des paroles
célébrant le rien
Au long d'un vent si facile de
de satiété d'impunité.

Sur le scandale métallique
des armes en usage et désuètes
Pour guider la colonne
de douleur et de fumée
que laissent les innombrables batailles à la tombée de la nuit.
La majorité est la majorité, elle est

récitant un rosaire
d'ambitions mesquines
de peurs millénaires
d'inépuisables arguties
en cultivant tranquillement
l'horrible variété
de ses propres arrogances
La majorité est

comme une maladie
comme une malchance
comme une anesthésie
comme une habitude

Pour celui qui voyage dans une direction obstinée et contraire
avec sa démarche spéciale d'une spéciale désespérance
et au milieu du vomi des réprouvés effectue ses derniers pas
pour offrir à la mort une goutte de splendeur
d'humaine vérité.

Pour celui qui à Akaba soigna la lèpre avec un sceptre postiche
et sème son passage de jalousies dévastatrices et d'enfants
aux noms improbables de chanteurs de tango
en un vaste programme d'éternité.

Souviens-toi Seigneur de ces serviteurs rétifs
aux lois du troupeau,
n'oublie pas leur visage
quand après tant de désarroi
il est juste absolument que la fortune les aide.

Comme une bévue
Comme une anomalie
Comme une distraction
Comme un devoir.

inviata da Marco Valdo M.I. - 21/12/2008 - 16:54




Lingua: Sardo

Versione sarda di Francu De Fabiis

In d-unu de is amentus de issu, Gabrieli Garcia Marquez, contat custu chi dhi fiat sutzèdiu:
“Àlvaro Mutis nci fut ampuau a ancadas mannas is seti pranus de sa domu de mei etotu e cun d-unu imbodhicàmini de una meca de lìbburus, iat pratziu de totu su muntoni su prus pitichedhedhu e m’iat nau arriendi a scracàllius: «Ligidia custu sciollòriu, catzu, e impara!». Fut su lìbburu “Perdu Pàramo”. Cudha noti no femu arrenèsciu a dromiri ainnantis de dh’èssiri lìgiu po sa de duas bortas”.
Arrogu liau de sa parti de aintru de sa crubeca de apalas de su lìbburu de Juan Rulfo, s’inspiradori de Venutu Lobina, su chi at scritu s'arrumanzu contras a is guerras “Po cantu Bidhanoa”, su prus mellus arrumanzu in lìngua sarda, cun tradusidura italliana a su costau de Lobina etotu.

Da Emigrati sardi
SMANADA PREGADORIA

Arta apitzus de is naufràgius
de sa pratza de is turris
incrubada e atesu apitzus de is elementus de s’arrori
de is cosas chi sutzedint apitzus de is fuedhus
chi afestant su nudha
sighendi unu fàtzili bentu
de su èssiri satzau de su èssiri discastigau.

Apitzus de sa bregùngia metàlliga
de armas imperadas e disimperadas
a ghiai sa culunna
de duloris e de fumu
chi lassat is mai smìtias batallas a su barigai de su meria
sa majòria stait, sa majòria stait.

Arresendi unu arrosàriu
de apedhias nennerias
de su tìmiri de millannus
de mraxanerias chi no spàciant mai
pastinendi asseliada
s’arrorosa bariedadi
de is pròpias presumias
sa majòria stait.

Che una maladia
che sa disfurtuna
che una anestesia
che una abesada.

Po chini biaxat in diretzioni tostorruda e a s’imbressi
cun su s’assentu spetziali de spetziali disisperu
e intramesu de is caciadas de is stallaus movit is ùrtimas ancadas
po donai a sa morti unu stìdhiu de lugori
de umanidadi, de beridadi.

Po chini a Akaba iat sanau sa lefra cun su varoni frassu
e iat semenau s’arrastu de issu etotu de gerusias sperdidoras e de fillus
cun dudosus nòminis de cantadoris de tangu
in d-unu mannu progamu de eternidadi.

Arregordadia Sannori custus tzaracus chi no ponint amenti
a is leis de su tallu
no scarescis sa cara insoru
chi apustis de su meda sprabaxai
est fintzas giustu chi sa furtuna dhus agiudit.

Che una fadhina
che una stranesa
che unu sbèliu
che unu dèpiri.

inviata da Francu De Fabiis - 18/10/2009 - 07:17




Lingua: Sardo (Campidanese)

Versione in sardo campidanese di Stèvini Cherchi

Ho voluto mettere un'altra versione in sardo campidanese non per sminuire quella di Francu de Fabiis, che pure è bellissima (e che non avevo letto), ma solo perché la mia è cantabile rispettando la melodia dell'originale.
Una canzone che amo molto perché potrebbe essere un programma per noi sardi "minorizzati".

Faber, un’esempru po totu is Sardus
PREGADORIA STREMENADA

Apitzus de is afundaus
castiendi arta de is turris
incrubada e atesu de is elementus sciusciaus
de is cosas chi acadessint asuba de is fueddus
chi tzirimòniant de nudda
in d-unu fàtzili bentu
de satzadura de sfacidura.

In su scàndulu metàllicu
de armas imperadas e no
a ghiai sa coròndua
de dolori e de fumu
chi lassat totu is batallas a su scurigadòrgiu
sa majoria stat, sa majoria stat

arresendi un'arrosàriu
de speddieddus piticus
de timorias de mill'annus
de trassas chi no acabant
pesendi sullena
sa lista arrorosa
de is artivesas suas
sa majoria stat

che a una maladia
che a una malasorti
che a un'anestesia
che a un'imbitzu malu

po chini tirat deretu tostorrudu e contràriu
cun su siddu nodiu de nodiu disisperu
in su vòmbitu de is arreusaus giait is ùrtimus coscus
po intregai a sa morti unu stìddiu de luxentori
de umanidadi de beridadi.

Po chini in Aqaba sanàt sa lepra a pèrtia frassa de cumandu
e seminàt passendi su giassu de fèngia mala e de fillus
a nomìngius strambecus de cantadoris de tangu
in d-unu grandu programa de eternidadi

arregorda-tì o Deus de is serbidoris arrebellus
a sa lei de su tallu
no ti scarèsciat sa faci insoru
chi apustis tanti stontonu
est finsas bonu chi ddus agiudit sa sorti

che a una faddina
che a una stramberia
che a unu sbèliu
che a unu doveri.

inviata da Stèvini Cherchi - 12/3/2011 - 19:11




Lingua: Portoghese

Versione portoghese di Manuel Gordiani

Vi invio questa mia personale traduzione in portoghese di Smisurata Preghiera estratta dal disco MEU CARO AMIGO nel quale mi sono divertito a tradurre De Andrè in portoghese e Chico Buarque in italiano. Il disco si può ascoltare e scaricare gratuitamente da qui

IMENSA PRECE

Alta sobre os naufrágios
do miradouro das torres
curva e distante dos elementos do desastre
das coisas que acontecem mais além das palavras
que celebran o nada
em um vento fácil
de saciedade de impunidade

O Escândalo metalico
de armas em uso e desuso
para dirigir a coluna
de sofrimento e fumaca
que deixa as infinitas batalhas ao cair da noite
a multidao esta a multidao esta

recitando o rosário
das ambições mesquinhas
de milenares temores
inesgotáveis astúcias
cultivando tranquila
a variedade horrível
de sua arrogância
a multidao esta

como uma doença
como falta de sorte
como anestesia
como um hábito

para aqueles quem viajam em direção obstinada e contrária
com a sua marca especial de desespero especial
e entre o vômito dos rejeitados, move os últimos passos,
para trazer à morte uma gota de esplendor
de humanidade de verdade

para aquele que em AQABA surrou a lepra com um falso cetro
e semeou sua passagem de ciúmes devastadores e crianças
com nomes improvisados de cantores de tango
em um extenso programa de eternidade

lembre-se Deus
desses servos desobedientes
as leis do rebanho
não se esqueça de seus rostos
que depois de tanto zanzar
ele é apenas um direito que a sorte vai ajudá-los

como um descùido
como uma anomalia
como uma distração
como um dever

inviata da manuel gordiani - 12/5/2016 - 18:39




Lingua: Spagnolo

La "Oración de Maqroll el Gaviero" de Álvaro Mutis

ORACIÓN DE MAQROLL EL GAVIERO

(No está aquí completa la oración de Maqroll el Gaviero.
Hemos reunido sólo algunas de sus partes más salientes, cuyo uso cotidiano recomendamos a nuestros amigos como antídoto eficaz contra la incredulidad y la dicha inmotivada:)

Decía Maqroll el Gaviero:
¡Señor, persigue a los adoradores de la blanda serpiente!
Haz que todos conciban mi cuerpo como una fuente inagotable de tu infamia.
Señor, seca los pozos que hay en mitad del mar donde los peces copulan sin lograr reproducirse.
Lava los patios de los cuarteles y vigila los negros pecados del centinela. Engendra, Señor, en los caballos la ira de tus palabras y el dolor de viejas mujeres sin piedad.
Desarticula las muñecas.
Ilumina el dormitorio del payaso, ¡Oh Señor!
¿Por qué infundes esa impúdica sonrisa de placer a la esfinge de trapo que predica en las salas de espera?
¿Por qué quitaste a los ciegos su bastón con el cual rasgaban la densa felpa de deseo que los acosa y sorprende en las tinieblas?
¿Por qué impides a la selva entrar en los parques y devorar los caminos de área transitados por los incestuosos, los rezagados amantes, en las tardes de fiesta?
Con tu barba de asirio y tus callosas manos, preside ¡Oh fecundísimo! la bendición de las piscinas públicas y el subsecuente baño de los adolescentes sin pecado.
¡Oh señor! recibe las preces de este avizor suplicante y concédele la gracia de morir recostado en las graderías de una casa infame e iluminado por todas las estrellas de firmamento.
Recuerda Señor que tu siervo ha observado pacientemente las leyes de la manada. No olvides su rostro.
Amén.

9/1/2006 - 21:44




Lingua: Italiano

La "Preghiera di Maqroll il Gabbiere" di Álvaro Mutis (Traduzione italiana)

PREGHIERA DI MAQROLL IL GABBIERE

(Qui non viene data integralmente la preghiera di Maqroll il Gabbiere. Abbiamo riunito solo alcune delle sue parti più salienti il cui uso quotidiano raccomandiamo ai nostri amici come antidoto efficace contro l’incredulità e la gioia immotivata.)

Diceva Maqroll il Gabbiere:
Signore, perseguita gli adoratori del serpente lascivo! Fa che tutti concepiscano il mio corpo come una fonte inesauribile della tua infamia.
Signore, secca i pozzi che stanno in mezzo al mare dove i pesci copulano senza riuscire a riprodursi.
Lava i cortili delle caserme e vigila sui neri peccati della sentinella. Genera, Signore, nei cavalli l’ira delle tue parole e il dolore di vecchie donne senza pietà.
Smembra le bambole.
Illumina la stanza del pagliaccio. Oh Signore! Perché infondi quell’impudico sorriso di piacere nella sfinge di stracci che predica nella sala d’aspetto?
Perché hai tolto ai ciechi il bastone con cui laceravano la densa felpa del desiderio che li assedia e li sorprende nelle tenebre?
Perché impedisci alla selva di entrare nei giardini e di divorare i sentieri di sabbia percorsi nelle sere di festa dagli incestuosi, dagli amanti attardati?
Con la tua barba da assiro e le tue mani callose, presiedi, Oh fecondissimo! la benedizione delle piscine pubbliche e il conseguente bagno degli adolescenti senza peccato.
Oh signore! accogli le preghiere di questo scrutatore supplicante e concedigli la grazia di morire avvolto nella polvere delle città, addossato alle gradinate di una casa infame e illuminato da tutte le stelle del firmamento.
Ricorda Signore, che il tuo servo ha osservato pazientemente le leggi del branco. Non dimenticare il suo volto.
Amen.

inviata da Riccardo Venturi - 25/2/2016 - 09:39




Lingua: Sardo

Makroll su Gabbieri a Kabul in s'Afganistan.

Arrogu liau de s'arrumanzu de Àlvaro Mutis
"Unu bellu Mòrriri" de su 1989 e
torrau a prentai po is: Editzionis Einaudi,
Cannaca po is busciacas, 1992 e 1997, Turinu.

Po ndi sciri de prus apitzus de Àlvaro Mutis cracai innoi e brintai in sa poisia de cust’òmini mannu.
Makroll, su Gabbieri, arremonat a sa pàgini 131 de su lìbburu.

M’amentu sa borta chi femu stètiu cassau, me in is bixinaus de Kabul, de una truma de sa pulima afgana. Iant abetiau po bòlliri biri su bàrriu de is duus gamellus abramius chi issu portàt fintzas a Peshawar, cun cillonis de bèndiri a is turistas. Iat amostau s’arricia de sa mercantzia e s’arrelativa licèntzia de cumèrciu. Ma unu sergenti cun is mustatzus niedhus, a furriotus e cìrdinus, abetiàt de bòlliri ponni sa manu intramesu de sa sedha e su batile chi amparàt is pegus. Iat agatau in totu is duus gamellus bèrtulas de pedhi de craba prenas de perdas pretziadas nimancu trabballadas.
Po duas cidas fiat abarrau incotiu in presoni de una bidha de làcana, abetendi is detzidimentus de is otoridadis de Kabul. No dhu si dhu portànt che presoneri e andàt a papai, medas bortas, a domu de is bardianeris. Fuant personis de un’artividadi naturalli amesturada cun d-una stima e spontaneidadi e unu sentidu de uspidàgiu diaderus mannu.
Ingudheni iat ascurtau is prus mellus e de no si porri scarèsciri istorias de is atòbius de is caravazas cun is sbandius muntanninus chi ndi calant de apitzu de montis niaus po spartzinai su tiarrori in is moris de is giaras de mesania.
Iat fintzas scìpiu de is bardanas de is frassu derviscis, chi s’aprofitànt de is fèminas chi calànt a frùmini po s’àcua e dhas faiant dàbbilis cun longas fainas de amàntzia chi dhas lassànt unu pagu de mancu che amachiadas.
Custa permanèntzia in d-una presoni de s’Afganistan, dh’iat permìtiu de s’acostumai cun d-unu de is pòpulus prus arestis e amàbbilis de sa terra.
Is otoridadis dh’iant pregontau su pagamentu de is stangus po tramudai foras de sa natzioni is perdas pretziadas e dei is mandiaris papaus in s’ìnteris de sa presonia.
Cun d-unu bàsidu tzacarrosu a cadeuna trempa, is cumpangius cosa sua e sa bardiania si fenta disispidaus de issu cun meda e bona sintzillidadi, chi iat tentu su sentidu de èssiri lassendi sa natzioni innui iat a pòtziu pònniri s’acabbu a sa vida de tramuda de issu e bìviri in mesu de chini intendiat, diaderus, che fradis, bividoris de unu mundu chi arremonada medas bortas che una stibba chi iat pèrdiu sa speràntzia de atobiai. Fiat innia, e issu dhu lassàt po sèmpiri.

20/2/2010 - 18:33


Belin Faber!! che eredità che ci hai lasciato!!
grazie a te ho imparato a vivere sempre in direzione ostinata e contraria!

ale - 20/12/2008 - 22:37


Il calcio, la tv. L’altro Fabrizio sapeva godersi le giornate di «bonaccia»
di Ivano Fossati

dal Corriere della sera

Non vado pazzo per le celebrazioni, le beatificazioni, le rievocazioni. Normalmente ne sto lontano, perché considero sacrosanto solo il ricordo strettamente personale dei fatti e delle persone. Quello, per intenderci, che si conserva da soli, in silenzio. Ma certo si può ammettere qualche legittima deroga a tutto questo. Fabrizio De André è stato ricordato e celebrato, forse ogni singolo giorno dal momento della sua scomparsa, come non era accaduto prima a nessun grande artista italiano. Questo testimonia il vuoto tangibilmente grande che ha lasciato nel cuore e ancor più nel bisogno di conforto dei molti che lo hanno amato. Piccole e grandi celebrazioni avvenute un poco dovunque in giro per l’Italia. Tributi sempre più o meno accorati e a distanza di dieci anni non ancora liberati del tutto dall’ombra accompagnatrice del rimpianto. Perfino la sorpresa, per la perdita di quell’uomo così discreto ma così presente nella storia dei sentimenti di questo Paese, si è fatta sentire fino all’ultimo, cioè fino a oggi. Così le celebrazioni sono state spesso vagamente lacrimose.

La memoria di Fabrizio ha diritto oggi a qualcosa di diverso, ne sono più che convinto. Merita più delle agiografie, delle biografie, delle scontate raccolte di canzoni rimasterizzate e reimpacchettate. Merita soprattutto di sfuggire all’aneddotica prêt à porter cui vengono fatalmente adattate le figure dei grandi artisti quando non sono più in grado di confutare o di precisare. Quando gli amici, i compagni di strada, quelli che sanno, che hanno visto, quelli che c’erano, si moltiplicano a dismisura.

«Fabrizio oggi è di tutti» dice Dori Ghezzi con tollerante senso della realtà. Purtroppo nessuna seriosissima esegesi, nessuno scandagliamento della sua opera ci restituisce la complessità, o se si preferisce, la completezza del carattere di De André. Così, personalmente, ho più cara nei miei ricordi la parte di lui che lo faceva «parlare basso», da buon genovese a un altro genovese. Niente lessico da libro stampato, nessun massimo sistema, ma frequenti risultati di partite di calcio. Il Genoa. E magari qualche gioioso apprezzamento per rotondità muliebri fuggevolmente offerte da programmi tv di taglio basso. Garbato e sornione s’intende, in salsa fredda, alla ligure. Un mondiale di calcio, il festival di Sanremo, le televendite. Qualche lieve ubriacatura. Un po’ di birre a Sestri Levante per festeggiare il testo di «A Cimma», che ci era sembrato irraggiungibile. E improvvisamente le ginocchia di tutti e due che non reggono più per tornare a casa. Perché non erano più gli anni settanta. Era questo un De André «semplificato» che la gente avrebbe amato e compreso ancora di più, se è mai possibile. Le leggerezze dette a piena bocca umanizzano. Sono un dono che il cielo fa agli uomini di grande intelligenza, i quali se vogliono ne usano, come per cercare riposo. Alcuni che idealizzano e rendono monumentali uomini e artisti, secondo un’immagine che non ammette imperfezioni, non capirebbero.

Fabrizio era vitale e come ogni persona del suo tipo era capace di scarti improvvisi, di spiazzamenti all’interno del suo stesso essere. Figurarsi all’esterno, cioè stargli vicino. Giornate intere di bonaccia, calma quasi piatta, e poi improvvise scosse elettriche con rincorse verso l’alto o verso il basso. In alto lo spirito filosofico e in basso il fondo dei garbugli umani. Secondo l’umore, secondo la giornata. Troppo terribilmente intelligente per definirlo un buono. Ma quest’ultimo era il Fabrizio che preferivo. Invece il grande artista, quello come tutti se lo sarebbero aspettato, lo conoscevo bene. Ero stato un suo ammiratore molto prima che un suo amico. A poco più di vent’anni avevo letteralmente consumato sul piatto del giradischi «Non al denaro, non all’amore, né al cielo» e «Storia di un impiegato».

Tenevo in considerazione quei due album al pari di quelli di Jimi Hendrix o degli Stones. Nessuna differenza. Come se la musica di Fabrizio fosse arrivata anch’essa dall’America, da Plutone o da un pianeta ancora più lontano, sul quale fosse lecito scrivere canzoni in italiano. L’eroe che aveva tradotto in musica «Spoon River», allontanandola dalla noia delle antologie scolastiche lo conoscevo già. Ora a distanza di anni, durante la scrittura di «Anime salve» mi piaceva di più passare quei lunghi pomeriggi piemontesi con un Fabrizio quieto e sorridente, accovacciato a terra davanti a un apparecchio radio degli anni sessanta, in attesa dei risultati delle partite di calcio, la domenica pomeriggio.

«Il Genoa, il Genoa, cos’ha fatto il Genoa»? Ma la sua squadra del cuore non brillava granché in quel periodo. Forse questo decennale e la grande mostra che si inaugura a Genova non faranno di Fabrizio De André un immobile monumento. Forse a Genova la marea di gente che gli vuole bene potrà servirsi da sé a piene mani e ubriacarsi di dati, ricordi e racconti digitali. In mezzo a tutte quelle immagini io dico che dovrà essere come un prolungato abbraccio festoso. Senza più ombra di rimpianto. Anche per via di quella gioia che infonde, soprattutto nei ragazzi, il poter rovistare navigando nella tecnologia. E la tecnologia risponde nell’unico modo che sa: raccontando perfettamente il passato, ma con la voce del futuro.

3/1/2009 - 11:59


Smisurata preghiera è ,secondo me, una ultima, malinconica e accorata richista a dio affinché pure quelle anime disgraziate ,che in vita loro non hanno colpe se non quelle legate alla ricierca della propria libertà, abbiano infine riposo dai propri tormenti. È una lucida constatazione della difficile realtà di chi muove i suoi passi in direzione ostinata e contraria

matteo c - 21/2/2013 - 04:52


Lo scrittore Alvaro Mutis, tra i maestri della letteratura ispanoamericana, è morto ieri in Messico all'età di 90 anni. Lo hanno annunciato oggi fonti ufficiali messicane. «Piangiamo la morte dello scrittore Alvaro Mutis», ha annunciato su Twitter il Consiglio nazionale della Cultura e delle Arti. Carmen Miracle, moglie dello scrittore, ha precisato al quotidiano messicano La Jornada che «la morte è sopravvenuta dopo una grave malattia che ne aveva reso necessario il ricovero la domenica precedente». Alvaro Mutis, intimo amico dello scrittore Gabriel Garcia Marquez, era nato a Bogotà nel 1923, ma aveva passato la sua infanzia in Belgio dove suo padre, diplomatico, ha abitato fino al 1932. Dal 1956 risiedeva in Messico.

alvaro mutis


LE OPERE - Tra le sue opere più note, «La Neve dell'Ammiraglio», «Un bel morir» e «Ilona arriva con la pioggia», da cui è stato tratto il film di Sergio Cabrera e a cui è ispirata la canzone «Smisurata Preghiera» di Fabrizio De Andrè, inclusa nel suo ultimo album Anime salve. Il cantautore e lo scrittore si incontrarono alla prima del film «Ilona arriva con la pioggia» tratto dal libro di Mutis. Ne nacque un'amicizia e una profonda stima reciproca. (Ansa)

23/9/2013 - 09:28



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