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Itaca

Lucio Dalla


Lingua: Italiano


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[1971]
Testo di Gianfranco Baldazzi e Sergio Bardotti
Musica di Lucio Dalla
Coro popolare (dei lavoratori della RCA)
Arrangiamenti di Guido e Maurizio De Angelis
Da "Storie di casa mia"

Veduta dell'isola d'Itaca.
Veduta dell'isola d'Itaca.


"Storie di casa mia" (1971) conferma la sua vena a corrente alternata, tra piccoli gioielli di struggente pop melodico ("La casa in riva al mare", Per due innamorati e "Il gigante e la bambina", destinato a divenire uno degli hit dell'amico Ron), confusi quadretti naif ("Un uomo come me", "Il bambino di fumo") e vere cadute di stile (il pacchiano coro di "Itaca").
Ma a trascinare il disco è il singolo 4 marzo 1943 [Gesù bambino] di cui sopra, benedetto tra i fiori di Sanremo e lanciato anche in Brasile (nella versione di Chico Buarque De Hollanda), in Francia (a cura di Dalida) e in Giappone. E' una fiaba agrodolce, firmata da Paola Pallottino e accompagnata solo dal violino "alticcio" di Renzo Fontanella: Dalla la interpreta con piglio da cantastorie, esaltandone lo spirito dissacrante (la canzone sarà vieppiù censurata) e bohémienne. Uno spirito che troverà ancor più compiuta affermazione un anno dopo nel clochard della struggente "Piazza Grande", che farà inumidire gli occhi anche al compassato pubblico del Teatro Ariston.

Claudio Fabretti, da OndaRock

Così Claudio Fabretti, e dal punto di vista strettamente musicale avrà senz'altro ragione su "Itaca" e sul suo "pacchiano coro". Noi ci poniamo invece in un'ottica che tiene conto, necessariamente, anche e soprattutto del contenuto della canzone (senza contare il fatto che il coro, quell' "Itacaaaa, Itacaaa, Itacaaa-aa-aaaa" la ha sempre, per così dire, "identificata"). Qui non siamo di fronte all'ultimo Dalla, ma a qualcuno che si sta preparando all'incontro con Roberto Roversi, e che ci parla di una cosa molto semplice: il grande condottiero che vaga per i suoi capricci, non curandosi eccessivamente dei poveri cristi di soldati che sono con lui, e che vorrebbero tornare alle loro povere case e alle loro famiglie mentre il capitano è impegnato con le Nausìchee, con i Feaci, con le Maghe Circi, coi Polifemi e via discorrendo. Tanto più, poi, che sono usualmente loro a crepare, mentre Ulisse se ne tornerà prima o poi sano e salvo a Itaca perché ci ha gli dèi dalla sua. In fondo alla canzone, subentra però la rassegnazione, la coscienza di non essere davvero "nessuno"; interessante, però, è la variante dal vivo, dove invece c'è una chiara ribellione. [RV]
Capitano che hai negli occhi
il tuo nobile destino
pensi mai al marinaio
a cui manca pane e vino?
Capitano che hai trovato
principesse in ogni porto
pensi mai al rematore
che sua moglie crede morto.

Itaca Itaca Itaca
la mia casa ce l’ho solo là,
Itaca Itaca Itaca
a casa io voglio tornare
dal mare dal mare dal mare…

Capitano le tue colpe
pago anch’io coi giorni miei
mentre il mio più gran peccato
fa sorridere gli dei
e se muori, è un re che muore
la tua casa avrà un erede
quando io non torno a casa
entran dentro fame e sete.

Itaca Itaca Itaca
la mia casa ce l’ho solo là,
Itaca Itaca Itaca
a casa io voglio tornare
dal mare dal mare dal mare…

Capitano che risolvi
con l’astuzia ogni avventura
ti ricordi di un soldato
che ogni volta ha più paura?
Ma anche la paura in fondo
mi dà sempre un gusto strano...
Se ci fosse ancora mondo
sono pronto, dove andiamo?… [*]

Itaca Itaca Itaca
la mia casa ce l’ho solo là,
Itaca Itaca Itaca
a casa io voglio tornare
dal mare dal mare dal mare…
[*] La seguente variante degli ultimi due versi, eseguita da Lucio Dalla dal vivo, ci fu segnalata a suo tempo da Hooke (Andrea Lisi), che ringraziamo:

Ma se non mi porti a casa
capitano, io ti sbrano.

inviata da Riccardo Venturi





Versione greca di Gian Piero Testa
ΙΘΑΚΗ

Καπετάνιε εσύ που έχεις
Των αθάνατων την μοίρα
Σκέπτικες ποτέ το ναύτη
Που κρατάει δίψα και πείνα;
Πριγκιπούλες σαν σε βλέπουν
Θα προδίναν τους πατέρες
Μα η γυναίκα του ναυτή σου
Δεν ελπίζει πια άσπρες μέρες

Σπίτι μου σπίτι μου σπίτι μου
Στην Ιθάκη τo έχω όχι αλλού
Σπίτι μου σπίτι μου σπίτι μου
Κι απ'το πέλαο σπίτι ας γυρίσω
Γυρίσω γυρίσω γυρίσω

Δε πληρώνεις συ τις ύβρες
Στους θεούς κε στους ανθρώπους
Τις πληρώνω εγώ σαν κλέβεις
Απ'τ' υπάρξη μου τους χρόνους
Καπετάνιε σαν πεθάνεις
Θα ναι ο υιός σου ο βασιλιάς
'Οταν με θα πάρει ο Χάρος
Θα φαν' πέτρες τα παιδιά

Σπίτι μου σπίτι μου σπίτι μου
Στην Ιθάκη το έχω όχι αλλού
Σπίτι μου σπίτι μου σπίτι μου
Κι απ'το πέλαο σπίτι ας γυρίσω
Γυρίσω γυρίσω γυρίσω

Καπετάνιε που διαλύεις
'Ολα σου με πονηριά
Πλήσιασε στιγμή ο νους σου
Στου στρατιώτη την δειλιά;
Μα η δειλία μα ο φόβος
Κρίβουν πάντα αμφιβολίες
Εάν υπήρχαν άκτες πέρα
Πάμε, κυρ, κι ετούτη μέρα

Σπίτι μου σπίτι μου σπίτι μου
Στην Ιθάκη το έχω όχι αλλού
Σπίτι μου σπίτι μου σπίτι μου
Κι απ'το πέλαο σπίτι ας γυρίσω
Γυρίσω γυρίσω γυρίσω

inviata da Gian Piero Testa - 1/3/2012 - 19:33





La versione greca di Dionysis Savvopoulos (1997)
Μετέφρασε και τραγοὐδησε στα Ελληνικά ο Διονύσης Σαββόπουλος (1997)

xenodohio


Succede anche questo nell'Ελληνικό Τμήμα: che una vecchia canzone di Lucio Dalla dedicata a Ulisse e a Itaca venga, φύσει, tradotta (benissimo) in greco da Gian Piero Testa per scoprire poi che, nel 1997, una versione greca la aveva già fatta e cantata nientemeno che Dionysis Savvopoulos. La cosa non può renderci che molto felici.

La versione proviene dall'album Το ξενοδοχείο del 1997, interamente dedicato da Savvopoulos a versioni greche da autori stranieri: Steve Winwood, Van Morrison, Lou Reed, Nick Gravenites, David Byrne, Brian Eno, Lucio Dalla, Jack Bruce e Ian Anderson. I quali φιλοξενούνται στα Ελληνικά, ovvero, "vengono accolti con amicizia in greco", per dirla alla lettera. Del resto, lo stesso termine greco per "albergo" (questo significa ξενοδοχείο) significa alla lettera "accoglitore di stranieri"...[RV]

ΙΘΑΚΗ

Καπετάνιε που ατενίζεις το υψηλό σου πεπρωμένο
είδες άραγε ποτέ σου το ναυτάκι το καημένο;
Από διάφορα λιμάνια βγήκες ανανεωμένος
μα η γυναίκα αυτού του δόλιου λέει πως είναι πεθαμένος.

Ιθάκη, Ιθάκη, Ιθάκη
στο σπίτι μου θέλω να γυρίσω.
Ιθάκη, Ιθάκη, Ιθάκη
στο σπιτάκι μου θέλω να πάμε.
Φοβάμαι, φοβάμαι, φοβάμαι.

Οι δικές σου οι αγωνίες ως και μένα μ’ ακουμπούσαν
αλλά στη δική μου θλίψη οι θεοί χασκογελούσαν.
Καπετάνιε ο θάνατός σου κάνει πλούσιους κληρονόμους
μα αν πεθάνουν οι δικοί μου θα ψοφήσουνε στους δρόμους.

Ιθάκη, Ιθάκη, Ιθάκη
τι μαύρες φουρτούνες περνάμε.
Ιθάκη, Ιθάκη, Ιθάκη
στο ουράνιο μας σπίτι να πάμε.
Γυρνάμε.

Καπετάνιε δεξιοτέχνη είναι το έργο που σε σώνει
αλλά σκέψου και για μένα που ο φόβος με πλακώνει,
ένας φόβος που με κάνει να γελώ και να λυπάμαι
μα αν υπάρχει ακόμα ο κόσμος είμαι έτοιμος και πάμε.

Ιθάκη, Ιθάκη, Ιθάκη
στο σπίτι μου θέλω να γυρίσω.
Ιθάκη, Ιθάκη, Ιθάκη
στο σπιτάκι μου θέλω να πάμε.
Γερνάμε, γερνάμε, γερνάμε.

inviata da Riccardo Venturi - 25/3/2013 - 20:58


e bella +

arcangelo - 26/4/2008 - 16:41


Una cosa non generalmente nota di questa canzone riguarda proprio il suo coro, quello che Claudio Fabbretti definisce sussiegosamente "pacchiano". Per il coro, durante la registrazione dell'album alla RCA di Roma, Lucio Dalla fece spalancare le porte dello studio di registrazione, invitò dentro tutte le maestranze (gli impiegati, gli operai, persino gli addetti al bar) e fece loro interpretare il coro dei marinai di Ulisse. Sull'album poi appose la dicitura "Coro popolare", mentre quella più corretta sarebbe stata: "Coro dei lavoratori della RCA". Si tratta, credo, dell'unico esempio in Italia in cui sia avvenuta una cosa del genere nella registrazione di una canzone.

Riccardo Venturi - 1/3/2013 - 14:54



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