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Ballade von Joß Fritz

Franz-Josef Degenhardt


Lingua: Tedesco


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La Guerre de Cent mille ans
(Marco Valdo M.I.)
E forse un giorno
(Carmen Consoli)
Lo avrai camerata Kesselring
(Piero Calamandrei)


[1973]
Parole e musica di Franz Josef Degenhardt
Nel suo album intitolato "Kommt An Den Tisch Unter Pflaumenbäumen"

Kommt An Den Tisch Unter Pflaumenbäumen

Joß Fritz (1470-1525) è stato uno dei leader delle rivolte contadine contro la chiesa e l'aristocrazia nelle campagne della Germania sud-occidentale, in particolare nel Baden-Württemberg, tra la fine del 400 e l'inizio del 500. Il simbolo dei rivoltosi, sollevatisi in armi contro tasse, privilegi, abusi e feudalesimo ancora imperanti allora, era il Bundschuh, la tipica scarpa da lavoro allacciata sopra la caviglia. Joß Fritz fu protagonista di almeno tre rivolte, tutte schiacciate nel sangue. Ignoro se morì malamente pure lui oder di morte naturale.

Bundschuhfahne, litografia del 1539 che raffigura contadini ribelli che affrontano un nobile.
Bundschuhfahne, litografia del 1539 che raffigura contadini ribelli che affrontano un nobile.


Quel che è certo è che le rivolte contadine furono un'interpretazione "dal basso" della riforma protestante e della sua critica alla chiesa cattolica. Ma ovviamente quel modo di intendere la Riforma non piacque ai vertici e ai suoi teorici, primo fra tutti Martin Luther che personalmente più volte invocò la strage senza pietà dei rivoltosi, da "ammazzare come cani randagi", disse il grande teologo e – vien detto pure, forse con qualche ragione - padre del capitalismo.
Das ist die Bailade vom Bauernführer Joß Fritz, oder, Legende von der revolutionären Geduld und Zähigkeit und vom richtigen Zeitpunkt.

Joß Fritz ist breit und ist leibeigen, schon dreimal hat man ihn geschaßt.
Die Weiber kreischen auf der Tenne, wenn er beim Tanz die Punze faßt.
Und rasches Flüstern zwischen Türen, das, meinen viele, ist die Brunst.
Und nachts das Rascheln, Strohgeknister ist heimlich geile Weibergunst.
Und doch ist das der Bundschuhführer, der heimlich kommt, organisiert
und agitiert, und der auch zügelt, wenn wilde Wut die Köpfe schnürt.
Laßt nicht die roten Hähne flattern, ehe der Habicht schreit.
Laßt nicht die roten Hähne flattern vor der Zeit.

Und als die schönen Schlosser brannten im schonen Nachtigallenmai,
und als der bunte Haufe rannte vor Fürstenheer und Reiterei,
und wurden Köpfe abgeschnitten, geblendet viele und gehetzt,
die Organisation verraten, die Bundschuhfahne war zerfetzt,
da lernten die, die übrigblieben: es war ein ganzes Stuck zu früh,
noch viel zu stark war dieser Gegner, und viel zuwenig waren sie.
Laßt nicht die roten Hähne flattern, ehe der Habicht schreit.
Laßt nicht die roten Hähne flattern vor der Zeit.

Joß Fritz, gejagt auf allen Straßen, im Weiberrock, am Bettlerarm,
wird Fisch und taucht im Volke unter und wieder auf als Dorfgendarm,
und lernt den Feind und lernt die Schliche, taktiert und reorganisiert
und konspiriert mit Pfaff und Bürger, und mancher Mann sympathisiert.
Den Aufruhr in die Köpfe tragen wie kaltes Feuer, heißes Eis,
geduldig, listig und verschlagen, und warten können, weil er weiß:
Laßt nicht die roten Hähne flattern. ehe der Habicht schreit.
Laßt nicht die roten Hähne flattern vor der Zeit.

Und als die Bänkelsänger sangen, und als die Nachricht schneller lief,
geheime Zinken an den Türen, und als zu oft die Eule rief,
und als die Bundschuhfahne wehte beim wilden Hagebuttenfest,
und als sie fast dreitausend waren und Waffen überall versteckt,
und als ein paar nicht warten wollten und einer bei der Folter schrie
und Pläne, Plätze, Namen nannte, da war es wieder mal zu früh.
Laßt nicht die roten Hähne flattern. ehe der Habicht schreit.
Laßt nicht die roten Hähne flattern vor der Zeit.

Verrat. Und wieder auf den Straßen, Joß Fritz, gejagt, gesucht, versteckt.
Und die ihn hören und berühren, sind aufgerührt und angesteckt.
Mal ist er Mönch, mal Landsknecht, Bettler, mal zieht ein Gaukler über Land,
und mal erkennen ihn Genossen am Muttermal auf seiner Hand.
Das große Bündnis will er knüpfen mit Ritter, Bürger, Bauer, Pfaff.
Plebejer, Bettler und Soldaten, und immer warnt er vor der Hast:
Laßt nicht die roten Hähne flattern. ehe der Habicht schreit.
Laßt nicht die roten Hähne flattern vor der Zeit.

Und als die schönen Sensen glänzten und Morgensterne glänzten mit,
und als der Hammer Helme knackte, und als die Sichel schneller schnitt,
und als die schönen Schlösser brannten, und als der Bischof Gnade bat,
und als die Reiterheere flohen und Mauern brachen vor der Stadt,
da ging die Saat auf, die er säte im schönen Nachtigallenmai.
Und zieht dahin, der helle Haufe, Joß Fritz ist irgendwo dabei
und läßt die roten Hähne flattern beim hellen Habichtschrei,
und läßt die roten Hahne flattern und war dabei
und ist dabei.

inviata da Bernart Bartleby - 6/2/2018 - 21:47




Lingua: Italiano

Traduzione italiana di Riccardo Venturi
8/9 febbraio 2018
BALLATA DI JOSS FRITZ

Questa è la ballata del capo contadino Joss Fritz, ovvero: Leggenda della pazienza e della tenacia rivoluzionaria, e del tempo opportuno.

Joss Fritz è grosso, è un servo della gleba e tre volte già lo hanno cacciato via.
Le donne sull'aia strillano quando ballando si mette a toccar loro la fica,
E molti pensano di sentire un improvviso bisbiglio di foia dietro alle porte,
E, la notte, il fruscìo, la paglia che crepita mentre si concedono in segreto.
Eppure lui è il capo del Bundschuh, che arriva in segreto e organizza,
Agita, e poi pure tira le redini quando la collera selvaggia stringe alle teste.
I galli rossi non devono svolazzare prima che gridi l'àstore,
I galli rossi non devono svolazzare avanti tempo.

E quando i bei castelli bruciavano nel tiepido maggio degli usignoli,
E quando la variopinta schiera si scagliava sull'armata e sulla cavalleria del principe
E si tagliavan teste, e molti venivano accecati e braccati,
E l'organizzazione veniva tradita, e la bandiera del Bundschuh veniva fatta a pezzi,
Allora lo impararono, i sopravvissuti: era un bel pezzo troppo presto,
Quegli avversari erano ancora troppo forti, e loro erano troppo pochi.
I galli rossi non devono svolazzare prima che gridi l'àstore,
I galli rossi non devono svolazzare avanti tempo.

Joss Fritz, braccato su ogni strada, vestito da donna o da mendicante,
Diventa pesce e si immerge giù e di nuovo nel popolo, come guardia di paese,
E impara a conoscere il nemico, impara i trucchi, misura il tempo e riorganizza
E cospira col prete e col cittadino, e parecchi simpatizzano con lui.
Avere in testa la rivolta come fuoco freddo o ghiaccio bollente,
Con pazienza, con astuzia e con scaltrezza, saper aspettare perché lui lo sa:
I galli rossi non devono svolazzare prima che gridi l'àstore,
I galli rossi non devono svolazzare avanti tempo.

E quando cantarono i cantastorie, quando la notizia corse più veloce,
Quando si inchiavardarono segretamente le porte e la civetta ululò troppo spesso,
E quando la bandiera del Bundschuh sventolò al lieto tempo del biancospino selvatico,
E quando erano quasi in tremila con le armi nascoste dappertutto,
E quando alcuni non vollero aspettare e uno gridò mentre lo frustavano
E disse i piani, i luoghi e i nomi, allora era un'altra volta troppo presto.
I galli rossi non devono svolazzare prima che gridi l'àstore,
I galli rossi non devono svolazzare avanti tempo.

Tradimento. E, di nuovo, Joss Fritz sulle strade, braccato, cercato, nascosto.
E quelli lo ascoltano e lo toccano, si accendono, si ribellano.
Una volta è un frate, un'altra lanzichenecco o mendicante, un'altra fa il giocoliere per le campagne,
E un'altra ancora i compagni lo riconoscono dalla voglia che ha sulla mano.
Vuole stringere una gran lega col cavaliere, il cittadino, il contadino, il prete,
Il popolano, il mendicante ed il soldato, e sempre mette in guardia dalla fretta:
I galli rossi non devono svolazzare prima che gridi l'àstore,
I galli rossi non devono svolazzare avanti tempo.

E quando le belle frullane scintillarono e le stelle mattinali brillarono assieme a loro,
E quando il martello spezzò gli elmi, e le falci falciarono più leste,
E quando i bei castelli bruciarono, e il vescovo chiese pietà,
E quando le cavallerie scapparono e si abbatterono le mura della città,
Allora spuntò il seme che lui aveva seminato nel bel maggio degli usignoli.
E avanza, avanza la bella schiera, e Joss Fritz è là da qualche parte,
E fa svolazzare i galli quando si ode il chiaro grido dell'àstore,
E fa svolazzare i galli, e lui sì era là, c'era,
E c'è, è là.

9/2/2018 - 00:52


Ascoltando e guardando Degenhardt cantare, ho come la sensazione che cantare in tedesco, parlo di un brano cantautorale, non debba essere per niente facile, anzi, quasi "eroico". Anche perchè mi pare che i cantautori tedeschi, specie quelli dei 60 e 70, non avessero proprio il dono della sintesi... o è proprio la lingua?!?

B.B. - 6/2/2018 - 21:53


Non c'entra la lingua, se ci pensi bene non è che nemmeno i cantautori italiani dello stesso periodo avessero il dono della sintesi. E' poi così un "dono", la sintesi? Raccontare una storia ha bisogno dei suoi tempi e delle sue logiche, tenendo poi conto che ogni cantautore di ogni paese si è sempre, seppur "inconsciamente", considerato omologo dei cantastorie o dei trovatori ("cantautore", in molte lingue, si dice con termini ripresi dalla tradizione trovatoriale). Poi, vero, si è innestato su tutto questo una stupida e artificiale polemica sulla "noia", sulla "ripetitività" e quant'altro, polemica alla quale non è senz'altro estraneo l'idiotissimo concetto della musica quale esclusiva titolare della movimentazione dei corpi e delle "emozioni". In tutto questo, questa o quella lingua c'entrano assai relativamente, anche ammettendo che la lingua tedesca faccia sempre un certo effetto. Ma raccontare compiutamente una storia in tedesco, in italiano o in serbocroato è esattamente la stessa cosa. Esistono ballate e storie assolutamente fluviali in ogni lingua, ma tutto dipende dalla forma mentis con la quale ci si pone davanti ad esse; indicativamente, raccomanderei di non considerarle mai con il metro né del "rock", né del "ballo". Esperienza dimostrommi che gli appunti mossi al cantautorato derivano quasi sempre da queste due considerazioni. Saluti!

Riccardo Venturi - 6/2/2018 - 22:59


Non so, forse hai ragione.

E' che la pronuncia del tedesco istintivamente mi induce una sensazione di fatica. Ma forse sono fuorviato dall'aver ascoltato i discorsi di Hitler e, ancor più, di Adenoid Hynkel...

Quanto alla canzone, non è la questione del rock e del ballo: è che preferisco la forma poetica a quella narrativa. E i tedeschi sono, mi pare, molto più narrativi di tanti altri.

Saluzzi

B.B. - 7/2/2018 - 07:59


Dammi retta: purìficati dal monobaffo e ascolta leggere qualche poesia di Rilke nell'originale :-) Però capisco le sensazioni "uditive" nei confronti di questa o quella lingua che non si conosce: da questo punto di vista il tedesco standard non ha molti punti a suo favore (dico il tedesco standard, perché ad esempio lo svizzero tedesco è una lingua molto dolce, a mio parere --> Mani Matter). A me fa questo effetto il giapponese: la trovo una lingua uditivamente orrenda, naturalmente sbagliandomi (ma siamo sempre nel campo dell'Asse, e allora dovrebbe fare lo stesso effetto anche l'italiano). Saluti!

Riccardo Venturi - 9/2/2018 - 01:01




Lingua: Francese

Version française – LA BALLADE DE JOS FRITZ – Marco Valdo M.I. – 2018
Chanson allemande – Ballade von Joß Fritz – Franz-Josef Degenhardt – 1973
Paroles et musique : Franz Josef Degenhardt

Dialogue Maïeutique

Avant d’en venir à Jos Fritz et à ses tentatives de révolution, je voudrais, Lucien l’âne mon ami, dire deux mots pour situer Franz Josef Degenhardt dans le monde de la chanson allemande, disons pour faire court, contemporaine. En fait, on pourrait le situer dans le domaine germanique à la manière dont on situerait dans celui de langue française, Georges Brassens ou Jacques Brel ou en Italie, on le placerait sur le même pied que Giorgio Gaber ou Fabrizio De André. Tous chanteurs de leurs propres textes ; tous guitaristes. Ainsi, Degenhardt est regretté en Allemagne, comme Brassens ou Brel en France. À noter au passage, Franz Josef Degenhardt fut celui qui traduisit et chanta Brassens en allemand. Voici une réflexion d’aujourd’hui trouvée sur un site allemand : « Das ist so schön und so wahr…Wo ist einer wie Degenhardt ? » – « C’est si beau et si vrai … Où y a-t-il quelqu’un comme Degenhardt ? ».

Ce doit être un personnage considérable, dit Lucien l’âne. J’ai même souvenir qu’il était avocat et qu’il fut un des défenseurs des révolutionnaires allemands de la fin du siècle dernier emprisonnés et pour certains, suicidés en prison ; ce dont précisément parle ton histoire d’Allemagne : Tortures et Suicides d’État Tortures et Suicides d’État. Je crois même avoir entendu dire que Degenhardt était romancier.

Tout cela est exact, Lucien l’âne mon ami, et il me paraît extrêmement dommage qu’il n’y ait pas de traduction en langue française d’au moins un de ses romans En existe-t-il une en italien ? Je ne sais. Par exemple, Der Liedermacher, que je traduirais volontiers par Le Faiseur de Chansons ; dans le passé, on aurait plutôt dit le trouvère, le troubadour, mais dans ce cas-ci, ce serait vraiment trop anachronique.
D’autant plus que Franz Josef Degenhardt définissait ses chansons comme des chansons politiques (Politischen Lieder), tout comme ce fut le cas pour l’ensemble de ses écrits et de sa vie. En fait, l’Edelweiss Pirate qui se tenait en lui Ballade vom Edelweiß-Piraten Nevada-Kid n’a jamais renoncé à s’exprimer.

Maintenant, Marco Valdo M.I. mon ami, si tu voulais bien revenir à la chanson et à ce qu’elle raconte de particulier, car à mon sens, elle mérite un petit éclairage historique.

D’accord, Lucien l’âne mon ami, mais avant de satisfaire t légitime exigence, je voudrais dire mon mot dans la discussion qui s’est instaurée entre B.B. (Bernart Bartleby) et R.V. (Riccardo Venturi), tous deux piliers des Chansons contre la Guerre ; en précisant que je ne tiens absolument pas à jouer les arbitres dans un débat, mais seulement d’y présenter mon avis.
Pour éclairer ma réflexion, je vais d’abord faire place à leur conversation :

« B.B. – 6/2/2018 – 21:53
En écoutant et en regardant Degenhardt chanter, j’ai comme la sensation que chanter en allemand, je parle d’un morceau de chanson d’auteur, ne doit pas être pas du tout facile, mais au contraire, presque « héroïque ». Car il me semble aussi que les auteurs-compositeur allemands, surtout ceux des années 60 et 70, n’avaient pas vraiment le don de la synthèse… ou est-ce vraiment la langue ? ! ?

Riccardo Venturi – 6/2/2018 – 22:59
La langue n’a rien à y voir, à y réfléchir, les auteurs-compositeur italiens de la même période n’avaient le don de la synthèse. Et puis, est-ce vraiment un « don », la synthèse ? Raconter une histoire a besoin de ses tempos et de ses logiques, en tenant ensuite compte que chaque auteur-compositeur de chaque pays s’est toujours, même si parfois « inconsciemment », considéré l’homologue des jongleurs ou des troubadours (« auteur-compositeur », dans beaucoup de langues, se dit avec des termes repris de la tradition des trouvères). Ensuite, c’est vrai, s’est greffé sur tout ceci une stupide et artificielle polémique sur l’« ennui », sur la « répétitivité » et que sais-je encore, une polémique à laquelle n’est pas étrangère la conception particulièrement idiote selon laquelle la musique aurait l’exclusivité de la mise en mouvement des corps et des « émotions ». Dans tout ceci, telle ou telle langue n’a que peu à y faire, en admettant que la langue allemande fait toujours un certain effet. Mais raconter toute une histoire en allemand, en italien ou en serbo-croate, c’est exactement la même chose. Il existe des ballades et des histoires absolument fluviales dans chaque langue, mais tout dépend de la forma mentis avec laquelle on les aborde ; indicativement, je recommanderais de ne jamais les considérer à l’aune du « rock », ni de la « danse ». L’expérience m’a démontré que les reproches formulés au « liedermacher » dérivent presque toujours de ces deux considérations. Salut !

B.B. – 7/2/2018 – 07:59
Je ne sais pas, peut-être as-tu raison. C’est que la prononciation de l’allemand instinctivement me donne une sensation de fatigue. Mais peut-être je suis égaré d’avoir écouté les discours de Hitler et, encore plus, d’Adenoid Hynkel…
Quant à la chanson, ce n’est pas la question du rock et de la danse ; c’est que je préfère la forme poétique à la narrative. Et les Allemands sont, me semble-t-il, beaucoup plus narratifs que tant d’autres.
Saluzzi »


Comme tu le vois, il s’agit d’un de ces échanges rapides de points de vue qui incidemment, touche à l’essence-même de la « chanson ». Dans un premier temps, il faut accorder que chaque langue à sa sonorité, son déroulement, son rythme ; dans les Chansons contre la Guerre, il suffit de s’égarer un peu dans le labyrinthe pour s’en rendre compte. Par ailleurs, je rappelle ce que j’ai soutenu par ailleurs précédemment, à savoir que la chanson est en soi un art majeur, qu’elle a une très très longue histoire – et toi-même Lucien l’âne mon ami, tu peux en témoigner et que fondamentalement, tout récit est par lui-même une chanson, qu’il soit ou non accompagné de musique. « L’Odyssée » est une chanson ; « Les Années de Chien » de Günter Grass sont une chanson ; Guerre et Paix de Léon Tolstoï également, comme quoi la longueur n’est pas un critère. Peut-être, le caractère épique ou comme dit B.B., le ton poétique. Reste alors à savoir ce qui est poétique ? C’est une autre difficulté. On aurait du mal à classer comme chanson un manuel d’électromécanique, encore que certains, Kurt Gödel, qui avait la tête de mon grand-père, par exemple, trouvaient les mathématiques terriblement poétiques. Je les suivrais volontiers sur cette voie, sans toutefois maîtriser cet art délicat. Reste à rappeler que la forme chanson courte et musicalisée est une invention récente, promue par l’industrie du disque et des récitals, où les contraintes temporelles sont extrêmement fortes. On ne saurait pourtant s’y résoudre.

Au fait, Marco Valdo M.I. mon ami, au fait.

Joss Fritz


J’y venais à l’instant, Lucien l’âne mon ami. Voici :Joß Fritz (1470-1525), originaire d’Untergrombach dans le Bade-Wurtemberg (en allemand : Baden-Württemberg) fut un des meneurs des révoltes paysannes contre l’Église et l’aristocratie dans les campagnes de l’Allemagne du sud-ouest, en particulier dans le Bade-Wurtemberg, entre la fin du XVième et le début du XVIième siècle. Le symbole des révoltés, qui s’étaient soulevés en armes contre les taxes, les privilèges, les abus du féodalisme encore dominant, était le Bundschuh, la la chaussure lacée qui leur servait de symbole par opposition aux bottes à éperons des nobles.
Joß Fritz participa à trois insurrections qui échouèrent toutes et coûtèrent la vie à de nombreux conjurés. Elles se déroulèrent dans les environs de Bruchsal en 1502, de Brisgau en 1513, et dans tout le Haut-Rhin en 1517.
Ces trois mouvements partageaient les mêmes revendications : la fin du servage, la fin de l’oppression et de l’autorité seigneuriale au nom d’une « justice divine » égalitaire, et, plus généralement, la réduction des taxes ; les deux premiers avortèrent en raison de trahisons et la troisième fut éventée avant d’avoir pris forme.
Joß Fritz en réchappa. Sa lutte amorça la Bauernkrieg, la Guerre des Paysans, un ensemble d’insurrections paysannes et urbaines qui secouèrent l’Empire de 1524 à 1526. Joß Fritz fut un protagoniste d’au moins trois révoltes, toutes écrasées dans le sang. J’ignore s’il mourut aussi brutalement ou de mort naturelle.

Ce qui est certain c’est que les révoltes paysannes furent une version élaborée « par la base » de la réforme protestante et de sa critique à l’encontre de l’Église catholique, mais évidemment cette version de la Réforme ne plut guère à ses dirigeants et à ses théoriciens, à commencer par Martin Luther – dit le grand théologien et dit aussi, peut-être avec quelque raison, le père du capitalisme – qui appela personnellement plusieurs fois au massacre sans pitié des révoltés, « à les tuer comme des chiens errants ». Je t’invite à lire attentivement cette et cette éclairante illustration et démonstration de La Guerre de Cent Mille Ans La Guerre de Cent mille ans que les riches font aux pauvres afin de les asservir, de les contraindre à l’exploitation, afin d’augmenter leurs richesses, d’étendre leurs privilèges, de garantir leurs propriétés qui n’est rien d’autre que la position exprimée par Martin Luther, un des initiateurs du protestantisme conservateur et réactionnaire, qui est un des fondements de l’idéologie de la domination. En effet, Luther condamna très violemment les soulèvements paysans par un véritable appel au massacre, intitulé Contre les bandes pillardes et meurtrières des paysans, dans laquelle il écrit :
« (...) tous ceux qui le peuvent doivent assommer, égorger et passer au fil de l’épée, secrètement ou en public, en sachant qu’il n’est rien de plus venimeux, de plus nuisible, de plus diabolique qu’un rebelle (...). Ici, c’est le temps du glaive et de la colère, et non le temps de la clémence. Aussi l’autorité doit-elle foncer hardiment et frapper en toute bonne conscience, frapper aussi longtemps que la révolte aura un souffle de vie. (...) C’est pourquoi, chers seigneurs, (...) poignardez, pourfendez, égorgez à qui mieux mieux ». »
En fait, il est à l’opposé des mouvements de libération des pauvres qui commencèrent en Bohème vers 1420 et se poursuivirent tout au long du siècle et se prolongèrent dans le suivant. 1476 en Franconie, 1478, en Carinthie, 1492 dans l’Allgäu, 1493 en Alsace (Bundschuh), 1502 à Spire, 1513 en Brisgau, 1514 en Wurtemberg, 1517 en Forêt-Noire. Ces mouvements que mena (notamment) Josef Fritz.
Un dernier éclairage à propos de l’antienne de la chanson où il est question de « coqs rouges », lesquels ne sont rien d’autres que les crêtes des incendies que l’on aperçoit de loin quand on incendie les châteaux ; une sorte de langage codé, comme dans toute résistance. Sans doute aussi, que s’ils l’avaient connu, les paysans allemands auraient adopté le « Ora e sempre : Resistenza ! » tel qu’il fut lancé dans l’Ode à Kesselring Lo avrai camerata Kesselring.

Bien sûr, Marco Valdo M.I. mon ami, nous aussi nous l’avons souvent repris cet « Ora e sempre : Resistenza ! » et sans doute, ont-ils également pensé comme les paysans d'au-delà d'Eboli : « Noï, non siamo cristiani, siamo somari » – « Nous, nous ne sommes pas des chrétiens, nous sommes des bêtes de somme », tout comme nous qui menons jour après jour notre tâche et qui tissons ainsi le linceul de ce vieux monde brutal, absurde, cupide et cacochyme.

Heureusement !

Ainsi Parlaient Marco Valdo M.I. et Lucien Lane
LA BALLADE DE JOS FRITZ

Voici la ballade du chef paysan Joß Fritz, ou, la légende de la patience et de la ténacité révolutionnaires et du bon moment.

Joß Fritz est costaud et servile, trois fois déjà, on l’a chassé.
Les femmes crient sur l’aire, quand il les pince durant la danse.
Et on murmure entre deux portes que beaucoup pensent que c’est scabreux.
Et la nuit, les froufrous, les crissements de paille se font voluptueux.
Et même si le chef des paysans, qui vient en secret, organise
Agite et calme aussi, quand les têtes, la rage sauvage a chamboulé.
Ne laissez pas les coqs rouges voler, quand l’autour arrive.
Ne laissez pas les coqs rouges voler avant le temps.

Quand les beaux châteaux brûlèrent au joli mois de mai,
Quand la bande multicolore courut aveugle et précipitée,
Telle un formidable mascaret,
Au-devant de l’armée du prince et des Chevaliers,
Et que des têtes furent coupées,
L’organisation trahie, le drapeau des paysans déchiré,
Ceux qui restaient comprirent que c’était tôt, trop !
Que l’adversaire était encore fort, beaucoup trop !
Et qu’ils étaient peu nombreux, beaucoup trop !
Ne laissez pas les coqs rouges voler, quand l’autour arrive.
Ne laissez pas les coqs rouges voler avant le temps.

Joß Fritz, poursuivi sur les chemins, en femme, en mendiant,
Et parfois en gendarme,
Il se glisse parmi le peuple comme un poisson dans un banc,
Il épie l’ennemi et apprend les ruses,
Il agit en stratège et réorganise la troupe,
Il conspire avec les curés et les bourgeois,
Et avec les gens, il sympathise.
L’émeute agit sur les têtes comme le feu sur le froid,
Comme le chaud sur la glace.
Patient, adroit et sournois,
Il attend, car il pense certainement :
Ne laissez pas les coqs rouges voler, quand l’autour arrive.
Ne laissez pas les coqs rouges voler avant le temps.

Comme les baladins l’ont chanté,
Comme l’information a couru très vite,
Comme la chouette souvent a lancé
Des signaux secrets aux portes,
Comme le drapeau des insurgés
Flottait à la fête de l’églantier,
Quand ils furent près de trois mille
Et que partout, ils dissimulaient des armes
Et qu’on ne pouvait pas attendre,
Car quelqu’un sous la torture avait crié
Et avait révélé les noms, les lieux, les plans
C’était quand même encore trop prématuré.
Ne laissez pas les coqs rouges voler, quand l’autour arrive.
Ne laissez pas les coqs rouges voler avant le temps.

Trahison. Et à nouveau sur les routes,
Joß Fritz, chassé, cherché, caché.
Et ceux qui l’entendent et l’abordent,
Sont réveillés et ralliés.
Il est parfois un soldat, un mendiant, un moine,
Parfois dans le pays, passe un saltimbanque,
À la tache sur sa main, parfois des camarades le reconnaissent.
Il veut assurer la grande alliance
Des chevaliers, des paysans, des curés, des bourgeois
Et toujours, il met en garde contre la hâte
Les plébéiens, les mendiants et les soldats.

Ne laissez pas les coqs rouges voler, quand l’autour arrive.
Ne laissez pas les coqs rouges voler avant le temps.

Quand les belles faux et l’Étoile du matin ont lui,
Quand le marteau a brisé les casques,
Quand la faucille a taillé plus vite,
Quand l’armée des Chevaliers a fui,
Quand les murailles devant la ville ont cassé,
Quand les beaux châteaux ont brûlé,
Quand sa Grâce l’évêque a prié,
Alors, la semence du joli mois de mai,
Qu’il avait semée, a poussé,
Et, voyez là, toute la troupe, Joß Fritz est tout près.
Et laisse les coqs rouges voler autour
De la maison au cri de l’autour,
Et laisse les coqs rouges voler et lui était là,
Il est là.

inviata da Marco Valdo M.I. - 13/2/2018 - 18:19


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