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Piazza Barberina

anonimo
Lingua: Italiano (Laziale Romanesco)

Lista delle versioni e commenti


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[intorno al 1910]
Canzone romanesca che ha molte versioni, come accade per qualsiasi canzone nata nella strada. Ho indicato tra parentesi un ritornello cantato in alcune di queste.
Interpretata da molti, tra cui Luisa De Santis, i Controcorente, Franco Nardi de I Menestrelli…



La “lochèscion” è piazza Barberini, con la fontana del Tritone di Gian Lorenzo Bernini (1643)…
L’epoca è quella immediatamente successiva al regio decreto n. 690 del 1907, con cui il governo Giolitti disciplinò competenze e poteri delle “guardie di città”, i vigili urbani…

A piazza Barberina, più su der Tiritone,
sotto l'ombra de 'n lampione 'na pisciata me metto a fa'.

[De qua de lla', ciavemo la libbertà,
De qua de lla', ciavemo la libbertà]


Me s'avvicina un tale, vestito a la borghese,
cor cappello a la calabbrese, che me se mette a fa':

Giovanotto, documenti, via, nun fate lo sfacciato,
Io sono il delegato de le Guardie de Città!

Si séte un delegato nun me ne frega gnente,
che vve piji un accidente, che vve possin'ammazza'!

Se mise un dito ar culo, e fece un fischio acuto,
segnale convenuto de le Guardie de Città.

Coreveno, coreveno, pareveno pompieri
'Sti quattro culattieri de le Guardie de Città.

In cinque contro uno ve ce sapete mette,
me misero le manette, in priggione me fa porta'.

Me misero in priggione, fra cimici e pidocchi,
che faceveno a cazzotti co' le Guardie de Città.

Me diedero 'na pagnotta, mezza cruda e mezza cotta,
quei fiji de 'na mignotta de le Guardie de Città.

Me diedero 'na banana, mezza marcia e mezza sana,
quei fiji de 'na puttana de le Guardie de Città.

Ragazzini, ragazzetti, nun pisciate su li tetti,
ma pisciate sull'ermetti de le Guardie de Città.

Ragazzini, giovinotti, nun pisciate su li muri,
ma pisciate su li culi de le Guardie de Città.

inviata da Bernart Bartleby - 15/7/2014 - 10:39


Nelle penultima strofa, credo che sia più probabile: "Ragazzini, ragazzetti, nun pisciate ne li letti"

Bernart Bartleby - 15/7/2014 - 14:23


Mio padre la canta diversa, più breve e
"Si sei un delegato, nun me ne frega gnente,
tu guarda quanta gente, hai fatto ritunà"
(radunare)

Francesco - 9/6/2016 - 18:35


Della terza strofa esiste una variante: "Attento sor bojaccia, te sbatto sur serciato, io sono un delegato delle guardie di città". Anche la seconda strofa ha una variante: "Me se presenta uno, vestito da borghese, cor cappello alla calabrese, me dice: 'Che stai a fa?' 'Nun vedi, sto a piscià!'
La fonte è mia madre, che nacque nel 1909 e ben conosceva la poesiola il cui titolo dovrebbe essere "Un fischio acuto..."

Domenico - 19/7/2017 - 23:35




Lingua: Greco antico

Nel 1958 al liceo Virgilio di Roma un amico tradusse in greco la strofetta:
Coreveno, coreveno
pareveno pompieri
questi quattro culattieri
de ‘ste guardie de città.
Eδραμον και εδραμον
εδοκεσαν πομπαιοι
οι τετταρες κυλετταιοι
των μετροπωλιτων.

inviata da lucio versino - 30/1/2018 - 15:49


il finale che conosco e che mi sembra più fedele e logico, (perché i ragazzini dovrebbero farla sui tetti?) recita così: "uccellini uccelletti, nun cacate sopra i tetti, ma cacate sui berretti delle guardie de città".
Mentre l'ultima sembra proprio un'aggiunta raddoppiata!

federico - 13/2/2018 - 07:03


Riguardo al dito ar culo.. ricordo anche: ..Se ne mise due ne trasse una trombata,
il segnale dell'adunata delle guardie de città...

Riccardo Bodano - 20/11/2018 - 22:14


La versione che conosco io dice: “si mise un dito in bocca / e ne trasse un fischio acuto”z, E’ meno grassoccia, ma piu’ credibile. Per fischiare, dove su mettono le dita?

Fabrizio - 3/1/2019 - 23:35




Lingua: Greco antico

L'architetto e urbanista lucchese Giorgio Marchetti ha lasciato nel 2014 hac lacrimarum valle, in cui peraltro piangeva molto volentieri; è famoso al di fuori del proprio àmbito professionale per le molte opere satiriche che ha prodotto per decenni, firmandole spesso come Ettore Borzacchini.
La ἔδραμων καί ἔδραμον qui presentata, scritta in un greco antico malcerto e -come si dice- maccheronico, figura su "Il grande Milvio", pubblicato per la prima volta a Lucca nel 1991. Il libro raccoglie brevi scritti (quanto autobiografici non è dato saperlo con precisione) sulla permanenza dell'A. presso il liceo classico cittadino.

Correvano e correvano,
sembravano pompieri
quei quattro finocchiacci
dei [poliziotti] metropolitani.
Ragazzi e ragazze,
non pisciate nei canali,
ma pisciate negli stivali
delle guardie di città.

"Per via del suo contenuto beffardo e della sua forma approssimativa," spiega l'A., "esso non era gradito al regime ed era incauto cantarlo individualmente od ancor peggio in coro; se qualcuno durante le gite scolastiche ne accennava pur sommessamente la prima strofa veniva azzittito dallo sguardo dolorosamente stupefatto del prode Dosolini, il professore di ginnastica, che sottintendeva andiamo ragazzi, mi volete proprio mettere nei guai...
Solo l'impudico Massimini, in avanzato stato di ebbrezza da marsala all'uovo, ebbe modo nel corso di una festa di liceo di annunciare al microfono: 'Gentile pubblico, a grande richiesta vi canterò ἔδραμων καί ἔδραμον, parole di Dionigi l'Aeropagita, musica della mi' fava...' ma subito dopo, infilzato da un'occhiata perniciosa di Lui, il Prèside, cadde in avanti come una mannaia rovinando sulla platea allibita e sgomenta.
Ciononostante per molti di noi in quella stolida canzonaccia si appuntava l'orgoglio gracile della familiarità con la lingua greca, una brutta bestia insidiosa con cui ci si concedeva la licenza di giocare sfoggiando aoristi forti come se fossero figurine di calciatori; sublimi e ingenue presunzioni incipienti che in seguito ci accompagnarono per anni nel cercare di cavare da tutta quella materia ostica inzeppataci nella zucca, grammatiche, sintassi, letterature, testi classici, di greco, di latino, d'italiano, una scrematura di nozioni che facesse dire alla gente: 'Eh sì, lei si sente che ha fatto il classico...'.
Per alcuni la ricerca si è esaurita con la conquista di un brillante primato nel risolver sciarade, rebus e parole crociate, pallida ombra del godimento enigmistico che si provava a scuola nel venire finalmente a capo della traduzione di un rognoso brano di Marco Aurelio. Ma altri si sono ingavonàti in pedanterie salottiere, e li troviamo ancora oggi intenti a sviare le conversazioni lungo il rischioso ciglio di inopportune peregrinazioni letterarie ("...da un'attenta rilettura dell'Ariosto si evince...") ed altri ancora esultano in un'opera di paranoica persecuzione degli innocenti interlocutori intorno agli ètimi di impervie parole: '...pensi che catarsi viene dal greco καθαιρέω...'.
Allora lo 'Eh sì, si sente che lei ha fatto il classico...' suona come la ratifica di una condanna, la constatazione di una diversità tollerata, l'invito all'autosegregazione.
Proprio così ci si sentiva quando il titolare della cattedra di Geometria Descrittiva presso la Facoltà di Matematica dell'Università di Firenze, prof. Aldo Campatelli, detto barba impestata per via d'un pizzo gialliccio e sbavato che gli disonorava il mento usava chiedere alle matricole stipate nell'aula magna il giorno di inizio dell'anno accademico: 'Chi di lor signori ha fatto il liceo classico...?'. C'era sempre un baccellone entusiasta che alzando il braccio proclamava con fierezza: 'Io...!!!'.
'Bene,' concludeva la vecchia capra con malcelata soddisfazione: 'Lei... che ha fatto il classico... Abbia la compiacenza di chiudere la finestra...'."
ἔδραμων καί ἔδραμον
ἐδόκησαν πομπάιοι
οἰ τέτταρες ψευδαίοι
οἰ τῶν μητροπολιτῶν.
Νεανίαι, παρθένοι,
μὴ πὶσκετε ἐν κανάλοις
ἀλλὰ πὶσκετε ἐν γαμβάλοις
τῶν τῆς πόλεις φυλακῶν...
Il libretto di Giorgio Marchetti è citato nel di poco successivo "Giocavamo per la strada" di Giorgio Batini, che attribuisce il testo a non meglio specificati ambienti goliardici di città universitarie e lo fa risalire ai tempi in cui i "metropolitani" o le "guardie di città" erano armate di daga e facevano inseguimenti a piedi. Nato nel 1922, Batini conobbe la canzone nella seconda metà degli anni Trenta e prese a utilizzarla nelle piazzate fra amici per avvertirli dell'arrivo della pula. Che non sapeva il greco ma la sapeva lunga sulla vita e lasciava solitamente fare.
La tragedia successe quando, studente di ginnasio, Batini si mise a canticchiare in occasione di una gran cena di amici e parenti.
"Successe il finimondo. Purtroppo avevo dimenticato due cose. Intanto che mio padre, così come altri familiari e altri invitati, erano stati studenti e conoscevano quella canzone e il volgare significato di certe strofe. E soprattutto avevo dimenticato che mio padre era il comandante dei vigili urbani...."

inviata da Io non sto con Oriana - 1/2/2019 - 15:55


Il professore di Geometria descrittiva, con la barba rivolta in avanti, si chiamava Campedelli, non Campatelli. Mi colpiva, oltre alla sue eleganti dimostrazioni, il suo uso accuratissimo della lingua italiana.

Gianni Gelato - 17/11/2019 - 08:42



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