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Massimiliano Larocca: La petite promenade du poète

GLI EXTRA DELLE CCG / AWS EXTRAS / LES EXTRAS DES CCG
Language: Italian

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Poesia di Dino Campana (dai "Canti Orfici", 1914)
Musica di Massimiliano Larocca
In "La breve estate", 2008
Riarrangiata da Riccardo Tesi in "Un mistero di sogni avverati - Massimiliano Larocca canta Dino Campana" (2015)
brevestate

cantiorficiLa très longue promenade des poètes
di Riccardo Venturi

Il 15 aprile Massimiliano Larocca ha presentato al centro culturale "Paolo Paoli" di Firenze, nell'area del vecchio manicomio di San Salvi, il suo album "La breve estate". Ci sono canzoni nuove, e ce n'è qualcuna vecchia. Come "La petite promenade du poète", che faceva parte del primo e introvabile suo album interamente tratto dalle poesie dei "Canti Orfici" di Dino Campana. Il fatto che la abbia riproposta in questo suo nuovissimo album mi riempie troppo di felicità perché possa fare a meno di manifestarla, in qualche modo, ricorrendo all'eterna arma degli "Extra". Ho sia per Dino Campana che per questa canzone, che a dire il vero Massimiliano propone già da tempo nei suoi concerti, un'autentica venerazione; ma è una venerazione fatta di ritmo e di kazoo, quello che Massimiliano s'imbocca nella versione dal vivo (la versione in album ha però un arrangiamento differente, cui mi dovrò abituare).

Magari sarebbe bene terminare qui; perché, in fondo, tutto il necessario sarebbe stato già detto.
Però a me piace anche l'innecessario.
Ciò che segue è del tutto innecessario.

Non è semplice mettere la poesia in musica. Sono parole altrui cui si decide di dare una musica. Bisogna, credo, cercare di vestire davvero i panni del poeta; e i panni di Dino Campana sono più difficili degli altri. Più difficili, perché di panni non ne aveva. Era nudo.

Massimiliano Larocca, allora, si dev'essere messo davvero a passeggiare. Senza niente addosso. Vestito soltanto di leggerezza, ché i poeti, dovete saperlo, hanno questa capacità, questa dote. Magari hanno vite di merda, disperate; e Dino Campana, in questo, ha avuto ben pochi rivali. Ma date loro un paio di gambe, e si mettono a camminare. Camminando, osservano i più minuti particolari, e li sezionano. Non hanno occhi, ma microscopi; al contempo, sono microscopi di precisione innestati su una specie di nuvola che procede a balzelloni. D'un tratto, le "strade oscure e misteriose" (non è difficile riconoscere gli ombrosi vicoli fiorentini) vengono investite, nella notte, da una specie di lampo. Sta arrivando il poeta. Stanno arrivando i poeti, quelle strane creature. Certo, ogni volta che parlano sarà pure una truffa; ma con questi chiardiluna, se proprio devo essere truffato preferisco che sia per mano di un poeta che di un venditore di materiale merda. Camminano, poveretti, nella notte fantasiosa; e ci prendono per mano, sanno portarci fuori –sia pure per due momenti- da questa realtà orrenda, vuota. Ci portano ad ubriacarci e a cantare amore alle persiane. Poi, un giorno, ci rinchiuderanno da qualche parte; o forse, senza starci tanto a pensare, ci siamo già rinchiusi da soli.

Ma, nel frattempo, continueranno a camminare, a passeggiare di notte, i poeti. Non visti. Ignorati. Avranno probabilmente ben pochi compagni di strada, e non è certo detto che i compagni di strada siano tutti quanti buoni. Dura da un'eternità, questa passeggiata, da quando un cieco dell'Ellade cominciò a parlare; e l'ultimo giorno dell'umanità, mentre tutto crollerà, state pur certi che un poeta uscirà ancora a farsi una camminata. E quando tutto sarà finito, lo vedremo camminare per l'Universo, fischiettando, conciandosi come un cane, strimpellando il kazoo.
Me ne vado per le strade
strette oscure e misteriose
vedo dietro le vetrate
affacciarsi Gemme e Rose.
Dalle scale misteriose
c'è chi scende brancolando
dietro i vetri rilucenti
stan le ciane* commentando.

La stradina è solitaria
non c'è un cane; qualche stella
nella notte sopra i tetti:
e la notte mi par bella.
E cammino poveretto
nella notte fantasiosa
pur mi sento nella bocca
la saliva disgustosa.
Via dal tanfo
via dal tanfo e per le strade
e cammina e via cammina,
già le case son più rade.
Trovo l'erba: mi ci stendo
a conciarmi come un cane:
Da lontano un ubriaco
canta amore alle persiane.
* ciane, in vernacolo fiorentino: donne chiacchierone, comari di strada.

Contributed by Riccardo Venturi - 2008/4/17 - 21:42


Questa poesia è stata messa in musica anche dai Mercanti di Liquore nell'album con Marco Paolini mentre la Bandabardò ne cita un verso in "Ubriaco canta amore".

Lorenzo - 2008/4/18 - 09:30


Dino Campana.
Dino Campana.


Ricordando che Dino Campana finì i suoi giorni in un manicomio (precisamente quello di Castelpulci, presso Lastra a Signa, Firenze, nel 1932) inseriamo, con motivazione ma anche per omaggio al grande poeta di Marradi, questa canzone nel percorso sui Lager dei Matti - La guerra manicomiale pur mantenendola tra gli "Extra".

L'ex manicomio di Castelpulci.
L'ex manicomio di Castelpulci.

CCG/AWS Staff - 2009/2/12 - 06:42




Language: French

Version française – LA PETITE PROMENADE DU POÈTE – Marco Valdo M.I. A – 2009
Chanson italienne : La Petite Promenade du Poète - Poesia di Dino Campana (dai "Canti Orfici", 1914) - Musica di Massimiliano Larocca - In "La breve estate", 2008

Je ne traduirai pas toute « La très longue promenade des poètes » de Riccardo Venturi. J'en retiendrai une partie et j'ajouterai quelques réflexions qui me vinrent à la tête en les lisant, lui et la chanson.

Ce qui suit est parfaitement inutile.
Il n'est pas simple de mettre la poésie en musique. Ce sont des mots d'un autre auxquels on décide de donner une musique. Il faut, je pense, chercher à revêtir les habits du poète; et les habits de Dino Campana sont plus difficiles que les autres à revêtir. Plus difficiles, car des habits, il n'en avait pas. Il était nu.

Massimiliano Larocca, alors doit s'être mis à vaguer. Sans rien au dos. Vêtu seulement de légèreté, car les poètes, vous devez le savoir, ont cette capacité, ce don. Souvent, ils ont des vies de merde, désespérées; et Dino Campana, en cela, a eu bien peu de rivaux... »


Resituons l'affaire : Dino Campana est le poète; Massimiliano Larocca est le chanteur.

En traduisant cette chanson, il me venait deux réminiscences, deux remembrances, des morceaux de chansons françaises se mettaient à hanter mes pensées : l'une parlait de quelqu'un qui marchait, l'autre des poètes. Et voici la clé du mystère , voici comment débute la première de mes remembrances :

"Je m'en allais, les poings dans mes poches crevées.
Mon paletot aussi devenait idéal.
J'allais sous le ciel... "

(Ma Bohème: Arthur Rimbaud)

Et le début de l'autre de mes remembrances :

"Ce sont de drôles de types qui vivent de leur plume
Ou qui ne vivent pas c'est selon la saison
Ce sont de drôles de types qui traversent la brume
Avec des pas d'oiseaux sous l'aile des chansons..."

(Les Poètes: Léo Ferré)

Et si vous les voulez connaître mieux, je pourrais vous les faire parvenir. Léo Ferré les chante si bien.
Pour finir, un petit mot de Victor Hugo, il est assez impératif, mais comment ne pas l'approuver ? :

Peuples! écoutez le poète!
Écoutez le rêveur sacré!

(La fonction du poète - Victor HUGO, Les Rayons et les ombres (1840) )

Ainsi Parlait Marco Valdo M.I
LA PETITE PROMENADE DU POÈTE

Je m'en vais par les rues
Venelles obscures et mystérieuses
Je vois derrière les vitraux
Se montrer les Gemmes et les Roses.
Des escaliers mystérieux et branlants
Il y a quelqu'un qui descend .
Derrière les vitres reluisantes
Se tiennent les pipelettes piaillantes.

La ruelle est vide
Pas un chien; une étoile
Dans la nuit me semble belle.
Je marche pauvre de moi dans la nuit fantomatique
Tout en sentant dans ma bouche
Ma salive dégoûtante.
Je fuis le relent
Je fuis le relent et par les routes
Je chemine et je m'en vais
Déjà les maisons se font plus rares.
Je trouve l'herbe; je m'y étends.
Dans l'étrange solitude du chien.
Au loin, un ivrogne
Chante l'amour aux persiennes.

Contributed by Marco Valdo M.I - 2009/2/20 - 22:40




Language: English

English version by Riccardo Venturi
February 24, 2009

vicfior
LA PETITE PROMENADE DU POÈTE
THE LITTLE WALK OF A POET

I am rambling through the streets
narrow, dark and mysterious,
I can see behind the glasses
Gemmas and Rosas* peeping out.
Off the mysterious stairs
someone is groping down,
behind the lustre glasses
are the gossips talking idly.

There is none in the alley,
not a soul; some stars
in the night over the roofs,
and the night seems so bright.
I am walking, a poor thing
in the fantastic night,
yet I can taste my spittle
in the mouth with disgust.
Away from that stinky smell,
walking wild through the streets
and the houses get scattered.
I find some grass, lie down there
and get dirty like a dog:
in the distance, a drunkard
sings his love to the shutters.
* Gemmas, Rosas: Typical, old-fashioned names of Florentine women of the common people.

2009/2/24 - 10:13


UNA STORIA DI STRADE
di Riccardo Venturi

L'abbazia di San Salvatore e San Lorenzo a Settimo.
L'abbazia di San Salvatore e San Lorenzo a Settimo.


Credo che a volte qualcosa guidi in certi luoghi, e cosa sia non so dirlo esattamente. Non voglio neanche dirlo, non credo ne sarei capace; e, forse, mi lascerei andare a considerazioni assai campate in aria.

Mi atterrò quindi ai fatti. A dieci minuti da casa mia c'è l'antichissima abbazia di Badia a Settimo. Dico proprio dieci minuti, nella piana di Scandicci, arrivandoci -come mi piace- non per le strade principali, per i vialoni anonimi di recente costruzione, ma per le viuzze traverse della campagna. In fondo a via dell'Argingrosso, quando diventa anch'essa una stradetta in mezzo ai campi, si tira per Ugnano. Sono strade che esistono fin dalla notte dei tempi, e hanno nomi solenni e semplici: via del Tabernacolo, via del Donicato (dal latino Dominicatum, “proprietà di un nobile signore”), via di Fagna, via del Pellicino (probabilmente il soprannome di un contadino). Bisogna conoscerle bene per non perdervisi; io campo ancora sulle mie esplorazioni ciclistiche, quando avevo diciannove o vent'anni e mi partivo da lontanissimo. Dagli antipodi della città, dov'ero nato e abitavo, a due passi da una piccola strada dedicata a Dino Campana. Una strada del tutto insignificante, senza uscita, un piccolo cul-de-sac. “Via Dino Campana – Poeta”, dice tuttora la targa stradale; e siccome quella strada era sul percorso che tutti i giorni facevo per andare a scuola, fin da bambino mi chiedevo chi fosse quel Campana poeta. L'ho appreso molto più tardi.

Sabato scorso, assieme a Daniela (come dire: quasi mezze CCG in una sola automobile scassata), abbiamo deciso di andare a fare un giro. Le campagne attorno a casa mia sono ricche di pievi molto antiche: già a Mantignano e Ugnano ve ne sono tre. Prima siamo capitati a San Colombano a Settimo, dove siamo rimasti per un po' al tramonto, su una panchina, forse disturbando un po' una giovane donna che leggeva la Bibbia e che se n'è andata palesemente scocciata dal nostro cinguettìo da coppietta; ciò le ha valso da parte nostra qualche battutaccia leggermente blasfema (del tipo: “Ora a febbraio legge l'Esodo; a fine agosto, il Controesodo”); poi ce ne siamo andati, decidendo d'impelagarci nel dedalo di stradette là attorno. Ce n'è una che si chiama Via di Porto, dritta all'ingresso della pieve, tra un filare di cipressi. Sono zone, quelle piane là, che sono state pesantemente violentate dall'espansione della città, dall'industrializzazione, dalla “nuova viabilità” che in certi casi ha interrotto una rete stradale millenaria; ma riescono ancora ad avere un fascino indicibile.

Mi sono letteralmente lasciato andare. Le mie conoscenze terminano a Ugnano, e non mi ero mai spinto in quei posti, pur vicinissimi a casa. Mi sono lasciato letteralmente guidare dall'istinto, confidando sul senso dell'orientamento che ho innato. Ad un certo punto, invece, mi sono smarrito. Impegnato nello spiegare che San Colombano, o San Columba, era un monaco irlandese che nel V secolo s'era gettato dalla sua isola (che aveva preservato la cultura occidentale) nell'Europa e nell'Italia buia dell'altissimo medioevo per fondare ovunque pievi e monasteri (ed è per questo che dei “San Colombano” si trovano sia al Lambro che a Scandicci), mi sono ritrovato in un posto fantasmagorico. Una specie di foresta alla mia destra, tra il lusco e il brusco delle cinque e mezzo del pomeriggio, e un campanile la cui sommità in mattoni rossi svettava nel cielo nuvoloso.

La Badia a Settimo, o meglio, l'abbazia di San Salvatore e San Lorenzo a Settimo. Ci siamo messi a cercarne l'ingresso e l'abbiamo trovato. Una specie di fortezza in mezzo alla campagna, una cittadella a sette miglia dalla città quando la città doveva essere ancora bambina. Io e Daniela siamo rimasti letteralmente senza parole. Siamo entrati piano nella chiesa, che era aperta, sbalorditi da quel posto a pochi minuti da casa mia. Non vi avevo mai messo piede prima. Stava per chiudere, ma un avviso diceva che la domenica, dalle 15 alle 18, si poteva visitare tutto il complesso abbaziale addirittura con una guida.

Il bello è che, tornando a casa, e attraversando il borgo semideserto di Badia a Settimo dove l'unica cosa aperta era una Casa del Popolo (ultimo sparuto baluardo della classe operaia), mi sono ritrovato all'improvviso di nuovo in strade dai nomi noti; dall'altra parte di via del Pellicino, passato l'incrocio con via dello Scalo di Peino che è l'ultimissima strada del comune di Firenze, o la prima per chi vi torna. Siamo tornati come per incanto a Ugnano, e poi di nuovo a casa con l'intenzione di tornare il giorno dopo alla Badia a Settimo; cosa che abbiamo fatto.

Domenica è bastato, da Ugnano, fare il percorso all'inverso. Quelle stradette, quelle viuzze, aiutano la memoria in un modo assolutamente incredibile. Quanto i vialoni imbecilli che le hanno tagliate come mannaie sono tutti cretinamente uguali coi loro nomi standardizzati, tanto quelle piccole strade tortuose che seguono l'andamento dei campi hanno ad ogni centimetro un particolare che permette di fissare il cammino senza più nessun timore di sbagliarsi. Siamo entrati nell'abbazia ancora alle cinque del pomeriggio, dalla chiesa, chiedendo a un tizio se si poteva ancora fare la visita guidata; ci siamo ritrovati in un chiostro meraviglioso, ma tagliato a metà da un muro. Una parte dell'abbazia è attualmente una parrocchia; l'altra parte è, state un po' a sentire, “proprietà privata”. Risale tutto allo smembramento dei beni ecclesiastici eseguito dal granduca Pietro Leopoldo; cosicché, ancora adesso, una consistente parte di quel tesoro è in mano ad un privato cittadino che la sta facendo tranquillamente andare alla malora. La parte parrocchiale è stata accuratamente restaurata (soprattutto perché, minata durante la II guerra mondiale dai tedeschi che non volevano che il campanile fungesse da punto di osservazione su tutta la piana, aveva riportato danni enormi); quella “privata”, quella al di là del muro, sta cadendo in rovina. Effetti strabilianti della proprietà privata; molto meglio quella ecclesiastica. E se lo dico io!

Ci siamo fiondati sulla guida che stava terminando il giro proprio in chiesa. Le prime parole che abbiamo udito sono state: “...là c'è la tomba di Dino Campana”. Daniela può testimoniare della mia espressione a quelle parole. La tomba di Dino Campana. E dire che il giorno prima, quando pur sempre un giro della chiesa lo avevamo fatto, non c'eravamo assolutamente accorti di nulla. Forse distratti, comprensibilmente, dal quadro del Ghirlandaio; forse perché, semplicemente, non lo sapevamo. Ci siamo avvicinati. Ricordando persino alla guida che conoscevamo un giovane cantautore che sulle poesie di Campana aveva scritto un intero album. Mi è venuto da sorridere, di quei sorrisi che si hanno quando in un qualche modo si sente d'aver chiuso inconsapevolmente un cerchio iniziato, altrettanto inconsapevolmente, da bambino. Seguendo sempre strade quasi alla cieca, ma che non si può fare a meno di pensare che nascondano un percorso, e in quel percorso una sorta di disegno.

La tomba di Dino Campana nella Badia a Settimo.
La tomba di Dino Campana nella Badia a Settimo.


Dopo la tomba di Campana abbiamo potuto visitare tutto il resto dell'abbazia, o meglio tutto il resto di ciò che può essere visitato. Le prigioni abbaziali, perché la cittadella era autosufficiente anche riguardo alla galera. Il refettorio riservato, con i busti lignei di nobili fanciulle. La cripta del VIII secolo, ovvero il primitivo nucleo dell'abbazia, con le colonne romane; uno di quei posti che metterebbero i brividi soltanto al pensiero, e figurarsi un po' ritrovarcisi dentro. Per uno come me, poi, che se potesse lascerebbe ogni cosa e questo tempo idiota e si trasferirebbe armi e bagagli nel Medioevo, quello vero, quello che gli è caro da sempre.

E Dino Campana, che là riposa per sempre. Che la bellezza, che non ha potuto avere nella sua vita tragica, lo accompagni per sempre in quel posto meraviglioso dove le strade, in un fine settimana mezzo assolato e mezzo brumoso di febbraio, mi hanno guidato in questa storia che qui si chiude.

2009/2/24 - 09:10


Gentili amici, la foto che avete inserita non è di Dino Campana, ma appartiene a Filippo Tramonti

saluti

Paolo Pianigiani

(Paolo)

Grazie per la segnalazione, ma a quale delle foto ti riferisci esattamente? [CCG/AWS Staff]

2009/3/19 - 23:13


scusate il ritardo...
la foto che vi ho indicato è la seconda inserita nell'articolo. Il giovane imbronciato è in effetti Filippo Tramonti.
Lo ha scoperto il professor Stefano Drei, che insegna al Liceo Torricelli di Faenza, facendo ricerche di archivio.

Paolo Pianigiani - 2009/5/16 - 05:22



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