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Ishte një ditë e muajit të majit

Anonymous
Language: Albanian (Arbëreshë)

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[XIV sec]
Teksti dhe Muzika / Testo e musica / Lyrics and music / Paroles et musique / Sanat ja sävel:
Anonim
Interpretim / Interpreti / Performed by / Interprétée par / Laulavat:
Silvana Licursi


Piana degli Albanesi: Pasqua
Piana degli Albanesi: Pasqua


La cultura arbëreshë

Dopo avere sconfitto gli Albanesi nel 1385 nella battaglia dei Campi Sauriani, presso Lushnjë, gli Ottomani si insediarono rapidamente in Albania. Molte comunità albanesi emigrarono dall’Epiro e dal Peloponneso. Fu la diaspora di quelli che avrebbero assunto il nome di Arbëreshë, da Arbëria, nome dell’Albania sino all’invasione ottomana.
Si stanziarono nell’Italia meridionale.

Oggi costituiscono una minoranza etno-linguistica tutelata che conta circa 100.000 persone, secondo l’ultimo censimento. Le comunità più consistenti sono in Calabria e in Sicilia, seguono il Molise, la Campania, la Basilicata e la Puglia. Nonostante siano trascorsi sei secoli mantengono vive non solo le le tradizioni ma anche la lingua che fa parte del sottogruppo Tosco / toskë, diffuso nell’Albania centro-meridionale.
Gli Arbëreshë considerano la loro come una diaspora. In un documento storico di Piana degli Albanesi, in Sicilia, si parla dei profughi che approdarono post eorum exilium, ab eorum patriam expulsi nel XIV secolo. Ci furono successivamente, è vero, colonie di Albanesi che lasciarono la loro terra per motivi economici, ma gran parte , tra i primi, furono costretti all’esilio.

La melodia

Risale al XIV secolo, in epoca antecedente all’invasione ottomana. La cantante Silvana Licursi è un’italo-albanese che contribuisce a mantenere viva la tradizione con un vasto repertorio di canti arbëreshë.
Ishjë një ditë të mojit majit
Ishjë një ditë pa fare pa re
Un ngrita sitë drejt lartë motit
Pashë një qiftë që flis sikur ne.

Ishjë një ditë të mojit majit
Me pakë diell dhe fare pa re
Një manushaqe që bëij hie
Un ngjata dorën e mora me hare.

E kur rura përpar në shpisë
Mëma më tha: çë lule isht?
E kur rura përpar në shpisë
Më pijesi mëma: çë lule isht?

Isht manushaqja që bëij hie
Un ngjata dorën e mora me hare.
Isht manushaqja që bëij hie
Un ngjata dorën e mora me hare.

Ti trëndafile, lulëz e re
Që ti je imja njeri e di.
Nani ç’të panë kta sitë e mi
Mosënjeri ngë ka qaset nga ti.

Contributed by Riccardo Gullotta - 2020/3/18 - 23:23




Language: English

Përkthim anglisht / English translation / Traduzione inglese / Traduction anglaise/ Englanninkielinen käännös:
youtube
IT WAS A DAY OF THE MONTH OF MAY

It was a day of the month of may
it was a day with not a cloud
I raised my eyes up to the weather
And saw an eagle speaking our language

It was a day of the month of may
with little sun and cloudless
A violet was making shadow
I took it to my hand with joy

And when I entered later on home
the mother told me: what flower is that?
And when I entered later on home,
mom asked me: what flower is that?

It was the violet who was making shadow
I took it to my hand full of joy
It was the violet who was making shadow
I took it to my hand full of joy

You rose, young flower
that your are mine, everybody knows.
Now that my eyes saw you
nobody dare to come close to you.

Contributed by Riccardo Gullotta - 2020/3/18 - 23:25




Language: Italian

Përkthim italisht / Traduzione italiana / Italian translation / Traduction italienne / Italiankielinen käännös:
Riccardo Gullotta
ERA UN GIORNO DI MAGGIO

Era un giorno di maggio
Una giornata senza nuvole
Ho alzato lo sguardo verso il cielo
E ho visto un’aquila [1] che parlava la nostra lingua

Era un giorno di maggio
Poco soleggiato e senza nuvole
Una violetta gettava la sua ombra
L’ho presa tra le mani con gioia

E quando sono rientrata dopo a casa
Mia madre mi chiese: che fiore è?
E quando sono rientrata dopo a casa
La mia mamma mi chiese: che fiore è?

Era la violetta a fare ombra
L’ho presa tra le mani con gioia
Era la violetta a fare ombra
L’ho presa tra le mani con gioia

Tu rosa, fiore fresco
Chiunque sa che sei mio
Ora che i miei occhi ti hanno visto
Nessuno osa accostarsi a te.
[1] Nel testo originale: qiftë , in albanese moderno shqiponjë.

L’Albania è Shqipëri / Terra delle aquile. Un albanese è Shqipëtar / figlio dell’aquila. L’aquila ha una forte connotazione simbolica per gli Albanesi. Nella bandiera nazionale l’aquila bicipite é rappresentata nera in campo rosso.

[Riccardo Gullotta]

Contributed by Riccardo Gullotta - 2020/3/18 - 23:30


La paretimologia per cui Shqipëria deriverebbe dalla denominazione dell' "aquila", shqiponjë, è assai popolare, ed è senz'altro vero che ha una forte connotazione simbolica, tanto da aver dato luogo anche alla bandiera nazionale con l'aquila bicipite. In realtà, la denominazione di Shipëria e shqiptarë per gli albanesi è piuttosto recente: risale grosso modo alla fine del XVII secolo o agli inizi del XVIII. L'autentica denominazione antica è proprio quella di "Albania" e "Albanesi": si tratta del nome di una tribù illirica, gli Ἀλβανοί [Albanoi] notati e menzionati dall'astronomo alessandrino Tolomeo nel II secolo. *Alban è probabilmente una forma di plurale della radice alb- / arb-, con il significato di “abitanti delle pianure”, una denominazione che passò collettivamente all'Albania centrale e ai suoi abitanti, ed infine a tutta l'Albania. La denominazione etnica autentica è quella di Arbëresh / Arbënesh, il paese è Arbëri / Arbëni e la lingua arbëreshe / arbëneshe, mantenuta ovviamente dagli albanesi che si stabilirono nell'Italia meridionale a partire dal XIV secolo, e passata in tutte le denominazioni nelle varie lingue (it. Albania, albanese ecc.). Nella vicina Grecia, il termine moderno ufficiale in uso è Αλβανία [Alvanía] per il paese e Αλβανοί [alvaní] per il popolo, ma esiste anche quello tradizionale di Αρβανίτες [Arvanítes] che indica piuttosto gli albanesi etnici che vivono entro i confini greci, e che ha indicato anche gli albanesi in servizio per l'Impero Ottomano. In serbo antico si usava Арбанаси [Arbanasi] nelle stesse modalità.

La paretimologia, che tanto successo ha avuto per motivi simbolici, è andata di pari passo con la progressiva mitizzazione dell'eroe nazionale, Skanderbeg (in sé un nome pienamente turco: İskander beğ “Alessandro il Bey”; in albanese Skënderbeu): l' “aquila” rimanda a concetti come la forza, la potenza, la libertà ecc. In realtà, il termine sembra derivare dall'aggettivo / avverbio shqip “chiaro; in modo chiaro, comprensibile”. In un'epoca come quella in cui la denominazione si diffuse, dopo la conquista Ottomana, esisteva un grande conflitto politico, sociale, religioso ed economico tra la società tradizionale albanese ed il dominatore turco, che le era totalmente alieno anche e soprattutto come lingua. Fu proprio la coscienza linguistica a far sí che gli albanesi cominciassero a chiamarsi “quelli che si capivano in modo chiaro” (shqip), una comunità unita da una “lingua comprensibile”: il punto di partenza sembra essere stato proprio quello della lingua, gjuha shqipe “lingua chiara, lingua comprensibile”. La denominazione si diffuse a partire dall'Albania settentrionale verso il sud, con la differenziazione dialettale tra ghego e tosco. Gli albanesi d'Italia ne restarono ovviamente fuori.

Non è un procedimento estraneo ad altre lingue. Ne esiste, ad esempio, un importante parallelo: la chiara parentela tra il nome dei tedeschi e della loro lingua (Deutsch) ed il verbo deuten “interpretare, spiegare” o l'aggettivo deutlich “chiaro, evidente, comprensibile”. Come anche noi diciamo “parlare italiano” per “parlare chiaramente”, mentre “parlare arabo / turco” ecc. significa “parlare in modo incomprensibile”.

Riccardo Venturi - 2020/3/19 - 08:24



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