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Tριάντα καράβια αρμένιζαν

Anonymous
Language: Greek (Modern)

List of versions



Triánta karávia arménizan

Testo / Στίχοι / Lyrics / Paroles / Sanat:
Anonimo
Musica / Μουσική / Music / Musique / Sävel:
Anonimo
Interpreti / Ερμηνεία / Performed by / Interprétée par / Laulavat:
1 Ορχήστρα υπό τη διεύθυνση του Σίμωνα Καρά / Orchestra diretta da Simon Kara [1960]
2 Δόμνα Σαμίου / Domna Samiou
Album /'Αλμπουμ : Tis Kyra-Thálassas / Της Κυρα-Θάλασσας [2002]




La canzone
Appartiene al genere paradosiako / παραδοσιακό, in soldoni folk. Il termine andrebbe disambiguato, come del resto il termine folk, dato che spesso è usato impropriamente come sinonimo di musica dimotika / δημοτικά e, errando, come sinonimo di rebetiko / ρεμπέτικο.
Fu lanciata da un grande musicologo, Simon Karas / Σίμων Καράς che diede impulso e nuova espressione ai canti bizantini oltre a raccogliere i canti popolari di varie regioni greche. Una grande interprete di un vasto repertorio di musica di tradizioni popolari, fu Domna Samiou. Si propone tre i link la sua interpretazione della canzone.

Cenni storici
La prima guerra d'indipendenza greca fu combattuta dal 1821 al 1829. Si concluse con la vittoria dei Greci e la costituzione di uno stato greco a regime monarchico. Dopo una prima fase che vide gli insorti guadagnare spazio, i Turchi agirono con spietatezza optando per il terrore.
A Costantinopoli nel 1821 i giannizzeri procedettero ad esecuzioni in massa di greci e del clero ortodosso. Il regime turco arrivò anche ad impiccare alla porta centrale del Patriarcato ecumenico del Fanar il patriarca Gregorio V (da allora la porta è rimasta continuamente chiusa). A Chio nel 1822 la popolazione dell’isola fu interamente massacrata.

In quell’epoca in Europa c’era una vasta e profonda esigenza di rinnovamento conseguente all’autoritarismo e all’assolutismo restaurati dal Congresso di Vienna del 1815. Fiorivano le società carbonare, i circoli di Babeuf e Buonarroti, le istanze liberali bussavano forte. Fu così che molti liberali europei andarono in soccorso degli insorti mentre le Potenze maggiori furono costrette in qualche modo a mobilitarsi.

Vale la pena di accennare al quadro geopolitico. L’impero ottomano non godeva di buona salute. Il motivo principale era il divario tecnologico con l’occidente più che le difficoltà ad amministrare un impero variegato in cui le istanze autonomiste non potevano mancare. La Grecia era la nazione più importante per l’impero sotto il profilo economico. La Russia zarista inseguiva mire espansioniste a danno della Sublime Porta, un leit-motiv che si sarebbe protratto sino al Novecento, ma lo zar Alessandro I era restio ad intraprendere una guerra. L’Inghilterra e l’Austria non avevano un interesse immediato a mettere in difficoltà l’impero ottomano dato che ciò avrebbe minato lo status quo del Congresso di Vienna del 1815. Non è che gli Inglesi non avessero voglia di mettere le mani sui territori ottomani, soltanto che non era ancora il momento per una serie di ragioni. Lo faranno, senza sconti, 90 anni dopo. Quanto alla Francia, erano trascorsi trent’anni dalla Rivoluzione e dodici dalla fine dell’Empire napoleonico. I Francesi erano divisi tra la fedeltà alla restaurata monarchia borbonica e la grandeur napoleonica, tra ideali prima illuministi e poi romantici e libertari. Quindi erano in posizione più defilata rispetto agli Inglesi.

A fare pendere la bilancia dall’altra parte contribuirono alcuni eventi. In Russia lo zar Nicola I succedette ad Alessandro I nel 1825. La politica di Nicola I era nettamente interventista per assecondare sia la lobby nazionalista sia il clero ortodosso che spingeva per un aiuto concreto ai fratelli greci ortodossi. Anche questo è un altro leitmotiv dei tempi successivi. Nel Regno Unito il ministero degli Affari Esteri passò dal conservatore Castlereagh al liberale Canning proprio per frenare le attenzioni zariste verso la Grecia e conseguente mutamento dell’equilibrio geopolitico nel Mediterraneo orientale. Un altro tema ricorrente destinato a ripetersi, con attori diversi, nel Novecento ( si pensi alla guerra civile).
Nel 1827 Inghilterra, Francia e Russia firmarono il Trattato di Londra, decidendo di fare pressione sulla Sublime Porta ma l’esito fu negativo. L’internazionalizzazione del conflitto era ormai cosa fatta. In tale quadro si svolse lo scontro navale di Navarino.


Verso l'Indipendenza della Grecia. La battaglia di Navarino

Nel Peloponneso, allora ancora chiamato con il nome veneziano di Morea, gli Ottomani avevano riconquistato terreno grazie all’aiuto del Wālī / governatore d’Egitto, tale Ibrāhīm Pascià. Formalmente sottoposto alla sovranità del sultano, il governatore era di fatto autonomo in tutti i campi. Per ottenerne il supporto, il sultano Mahmud II lo nominò governatore della Morea. Le sue repressioni e le deportazioni degli insorti ridotti in schiavitù in Egitto furono la goccia che fece traboccare il vaso.
Le Potenze europee decisero di intervenire per frenare la condotta degli Ottomani e dei loro alleati Egiziani. Non era però nei piani, soprattutto inglesi, dare battaglia. Lo schieramento navale europeo, composto da 27 navi, voleva essere una forza di dissuasione per interposizione. Ma da un natante turco partirono colpi di fucile contro una scialuppa inglese. L’ammiraglio inglese Codrington, già eroe a Trafalgar e poco propenso ad esercizi di diplomazia, reagì, nonostante le disposizioni del Board of Admiralty / Lord grand’Ammiraglio di Londra escludessero di ingaggiare un conflitto. Così recita la vulgata.

È plausibile piuttosto che Codrington, simpatizzante dei circoli filoellenici, si sia fatto promotore di una svolta, escogitando una serie di provocazioni che sarebbero sfociate nell’incidente. La strategia della battaglia fu sostanzialmente sua: un cavallo di Troia di interessi mercantili e di una borghesia lungimirante. La cosa buffa è che i ruoli si invertirono: l’inglese Codrington uscì dalla linea prudentemente diplomatica dell’Inghilterra mentre all’ammiraglio francese De Rigny toccò assumere un ruolo per così dire diplomatico, distante dal sentire e dalle intenzioni di larga parte della Francia.

Fu così che la flotta europea comandata da Codrington, dal francese De Rigny e dal russo Van Heiden annientarono la flotta avversaria il 20 Ottobre 1827 nella baia di Navarino. Gli Ottomani e gli egiziani contarono perdite umane di morti e feriti circa dieci volte superiori, stimate in 3000 morti e 1100 feriti. La vittoria fu decisiva per evitare il collasso degli insorti greci ridotti allo stremo, ma non bastò per porre fine al conflitto. Occorsero altri due interventi, la guerra russo-turca l’anno successivo e lo sbarco dell’esercito francese (Campagna di Morea).
[Riccardo Gullotta]
Τριάντα καράβια αρμένιζαν, Κάβο-Μαλιά και Ύδρα
άιντε , τα δέκα ήταν φρα- μωρέ, ήταν φραντσέ-
έρημε Μπραήμη μ’, φραντσέ- μωρέ, φραντσέζικα
τα δέκα ήταν φραντσέζικα, τα δέκα της Αγγλίας
και τ’ άλλα ήταν του Μόσκοβα, του βασιλιά του Ρούσου
μα ήρθανε κι αράξανε στην Πύλο στο λιμάνι,
πιάνουν και γράφουν γράμματα και στο Μπραήμη στέλνουν.
– Φεύγα Μπραήμ' απ’ το Μοριά.

Contributed by Riccardo Gullotta - 2020/2/6 - 13:07




Language: English

English translation / Μετέφρασε στα αγγλικά / Traduzione inglese / Traduction anglaise/ Englanninkielinen käännös:
John Leatham
THIRTY SHIPS WERE SAILING

Thirty ships were sailing towards Cape Malea and Hydra,
ten of them belonged to France and ten of them to England,
the others all belonged to Moscow, to the Russian king.
But they came and anchored in the port of Pylos.
They set about composing letters and sent them to Brahim:
– Clear out, Brahim, of the Morea.

Contributed by Riccardo Gullotta - 2020/2/6 - 13:09




Language: Italian

Traduzione italiana / Μετέφρασε στα ιταλικά / Italian translation / Traduction italienne / Italiankielinen käännös:
Riccardo Gullotta

The Naval Battle of Navarin  -  Dipinto di George Philip Reinagle, 1828
The Naval Battle of Navarin - Dipinto di George Philip Reinagle, 1828
TRENTA NAVI VELEGGIARONO

Trenta navi veleggiarono per Capo Malea e Idra,
dieci battevano bandiera francese e dieci inglese,
tutte le altre erano soggette a Mosca, appartenevano al re di Russia.
Ma vennero e gettarono l’ancora nel porto di Pilo.
Intrapresero a scrivere lettere e le inviarono a Ibrahim:
Ibrahim, tieniti lontano dal Peloponneso.

Contributed by Riccardo Gullotta - 2020/2/6 - 13:12



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