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Aldo Palazzeschi: La fiera dei morti

GLI EXTRA DELLE CCG / AWS EXTRAS / LES EXTRAS DES CCG
Language: Italian



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Giacomo Lubrano: Terremoto orribile accaduto in Napoli l'anno 1688
(GLI EXTRA DELLE CCG / AWS EXTRAS / LES EXTRAS DES CCG)
Africa
(Lucio Dalla)


[1910]
Poesia di Aldo Palazzeschi / A poem by Aldo Palazzeschi / Poème d'Aldo Palazzeschi / Aldo Palazzeschin runo
"L'incendiario", 1910.

Jean Michel Basquiat, Sans titre, 1981.
Jean Michel Basquiat, Sans titre, 1981.


Dovevo andarci oggi, giorno dei morti; invece ci andrò domani (anzi, stamani visto che siamo già trapassati al Due). Non ce la facevo, oggi; è stato un primo di novembre in preda ai crampi muscolari e tendinei, terribili, luridi, che peraltro mi pigliano fin da quando avevo vent'anni. E allora sì, ci andrò domani al cimitero di Soffiano, dove sta mio padre. Ci sarà da fare, da ripulire un po' la tomba, da dare una spazzata, da mettere dei fiori (che, per me, sono sempre gerbere da quando ne portai un mazzo al ponte trasteverino di Giorgiana Masi). Mio padre, inoltre, è scomparso proprio nel mese di novembre, un novembre di ventidue anni fa. Il sedici di novembre del 1997, per essere precisi. Abitavo a Livorno, allora. Quella sera, mi ricordo, ero andato da degli effimeri amici che avevano organizzato, si pensi un po', una serata casalinga di poesia e musica. Quasi roba d'altri tempi. Una ragazza suonava il piano, e a turno gli ospiti leggevano una poesia a testa; io avevo scelto Terremoto orribile accaduto in Napoli l'anno 1688 di Giacomo Lubrano. Una volta di ritorno a casa, passata la mezzanotte, arrivò la telefonata di mio fratello che piangeva; allora non avevo il “telefonino”, quel marchingegno. Lo avevo un po' raccontato anche nella pagina di quella poesia, un accenno. Oggi, ventidue anni dopo, mio fratello mi telefona dicendomi che è andato a fare un giro proprio a Livorno; era sulla Terrazza Mascagni e tiene a dirmi che è passato davanti a quella che è stata per anni casa mia, in via Garibaldi al 41. Io, invece, oggi me la dovevo vedere coi crampi, che a modo loro sono uno spettacolo. Mi trasfigurano dal dolore, e, lo si creda, non esagero. A turno, gli alluci dei piedi si orientano verso le altre dita. I tendini all'attaccatura del piede sembra vogliano uscire fuori dalla pelle. Devo assumere pose assolutamente ridicole per avere un po' di sollievo momentaneo, mi devo pestare l'alluce col tallone dell'altro piede e, poi in qualche modo devo tirarmi in piedi bestemmiando come un portuale (è un modo di dire, magari un portuale vero canterebbe le lodi a Maria Vergine e implorerebbe Padre Pio). Devo cercare di fare qualche passo. In dieci minuti, più o meno, mi passa; ma sono dieci minuti che non raccomando a nessuno. E, insomma, domani andrò al cimitero a trovare le ossa di mio padre. Col mazzolino di gerbere. E il cencino per pulire. E lo spruzzino per lavare. La granata e il secchio sono già là. C'è la fontanella, che ha un bottone durissimo e bisogna pigiare forte per fare uscire un po' d'acqua. Ho pensato di dedicare a mio padre questa poesia cimiteriale di Aldo Palazzeschi, scritta nel 1910, cioe' quattordici anni prima che mio padre nascesse. Mio padre era del '24 e aveva pensato bene di venire al mondo un ventotto di ottobre; il secondo anniversario della “Marcia su Roma”. E così, da bambino, chiedeva a suo padre, cioè mio nonno Bruno, ferroviere antifascista che poi avrebbe conosciuto anche le galere preventive e una giratina a Mauthausen, se tutte le bandiere che vedeva alla finestra il giorno del suo compleanno, erano per lui. E mio nonno gli diceva di sì. La giratina a Mauthausen se l'era fatta dopo essere stato rastrellato in un cinema assieme ad altri; il 1° dicembre 1943, i GAP avevano ammazzato il gerarca fascista Gobbi, capo del distretto militare di Firenze, davanti a casa sua in via Pagnini. Sapete dove abitava mio nonno con tutta la sua famiglia, quindi anche con mio padre? In via Pagnini, al numero 6. E così lo rastrellarono nel cinema dove non era andato per vedere un film, ma per scappare, anche se non aveva fatto nulla.

E quindi, domani, visto che mio padre è morto proprio mentre declamavo con sottofondo musicale una poesia su un terremoto, ho pensato di declamargli almeno qualche verso di questa poesia qua. Che è una presa per i fondelli colossale dei cimiteri e della morte. Ma si', un po' di svago al cimitero mi farà benissimo, e du' chiacchiere co' i' mi pòero babbo. Insomma, farlo partire da questo mondo con un terremoto del 1688 non è stato un granché. Fra qualche ora gli fo fare du' risate. [RV]

Aldo Palazzeschi era lo pseudonimo di Aldo Pietro Vincenzo Giurlani; era nato a Firenze il 2 febbraio 1885, in via Guicciardini, tra il Ponte Vecchio e piazza Pitti. Palazzeschi era il cognome di sua nonna; via Guicciardini è stata pressoché rasa al suolo nell'agosto del 1944. Fu, in gioventù, un raro esempio di futurista contrario alla guerra, sebbene in un modo un po' strano e tutto suo. Nel 1905, all'età di vent'anni, aveva pubblicato a sue spese il suo primo libro di poesie, I cavalli bianchi, per l'editore Cesare Blanc, con tanto di indirizzo: via Calimala 2, Firenze. Solo che questo editore non esisteva affatto e se lo era inventato lui; Cesare Blanc era il nome del suo gatto. E anche “via Calimala”, a modo suo, è inventata: la strada esiste, è la più antica di Firenze, ma si chiama solo “Calimala”, senza “via”, dal latino Callis Maior. Esisteva già ai tempi della Firenze romana. Di poesie ne scrisse tante; una, “Rio Bo” (“Due casettine coi tetti aguzzi...”) era ospite fissa dei sussidiari per le elementari, me la ricordo anch'io sul mio di quand'ero a scuola. Che si chiamava, si pensi un po', “Armando Diaz”; come quella di Genova. Nel '39 Aldo Palazzeschi si trasferì a Roma, dove è morto il 17 agosto del 1974. Il 17 agosto del 1974, mentre Aldo Palazzeschi moriva a Roma, io ero invece all'Elba; proprio quel giorno arrivò una macchina davanti a casa, ne scesero due giovanotti gridando “Viva il Duce!” e dettero fuoco al campo lì davanti con una tanica di benzina. C'era vento forte e in pochi minuti l'incendio aveva già scollinato verso Galenzana; la fiammata nel campo di sterpaglie secche aveva anche preso e mezzo bruciato l'albicocco che avevamo nel giardino. Ancora devo capire cosa c'entrasse il Duce con dare fuoco a un bosco e a un albicocco; però quest'ultimo gli è andato nel culo, perché ha ripreso e ha continuato a fare albicocche per anni e anni ancora, finché non se n'è andato pure lui al cimitero degli alberi. Un contadino che stava lì accanto ci perse tutta la vigna. La poesia di questa pagina è tratta da una raccolta che si chiama: L'incendiario. Aldo Palazzeschi è sepolto al cimitero di Settignano, che fra l'altro è parecchio vicino alla scuola Armando Diaz dove andavo, a Ponte a Mensola. Per andarci, a piedi, passavo davanti alla chiesa di Santa Maria a Coverciano, dove si svolgono le Sorelle Materassi. Al cimitero di Settignano ci sono stato una volta sola, ma non per Aldo Palazzeschi. Ci sono andato a trovare due fratelli, anzi un fratello e una sorella. Si chiamavano Luca e Anna Maria Mantini, e sono sepolti lì con la loro famiglia. Ci sono stato insieme a un'amministratrice di questo sito e assieme a una che, da ragazza, faceva un lavoro un po' pericoloso: rapinava banche a mano armata. I cimiteri sono posti strani, c'è di tutto. Poeti e rapinatori, padri e figli. [Sempre RV]
I poeti cantano
malinconicamente
questa fiera;
tutti alla stessa maniera,
questa giornata grigia o nera.
(Ma si può benissimo cantare
anche in un’altra maniera).
Dice che sempre piove
un’acquerugiola trita,
che tutto fiorisce nel fango
in una primavera di pillacchere.
Le solite antiche fole
della solita antica gente!
Oggi invece non piove,
splende un magnifico sole;
il tempo ci porta le sue cose nuove.
Avete dei pensieri neri?
Veniteli a svagare
dentro i cimiteri.

Potete entrare, avanti,
fatevi tutti avanti,
sono spalancate le porte,
anche per chi non c'à persone morte!
Tutti possono andare,
girare a proprio piacimento;
anche un poeta ci si può benissimo intruffolare
per suo divertimento.
Le solite baracche dei saltimbanchi
fuori dei cancelli;
quella classe sociale che à per mira
di far conoscere agli uomini,
meglio assai degli astronomi,
che il mondo gira.
Scimmie vestite da ballerina,
oppure alla militare;
una se ne va di braccetto
con un sergentino,
un’altra cerca di trascinare
un caporale dietro in una stanza;
una vestita da serva
è tutta affaccendata per spazzare,
un capitano dà uno schiaffo
a un’ordinanza pietrificata.
Donne che gridano a squarciagola
di alcuni miracoli scientifici,
l’ultima portata della scienza
alla portata di qualunque sapienza,
strane fisiche psicologiche deformità!
E i buoni festaioli
se ne stanno davanti in perplessità.
Trombe tamburi piatti,
tutti gridan come matti:
è la fiera dei morti!
I dolci fatti lì, immancabili dolci,
che tutti stanno ad aspettare,
le calde arroste
che non riparano a castrare.

Nelle osterie si suonano chitarre,
si cantano canzonette paesane,
gli ultimi stornelli popolari,
o romanze napolitane.

Dai beccai pendono sanguinanti,
fenomenali, i primi ottimi porci,
quelli d’Ognissanti,
che àn già sentito il primo freddo dei morti.
E sui banchi, ammassata,
oppure tortuosamente attaccata,
chilometri di salsiccia,
che sembra l’ammasso degli intestini malati
di tutti i morti.
I salumai ànno appesi
i salamini nuovi, cotechini,
zamponi, mortadelle;
e viene fino sulla strada
un odore stuzzicante
di lepre e di pappardelle.
Tutti si riversano a mangiare
a crepapelle.

I carabinieri a cavallo
coi loro pennacchioni rossi,
si fanno posto trionfanti
nella calca stordita dei festanti.

Ai cimiteri ci si può andare
coi fiori, e senza i fiori,
ma anche il più insopportabile,
lontanissimo parente,
si può aspettare quel giorno un fiore
dalla sua antica gente.

I morti non sono uguali,
come credono tutti,
e sopratutto, non sono muti,
quelli almeno dei cimiteri
sono indecentemente ciarlieri.
Sulla pelle della loro faccia marmifica,
meglio assai che sui vivi,
si qualifica la fisionomia
caratteristica.
«Qui riposa
«l’uomo dalle rare virtù:
«Telemaco Pessuto
«d’anni cinquantatré,
«padre e marito esemplare.»
Se t’avessimo incontrato vivo,
che l’avrebbe saputo?
Tutti gironzan leggendo
più o meno speditamente,
alcuni sillabando.
Ma non sapete che quelle parole
che voi leggete con indifferenza,
sono la faccia dei morti?
Tutte quelle espressioni di dolcezze,
sono l’espressione delle loro fattezze?

Oh! Curiosa combinazione!
«Celestina Verità
«d’anni novantasette
e accanto:
«Peppino
«d’anni tre
«dei coniugi Del Re.»
Strana combinazione!
Quale fu, di voi due, la vostra mèta?
Dovevate ognuno campare cent’anni,
oppure, Peppino Del Re,
Celestina Verità,
faceste involontariamente
della vostra vita
una così parziale società?
Fu Peppino che ti giunse, o Celestina,
e ti trasse inaspettatamente
tre anni dalla vita?
O tu, Peppino, nascendo,
trovasti i tuoi anni
quasi tutti consumati
dalla Celestina?
Uno di voi fu il parassita
dell’altro.

Che poco posto occupano i morti,
meno assai del naturale.
E qualcuno di voi fu padrone
da solo d’un podere,
che sempre gli sembrò tanto piccino!
Quelle alte pareti
con tutte quelle teste fitte fitte,
nell’immobilità,
sembrano quelle di un loggione
per una straordinaria rappresentazione.
E tutti gironzano indifferenti,
sgusciando calde arroste,
succiando confetti, o i duri di menta,
leggiucchiando senza fede
le ciarle di quei poveretti.
Gli uomini accorti,
che passeggiano sempre fra i vivi,
non vedono il momento
di passeggiare fra i morti.
I vivi àn delle facce,
che per quanto espressive, sono mute,
e una faccia per bene
la possono avere anche i mascalzoni,
invece le facce dei morti
sono piene d’ottime informazioni.
Se incontrate per via un giovine pensoso,
come potete sapere se sia virtuoso?

In cima al camposanto,
sopra un grande palcone
improvvisato per l’occasione,
si mettono i teschî all’incanto.
Lo circondano pigiate
centinaia di persone,
fissano l’atletico allottatore
che grida fiocamente a squarciagola.
Intorno è pieno di carabinieri,
– Quattro!
– Cinque!
– Otto!
– Dieci!
– Quindici soldi!
I primi vanno a ruba!
– Si delibera signori!
I più frettolosi pagano i teschî
anche più d’una lira.
Molti aspettano che la gara cessi
e il prezzo ribassi.
– Quattro!
– Sei!
– Otto!
Una giovine sposa
si stringe al braccio del suo sposo
tutta piagnucolosa:
– Comprami quel teschio.
– Stai zitta! – Le dice il giovinotto
– Comprami quel teschio,
– Stai zitta grulla,
verso sera gli daran via per nulla.
– Dieci!
– Undici!
– Dodici!
– Si delibera signori!
– Comprami quel teschio.
– Stai zitta t’ò detto,
non vedi ch’è un teschiaccio vecchio?
– Comprami quel teschio.
– Se non stai zitta ti porto via;
– Potrebbe essere il teschio della mamma mia.
– Ma che mamma mia!
– Cosa c’è stato laggiù, lontano?
– Corrono i carabinieri!
– Dove corre tutta quella gente?
– Ànno arrestato quel nano
che vendeva i teschi di seconda mano.
E per le vie polverose,
per le serpeggianti vie campagnole,
in un bel tramonto pieno di vapori
di fiamme e di viole,
la gente se ne torna
dai camposanti allegramente.
E ogni buon diavolaccio
se ne viene col suo teschio sotto il braccio.

Contributed by Riccardo Venturi - 2019/11/2 - 00:54




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