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Robin Laing: The Secret Song of Time

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Language: English

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(Robin Laing)


[1999]
Lyrics and Music: Robin Laing
Testo e musica: Robin Laing
Album: Imaginary Lines

imaglines


La canzone segreta nel tempo

Sto leggendo, in questi giorni, parecchie storie di fantasmi e apparizioni soprannaturali; ne sono appassionato da sempre, e mi è capitata in mano l’antologia curata da una curiosa figura di sacerdote cattolico e esperto di presenze inquietanti, Montague Summers. Non sto, naturalmente, a raccontare a chicchessia tutti i miei contortissimi meccanismi mentali; basti sapere che, puntuale come un orologio, mi è tornata alla mente questa recondita canzone con la quale, oramai, faccio i conti da anni ed anni. Talmente recondita che, lo dico con una certa qual ragionevolezza, credo di essere più o meno l’unico che, ad un certo punto, si è sentito in dovere di trascriverne il testo all’ascolto, per dedicarla ad una persona che non so, attualmente, neppure dove sia finita. “Se sia morta o se sia viva”, come si suol dire. Un’intrecciarsi di storie.

“Puntuale come un orologio”, dicevo. L’espressione ci sta particolarmente bene, perché la canzone che andrete (forse) a leggere qua parla, appunto, di un orologiaio. Del suo autore e interprete, lo scozzese Robin Laing, si sono perse le tracce o quasi, sempre che ce ne siano effettivamente state; qualche anno fa, anzi oramai parecchi, pubblicò un album intitolato Imaginary Lines che mi capitò in mano, in copia rigorosamente “piratata”, per tramite di un amico. Comincia qui l’intreccio delle storie, e poiché alle ore 16.53 di questo 6 giugno 2016 non ho granché da fare, magari un po’ vi racconterò di questo intreccio.

L’orologiaio di questa canzone è, peraltro, abbastanza famoso. Si chiamava John Harrison, nato nel 1693 nello Yorkshire e morto a Londra nel 1776. John Harrison è ricordato per essere stato l’inventore del cronometro marino, che permise di determinare con precisione la longitudine in alto mare, rivoluzionando la navigazione. Il suo difficile mestiere doveva essere una passione autentica: si narra, per esempio, che all’età di vent’anni costruì da solo un orologio senza aver mai fatto prima pratica da un orologiaio. Non c’è niente che possa essere più lontano da me, va detto, degli orologi e degli orologiai. Non ho mai nemmeno portato, in vita mia, un orologio da polso (fatto che ha acuito la mia pressoché maniacale puntualità con decise tendenze all’arrivare sempre in anticipo).

John Harrison.
John Harrison.
La canzone, e tutto il suo album, mi fu presentata, come detto, da uno di quegli amici che infuriavano ai tempi “eroici” di Internet, quella semi-primitiva (almeno in Italia) della “fine del millennio”. Senza “social media”, i punti d’incontro si chiamavano “newsgroup”, “mailing list” e quant’altro (furoreggiava allora un proto-messenger chiamato “ICQ”, ovvero “I Seek You”, ti cerco, ma non è qui il caso di parlarne). L’anno, sì, facciamo due conti, sarà stato il 1999, ex anno fantascientifico oramai passato da diciassett’anni. Non so come diavolo gli fosse arrivato tra le mani l’album di quel Robin Laing; ma mi ricordo benissimo come mai si era messo a parlarne, in quegli antichi “incontri in rete”. C’era una canzone nell’album, “Venezuela”, che non era nemmeno sua bensì di John Jacob Niles. Ora, a questo mio famoso amico, questa canzone, ed anche la voce stessa di Robin Laing, ricordavano non mi ricordo più quale canzone di Fabrizio De André.

Allora, in piena freschissima morte del “Faber”, e perdipiù in luoghi “virtuali” precisamente a lui deputati, ogni cosa lo ricordava. Ci si addannava a scoprire, a ragionare, a analizzare, a proporre interpretazioni; in tutto questo, naturalmente, c’era anche e senz’altro la meraviglia, non ancora certamente sopita, di poterlo fare con persone che “condividevano” e con le quali, solo tre o quattro anni prima, non lo si sarebbe potuto mai fare a meno di un caso e di una conoscenza fortuita. Nascevano così, ovviamente, anche le “amicizie”, specie quando si cominciò ad esulare, e parecchio, dal “topic” e si attaccò invece a parlare di noi stessi, con tutti i grovigli dei quali siamo immancabili portatori ed aggiungendone non di rado altri che contribuivano a “creare i personaggi”.

Ma si diceva della canzone che a questo amico “ricordava De André”. Fu addirittura ipotizzato che De André avesse, per chissà quale sua canzone che continuo a non ricordarmi, “preso qualcosa” da quella Venezuela coverata da un semisconosciuto cantautore scozzese. Fatto sta che l’album di Robin Laing, Imaginary Lines, mi fu scrupolosamente doppiato così come altrettanto scrupolosamente lo devo aver perso chissà dove e chissà quando, forse in uno dei miei troppi traslochi. Va detto che mi era piaciuto comunque parecchio, quell’album; non solo per il Venezuela e non solo perché conteneva, fatto per me entusiasmante, la versione di un’antica ballata scozzese, The Wife of Usher’s Well, che avevo tradotto da anni in italiano in quanto “Child Ballad” e che, si pensi un po’, è una storia di fantasmi in piena regola (tout se tient). Conteneva anche questa Secret Song of Time dedicata all’orologiaio John Harrison, per la quale ad un certo punto mi venne il desiderio di mettermi a trascriverla all’ascolto perché, naturalmente, in rete non se ne trovava il testo neanche a battere la testa nel muro.

Altri tempi, certo; sul “limitare del millennio”, in rete non si trovava nulla o quasi, era difficile persino trovare “Imagine” o “Blowin’ in the Wind”. Il fatto è che questa canzone non si trova nemmeno ora, 17 anni dopo. Qualche notizia qua e là relativamente al titolo e all’album, ma niente di più. Nessun testo e, va da sé, nessun video. Nessun testo? Uno solo. Quello che tale Riccardo Venturi, circa diciassette anni fa, si mise a trascrivere da un CD piratatogli dall’amico. C’era, a giro per gli stessi “gruppi” di cui parlavo prima, anche un tizio che faceva l’orologiaio per davvero; incredibile dictu, me ne ricordo persino il nome. Dopo un po’ di tempo, sembra davvero come nel Nome della Rosa: di tutte queste persone, nomina nuda tenemus. Scomparse. Riprese dal tempo. Incroci momentanei. Il bello è che ci sembrava per davvero di essere amici; quando non è terminata perdendosi di vista e dimenticandosi, generalmente è terminata in due modi, finendo a letto insieme o odiandosi (non di rado, tutte e due le cose). Alla fin fine, tra le cose che sono restate, a parte qualche ricordo e qualche incontro in giro per il mondo davanti a un piatto di qualcosa, ci sono delle canzoni. Non è nemmeno poco.

All’orologiaio di cui parlavo prima dedicai questa canzone. Il “post” originale non si ritrova, ma ce n’è una copia, o meglio un altro thread di qualche anno dopo dove mi venne fatto di citare un’altra volta quella canzone col suo testo che avevo trascritto e con la traduzione che avevo fatto. Non era il classico “bel periodo”, quel 28 gennaio 2002; anzi, si stava decisamente addensando una tempesta che non avrebbe tardato a scoppiare. Questione di un paio di mesi, i miei ultimi due da abitante della città di Livorno. Non dormivo praticamente mai, e scrivevo, scrivevo come un matto per comunicare e per condividere. E giù profluvi di abbracci e, soprattutto, di perfette illusioni di essere capito, di contare veramente qualche cosa per qualche altra persona. Ma lasciamo stare, perché è meglio. Forse anche per questo, col tempo sono tornato alla preclusione assoluta verso qualsiasi forma di conoscenza in rete. E’ sempre finta. Non ha nessuna base. Non ci si “conosce” né per Fabrizio De André, né per una cena e né perché una volta si è pianto insieme su una panchina. Non ci si conosce perché si rimane sempre dei perfetti estranei, e con nessuna autentica voglia di accettarsi così come si è. I casi in cui si va davvero “oltre” si contano sulla punta delle dita; il resto deve essere preso soltanto per quello che è. Per una finzione che, per breve tempo, può essere stata pure bella; ma nient’altro. Una finzione nella quale, per una cosa curiosa e ovvia al tempo stesso, la parola che più ricorre è “verità”.

Piaciuto l’intreccio? Boh, se non è piaciuto, pazienza. Resta qualche canzone, come dicevo. Sono le 17.48 del 6 giugno 2016 e continuo a non avere praticamente nulla da fare, dedicandomi a questo squisito otium e riproponendo una di quelle canzoni, che peraltro mi piacerebbe far ascoltare se ce ne fosse la benché minima possibilità; ma sembra davvero essere stata dimenticata, partita allegramente verso l’oblio. Davvero fedele al suo nome: una canzone segreta nel tempo. Anch'essa, in fondo, partecipe di un'autentica storia di fantasmi: però mi è davvero rimasta dentro, tanto da averla infilata persino nell’improbabile Resurrezione di Piero Ciampi, una cosa che ho scritto qualche anno fa. Oggi, invece, la infilo qua dentro; come diceva un mio vecchio padrone di casa assai intelligente e completamente pazzo, citando sua nonna che viveva nel villaggio di Falce Torta (Arezzo), la vita è come un forcone: chi infila, infila.[RV]
Trying to unravel the secret song of time,
To master the meaning of the imaginary lines,
John Harrison believ'd it was an answer he could find:
So he slowly learned his craft and trade,
His mind as sharp as any blade,
And the little magic box he made to catch the soul of time.

He was proud to be just an ordinary man,
A carpenter whose feet were firmly planted on the ground,
Working with his hands in a little cottage room
With all his chatting, talking clocks like old friends gather'd 'round,
His mind exactly tuned to the old familiar rhytmic ticking sound.

Trying to unravel the secret song of time,
To master the meaning of the imaginary lines,
John Harrison believ'd it was an answer he could find:
So he slowly learned his craft and trade,
His mind as sharp as any blade,
And the little magic box he made to catch the soul of time.

Fondly, he took all of his visions and his gold,
He saw the task he had and was determin'd to prevail;
The road was long and hard as over many years,
His passion clapping, sticking like the pursuit of the Holy Grail
As he realized his visions helped to solve to look behind the veil.

Trying to unravel the secret song of time,
To master the meaning of the imaginary lines,
John Harrison believ'd it was an answer he could find:
So he slowly learned his craft and trade,
His mind as sharp as any blade,
And the little magic box he made to catch the soul of time.

He travelled on his own on the outside track,
The others his scientific mind they did never guess,
He kept on counting stars and measuring their move,
The simple, poor clockmaker who was quietly unimpress'd,
He found a way to help all sailors to calculate the distance system west.

And it was late in the evening, the lovers they were gone,
The clocks were sisters chiming in his time that was to go.

Contributed by Riccardo Venturi - 2016/6/6 - 18:07



Language: Italian

Traduzione italiana di Riccardo Venturi (1999)

Robin Laing.
Robin Laing.
LA CANZONE SEGRETA DEL TEMPO

Cercando di svelare la canzone segreta del tempo,
Di capire il significato delle linee immaginarie,
John Harrison credeva di poter trovare una risposta:
Così imparò lentamente la sua arte e il suo commercio
Aguzzando la mente come fosse una lama,
E fabbricò la piccola scatola magica per catturare l'anima del tempo.

Era fiero di essere solo un uomo qualunque,
Un artigiano coi piedi ben piantati per terra
Che lavorava con le sue mani in una stanza d'una casetta di campagna
Con tutti i suoi orologi che parlavano e chiacchieravano come vecchi amici raccolti intorno a lui,
E la sua mente sintonizzata al vecchio, familiare suono ritmico del tic-tac.

Cercando di svelare la canzone segreta del tempo,
Di capire il significato delle linee immaginarie,
John Harrison credeva di poter trovare una risposta:
Così imparò lentamente la sua arte e il suo commercio
Aguzzando la mente come fosse una lama,
E fabbricò la piccola scatola magica per catturare l'anima del tempo.

Con affetto, prese tutte le sue visioni e il suo oro,
Vedeva il compito che aveva e era deciso a farcela;
La strada era lunga e dura, durava tanti anni,
E la sua passione lo inchiodava come la ricerca del Sacro Graal
Perché aveva capito che le sue visioni aiutavano a guardare oltre il velo.

Cercando di svelare la canzone segreta del tempo,
Di capire il significato delle linee immaginarie,
John Harrison credeva di poter trovare una risposta:
Così imparò lentamente la sua arte e il suo commercio
Aguzzando la mente come fosse una lama,
E fabbricò la piccola scatola magica per catturare l'anima del tempo.

Viaggiò per conto suo per una rotta esterna,
Gli altri non immaginarono mai la sua mente scientifica;
Il semplice, povero orologiaio di cui nessuno si curava
Continuava a contar le stelle e a misurare il loro moto
E trovò un sistema per aiutare i marinai a calcolare la distanza a occidente.

Era sera tardi, gli amanti se n'eran già andati a letto;
Gli orologi eran sorelle che gli battevano tutte insieme il tempo che stava per finire.

2016/6/6 - 18:08


@Riccardo Venturi

E' un po' a lato come commento perchè prendo al balzo la citazione alla ballata a Wife at Usher's Well. Nel restyling della pagina mi è venuto un dubbio su un verso che hai tradotto da Sir Walter Scott

Gin we be mist out o our place,
A sair (10) pain we maun bide.
che traduci come
Noi dobbiamo andare via
E ti daremo gran pena."

nella nota 11) ho scritto
11) non concordo con la traduzione del Venturi: secondo me l'ultimo verso dice [ci attende una grande pena]
sair= sore, A sair pain we maun bide: We must expect sore pain, cioè se il revenant non ritorna nell'Altro Mondo lo attende una grande pena. Il concetto è passato ovviamente sotto la visione cattolica del mondo dei morti: i revenants non sono delle anime dannate quanto piuttosto delle anime penitenti ovvero anime del purgatorio che devono scontare una pena (che sarà più lunga o peggiore se non rientrano sottoterra al canto del gallo) Sono tuttavia delle anime buone che hanno conservato il desiderio di ritornare al loro ambiente famigliare o costrette a tornare per portare a termine qualcosa di incompiuto durante la vita o per chiedere dei suffragi.

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There lived a Wife at Usher's Well | Terre Celtiche Blog

"La moglie del pozzo di Usher" è una ballata che parla di revenants ed è stata collezionata dal professor Child al #79: tre fratelli sono stati mandati dalla madre per mare e muoiono in un naufragio. Appresa la notizia la madre si dispera, maledice il vento e il mare e vorrebbe riavere i figli "in earthly flesh and blood", (in carne e ossa). Nella notte di San Martino i tre figli ritornano a casa e stanno con lei solo per quella notte, perchè


Cosa ne pensi?

Cattia Salto - 2020/5/18 - 16:54


@ Cattia Salto

Penso proprio che tu abbia sacrosanta ragione. Naturalmente, la mia traduzione di The Wife of Usher's Well a cui ti riferisci deve risalire a una trentina d'anni fa e rotti, forse trentacinque, e non mi ricordo che cosa mi fece decidere per quella resa; assai probabilmente un equivoco con bid (anche per il fatto che, nelle ballate, il passato di questo verbo lo si trova scritto spesso bade - he bade him farewell e cose del genere). Hai fatto bene, a distanza di anni, a precisare questa cosa: il senso comune di bide, per il pochissimo che ancora si usi questo verbo, è "aspettare, attendere" e la tua traduzione è quella corretta.

Riccardo Venturi - 2020/5/19 - 07:45


@ Riccardo Venturi
Ok boss, ho apportato la correzione al testo. Un'altra domanda sulla ballata: i copricapi di betulla che indossano i revenants; che la betulla protegga dal male è credenza popolare ma non sapevo della funzione inversa, puoi approfondire? grazie, se preferisci scrivere direttamente utilizzando i commenti da Terre Celtiche blog ne sarei onorata

Cattia Salto - 2020/5/19 - 12:42


@ Cattia Salto

Sigh, sob. Io che ho passato tutta la vita a rifiutare l'autorità e che vado tuttora in giro con una maglietta con sopra scritto "Padrone di niente, servo di nessuno", mi ritrovo trasformato addirittura in un boss (in ultima analisi, --> neerlandese baas --> neerlandese medio baes "capofamiglia; amico, compagno" --> neerlandese antico *baso "zio; parente" --> protogermanico *baswô [tedesco Base "zia; cugina"]). Se boss devo essere, lo preferisco nel senso di "zio", anche se il mio aspetto attuale mi fa più somigliare a un cugino sì, ma al "Cugino It" della Famiglia Addams! :-PP

Maggio 2020: Zio Venturi o Cugino IT?
Maggio 2020: Zio Venturi o Cugino IT?


Scherzi a parte, verrò senz'altro a parlare di questa cosa nei commenti di Terre Celtiche; fra un po' ritiro fuori lo "scatolone delle ballate" coi quadernacci...qualcosa ci deve essere ancora al riguardo. Un saluto caro da zio Venturi!

Riccardo Venturi - 2020/5/19 - 13:35


@ Riccardo Venturi
vada per il Cugino IT!

Cattia Salto - 2020/5/19 - 14:28



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