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The New Colossus

Emma Lazarus
Language: English

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Related Songs

Ellis Island
(Roberto Alajmo e Giovanni Sollima)
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(Patti Smith)
The Ballad Of Sacco And Vanzetti, Part One
(Joan Baez)


[1883]
Versi della poetessa newyorkese Emma Lazarus (1849-1887).
Musica di Irving Berlin, con il titolo “Give Me Your Tired, Your Poor”, interpretata da artisti come Fred Waring ed Allyn McLerie.
Musica del compositore Lee Hoiby (1926-2011) con il titolo di "Lady of the Harbor", nel ciclo “Three Women” del 1985.



La famiglia di Emma Lazarus era di origine portoghese, di religione ebraica sefardita, si era trasferita in America già in epoca coloniale e lì aveva fatto fortuna. Poetessa, innamorata delle letteratura europea, in particolare tedesca e italiana (tradusse molto Goethe, Heine, Dante, Petrarca e Carducci), Emma Lazarus fu anche molto curiosa delle proprie radici ebraiche, tanto da trasporre in poesia “Der Tanz zum Tode”, un racconto del tedesco Richard Reinhard sulla strage di Nordhausen, Turingia, del 1349, quando gli ebrei della città furono arsi vivi perché - ovviamente, a torto - accusati di aver diffuso il contagio della peste nera. Quando nel 1881, a causa dei pogrom antesemiti scatenatisi in Russia in seguito all’assassinio dello zar Alessandro II, molti ebrei ashkenaziti ripararono in America, Emma Lazarus si diede molto da fare tra i rifugiati, aiutando l’avvio di un istituto tecnico ebraico di formazione professionale e scrivendo poesie poi raccolte in “Songs of a Semite” del 1882. Quando nel 1883 Frédéric Auguste Bartholdi diede avvio alla costruzione della gigantesca “Statua della Libertà” a Manhattan, la Lazarus fu chiamata – insieme a tanti altri artisti – a contribuire all’evento destinando un proprio manoscritto originale ad un’asta per raccogliere fondi per il progetto. Nella poesia che Emma Lazarus scrisse, il futuro simbolo degli Stati Uniti d’America nel mondo non nasceva per celebrare la dichiarazione d’indipendenza del 1776 ma come “Madre degli Esuli”, come rappresentazione di quella speranza che ciascuno degli stranieri violati, perseguitati, affamati avrebbe dovuto avvertire nel cuore al suo ingresso nella baia di New York, al suo arrivo nella nuova terra. Non era retorica a buon mercato, era un sentimento autentico... Peccato che poi, quando qualche anno dopo “The New Colossus” fu finalmente eretto, quell’auspicio continuasse a scontrarsi prima con le grigie mura del Castle Garden e dell’ex arsenale militare di Ellis Island, l’“isola delle lacrime”, centri di controllo e smistamento (e detenzione, ed espulsione) dei nuovi venuti, poi con le durissime condizioni di vita che a costoro venivano riservate da padroni e sfruttatori senza scrupoli, spesso compaesani o correligionari...



“Sono di nuovo prigioniero sulla nave. Dall’oblò chiuso vedo il Nuovo Mondo verso il quale da due settimane, due settimane di guerra, sto navigando sulla ‘Pennland’ della linea olandese-americana [...]. L’immigration officer dice che il mio passaporto non è valido, perché un visto cileno ottenuto a Parigi non è sufficiente come visto di transito per l’America [...] Mentre parlava con me, un funzionario gli mostrò un fogliettino, senza dubbio conteneva qualcosa sul mio conto. ‘Lo so’, disse. Quindi mi tocca andare a Island - un eufemismo per Ellis Island, l’isola delle lacrime. [...] Giù dalla ‘Pennland’ sulla quale abbiamo trascorso più di due settimane, giù con tutto il bagaglio (il mio è rimasto in Belgio), nei dock gelidi dove fanno la revisione doganale, poi con un tender all’isola-prigione sorvegliata dalla Statua della Libertà... Si riempiono la bocca con la Statua della Libertà [...].” (1939. Dalle memorie dello scrittore e giornalista praghese Egon Erwin Kisch, 1885-1948)


Resta comunque il fatto che oggi oltre cento milioni di americani possono far risalire la loro origine negli Stati Uniti ad un migrante passato per la grande Registry Room di Ellis Island...
Not like the brazen giant of Greek fame,
With conquering limbs astride from land to land;
Here at our sea-washed, sunset gates shall stand
A mighty woman with a torch, whose flame
Is the imprisoned lightning, and her name
Mother of Exiles. From her beacon-hand
Glows world-wide welcome; her mild eyes command
The air-bridged harbor that twin cities frame.
“Keep, ancient lands, your storied pomp!” cries she
With silent lips. “Give me your tired, your poor,
Your huddled masses yearning to breathe free,
The wretched refuse of your teeming shore.
Send these, the homeless, tempest-tost to me,
I lift my lamp beside the golden door!”

Contributed by Bernart Bartleby - 2014/2/28 - 21:44



Language: Italian

Traduzione italiana (1947) del poeta italo-americano Joseph Tusiani (1924-), originario di San Marco in Lamis, Foggia.
IL NUOVO COLOSSO

Non come il greco bronzeo gigante
Sopra ogni sponda despota predace:
Qui, su le soglie ove son l’onde infrante
S’ergerà la gran Donna dalla face
Che fe’ prigione il lampo, e un nome santo
Avrà: Madre degli Esuli. Il vivace
Suo faro invita il mondo, e il pio sembiante
Scruta il mar che tra due città si giace.
Antiche terre, – ella con labbro muto
Grida – a voi la gran pompa! A me sol date
Le masse antiche e povere e assetate
Di libertà! A me l’umil rifiuto
D’ogni lido, i reietti, i vinti! A loro
La luce accendo su la porta d’oro.

Contributed by Bernart Bartleby - 2014/2/28 - 21:46



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