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Γιώργος Σεφέρης: Μυθιστόρημα, ΚΒ΄ / Yorgos Seferis: Morire normalmente

GLI EXTRA DELLE CCG / AWS EXTRAS / LES EXTRAS DES CCG
Language: Greek (Modern)

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Τώρα ποὺ θὰ φύγεις
(Mikis Theodorakis / Mίκης Θεοδωράκης)


[1933-34]
Da Μυθιστόρημα, Sezione K'
“Andromeda” (Ανδρόμεδα)
[1933-34]
From Μυθιστόρημα, Part K'
“Andromeda” (Ανδρόμεδα)
mythsefe

Seferis stava in alto
di Riccardo Venturi

La “Sezione Greca” di questo sito, l'oramai famoso Ελληνικό Τμήμα, conta a tutt'oggi 438 pagine; e questa è la 439esima. Non si tratta quindi di un numero particolare, in sé; particolare, forse, è il mio stato d'animo di stasera, giorno della Candelora dell'anno 2014. E', a modo suo, un anniversario. Stasera sono andato, per una normalissima visita, da mia madre; e quando vado da mia madre ne approfitto quasi sempre per una cosa. Casa mia, quella dove abito, è un autentico buco; ed è un buco riempito, stipato, strabordante di libri. Persino in bagno, oramai, ne ho non so più quanti; e il problema, se così lo si vuole chiamare, è che a casa di mia madre ne sono rimasti altrettanti, così come altri due o trecento sono da anni “ospitati” da una vecchia amica a Roma, quartiere Tuscolano. Ulteriore problema è che, praticamente ogni volta che vado da mia madre, me ne piglio due o tre e me li porto a casa mia. Nel buco, insomma. Nell'antro de li lìbbri.. Stasera ho deciso si sfidare le vertigini.

Volevo riprendermi un libro in particolare: le poesie di Yorgos Seferis nell'edizione dello “Specchio” Mondadori. E' stato il primo libro di letteratura neogreca che abbia mai acquistato. Nel corridoio che porta a quella che è stata la mia camera di ragazzo c'è un'altissima libreria ancora stracolma; non so come mai, le poesie di Seferis erano andate a finire nel punto più alto. Praticamente al soffitto. Nonostante io sia alto quasi due metri, non ci arrivo nemmeno montando su una sedia; ci vuole, ohimè, lo scaleo. E io soffro di vertigini, terribilmente. Ci sono però dei momenti in cui si devono vincerle, le vertigini; di qualsiasi natura esse siano. Così mi sono fatto dare lo scaleo da mia madre, preocccupatissima, e sono montato sopra.

Vi risparmio la descrizione della scena, perché sarebbe piuttosto argomento da “Oggi le comiche”. Lassù in alto, quando ci sono arrivato, era il regno della polvere; mia madre, a ottant'anni suonati, non ci va certamente a spolverare. Io stesso non ci salivo, credo, da almeno dieci anni. Vi lascio immaginare in che stato fosse il volume delle poesie di Seferis; mi è toccato uscire di casa per scuoterlo e pulirlo con uno straccio che si è guadagnato immediatamente la lavatrice. Alla fine, rieccolo quel libro; l'ho aperto, e mi sono accorto di una cosa che mi ha fatto, letteralmente, venire i brividi. Da sempre sono solito scrivere la data in cui acquisto o comunque mi procuro un libro; e le poesie di Seferis recavano la data del 2 febbraio 1978. Senza saperlo, e senza un motivo apparente, sono andato a recuperarlo, lassù in alto dove stava, esattamente trentasei anni dopo averlo acquistato. Trentasei anni fa avevo quattordici anni e mezzo; le poesie di Seferis erano state tradotte da Filippo Maria Pontani, lo stesso che aveva scritto la “Grammatica del greco moderno” con cui, da pochissimo e praticamente in contemporanea con quello della lingua classica, avevo iniziato a imparare il neogreco. Perché il neogreco lo dovevo proprio a Seferis. E a una sua poesia.

Ve le ricordate le ponderose “antologie della letteratura” che, da ragazzi, c'infilavamo nelle cartelle (gli zainetti ancora li avevano in pochissimi)? Ero in quarta ginnasiale, allora. L'estate prima, all'Elba, una mia cugina, che pure aveva fatto il liceo classico, mi aveva regalato la sua vecchia grammatica greca (quella di Dino Pieraccioni, che ho ancora) e, da solo, m'ero messo a cominciare il greco antico. Ero arrivato al primo giorno di greco in classe che già lo sapevo leggere e mi barcamenavo nella terza declinazione e nell'aoristo dei verbi; poi ci avevano fatto prendere, oltre all'antologia della letteratura italiana, anche una di letterature straniere. Un grosso volume a parte, suddiviso per nazioni. Ad un certo punto, c'erano cinque o sei pagine dedicate anche alla letteratura neogreca, di cui non sapevo assolutamente nulla. Non sapevo, a dire il vero, neppure che esistesse una lingua neogreca: per me, in Grecia, si parlava come Platone. Oppure c'erano le battute tipo quelle della “prostituta greca”, “Mika Teladogratis”. Fu così che m'imbattei in questa poesia di tale “Yorgos Seferis”, in traduzione italiana: Morire normalmente, era stata intitolata.

Avete presente che cosa significa leggere qualcosa e decidere? L'animo di un adolescente è qualcosa che decide per sempre, e sarebbe ora che tutti ne prendessimo atto. Siamo quel che abbiamo deciso di essere in quegli anni là, che si allontanano sempre di più. E' stato così che, alla vecchia libreria “Marzocco” (ora, al suo posto, c'è “Eataly”), andai a scovare la grammatica del Pontani, che è ancora qua dietro di me semidistrutta. Ed è stato così che andai anche a cercare le poesie di Seferis, che aveva avuto addirittura il Premio Nobel. Ce la ritrovai, nel libro, quella poesia che mi aveva colpito talmente da farmi decidere di imparare la lingua in cui era stata scritta; “tanto sarà uguale al greco antico”, pensavo. Invece no. Poi venne Kavafis, il cui greco era tutto a modo suo. Poi venne tutto il resto; mi sono spesso chiesto quale “mano” mi abbia messo, quella caterva d'anni fa, in contatto col neogreco per tramite di una poesia che, in pochi versi, riassume ogni cosa. Che mette in luce la Storia e la Tragedia. Che chiarisce l'impossibilità, grandiosa e secca al tempo stesso, di porsi di fronte in modo ordinario a qualunque cosa riguardi la Grecia, i greci e la loro vicenda umana, il loro continuum che non ha e non può avere l'eguale.

Lessi poi che la prima edizione della traduzione italiana di Filippo Maria Pontani risaliva al 1963, ovvero all'anno in cui sono nato; mi sembrò, ovviamente, una specie di segno del destino. Mi sono ritrovato spesso a desiderare di averlo conosciuto, quel signore grazie alle cui traduzioni e al suo corso di lingua mi sono addentrato nel neogreco e nella Grecia; in un certo senso, questa pagina è anche un mio personale ringraziamento. Fin dal primo momento mi è stato spiegato, dal poeta Seferis e dal suo traduttore, perché mi stavo andando a infilare nella Storia e nei suoi rami. Perché, proprio quando avevo appena iniziato a studiare l'Antichità, la sorte mi avesse dato di capire che il corso del tempo non si era fermato ai suoi confini e fosse, invece, continuato a fluire. Provai, una volta, a parlarne in classe; l'atteggiamento fu di rifiuto totale. Fu scambiato, naturalmente, per snobismo e esibizionismo. Il “greco”, nella scuola italiana, si era fermato a 1500 anni prima. La letteratura neogreca veniva trattata come qualcosa di ridicolo, buona solo per fare qualche soggetto di film di successo come “Zorba il Greco”.

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Così, stasera, questa 439esima pagina della “Sezione Greca” è dedicata a quella poesia di Seferis. Peraltro, in questo sito ci avevo ogni tanto accennato; impossibile non farlo. Quella domanda, “potremo dunque?”, mi ha accompagnato per tutta la mia vita, ed è stata estesa a tutta la Storia, credo, dell'Umanità che lì, in Grecia, e lo si voglia ammettere o meno, è nata alla sua pienezza, alla sua totalità. Serva anche come “exergo” a tutta questa Sezione del sito, perché qualunque cosa sia stata detta, scritta, intonata, cantata e composta da un Greco, sembra sempre porsi quella domanda. Ogni atto, dal più felice al più tragico.

Avendola imparata a memoria, fu quella poesia che mi volli recitare in testa mentre passavo per la prima volta la Porta dei Leoni di Micene, in un giorno torrido; era con me anche anni dopo, quando, in un giorno altrettanto torrido, mi volli fare una bella corsa nello stadio di Delfi. Non Omero, non un altro grande dell'antichità; ma le parole di Yorgos Seferiadis, detto Seferis. Sono quelle che, chi vorrà, si accinge a leggere in questa pagina. C'è tutto. Ci sono i primordi ed il duro fango. Ci sono la formazione delle idee e i film di Angelopoulos. Ci sono i carri armati del 21 aprile (i "reggimenti ciechi"!) e gli opliti di Maratona. Ci sono gli ignoti ed oscuri anni e c'è il Sole, sempre “il Primo” come in Elytis. C'è tutto ciò che nessuna “Trojka europea” potrà distruggere, in quella morte mai normale. C'è tutto quel che avete trovato nei versi e nella musica di questa Sezione, da Theodorakis all'ultimo dei rappers. Forse anche per questo, Seferis e il suo libro stavano lassù in alto, a casa di mia madre; forse anche per questo ho vinto le vertigini. [RV]
Γιατί περάσαν τόσα καὶ τόσα μπροστὰ στὰ μάτια μας
ποὺ καὶ τὰ μάτια μας δὲν εἶδαν τίποτε, μὰ παραπέρα
καὶ πίσω ἡ μνήμη σὰν τὸ ἄσπρο πανὶ μία νύχτα σὲ μιὰ μάντρα
ποὺ εἴδαμε ὁράματα παράξενα, περισσότερο κι ἀπὸ σένα,
νὰ περνοῦν καὶ νὰ χάνουνται μέσα στὸ ἀκίνητο φύλλωμα μιᾶς πιπεριᾶς

Γιατί γνωρίσαμε τόσο πολὺ τούτη τὴ μοίρα μας
στριφογυρίζοντας μέσα σὲ σπασμένες πέτρες, τρεῖς ἢ ἕξι χιλιάδες χρόνια
ψάχνοντας σὲ οἰκοδομὲς γκρεμισμένες ποὺ θὰ ἦταν ἴσως τὸ δικό μας σπίτι
προσπαθώντας νὰ θυμηθοῦμε χρονολογίες καὶ ἡρωικὲς πράξεις
θὰ μπορέσουμε;

Γιατί δεθήκαμε καὶ σκορπιστήκαμε
καὶ παλέψαμε μὲ δυσκολίες ἀνύπαρχτες ὅπως λέγαν,
χαμένοι, ξαναβρίσκοντας ἕνα δρόμο γεμάτο τυφλὰ συντάγματα,
βουλιάζοντας μέσα σὲ βάλτους καὶ μέσα στὴ λίμνη τοῦ Μαραθῶνα,
θὰ μπορέσουμε νὰ πεθάνουμε κανονικά;

Contributed by Riccardo Venturi - 2014/2/2 - 22:49



Language: Italian

Traduzione italiana di Filippo Maria Pontani
Yorgos Seferis: Poesie
Tradotte e commentate da Filippo Maria Pontani
Collana "Lo Specchio", Mondadori, Milano, 1963
VII Edizione: 1976
Filippo Maria Pontani, 1913-1983
Filippo Maria Pontani, 1913-1983
MORIRE NORMALMENTE

Sono passate tante e tante cose sotto i nostri occhi,
che gli occhi non han visto nulla;
ma più oltre e dietro,
la memoria come uno schermo bianco
una notte in un chiuso
dove scorgemmo strane parvenze,
strane piu di te, passare e dileguare
nell'immoto fogliame d'un albero di pepe

Abbiamo conosciuto così bene la sorte
errando fra le pietre rotte
-tremila anni o seimila-
frugando in edifici diroccati
che potevano essere forse la nostra casa
e sforzando la mente e ricordare date e gesta d'eroi:
potremo dunque?

Siamo stati legati e sparpagliati,
abbiamo fronteggiato asperità inesistenti
-a quanto si diceva- smarriti,
ritrovando una strada intasata di reggimenti ciechi,
naufraghi in acquitrini e dentro il lago di Maratona:
potremo ora morire normalmente?

Contributed by Riccardo Venturi - 2014/2/2 - 23:16


Πολύ με συγκλόνισες, αγαπητέ μου φίλε, με τα βαθυά σου λόγια. Δόξα στο Ποιητή, που τόσους δρόμους τόσο νωρίς σου άνοιξε. Κάτι άνοιξε και για μένα, ώστε μπορώ να του απαντήσω: τώρα μπορώ.
Μα ακόμα θέλω να κάνω μέταφραση στα ελληνικά ετούτου του πανόμορφου κείμενου σου, γιατί αξίζει να το μάθουνε και οι φίλοι μας οι Έλληνες. Με γεια και χαρά.

Gian Piero Testa - 2014/2/3 - 04:58


Θα πρέπει να εξεγήσεις στους φίλους μας τους Έλληνες τι σημαίνει Μίκα Τελαντογκράτις. Δεν είναι εύκολο, θαρρώ. Εν πάση περιπτώσει, αυτή είναι η ιστορία μου. Η ιστορία ενός αγοριού που έγινε ο,τι είμαι τώρα, μία ιστορία σ'ένα ποίημα και στις σελίδες ενός βιβλίου. Με γεια και χαρά, φίλε.

Riccardo Venturi - 2014/2/3 - 10:10


Μάλιστα, φίλε, παραπολύ δύσκολο. Μα πριν πεθάνω (κανονικά) θα βρεθεί μια λύση.

Gian Piero Testa - 2014/2/3 - 22:09



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