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Όλη τη μουσική μες στην αγάπη βάλε

Mihalis Terzis / Μιχάλης Τερζής
Language: Greek (Modern)

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(Mihalis Terzis / Μιχάλης Τερζής)
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(Mihalis Terzis / Μιχάλης Τερζής)


'Oli ti mousikí mes stin agápi vále
Στίχοι: Κωστής Παλαμάς
Μουσική: Μιχάλης Τερζής
Πρώτη εκτέλεση: Γιώργος Νταλάρας, 'Αννα Βίσση, Ελευθερία Αρβανιτάκη, Δήμητρα Γαλάνη, Διονύσης Θεοδώρης, Επωδός.
Δίσκος: «Όλη τη μουσική μες στην αγάπη βάλε», 1984

Testi di Kostis Palamàs
Musica di Mihalis Terzìs
Prima esecuzione di Yorgos Dalaras, Anna Vissi, Eleftherìa Arvanitaki, Dìmitra Galani, Dionisis Theodoris, Epodòs
Disco: «Όλη τη μουσική μες στην αγάπη βάλε / Metti tutta la musica nell'amore» - 1984

olitimusiki


Μιχάλης Τερζής. Mihalis Terzis.
Μιχάλης Τερζής. Mihalis Terzis.
Il poeta-vate della nuova Grecia, Kostis Palamas, non visse abbastanza a lungo per vedere il connubio tra la poesia e la musica popolare che caratterizzò il secondo dopoguerra. Ma la musica l'aveva incontrata presto, quando, nel 1895, fu invitato a scrivere il testo per l'inno ufficiale dell' imminente prima Olimpiade dell'era moderna. Poi altri musicisti trovarono nei suoi versi carichi di pathos, di energia, di patriottismo, di pietà umana, di drammaticità e di lirismo, una buona sorgente d'ispirazione: ma furono musicisti di formazione classica e accademica, la cui musica solo parzialmente e in forme assai mediate si avvicinava alle fonti popolari originarie.

Nel secondo dopoguerra, però, dopo la scoperta della musica popolare da parte dei compositori colti (Manos Hatzidakis) e l'incontro di quella con i poeti (Mikis Theodorakis con Ritsos, Elytis, Seferis, Gatsos), i musicisti si rivolsero anche ai poeti non più presenti, istituendo con loro un colloquio egualmente proficuo. Chi musicò Kavafis, chi Kariotakis, chi addirittura A. Valaoritis, Kalvos e Solomòs, risalendo coraggiosamente alle fonti della poesia neogreca. Anche nel vate Palamas, figura centrale della cultura greca dalla fine dell'Ottocento fino all'occupazione tedesca, i musicisti del dopoguerra trovarono materia per musicare. Il suo patriottismo (in Grecia il patriottismo non è sempre retorico e opportunistico monopolio della destra), l'afflato sociale, l'intensità dei sentimenti e - non ultimi - i buoni versi in buona lingua demotica giustificavano largamente l'operazione.

Uno di questi musicisti è stato Mihalis Terzis. L'ho trovato finora in due bei dischi, l'uno dal bel titolo "Metti tutta la musica nell'amore", del 1983, composto nel quarantennale del poeta, e l'altro con il titolo "Inno e canto funebre per Cipro".
Tutte le canzoni del primo disco sono su testi di Palamas, tra i quali ne ho scelti alcuni più adatti all'indole di questo sito. L'ultima "Figlio, il tuo giardino" non compare nel disco in mio possesso, ma così è attestata in stixoi.info.

Nel secondo disco, invece, una metà dei testi viene dalla penna di Yannis Ritsos; mentre gli altri sono di Palamas. Cominciamo dal primo. (gpt)


NOTA SU KOSTIS PALAMAS


kostpalam


Kostìs Palamàs (Κωστής Παλαμάς, Patrasso 1859 - Atene 1943) fu la voce intellettuale più insigne della Grecia nei tormentatissimi decenni che vanno dagli anni Ottanta del XIX sec. fino all'occupazione italo-tedesca, decenni che furono segnati da sei guerre - di cui tre perdute -, da due dissesti delle finanze pubbliche, da ricorrenti putsch militari, da acuti conflitti civili, da una sistematica corruzione politica e dalle camarille spesso contrapposte della corte e della casta militare, dalla persistente invadenza straniera, da diversi avvicendamenti istituzionali di monarchia e repubblica, da conati liberali soffocati da cupe reazioni ultraconservatrici: il tutto sullo sfondo di un marasma sociale via via costituito da una mai risolta questione contadina, dalle disordinate ondate dei profughi dell'Asia Minore e dall'irridentismo dei connazionali separati e ancora dominati da stranieri.
In quelle tormente, la voce e la lezione di Palamàs furono il riferimento per chiunque cercasse di costruire una compatta identità nazionale e uno spirito pubblico degni, a un tempo, dell'era moderna e del grande nome greco declinato nelle sue gloriose realizzazioni della Classicità, dell' Ellenismo, di Bisanzio e del Risorgimento del 1821: quella Grecità, sia colta sia popolare - e spesso eroica - per la quale fu proprio il Palamàs a far rivivere il nome di "Romiossini" - che alla lettera richiama la "romanità" - in ricordo del fatto che il Greco cristiano, il Romiòs, altri non era per gli Ottomani stato che l'erede - poi umiliato e ridotto ad armento ("Raghiàs") - del defunto impero romano d'Oriente e della sua articolazione cristiano-bizantina.
Certo, il Palamàs calcò sempre forte sulla leva del sentimento nazionale, ingrediente ai suoi occhi indispensabile per la rigenerazione morale e civile del suo popolo, ma anche cibo, o farmaco, pericoloso, e - come ogni nazionalismo - mortalmente velenoso. Turchi a parte, la sua non passiva attesa di un mondo rinnovato nel segno di un umanesimo imbevuto della lezione ellenica non implicava anacronistici sogni di una egemonia politica a coronamento di una pretesa superiorità dei Greci in spregio di altre nazioni e di altre culture: ma la facilità con cui la "Megali Idea" (cioè la Grande Idea panellenica della riunificazione in un solo stato di tutte le comunità ellenofone incastonate dalla Storia in altre realtà politiche) era diventata un elementare sentimento comune, da cui nemmeno il Palamàs andava esente, suggeriva imprese militari velleitarie e insensate, che disturbavano pericolosamente gli equilibri mondiali custoditi o rimessi in gioco dalle grandi potenze a loro esclusivo vantaggio, e procurava ai piccoli Greci quando eccitazioni xenofobe e quando nere depressioni collettive: vera e ancora non debellata malattia della Grecia contemporanea.
Estremo erede del Romanticismo, Palamas cavalcò bensì sull'orlo di quel pericoloso crinale, ma badando a non superarlo e a non travalicare - come ammoniva il Grillparzer - dalla nazionalità al nazionalismo e da questo alla bestialità. Lavorando appunto sul versante umanitario, popolare e "progressivo" del poeta, e ridimensionandone quello nazionalistico, in un discusso saggio del 1945 ("Il vero Palamàs") il capo dei comunisti greci Nikos Zahariadis tentò addirittura di sottrarlo al monopolio della gracile borghesia liberale della Grecia del secondo dopoguerra per consegnarlo al popolo che, stanco dei soprusi stranieri e domestici, attendeva di battersi per un definitivo, quanto illusorio riscatto.
In veste di vate e di studioso delle lettere, Palamàs non si occupò solo di reminiscenze patrie e di metri antichi (scrisse egli pure, quasi carduccianamente, i suoi "Giambi ed Anapesti"): ma si fece anche educatore sentimentale e linguistico del suo popolo: al quale cercò di offrire non solo la memoria e l'orgoglio della sua storia, ma anche restituì una lingua demotica di grande estensione espressiva e, non ponendo limiti alla propria materia poetica, una sorta di enciclopedia dei sentimenti comuni (rispetto all'esistenza individuale, alle relazioni umane e sociali, alla religione, agli affetti e ai dolori familiari, alla natura, ecc.): compito, questo, al quale attende tuttora la canzone popolare.
Quando morì, il 27 febbraio 1943, il suo Paese era invaso dalle forze italiane, tedesche e bulgare. Il prestigio raggiunto dal Poeta era talmente indiscutibile, che le stesse autorità occupanti ritennero sconveniente non partecipare alle esequie, le quali si trasformarono in una memorabile manifestazione di dignità nazionale e di resistenza. Non solo vi accorse una gran folla di Greci; ma l'oratore ufficiale, il poeta Anghelos Sikelianòs, per discorso funebre declamò impavido, in faccia agli oppressori, un suo componimento poetico ("In questa bara giace la Grecia...") che si concludeva con un appello alla lotta espresso dall' inequivocabile grido: "Dispiegate al vento le tremende (foverès) bandiere della Libertà!", che alludeva al "terribile" (tromerì) filo della spada impugnata dalla Libertà nell'Inno di Solomòs.
Palamàs era nato a Patrasso nella stessa casa dove aveva visto la luce Matilde Serao, ma, rimasto orfano dei genitori a soli sette anni, era cresciuto nella casa di uno zio a Missolungi, la città-sacrario del Risorgimento greco cantata da Solomòs. Lasciati incompiuti gli studi giuridici intrapresi ad Atene, si era rivolto totalmente alle letterature: la francese, cui si dedicò come traduttore, e naturalmente la greca, di cui diventò uno dei massimi storici e critici.
Nel 1886 aveva esordito come poeta con la raccolta "I canti della mia patria", dove già era ben delineato il concetto-guida della Riomossini, quella inestinguibile grecità implicita nel popolo fiero e frugale dei villaggi montani e isolani, e che di lì a poco, con l' "Inno ad Atena", doveva caricare di tutta l'eredità classica, bizantina e risorgimentale. L'Inno l'aveva innalzato al ruolo di vate nazionale, che sarebbe durato - come si è visto - anche oltre la sua morte.
Non percorse nessuna carriera accademica; ma visse in contiguità con l'intellighenzia della capitale e con l'Università di Atene, di cui fu segretario generale dal 1897 al 1928, prima di essere nominato, nel 1930, Presidente dell'Accademia Nazionale.
In poesia si misurò, si può dire, con tutti i generi e i metri, dalla canzone cleftica, alla lirica parnassiana, al metro "barbaro", ecc.; e la sua produzione risulta oceanica. Tra le opere che il greco colto non può ignorare, cito "Il dodecalogo dello zingaro" e "Il flauto del re".
Come storico e critico, gli si deve la riscoperta del poeta del primo Ottocento Andreas Kalvos e la consacrazione, assai precoce, del giovane Yannis Ritsos.
La poesia di Palamàs incontrò anche i musicisti: ma, lui vivente, si trattò di compositori di musica c.d. seria, come Grigoris Kalomiris, il maggior musicista del suo tempo, fondatore e direttore del Conservatorio di Atene. Dopo la morte di Palamàs, la guerra civile e il fondamentale incontro della musica di Theodorakis con la poesia di Ritsos, diversi compositori di musica popolare d'arte, come Mavroudis, Spanòs, M. Terzìs ecc. hanno attinto ai versi di Palamàs per le loro creazioni.
A qualcuno forse interessa sapere che l'inno in lingua greca che dal 1960 si esegue per inaugurare ogni Olimpiade è quello di Kostis Palamàs, che lo compose per la musica di Spiros Sàmaras, in occasione della prima olimpiade moderna del 1896.
(gpt)
Κωστή Παλαμά
ΟΛΗ ΤΗ ΜΟΥΣΙΚΗ ΜΕΣ ΣΤΗΝ ΑΓΑΠΗ ΒΑΛΕ
Μουσική του Μιχάλη Τερζή
Τραγουδούν ο Γιώργος Νταλάρας κι η Ελευθερία Αρβανιτάκη


1. Ἀνατολή
Γιώργος Νταλάρας


Γιαννιώτικα, σμυρνιώτικα, πολίτικα, 

μακρόσυρτα τραγούδια ἀνατολίτικα, 

λυπητερά, 

πῶς ἡ ψυχή μου σέρνεται μαζί σας! 

Εἶναι χυμένη ἀπὸ τὴ μουσική σας

καὶ πάει μὲ τὰ δικά σας τὰ φτερά.

Σᾶς γέννησε καὶ μέσα σας μιλάει 

καὶ βογγάει καὶ βαριὰ μοσκοβολάει 

[μία μάννα · καίει τὸ λάγνο της φιλί,

κ᾿ εἶναι τῆς Μοίρας λάτρισσα καὶ τρέμει, 

ψυχὴ ὅλη σάρκα, σκλάβα σὲ χαρέμι, ]

ἡ λαγγεμένη Ἀνατολή.

Μέσα σας κλαίει τὸ μαῦρο φτωχολόι, 

κι ὅλο σας, κη χαρά σας, μοιρολόι 

πικρὸ κι ἀργό. 

Μαῦρος, φτωχὸς καὶ σκλάβος καὶ ἀκαμάτης, 

στενόκαρδος, ἀδούλευτος, διαβάτης 

μ᾿ ἐσᾶς κ᾿ ἐγώ.

Στὸ γιαλὸ ποὺ τοῦ φύγαν τὰ καΐκια, 

καὶ τοῦ μείναν τὰ κρίνα καὶ τὰ φύκια, 

στ᾿ ὄνειρο τοῦ πελάου καὶ τ᾿ οὐρανοῦ, 

ἄνεργη τὴ ζωὴ νὰ ζοῦσα κ᾿ ἔρμη, 

βουβός, χωρὶς καμιᾶς φροντίδας θέρμη, 

μὲ τόσο νοῦ,

ὅσος φτάνει σὰ δέντρο γιὰ νὰ στέκει 

καὶ καπνιστὴς μὲ τὸν καπνὸ νὰ πλέκω

δαχτυλιδάκια γαλανά· 

καὶ κάποτε τὸ στόμα νὰ σαλεύω 

κι ἀπάνω του νὰ ξαναζωντανεύει 

τὸν καημὸ ποὺ βαριὰ σᾶς τυραννᾷ.

Κι ὅλο ἀρχίζει, γυρίζει, δὲν τελειώνει,

καὶ μία φυλὴ ζῇ μέσα σας καὶ λιώνει. 


Καὶ μία ζωὴ δεμένη σπαρταρᾷ, 


γιαννιώτικα, σμυρνιώτικα, πολίτικα,

μακρόσυρτα τραγούδια ἀνατολίτικα, 


λυπητερά.

2. Ὁ Διγενῆς
Ἐλευθερία Ἀρβανιτάκη


Καβάλλα πάει ὁ Χάροντας τὸ Διγενῆ στὸν Ἅδη,
κι ἄλλους μαζί... Κλαίει, δέρνεται τ᾿ ἀνθρώπινο κοπάδι.
Καὶ τοὺς κρατεῖ στοῦ ἀλόγου του
δεμένους
τὰ καπούλια,

τῆς λεβεντιᾶς τὸν ἄνεμο,
τῆς ὀμορφιᾶς τὴν πούλια.
Καὶ σὰ νὰ μὴν τὸν πάτησε
τοῦ Χάρου τὸ ποδάρι,

ὁ Ἀκρίτας μόνο ἀτάραχα
κοιτάει τὸν καβαλλάρη!
- Ὁ Ἀκρίτας εἶμαι, Χάροντα, δὲν περνῶ μὲ τὰ χρόνια.
Μ᾿ ἄγγιξες καὶ δὲ μ᾿ ἔνοιωσες στὰ μαρμαρένια ἁλώνια;
Εἶμ᾿ ἐγὼ ἡ ἀκατάλυτη
ψυχὴ τῶν Σαλαμίνων.

Στὴν Ἑφτάλοφην ἔφερα
τὸ σπαθὶ τῶν Ἑλλήνων.
Δὲ χάνομαι στὰ Τάρταρα,
μονάχα ξαποσταίνω.

Στὴ ζωὴ ξαναφαίνομαι
καὶ λαοὺς ἀνασταίνω!

3. Στην αργατιά
Γιώργος Νταλάρας


Στην αργατιά, στην χωριατά
το χιόνι, η γρίπη, η πείνα, οι λύκοι
ποτάμια, πέλαγα, στεριές, ξολοθρεμός και φρίκη.
Χειμώνας άγριος. Κι η φωτιά
καλοκαιριά στην κάμαρά μου.
Ντρέπομαι για τη ζέστα μου
και για την ανθρωπιά μου.

4. Παιδί, το περιβόλι μου (Πατέρες)
Επωδός


Παιδί, το περιβόλι μου που θα κληρονομήσεις,
Όπως το βρεις κι’ όπως το δεις να μη το παρατήσεις.
Σκάψε το ακόμα πιο βαθιά και φράξε το πιο στέρεα,
και πλούτισε τη χλώρη του και πλάτηνε τη γη του,
κι ακλάδευτο όπου μπλέκεται να το βεργολογήσεις,
και να του φέρεις το νερό το αγνό της βρυσομάνας.
Κι άν αγαπάς τ’ ανθρώπινα κι’ όσα άρρωστα δεν είναι,
ρίξε αγιασμό και ξόρκισε τα ξωτικά, να φύγουν,
και τη ζωντάνια σπείρε του μ’ όσα γερά, δροσάτα.
Γίνε οργοτόμος ,φυτευτής , (γίνε) διαφεντευτής.
Κι αν είναι κι έρθουνε χρόνια δίσεχτα,
πέσουν καιροί οργισμένοι,
κι όσα πουλιά μισέψουνε σκιαγμένα, κι όσα δέντρα,
για τίποτ’ άλλο δε φελάν παρά για μετερίζια,
μη φοβηθείς το χαλασμό. Φωτιά ! τσεκούρι ! τράβα !,
ξεσπέρμεψέ το , χέρσωσε το περιβόλι, κόφ’ το,
και χτίσε κάστρο απάνω του και ταμπουρώσου μέσα,
για πάλεμα, για μάτωμα, για την καινούργια γέννα.
Π’ όλο την περιμένουμε κι όλο κινάει για νάρθει,
κι’ όλο συντρίμμι χάνεται στο γύρισμα των κύκλων.
Φτάνει μια ιδέα να στο πει, μια ιδέα να στο προστάξει,
κορώνα ιδέα , ιδέα σπαθί, που θα είναι απάνου απ’ όλα.

Contributed by Gian Piero Testa - 2012/9/27 - 22:55



Language: Italian

Gian Piero Testa
Versione italiana di Gian Piero Testa

Si vedano le Note alla traduzione


olitimusiki
Kostis Palamàs
METTI TUTTA LA MUSICA NELL'AMORE
Musica di Mihalis Terzis
Cantano Yorgos Dalaras e Eleftheria Arvanitaki


1. Asia Minore 1
Yorgos Dalaras


Di Giànnina, di Smirne, della Polis,
canzoni d'Oriente strascicate,
che muovono al dolore.
quanto con voi si trascina l'anima mia!
Di vostra musica trabocca
e va con le stesse vostre ali.

Vi generò e parla in voi
e geme e di profumi esala
[una madre : brucia il suo lascivo bacio,
è tremebonda idolatra del Destino,
è un'anima ridotta a corpo, schiava d'un harem,]
la bramata Asia Minore

Piange dei poveri in voi il cupo stuolo;
e tutte voi siete, ed è la vostra gioia,
lenta e triste trenodia.
Cupo, povero e schiavo, errante
miserando e incolto, insieme a voi
vo esule anch'io.

[Sul mare dei suoi caicchi fuggitivi,
dove le son restati gigli ed alghe,
nel sogno del suo mare e del suo cielo,
possa vivere una vita inerte e solitaria,
in silenzio, senza calore di cura alcuna,
con tanta mente,

quanta basti ad un albero per stare
e, fumando, di fumo possa intrecciare
cerchi azzurrini;
e muovere talora le mie labbra
sì che sopra di sé riportino a vita
il dolore che tanto vi tormenta.

E sempre incomicia, ritorna, non ha fine]
e un popolo in voi vive e si strugge
e in ceppi palpita una vita,
di Giànnina, di Smirne, della Polis,
canzoni d'oriente strascicate,
che muovono al dolore.

2. Digene 2
Eleftheria Arvanitaki


Cavalcando, Caronte porta Digéne con altri all'Ade.
Piange il gregge umano, il petto si percuote.
E ai lombi del suo cavallo li tiene avvinti,
il vento del valore, la pleiade della beltà.
E come se non lo calcasse il piede della morte,
Akrìtas impassibile guarda il cavaliere!
- Io sono Akrìtas, Caronte, non passo io cogli anni.
Non sentisti chi sono, sfiorandomi sulle marmoree aie ?
[Son io l'indistruttibile anima di Salamina.
Sui Sette Colli 3 portai la spada degli Elleni.]
Non sparisco nel Tartaro, riprendo lena e popoli risuscito!

3. Per il bracciante
Yorgos Dalaras


Per il bracciante, per il cafone
la neve, la febbre, la fame, i lupi,
fiumi, mari, continenti, sterminio e orrore.
Crudo l'inverno. Ma il fuoco
è un'estate nella mia stanza.
Mi vergogno del mio calduccio
e del mio vivere da uomo.

4. Figlio, il mio giardino (Padri)
Epodo


Figlio, il mio giardino l'avrai in eredità,
Come lo trovi e come lo vedi non lo lasciare.
Scavalo ancor più a fondo e recingilo più saldo,
e moltiplica la sua verzura e allarga la sua terra,
e ben roncato dove ti è d'intoppo allo steccato,
e conducigli l'acqua pura della sorgente.
E se ami le opere umane e le cose non malate
benedici e esorcizza il raccolto, che se ne vadano,
e seminagli vitalità con quanto c'è di forte e fresco.
Fa' d'essere un aratore, un piantatore, un protettore.
E se accade che giungano anni bisesti,
e tempeste s'abbattano furiose,
e gli uccelli tutti migrino in terrore, e le piante
a null'altro servano se non per fortilizi, non temere l'uragano. Col ferro e il fuoco, vai!
Fallo inseminato, sterile, il giardino, recidilo,
e sopra facci un castello e poniti al riparo,
per batterti, versar sangue, per un nascer nuovo.
Che sempre l'aspettiamo e sempre si muove e giunge,
e tutto va in frantumi nel girar dei cerchi.
Basta un'idea per dirtelo, un'idea per importelo,
idea sovrana, idea come una spada che starà sopra ogni cosa.
NOTE alla traduzione


[1] Ho tradotto "Oriente" con "Asia Minore" solo per avere un femminile trattabile come "madre".
Il testo dovrebbe essere stato scritto prima del 1912, per questo vi si cita anche Giannina (Epiro) che propriamente non è in Asia Minore, ma che al tempo ancora apparteneva all'impero ottomano. Diventò greca appunto nel 1912, con la prima guerra balcanica.

[2] Digène Akritas (Διγενῆς Ἀκριτάς), eroe di poemi epici bizantini, combatte a lungo contro le tribù arabe di confine, ma alla fine viene ucciso da Caronte che, invidioso dei giovani guerrieri valorosi, li sfida sulle aie di marmo o di ferro e, sconfittili, li porta nella sua dimora infernale perché lo servano come coppieri. Digene soccombe a Caronte all'età fatidica di 33 anni, ed entra sia nella canzone popolare tradizionale (vedi questo "rizitiko" cretese cantato da Nikos Xylouris), sia nella poesia colta fino ai giorni nostri.

[3] Anche Costantinopoli, come Roma, si estendeva su sette colli.

Contributed by Gian Piero Testa - 2012/9/27 - 22:58


Anche questa pagina, rimasta a lungo (e ingiustamente) nell'ombra, è stata finalmente rifatta come si deve. Credo oggi di aver sferrato finalmente un attacco decisivo all'Ελληνικό Τμήμα, impresa epica...

Riccardo Venturi - 2013/4/1 - 23:51



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