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Οι γειτονιές του κόσμου

Mikis Theodorakis / Mίκης Θεοδωράκης
Language: Greek (Modern)

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Un link a "Pensa alla vita" (Σκέψου η ζωή), cantata da Maria Farandouri. Tutto quanto di cantato ho trovato in You Tube. C'è anche un pezzo recitato da Ritsos, ma lo metteremo insieme al testo.



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Oi geitoniés tou kósmou
theodypografi
Στίχοι: Γιάννης Ρίτσος, 1957
Μουσική: Μίκης Θεοδωράκης, 1978, Αθήνα και Omsk Σιβηρίας
Πρώτη εκτέλεση: Χορωδία της Τερψιχόρης Παπαστεφάνου, Μαρία Φαραντούρη, Γιάννης Θωμόπουλος

Testi di Yannis Ritsos, 1957
Musica di Mikis Theodorakis, 1978 , Atene e Omsk di Siberia
Prima esecuzione: Coro di Tersicore Papastefanou, Maria Farandouri, Yannis Thomopoulos

gitonies

L'amplissimo oratorio popolare in versi "I Quartieri del mondo" di Yannis Ritsos fu pubblicato da Kedros nel 1957. Circa vent'anni dopo, continuando una lunghissima collaborazione, Theodorakis ne musicò alcuni frammenti, che vennero eseguiti nello stesso anno ad Atene e a Omsk, in Siberia. Come amava spesso fare, forte della sua esperienza di attore e della sua bella voce impostata, all' esecuzione partecipò anche il poeta, recitando tre passi.
La rassegna che proponiamo non è ancora completa, per cui la numerazione apparirà provvisoria in quanto prevede l'inserimento di tutto quanto si trova nel CD. Di quelli musicati, mancano il primo e l'ultimo brano e i tre recitati da Ritsos, che naturalmente aggiungerò appena si saranno lasciati scovare nell'edizione dell'opera di Ritsos. Nel frattempo ho compilato una ampia biografia del poeta ma, essendocene già una in AWS, non so come fare a "postarla". (GPT)
ΟΙ ΓΕΙΤΟΝΙΕΣ ΤΟΥ ΚΟΣΜΟΥ


gitoniestukosmu


2. Ο ήλιος εβασίλεψε


Ο ήλιος εβασίλεψε Έλληνά μου,
βασίλεψε και το φεγγάρι εχάθη,
κι ο καθαρός Αυγερινός
που πάει κοντά την Πούλια,
τα τέσσερα κουβέντιαζαν
και κρυφοκουβεντιάζουν.
Γυρίζει ο ήλιος και τους λέει,
γυρίζει και τους κραίνει:
"Εψές όπου βασίλεψα
πίσου από μια ραχούλα,
άκ'σα γυναίκεια κλάματα
κι αντρών τα μοιριολόγια,
γι' αυτά τα 'ρωικά κορμιά
στον κάμπο ξαπλωμένα
και μες στο αίμα το πολύ
είν' όλα βουτημένα.
Για την Πατρίδα πήγανε
στον Άδη τα καημένα"

3. Έτσι μικρό ήταν τ' όνειρό μας


Έτσι μικρό ήταν τ' όνειρό μας.
Μα τούτο τ' όνειρο ήταν τ' όνειρο
όλων των πεινασμένων και των αδικημένων.

Κι οι πεινασμένοι ήταν πολλοί
κι οι αδικημένοι ήταν πολλοί
και τ' όνειρο μεγάλωνε σιγά-σιγά.

Μεγάλωνε πάντοτε
το ίδιο στρογγυλό σαν το ψωμί
και το ίδιο στρογγυλό και σαν τον ήλιο
και το ίδιο στρογγυλό και σαν τη γη
και το ίδιο στρογγυλό σαν τον ορίζοντα.

Ετούτο τ' όνειρο των πεινασμένων,
τ' όνειρο των αδικημένων
όλου του κόσμου.

5. Ήταν πικρές οι μέρες μας


Ήταν πικρές οι μέρες μας πολύ πικρές.
Ο ίσκιος ενός κυπαρισσιού μετρούσε
μέτρο το μέτρο όλον τον κόσμο.

Καθ ένας κουβαλούσε στον ώμο του
κι από 'να πεθαμένο. Κάθε στιγμή
κουβαλούσαμε το θάνατό μας στον ώμο μας.

Όλο κι όλο τ' όνειρό μας ήταν μικρό και στρογγυλό
σαν ένα ψωμί, ήσυχο και λυπημένο
σαν μια σταγόνα λάδι, νηστικό.

Σαν πρώτη λέξη που αλλάζουν οι ανθρακωρύχοι
λίγο πριν από την απεργία. Τ' όνειρό μας μικρό
και καλοκρυμμένο στην καρδιά μας
σαν το χαρτάκι με την κομματική γραμμή
κρυμμένο στο παπούτσι του προλετάριου.

7. Ήταν όμορφες εκείνες οι μέρες


Ήταν όμορφες εκείνες οι μέρες στις πλατείες των μαχαλάδων.
Κάτι παιδιά ξυπόλητα με μπαλωμένα τα παντελόνια
βγάζανε λόγους, μιλούσαν για το μέλλον.

Κάτι παιδιά ξυπόλητα με μπαλωμένα τα παντελόνια
ανοίγανε τα νευρικά τους χέρια,
άνοιγαν μεγάλα παράθυρα στον ουρανό.

9. Σκέψου η ζωή


Σκέψου η ζωή να τραβάει το δρόμο της
και συ να λείπεις.
Να 'ρχονται οι άνοιξες με πολλά διάπλατα παράθυρα
και συ να λείπεις.
Να 'ρχονται τα κορίτσια στο παγκάκι του κήπου
με χρωματιστά φορέματα
και συ να λείπεις.

Ένα ανθισμένο δέντρο να σκύβει στο νερό,
πολλές σημαίες να ανεμίζουν στα μπαλκόνια
να λένε δυνατά τη λέξη "σύντροφος"
και συ να λείπεις.
Σκέψου δυο χέρια να σφίγγονται
και σένα να σου λείπουν τα χέρια.
Δυο κορμιά να παίρνουνται και συ να κοιμάσαι
κάτω από το χώμα.

Και τα κουμπιά του σακακιού σου
να αντέχουν πιότερο από σένα κάτω απ' το χώμα
κι η σφαίρα η σφηνωμένη στην καρδιά σου να μη λιώνει,
όταν η καρδιά σου που τόσο αγάπησε τον κόσμο θα 'χει λιώσει.

10. Γεια και χαρά σου λευτεριά


Γεια και χαρά σου λευτεριά,
τρέχαν στους δρόμους, φωνάζαν: "Ζήτω!"
Αχ κι οι καρδιές ν' ανάβουν κόκκινα βεγγαλικά
στου περβολιού το Πάσχα και τα πουλιά
από γειτονιά σε γειτονιά αηδονόλαλαν:
"Γεια και χαρά σου λευτεριά!"

Contributed by Gian Piero Testa - 2010/4/23 - 18:10



Language: Italian

Gian Piero Testa.
Gian Piero Testa.

Versione italiana di Gian Piero Testa

Dedico questa traduzione, per quel che vale, a chi, dando la sua vita, mi ha dato il 25 Aprile. Ero nato, il 10 ottobre 1941, in un orribile mare nero e la peste ricopriva quasi tutti gli angoli dell'Europa. Grazie a tutti quelli che mi hanno consentito di vivere senza essere né troppo padrone né troppo schiavo. Tutti questi versi di Ritsos sembrano scritti per loro. [gpt]
I QUARTIERI DEL MONDO


gitoniestukosmu


2. Il sole è tramontato


Il sole è tramontato, Greco mio
è tramontato e la luna è sparita
e insieme la pura stella del mattino
che scivola accanto alle Pleiadi
In quattro se la chiacchierano
e parlano di nascosto.
Ritorna il sole e li apostrofa
ritorna e loro grida:
" Ieri quando tramontai
dietro una cresta montana
udii un pianto di donne
e i corrotti degli uomini
per questi eroici corpi
distesi nella piana
e dentro a tanto sangue
che tutti li sommerge.
Per la Patria se ne andarono
all' Ade i poveretti".

3. Così piccolo era il nostro sogno


Così piccolo era il nostro sogno.
Ma questo sogno era il sogno
di tutti gli affamati e di chi non ha giustizia

E tanti erano gli affamati
e tanti non avevano giustizia
e il sogno poco a poco si faceva grande

Cresceva senza sosta
rotondo uguale a una pagnotta
e rotondo uguale al sole
e rotondo uguale alla Terra
e rotondo uguale all'orizzonte

Questo è il sogno degli affamati,
il sogno di chi non ha giustizia
il sogno del mondo intero

5. Erano tristi i nostri giorni


Erano tristi i nostri giorni tanto tristi.
L'ombra di un cipresso misurava
a metro a metro il mondo intero.

Ognuno reggeva sulle sue spalle
almeno un morto. In ogni istante
portavamo la morte sulle nostre spalle.

E sempre il nostro sogno era piccolo e tondo
come una pagnotta, tranquillo e addolorato
come una goccia d'olio, a digiuno.

Come una parola d'ordine che scambiano i carbonai
un poco prima di scioperare. Il nostro sogno piccolo
e ben nascosto dentro i nostri cuori
come il foglietto con la linea del partito
nascosto nella scarpa del proletario.

7. Erano belli quei giorni


Erano belli quei giorni nelle piazze dei quartieri.
Certi ragazzi scalzi con le pezze ai pantaloni
trovavano parole, parlavano dell'avvenire.

Certi ragazzi scalzi e con le pezze ai pantaloni
nervosamente aprivano le braccia,
grandi finestre aprivano verso il cielo.

9. Pensa alla vita


Pensa alla vita che tira per la sua strada
e che tu manchi.
Che arrivino le primavere con tante finestre aperte
e che tu manchi.
Che arrivino le ragazze alle panchine del giardino
con vesti variopinte
e che tu manchi.

Che un albero fiorito si pieghi sopra l'acqua
che numerose sventolino bandiere dai balconi
che la parola "compagno" dicano a tutta forza
e che tu manchi.
Pensa a due mani che si stringono
e che a te le mani manchino.
Che si prendano tue corpi e che tu dormi
sotto la terra.

E che i bottoni della tua giacca
dureranno più di te sotto la terra
e la pallottola nel cuore conficcata non sarà dissolta
quando il tuo cuore che tanto amò il mondo sarà dissolto.

10. Salute e gioia a te, libertà


Salute e gioia a te libertà,
correvano nelle strade, gridavano "Evviva !".
Ah, anche i cuori a accendere rossi bengala
nella Pasqua dell'orto anche gli uccelli
di quartiere in quartiere cinguettavano:
"Salute e gioia a te libertà!"

Contributed by Gian Piero Testa - 2010/4/24 - 15:26


Tanto per...continuare con i record, finalmente anche questa pagina viene risistemata non a uno, ma a due anni esatti di distanza. Come dire: qui dentro, prima o poi...niente viene lasciato di intentato.

Riccardo Venturi / Ελληνικό Τμήμα των ΑΠΤ - 2012/5/3 - 12:29


'Αξιον !

Gian Piero Testa - 2012/5/3 - 13:53


NOTA ALLA SECONDA CANZONE (IL SOLE E' TRAMONTATO)

Il testo di questa canzone non è di Yannis Ritsos: è antico e ha un legame profondo con la storia dei Greci moderni.
Esso viene già testimoniato nel capitolo IX delle Ricordanze (Απομνημονεύματα/Apomnimonèvmata) del generale Yannis Makriyannis, che lo trascrive per intero, in quanto lui stesso lo ebbe a cantare durante la sfortunata difesa dell'Acropoli, una sera di settembre del 1826 - sesto anno della guerra d'indipendenza - durante una commovente riconciliazione con Yannis Gouras (1771 - 1826), Comandante Generale della Grecia Continentale, che da alcuni anni spadroneggiava sugli Ateniesi come custode della mitica rocca.
Gouras era piuttosto inviso a Makriyannis che, rispetto a molti capitani della guerra di indipendenza, aveva vedute e comportamenti etici e politici nettamente contrapposti a quelli di molti suoi colleghi d'arme, di cui peraltro ammirava il valore militare, sdegnandosi che venisse speso non solo contro i Turchi, ma anche in un conflitto civile interno allo schieramento indipendentistico.
Per quanto Makriyannis non ammirasse affatto i "politici", ambiziosi e intriganti, del governo provvisorio e sovente li contrastasse, si atteneva tuttavia alle loro direttive, convinto com'era che l'Agonas dovesse comunque avere una direzione unitaria, condizione secondo lui indispensabile per il successo.
Altri capitani, invece, come Androutsos, Kolokotronis, Gouras - quelli soprattutto che avevano alle spalle una tradizione "kleftica" e l'abitudine a una autonomia da "signori della guerra" oltre che a una considerevole spregiudicatezza politica - perseguivano anche loro obiettivi personali o di clan, accaparrandosi, via via che li liberavano dai Turchi, interi territori, che sfruttavano economicamente a danno dei connazionali locali benestanti: cosa che soddisfaceva il loro orgoglio sociale, procurava loro un seguito di combattenti poveri e stanchi della povertà, e, mettendoli in condizione di contrattare con i "politici", di giocare entro le loro divisioni indotte dalle ingerenze di Russia, Francia e Inghilterra, e, all'occorrenza, di contrastarli con le armi, ipotecava i futuri equilibri di potere quando i Turchi fossero stati cacciati. In questa guerra di classe, che complicava quella per l' indipendenza, i "capitanei" che preferivano agire di testa loro, pur ricevendo gradi e stipendi dall'Esecutivo ufficiale (ma anche, spesso e volentieri, robuste scariche di fucileria), ci appaiono schierati sul versante "popolare" dell'Agone; mentre quelli lealisti - come Makriyannis, che era nato da genitori poverissimi e si era procurato una certa agiatezza mettendosi a commerciare - possono apparirci come conservatori disposti a perpetuare, dopo la liberazione, il prepotere dei benestanti (i cosiddetti "prokriti") sulla massa dei contadini e pastori miserabili. E questo è innegabile nella sostanza, ma non così nettamente come appare a prima vista. Basta osservare i diversi destini dei due paralleli eroi sopravvissuti alle battaglie, Kolokotronis e Makryannis. All'avvento della monarchia bavarese, si trovano entrambi nel mirino della reggenza, che vorrebbe sbarazzarsi dei vecchi combattenti e che rintuzza le loro critiche con imputazioni e condanne per lesa maestà: ma quando il re Ottone, uscito dalla minorità, cambia atteggiamento e cerca con loro approcci più amichevoli, Kolokotronis si lascia ammansire, sarà ammesso e frequentere la corte; e a uno dei suoi figli sarà consentita una prestigiosa carriera militare; Makriyannis sta invece sulle sue, e riuscirà nel 1843 a strappare - ispirando una rivolta armata contro la Reggia - la prima Costituzione dello stato greco. Ecco, forse, perché Kolokotronis ha i monumenti ufficiali più sontuosi nelle piazze della Grecia; mentre a Makriyannis va più spiccatamente la simpatia dei democratici.

Il 1826 fu un anno critico per la lotta d'indipendenza. Non venendone a capo con le proprie forze, il Sultano aveva messo in campo il vassallo egiziano Mehemet Alì Pascià, che rispose con una potente spedizione contro il Peloponneso, guidata dal figlio Ibrahim Pascià a sostegno delle languenti operazioni ottomane di Reshid Mehemet Pascià (detto dai Greci Kioutachìs). Ciò costrinse i Greci alla difensiva e a subire diversi e gravi rovesci. Nel Peloponneso persero le fortezze meridionali tra cui, importantissima, quella di Pilos (o Niòkastro, o Navarino), difesa oltre ogni limite umano da Makriyannis, e anche il capoluogo arcadico di Tripolitsà; mentre salvaguardarono Nauplia, resistendo (sempre con Makriyannis) sull'avamposto di Mili. Nella Grecia continentale, quasi interamente ripresa dai Turchi, resistevano Missolungi e Atene. Nel settembre del 1826 Atene città soccombeva, ma non l'Acropoli, che sarebbe caduta solo alla fine di maggio dell'anno successivo e solo molto più tardi riottenuta non con le armi, ma con il trattato di Londra.
Makriyannis, per quanto indebolito da una ferita alla mano destra riportata a Mili, fu mandato a sostenere la resistenza dell'Acropoli, dove gli toccarono altre tre ferite in tre diversi punti del corpo. Si dedicò a munire l'Acropoli di viveri, acqua, nuovi spalti e, soprattutto, contromine per contrastare quelle che scavavano gli assedianti. Non voleva ripetere l'esperienza di Pilos. A questo provvedeva instancabilmente, mentre il vero "dominus" della piazzaforte, Yannis Gouras, sembrava quasi inebetito. Makriyannis aveva sempre pesantemente criticato Gouras, perché lo vedeva spogliare gli Ateniesi dei loro averi e sapeva, essendo stato invitato tempo addietro ad associarvisi, dei suoi progetti di mettere le mani sulle loro proprietà terriere. Ora vedeva il già baldanzoso Gouras, rintanato con la famiglia e i suoi accoliti negli spazi dell'Eretteo, non dare quasi nessun apporto alle esigue forze degli assediati. Ma anche di quelle forze c'era assoluto bisogno, se si voleva giocare l'estrema carta: quella di resistere il più a lungo possibile, mentre un gruppetto di messaggeri a cavallo (ne avrebbe poi fatto parte lui stesso, per quanto carico di ferite e atrocemente dolorante) avrebbero in segreto tentato di raggiungere il governo sull'isola di Egina per convincerlo a muovere una grande spedizione di soccorso. Altrimenti Makriyannis avrebbe raccolto tutti nel Partenone minato a dovere e sarebbero saltati tutti nel momento della disfatta: turchi, greci e il tempio stesso (per fortuna lord Elgin si era già portato via il grosso delle sculture di Fidia...).
Anche gli uomini di Gouras, vedendo il loro capo imbambolato, volevano abbandonare la partita e filtrare oltre la cerchia nemica. A questo punto Makriyannis andò a scuotere Gouras. Si parlarono, si intesero. Gouras sarebbe tornato a combattere: e lo fece, cadendo sul campo una settimana dopo. (Questo tragico personaggio mi ricorda un po' quello di Pablo, in "Per chi suona la campana"...).
Festeggiarono la riconciliazione e i buoni propositi; e così Makriyannis racconta di quella serata, in cui, dopo tanto tempo, cantò una canzone, Ὁ ἡλιος ἑβασίλεψε:

«Era addolorato, lo sfortunato Gouras, per i suoi compagni ingrati, che si erano attaccati alla vita nel momento in cui il pericolo incombeva sulla patria e su di loro. Eppure per le ricchezze di quella rocca erano valorosi e impavidi. E divoravano i disgraziati Ateniesi. Vedendo il suo dolore, parlai ad alcuni Ateniesi importanti, che andarono a dirgli: " Non prendertela, se quelli lì vogliono andarsene. Questa rocca la difendiamo noi, perché l'abbiamo strappata ai Turchi. E ora non gliela cediamo, neanche se ci ammazzano". Allora Gourassi sedette e anche gli altri e mangiammo del pane: cantammo e facemmo festa. Mi invitò Gouras e Papakostas a cantare: perchè da tanto tempo non avevamo cantato - tanto tempo, perché ci avevano messo in disparte quegli interessati e noi eravamo stati in guardia perché non realizzassero le loro cattive intenzioni. Io cantavo bene.
Allora canto una canzone:

Ὁ ἡλιος ἑβασίλεψε
Ἕλληνά μου, βασίλεψε
...

Triste, Gouras sospirò e mi disse: «Fratello Makriyannis, che Dio la volti al bene: una volta non cantavi cose tanto piene di dolore. Che questa canzone ci porti bene.- Ne avevo voglia - gli dissi, perché per tanto tempo non abbiamo cantato. Perché durante i riposi, facevamo sempre un po' di festa».

Qualcuno attribuisce questa canzone a Makriyannis stesso (così è in stixoi.info), perché con lo stesso capoverso ne esiste un'altra, tradizionale, ma con diverso svolgimento testuale. E' certo che Makriyannis scrisse i testi di altre due canzoni, su motivi probabilmente preesistenti: uno sulla battaglia di Arachova e l'altro sulla morte di Karaiskakis, avvenuta nel corso della spedizione per liberare gli assediati dell'Acropoli.

Questo stesso testo è stato musicato anche da Christos Leondìs, con l'interpretazione di Nikos Xylouris nel disco di "Parastàsis" del 1975:



Nb: segnalo che l'illustrazione di questa pagine non è pertinente al disco "I quartieri del mondo" di Theodorakis, ma a quello di Spiros Samoilis , di cui costituisce la copertina.

Gian Piero Testa - 2013/12/28 - 20:00


[Aggiunta alla nota alla 2a canzone / Sto completando la trascrizione dei testi mancanti, tre recitati e uno cantato. Arriveranno presto, con altre note]

E' lecito chiedersi come mai la canzone di Makriyannis sia finita in questo disco. Nel testo di Ritsos non appare trascritta: però il poeta riesce a introdurre la figura del grande combattente
della libertà greca. Questo accade verso la fine del poemetto, quando - rievocata la guerra civile, e la parte che vi hanno avuto John, l'inglese, e Tom, l'americano, Ritsos prende personalmente la parola apostrofando Tom da Ai-Stratis, il luogo di confino dove si trova costretto. E' una bella sera d'estate, e la penna del poeta "pesa come un fucile", perché "Makriyannis è stato di nuovo condannato a morte":

"E questa sera Makriyannis dentro la mia stamberga
riunisce i suoi compagni e pone loro domande:
- Dove l'hai maciullata questa mano?
- In Albania, gli risponde.
- E tu dove l'hai maciullato questo piede?
- Nella Resistenza, gli risponde.
- E a te, dove ti è schizzato fuori quest'occhio?
- Ad Atene, a Dicembre, gli risponde.
- E tu dove ti sei lacerato in dieci punti i fianchi?
- Sul monte Grammos, gli risponde.
- Ed io, dove l'ho maciullata questa mano?
- A Mili di Nauplia, gli rispondono.
- Perché le abbiamo maciullate?
- Per la libertà della patria.
- Dov'è la libertà della patria e la giustizia?
Alzatevi in piedi.
E Makriyannis entra di nuovo nelle nostre baracche e ci fa giurare sulla sua spada.
Makriyannis fa giurare nella notte i quartieri del mondo.
Devi temere, Tom, la spada e il giuramento di Makriyannis".

Si può pensare che il compositore e il poeta abbiano voluto introdurre l'esempio di Makriyannis nel disco, preferendo la canzone che gli viene attribuita, proveniente da un passato non estinto, al testo che sopra ho riportato.

Gian Piero Testa - 2013/12/29 - 07:11


[ Con questo contributo "I quartieri del mondo" di Theodorakis-Ritsos sono completi: resta, credo, un po' di lavoro a RV per ricomporre la pagina. Poi, magari, faremo un buon trattamento anche a quelli di Samoilis. Vanno ancora cercati gli eventuali link alle letture di Ritsos, che era un ottimo interprete dei propri testi; e anche alla canzone n.11, che mi sembra introvabile in You Tube ]

1) Τούτη την άνοιξη
(Τραγουδάει ο Γιάννης Θωμόπουλος)

Τούτη την άνοιξη
ραγιάδες, ραγιάδες


4) Οι γειτονιές είναι έρημες
(Απαγγέλλει ο Γιάννης Ρίτσος)

Οι γειτονιές είναι έρημες. Είναι γυμνές οι γειτονιές.
Τα σπίτια είναι καμένα. Κείνο το ηρώο
με τις ασβεστωμένες πέτρες , με τις γλάστρες που κουβάλαγαν οι γριούλες
έγινε στάχτη τώρα. Το ξύλινο σταυρό
με πολλά τα ονόματα των λαϊκών ηρώων
τον κάψαν στην πλατεία. Μοναχά το κράνος [το ελασίτικο]
δεν έλιωσε στην φλώγα - απόμεινε
πεταμένο στο δρόμο της έρημης γειτονιάς.
Μα εμείς τα θυμόμαστε τα ονόματα
και τ´άλλα ονόματα που δεν είχαμε ακόμα προφτάσει
να τα γράψουμε στους ξύλινους σταυρούς - τα θυμόμαστε.

Έβαλε ο Λαός τούτα τα ονόματα στην καρδιά του.
Έβαλε ο Λαός μέσα στον μπόγο του τον καημό του και την τιμή του.
Έβαλε ο Λαός μέσα στον μπόγο του κάτι μικροπράματα
απλά πράματα, πραχτικά κι όμορφα
τα μαχαιροπίρουνα της φαμίλιας
το μισό καρβέλι που ξεράθηκε
τα εργαλεία της δουλειάς
δυό μπαλομένα πουκάμισα
και κείνο το παλιό ντουφέκι
και τα κόκκαλα των προγόνων του.

Η Αθήνα. Η Αθήνα. Οι καπνοί απ´τις πυρκαϊές,
κι οι σκιές των αεροπλάνων σβήνοντας τ´όνειρο της λευτεριάς
στο πρόσωπο της Πολιτείας
σβήνοντας με τα μαύρα χέρια τους το χαμόγελο
απ´τις φτωχές συνοικίες, τις φτωχές, τις δοξασμένες συνοικίες.


6) Βασανισμένη πολιτεία
(Απαγγέλλει ο Γιάννης Ρίτσος)

Βασανισμένη πολιτεία. Δοξασμένη πολιτεία.
Ερειπωμένη, ερειπωμένη. Η πολιτεία έχει κλείσει τα παράθυρά της
έχει κλείσει τα μάτια της και δεν μπορεί να κοιμηθεί.
Ένδοξη πολιτεία, διωγμένη, λαχτισμένη. Η πολιτεία
κρύβεται μες στον ίσκιο των σπιτιών της
όπως κρύβεται το πληγωμένο σκυλί κάτου στο υπόγειο
κι ανάμεσα στις καρέκλες γλείφει τις πληγές του.

Δεν έχω καιρό να κουραστώ. Δεν έχω καιρό να σταυρώσω τα χέρια μου.
Δεν έχω καιρό να μην αγαπώ, να μην μισώ, να μην θέλω, να μην σκοτούνομαι.
Δος μου το χέρι σου - κι απ´την αρχή - μιαν άλλη αρχή.
Σις 5, ναι, στη διασταύρωση. Δικός μας είναι ο κόσμος.
- Γεια σου, σύντροφε, γεια σου.
- Γεια σου, σύντροφε - απ´την αρχή.
Όμορφη μέρα. Ο ήλιος κοίτα. Γεια σου, σύντροφε.

Τούτη η γαλάζια πολιτεία δε χαμπαρίζει το θάνατο.
Όταν τής κόβουν τόνα χέρι πολεμάει με το άλλο,
όταν τής κόβουν και τα δυό πολεμάει με τα δόντια,
όταν τής κόβουν και τα πόδια ισοζυγιάζεται στον αέρα
τρέχει σφυρίζοντας στον αέρα
όπως σφυρίζει η σφαίρα τρέχοντας
ίσαγια την καρδιά της αδικίας.

Δεν έχουμε καιρό να πεθάνουμε. Όχι. Όχι.
Kαι δε θα φύγουμε απ´τον κόσμο - να το ξέρεις -
πριν αγαπήσουμε όσο ζητά η αγάπη.


8) Νάτες οι σημαίες
(Απαγγέλλει ο Γιάννης Ρίτσος)

Νάτες οι σημαίες της Καισαριανής. Νάτες οι γειτονιές
κατηφορίζοντας στον Παναθηναικό. Βήματα, βήματα,
βήματα σαν τις σάλπιγγες της δικαιοσύνης,
βήματα σαν τα τύμπανα της ελπίδας,
είμαστε πολλοί, είμαστε όλοι,
βήματα που βαδίζουν σίγουρα στο μέλλον.
Ό ήλιος είναι το ζήτω του λαού καρφωμένο στο διάστημα,
ετούτες οι φωνές θα μένουν τυπωμένες στην πρόσοψη της ιστορίας,
ένας δεν έχει χέρια - τού φυτρώνουν φτερά,
ένας πηδάει τη μάντρα,
τα λεωφορεία σταμάτησαν μπρος σ´ένα τείχος από ζήτω,
τρέχουνε τα καρότσια των ανάπηρων στρωγμένα απ´τα ζήτω,
η ευτυχία λοιπόν, δεν είναι παραμύθι - περπατάτε.


11) Να λείπεις
(Τραγουδάνε η Μαρία Φαραντούρη κι η χοροδία Τ. Παπαστεφάνου)

...«Να λείπεις -
δεν είναι τίποτα να λείπεις·
αν έχεις λείψεις για ο,τι πρέπει,
θάσαι για πάντα μέσα σ´όλα εκείνα
που γι´αυτά έχεις λείψει,
θάσαι για πάντα
μέσα σ´όλο τον κόσμον».


TRADUZIONI


1) QUESTA PRIMAVERA
(Canta Yannis Thomopoulos)

Questa primavera
servi, servi


4) I QUARTIERI SONO DESERTI
(voce recitante: Yannis Ritsos)

I quartieri sono deserti. Sono spogli i quartieri.
Le case sono bruciate. Quell'eroe
con le pietre calcinate, con i vasi che portavano le vecchiette
ora è cenere. La croce di legno
con la lunga fila dei nomi degli eroi popolari
l'hanno bruciata sulla piazza. Solo l'elemetto [dell'ELAS]
non si è fuso nella fiamma - è ancora lì
buttato nella via del quartiere deserto.
Ma noi li ricordiamo i nomi
e gli altri nomi che non avevamo avuto il tempo
di scrivere sulle croci di legno - li ricordiamo.

Questi nomi il Popolo li ha riposti nel suo cuore.
Il Popolo ha riposto nel suo fardello il suo dolore e il suo onore.
Il Popolo ha riposto nel suo fardello anche alcuni piccoli oggetti
semplici cose, pratiche e belle
le posate di famiglia
la mezza pagnotta diventata secca
gli strumenti del lavoro
due camicie rattoppate
e quel vecchio fucile
e le ossa dei suoi antenati.

Atene. Atene. I fumi degli incendi
e le ombre degli aeroplani che spengono il sogno di libertà
sulla faccia della Città
che con le loro nere braccia spengono il sorriso
ai poveri quartieri, ai poveri, gloriosi quartieri.


6) CITTA' TORMENTATA
(Voce recitante: Yannis Ritsos)

Città tomentata. Gloriosa città.
In rovina. In rovina. La città ha chiuso le sue finestre
ha chiuso i suoi occhi ma non può dormire.
Città gloriosa, reietta, atterrita. La città
si nasconde nell'ombra delle sue case
come si nasconde il cane ferito giù nella cantina
e in mezzo alle seggiole si lecca le piaghe.

Non ho tempo per stancarmi. Non ho tempo per incrociare le braccia.
Non ho tempo per non amare, per non odiare, per non volere, per non essere ucciso.
Dammi la mano - e di nuovo - un altro inizio.
Alle cinque, certo, al crocicchio. E' senza di noi la gente.
- Salve, compagno, salve.
- Salve, compagno - si ricomincia.
Una bella giornata. Il sole, guarda. Salve, compagno.

Questa città azzurrina non concepisce la morte.
Quando le mozzano una mano combatte con l'altra,
quando gliele mozzano tutt'e due combatte con i denti,
quando le mozzano anche i piedi si libra nell'aria
corre sibilando nell'aria
come sibila la pallottola, la pallottola
che corre sibilando fino al cuore dell'ingiustizia.

Non abbiamo tempo per morire. No. No.
Nè per andarcene dal mondo - lo devi sapere -
prima d'aver amato ciò che l'amore esige.


8) ECCOLE LE BANDIERE
(Voce recitante: Yannis Ritsos)

Eccole le bandiere di Kessarianì. Eccoli i quartieri
che scendono al Panatenaico. Passi, passi,
passi come le trombe della giustizia,
passi come i timpani della speranza,
siamo in molti, siamo tutti,
passi che procedono sicuri verso il futuro.
Il sole è l'evviva del popolo inchiodato sul percorso,
queste voci resteranno stampate sulla facciata della storia,
uno è senza braccia - gli spuntano ali,
uno scavalca d'un balzo il muretto,
gli autobus si fermano di fronte a un muro di evviva.
corrono le carrozzelle degli invalidi con una coperta di evviva,
la felicità dunque non è una favola - camminate.


11) E TU MANCHI
(Cantano Maria Farandouri e il coro di T. Papastefanos)

...« E tu manchi -
non è niente se tu manchi:
se sarai mancato per ciò che si deve,
sarai per sempre dentro tutte quelle cose
per le quali sarai mancato,
sarai per sempre
dentro il mondo intero».


NOTE

Canzone n. 1)
Nella primavera del 1941 Atene fu occupata dalle armate del III Reich. Seguirono, piuttosto ammaccati, gli Italiani. L'Occupazione inflisse agli Ateniesi 1264 giorni di schiavitù.
Ho tradotto "raghiades" con "servi". Come più volte abbiamo annotato sotto altre canzoni civili greche, "raghiàs" era la parola usata dagli Ottomani per indicare il suddito cristiano, che il Babiniotis fa derivare dal turco "raya", ovvero "reaya". Da qualche parte ho letto che significherebbe "armento", "gregge": ma nell'uso comune greco ora indica spregiativamente il subordinato, che deve deferenza a un superiore. "Non siamo raghiades né fatalisti", diceva una canzone dei ribelli della guerra civile, inneggiante alla "laocrazia", il potere popolare.

Canzone n. 2)
Vedi le note generali già postate sopra.

Canzone n. 3)
L'Occupazione tedesca con la razzia sistematica dei viveri comportò una morìa impressionante, per stenti e malattie, della popolazione ateniese. Si calcola che le vittime siano state circa 100.000.

Lettura n. 4)
Nel poemetto questo testo si riferisce ai 33 giorni di scontri a fuoco del Dicembre 1944 (Dekemvrianà), quando gli ultimi Tedeschi già sono partiti (la bandiera nazista sul Partenone fu ammainata dai partigiani dell'ELAS la mattina del 12 ottobre 1944 e sostituita con la biancazzurra nazionale) e già il 14 ottobre sono entrati i primi Inglesi, che poi arrivarono a 15.000, incaricati da Churchill di scongiurare con ogni mezzo il rischio della "laocrazia" e a restaurare invece la monarchia. Il 3 dicembre, l'eccidio a freddo dei dimostranti di sinistra in piazza Sintagma accende il primo fuoco della guerra civile.

Canzone n. 5)
Gli amari giorni dell'Occupazione, seguita alla sanguinosa guerra sul fronte albanese. Nel poemetto il testo 5) precede il testo 3) del disco.

Lettura n. 6)
Testo contiguo a quello della lettura 4) : il riferimento originale è sempre alle Dekemvrianà.

Canzone n. 7)
Il testo ci riporta indietro, al nascere della Resistenza durante l'Occupazione.

Lettura n. 8)
Nel poemetto la grande manifestazione popolare allo Stadio Panatenaico (che è quello, marmoreo, dove si svolsero le prime Olimpiadi moderne) si colloca dopo i Fatti di Dicembre, in un periodo compreso tra la primavera e l'estate: non può dunque essere che nel 1945. Dopo l'accordo di Varkiza con cui si pose fine alla prima fase del conflitto civile, con un parziale disarmo delle forze partigiane di sinistra, che dovettero lasciare Atene, le forze di sicurezza nazionaliste coadiuvate da ex collaborazionisti armati (parakratos) si scatenarono, sotto la protezione britannica, in una caccia al "rosso" per ripulire la capitale. Fu il periodo del c.d. "terrorismo bianco", contrassegnato da centinaia e centinaia omicidi, violenze e torture, e molte sparizioni nel nulla di militanti di sinistra. Quella descritta da Ritsos potrebbe essere una manifestazione per denunciare questo stato di cose. Ma non sono in grado di identificarla meglio. Di certo non si riferisce alla festa popolare del 12 ottobre, che si concentrò in piazza Sintagma e riempì tutte le grandi vie lì confluenti a partire da piazza Omonia, in concomitanza con l'evacuazione dei Tedeschi: a questa manifestazione si riferisce più probabilmente la canzone n. 10.
Il riferimento a Kessarianì non richiede spiegazioni per chi abbia già qualche confidenza con le pagine greche di questo sito.

Canzone n. 9)
Questa bellissima canzone, su un testo altrettanto coinvolgente, ci riporta indietro - nel poemetto - al periodo dell'Occupazione. E' una riflessione del partigiano Alekos, mente conversa con i suoi compagni in un luogo nascosto. Gli ribatterà Petros, con le parole della canzone n.11).

Canzone n. 10)
Il riferimento è alla grande festa scatenatasi ad Atene il giorno stesso dell'evacuazione tedesca (evacuazione non precipitosa: proseguivano intanto sanguinosi combattimenti dell'ELAS, che impedirono la distruzione della Centrale Elettrica).

Canzone n. 11)
E' la risposta di Petros alla triste visione di Alekos della canzone n.9).
(gpt)

Gian Piero Testa - 2013/12/29 - 17:53


Del testo "di Makriyannis", "Il Sole è tramontato", ho trovato in You Tube una terza traduzione musicale, di Christos Tsamoulis, che in chiave "demotica" cerca, credo, di avvicinarsi ai moduli musicali che dovevano essere in uso ai tempi della lotta per l'indipendenza, specialmente nella Grecia continentale. Metto il relativo link, a integrazione dei materiali di questa pagina: http://www.youtube.com/watch?v=FXpbjPF8nYM

Gian Piero Testa - 2013/12/30 - 09:58


Faccio ancora un'integrazione alla mia nota del 29/11/2013 ore 7:11, quella che, in riferimento alla canzone "Il sole è tramontato", cita un altro passo dei "Quartieri del Mondo", quello dove i partigiani si "ritrovano" con Makriyannis declinando i luoghi in cui si sono coperti di ferite per la patria e il popolo. La scena immaginata da Ritsos ricalca un passo delle "Rimembranze" dell'antico combattente. Alla vigilia del movimento del 3 settembre 1843, la cospirazione ordita da Makriyannis per imporre al re bavarese Ottone una Costituzione sembra essere stata scoperta; ma la "Provvidenza" fa incontrare l'ex comandante con un tal "Mitros" (quasi certamente un Dimitrios Deliyorghis), già combattente per l'indipendenza e ora comandante generale dell'Acarnania il quale, creduto affidabile, ha ricevuto confidenze da Thodorakis Grivas ed è corso nella capitale per spifferare tutto al governo monarchico. Makriyannis riesce a invitarlo a casa propria, dove i due mangiano e bevono, e dove Makriyannis parla al vecchio commilitone della prepotenza e dell'avidità dei Bavaresi, dell'assenza di leggi nazionali, sostituite dal "posso e voglio" degli stranieri, e delle deplorevoli condizioni degli ex combattenti, delle loro vedove e dei loro orfani, abbandonati alla più nera miseria, che affollano le prigioni, o si danno per disperazione al brigantaggio.
Concludendo, gli domanda:
"A quali darai il tuo sostegno qui dove sei venuto, e quali tradirai? Dove ti sei rovinato questa mano? - A Missolungi, mi risponde. - E questa dove me la sono rovinata, io? - A Mili di Nauplia. - Perché ce le siamo rovinate? - Per la libertà della patria. - Dov'è la libertà e la giustizia? Alzati in piedi! Lo prendo e andiamo (in un'altra stanza) e lo faccio giurare. Gli mostro il testo del giuramento e lo lesse: e lo firmò quel buono e valoroso patriota. (Y.M.: «Apomnimonèvmata», pag. 463).

Gian Piero Testa - 2014/2/8 - 10:46


Ecco l'album completo, caricato proprio pochi giorni dopo l'intervento di G.P. Testa (nel commento che precede questo mio).



Curiosamente le prime note (a partire dal canto), ripetute più volte, Τούτη την ανοίξη, servono da introduzione generale alla versione completa del balletto Zorbas, Verona 1990.
Non so cosa evochino questi intervalli musicali (re basso -fa-do alto-re basso, così almeno secondo il mio pianoforte vecchio e scordato, può darsi quindi che le note reali si trovino esattamente mezzo tono sotto, ma poco importa, tanto gli intervalli sono quelli). Forse è evocata l'attesa? Nel libretto è scritto L'Alba.
Il τούτη την ανοίξη sfocia in φεγγάρι μαγιά μου 'κανες.

vasiloukos - 2015/12/27 - 18:42



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