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Il giorno di San Patrizio

Antica Tradizione
Language: Italian

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Antica Tradizione, Il giorno di San Patrizio


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The Rhythm of Time
(Bobby Sands)
Erin's Lovely Home
(Anonymous)
Una primavera a Belgrado
(Skoll)


[2009]

Interessante, senz'altro, come una figura come quella di Bobby Sands sia stata vissuta e interpretata (assieme a tutta la lotta per la libertà nell'Irlanda del Nord), e lo sia tuttora, anche dall'area musicale di destra; in questo senso, una canzone come questa non poteva non essere approvata con il relativo commento di Don Nitoglia, che in realtà sono parole di Bobby Sands stesso. Inutile quindi utilizzare due pesi e due misure: una figura come quella di Bobby Sands deve essere presa così com'è. Anche quando parla di "diritto divino della nazione irlandese"; ma parla anche di disoccupazione, di miseria delle paghe, dello sfruttamento della classe capitalistica, dell'oppressione militare inglese. E sono cose, queste, che nessuno ha il diritto di ignorare. Ognuno dalle proprie posizioni. [CCG/AWS Staff]

"Io difendo il diritto divino della nazione irlandese all'indipendenza sovrana, e credo in essa, così come credo nel diritto di ogni uomo e donna irlandese a difendere questo diritto con la rivoluzione armata. Anche se nell'Irlanda del Nord non ci fossero centomila disoccupati, la miseria delle paghe griderebbe vendetta per gli enormi profitti della classe dominante e capitalistica, che prospera con le ferite, il sudore e le fatiche del popolo. Non c'è nulla nell'intero arsenale militare inglese che riesca ad annientare la resistenza di un prigioniero politico repubblicano che non vuole cedere; non possono e non potranno mai uccidere il nostro spirito."
(Bobby Sands)

bobsanlaugh
Era il giorno di San Patrizio quando vennero gli Inglesi
Per le strade di Belfast c'eran mille fuochi accesi
E c'erano i soldati che puntavano i fucili
Ma quel 17 marzo io fui l'ultimo a fuggire

Nella croce ho confidato la mia rabbia e la mia terra
Ed affiderò il mio cuore a questa maledetta guerra
Che lo sappiano gli Inglesi, venderò cara la pelle
Mio fratello è Bobby Sands e ora dorme tra le stelle

Oh oh oh sono nato in Irlanda e il mio cuore
Appartiene solo a te
Oh oh oh la mia terra è l'Irlanda
Forse un giorno io tornerò da te

Se mio padre mi vedesse con in mano una bandiera
Non mi avrebbe mai lasciato così solo in primavera
Quando il cielo è ancora scuro e piange lacrime di pioggia
E le torri dei castelli sono avvolte nella nebbia.

Torneremo fino a Galway a cantare a squarciagola
Con quel pazzo di Eddie O' Bryan mio compagno della scuola
Rivedremo le colline che stan sopra la città
Mi prenderà per mano
Poi si riaddormenterà

Oh oh oh sono nato in Irlanda e il mio cuore
Appartiene solo a te
Oh oh oh la mia terra è l'Irlanda
Forse un giorno io tornerò da te

Non ricordo più il mio nome dissi all'ufficiale inglese
Sono solo un altro figlio che quel giorno non si arrese
Con le mani insanguinate di chi porta la sua croce
Solo un figlio dell'Europa che è rimasto senza voce

Ora dormo come tanti tra le sbarre di Long Kesh
E qui dentro sono in molti a pensarla come me
Quando sorgerà l'aurora per le strade di Belfast
Allora canteremo...Per la nostra libertà

Oh oh oh sono nato in Irlanda e il mio cuore
Appartiene solo a te
Oh oh oh la mia terra è l'Irlanda
Forse un giorno io tornerò da te

Contributed by Don Curzio Nitoglia - 2009/8/29 - 11:22



Language: English

Versione inglese di ZugNachPankow
ST. PATRICK'S DAY

It was St. Patrick's day when the English came
On the streets of Belfast, a thousand fires were burning,
a thousand soldiers with their guns
That 17 of March, I was the last who fled

In the cross I confided my fury and my land
In this bloody war I entrusted my heart
Let the English know, I'll sell my life dearly
My brother's name was Bobby Sands, and now he's in the sky

I was born in Ireland, and my heart belongs to you
Ireland is my country, maybe one day I shall return

If my father saw me with a flag
He wouldn't have left me alone in the spring
When the sky is still dark, crying tears of rain
And the fog surrounds the towers of the castles

We shall return to Galway and sing our hearts
With that madman Eddie O' Bryan, my schoolmate
We'll see again the hills above the city
We will join hands again
He will fall asleep again

I was born in Ireland, and my heart belongs to you
Ireland is my country, maybe one day I shall return

"I can't remember my name", I told the English officer,
"I am just another son that didn't give up
with the bloody hands of those who bring their cross
Just a son of Europe who was left voiceless"

Now I sleep, like many others, behind the bars in Long Kesh
Many people here share my ideals
When the dawn rises in the streets of Belfast
Then we shall sing for our freedom

I was born in Ireland, and my heart belongs to you
Ireland is my country, maybe one day I shall return

Contributed by ZugNachPankow - 2016/3/20 - 15:15


Superba canzone, per carità, ma sorge spontaneo chiedersi che ne avrebbe pensato Bobby Sands, socialista e antirazzista, del fatto che il suo ricordo venga celebrato da individui come gli Antica Tradizione e casapound........

Andrea Redskin - 2011/6/7 - 20:23


Ottima canzone, nulla da dire, ma viene spontaneo chiedersi che ne avrebbe pensato Bobby Sands, socialista, del venire strumentalizzato e "commemorato" da casapound e compagnia bella....

Andrea Redskin - 2011/6/7 - 20:45


Una tra le più belle canzoni sulla questione Irlandese. Sicuramente Bobby Sands l'avrebbe apprezzata. Altre canzoni degli Antica trattano l'Irlanda e nei loro testi non trovo espressioni razziste o schieramenti prettamente politici.

Francesco - 2012/4/18 - 23:29


Bellissima canzone...

Andrea - 2012/5/13 - 00:26


Invio per conoscenza (anche se, presumo, fuori tempo massimo). Premetto che il sottoscritto ha “frequentato” l'Irlanda (Derry e Belfast sostanzialmente, niente di turistico) in epoca non sospetta (anche nel 1981) e conosciuto sia le famiglie degli Hunger Strikers che molti compagni repubblicani (compagni, sottolineo). Con i fasci poi ho il dente avvelenato. Tra il 1969 e il 1972 ho rischiato più di una volta (come tanti all'epoca) di finire al pronto soccorso per “mano fascista” (e anche nel 1981 a Padova, proprio mentre fotografavo scritte sull'Irlanda di Terza Posizione firmate con la runa “dente di lupo”)) e ho sfiorato un linciaggio da parte di una fazione falangista fuori dal tribunale di Madrid (1997) dove si processava la Mesa Nacional di Herri Batasuna (per non parlare del padre partigiano, Brigata “Silva”, del nonno - un“obbligato”, variante locale del bracciante - e dello zio -operaio e socialista - picchiati dai fascisti etc). Bastano come credenziali?
Per farla breve, considerate questo articolo un contributo per evitare che la causa dell'autodeterminazione dei popoli, non solo dell'Irlanda, venga strumentalizzata (un cavallo di Troia per altri progetti: fascisti, neoliberisti...etc).
Quello dell'appropriazione indebita da destra nei confronti di cause di sinistra (oltre all'autodeterminazione e alle lotte di liberazione dei popoli: l'antimperialismo, l'ambientalismo, l'antispecismo etc.) è un problema che, a mio avviso, andrebbe affrontato molto seriamente, non solo con dichiarazioni di principio ideologiche. Altrimenti si rischia di sottovalutarlo. 
In Francia siamo arrivati al punto che Vae Victis, un gruppo rock "identitario" collocato all'estrema destra, ha scritto una canzone sulla Commune (quella del 1871!) rivendicando i comunardi in chiave "comunitarista". Non penso sia eccessivo considerare questi esperimenti come “l'altra faccia del revisionismo storico”.
Personalmente ho provato a comprendere il “fenomeno” anche se, da proletario autoalfabetizzato, non sempre mi sentivo all'altezza (e anche frainteso, dai compagni intendo).
Resto del parere che se uno a 15-16 anni si indigna per la sorte di Bobby Sands e degli altri militanti repubblicani del 1981, anche se si definisce di destra, non è perso completamente. Forse vale la pena di spiegargli alcune cose; per esempio che una lotta di liberazione di destra è un controsenso. Magari ci ripensa.

Il testo era già circolato su "A" in versione ridotta e anche, intenzionalmente e provocatoriamente, su siti che si definiscono “identitari” (anche se il termine non mi piace, non lo considero automaticamente sinonimo di destra; i baschi di Sortu parlano di “socialismo identitario”) suscitando polemiche, offese e altro nei confronti del sottoscritto.
 Segno che forse avevo giusto e che comunque i fasci hanno la coda di paglia. In particolare nei commenti si cercava di smontare l'ipotesi che la “croce cerchiata delle ss francesi (quella che loro si ostinano a chiamare impropriamente “croce celtica”) fosse un richiamo al nazismo. Peccato per loro, come tale veniva rivendicata da quei neonazisti francesi (alcuni ex ss) che la riesumarono nel dopoguerra. E comunque il fatto che venisse poi utilizzata dall'OAS basta e avanza. Anche in questo, io credo, si riconosce lo “stile revisionista” con cui si minimizza la Storia e si cerca mascherare la vera natura della “peste bruna”.
Come con i Corpi Franchi durante la Repubblica di Weimar: sotto travestimenti “rivoluzionari” si nascondono le solite guardie bianche del capitalismo(e ovviamente il discorso vale anche per Primo de Rivera...).
GS


FASCISTI, TENETE GIU' LE MANI DALL'IRLANDA !
(Gianni Sartori)
...dove, compatibilmente con le possibilità dell'autore, si cercherà di spiegare come la cosiddetta “croce celtica” sia stata adottata dalle formazioni di estrema destra in quanto simbolo dei collaborazionisti francesi (per cui sarebbe opportuno definirla d'ora in poi “croce cerchiata delle ss francesi”) dando nel contempo qualche indispensabile informazione sulla Resistenza all'occupazione nazista...
L'ambigua vicenda del “sidro Bobby Sands” messo in commercio qualche fa da Casa Pound (e che provocò un duro intervento del Sinn Fein contro l'indegna strumentalizzazione), non era certo il primo tentativo di appropriazione indebita da parte dei fascisti della causa repubblicana irlandese.
Un buon libro pubblicato nel 2010 aveva fornito ad alcuni personaggi di destra l'occasione per strumentalizzare le lotte del popolo irlandese. Si trattava de “Il diario di Bobby Sands – storia di un ragazzo irlandese” (Castelvecchi ed.) di Silvia Calamati, Laurence McKeown e O'Hearn.
Sciopero della fame fino alle estreme conseguenze. La forma di lotta adottata da Sands e altri nove prigionieri repubblicani, come mi spiegava nel 1986 Domhnall De Brun (insegnante di gaelico a Derry, anarchico e figlio di un internazionalista irlandese volontario in Spagna) “più che un richiamo al diritto tradizionale, rappresentava un atto politico all'interno di un processo collettivo di liberazione”. L'introduzione dell'internamento a tempo indeterminato risaliva al 1971. Nel 1976 venne revocato lo status di prigionieri politici e da quel momento i repubblicani arrestati finirono segregati nei Blocchi H. Nel 1978, vedendo lo stato di degradazione in cui vivevano, l'arcivescovo Tomàs O'Fiaich dichiarò che “lasciando da parte l'essere umano, difficilmente si lascerebbe vivere un animale in tali condizioni”. Il 27 ottobre 1980 iniziava uno sciopero della fame che, dopo una sospensione in dicembre, riprenderà nel marzo 1981. Bobby Sands muore il 5 maggio. Tra maggio e agosto del 1981 la stessa sorte toccherà ad altri nove prigionieri: Francis Hughes, Raimond McCreesh, Patsy O'Hara, Joe Mc Donnel, Martin Hurson, Kevin Lynch, Kieran Doherty, Thomas McIlwee, Micki Devine. Sette hunger strikers appartenevano all'Irish Republican Army (Ira), gli altri tre all'Irish National Liberation Army (Inla). Uno dei tanti diffusori di retorica benevola sui fascisti nostrani, Nicola Rao, scrive impropriamente “Bobby Sands e dopo di lui altri 15 detenuti dell'Ira morirono di fame...”. Almeno due dati imprecisi, l'appartenenza all'Ira di tutti i prigionieri e il numero dei morti. Poco più avanti, alimentando l'equivoco sulle affinità tra neofascismo e lotta di liberazione irlandese, riporta che nel 1981“i muri di molte città italiane furono coperti da manifesti e scritte, tutti firmati rigorosamente con una croce celtica, di solidarietà e di appoggio alla causa dei repubblicani irlandesi”. Falso. Manifesti e scritte erano soprattutto di sinistra (autonomi, “Lotta continua per il comunismo” etc). Quelli di Terza Posizione (TP, estrema destra), erano firmati con la runa “dente di lupo” (detta anche “nodo di rune”). E' disponibile in proposito un'ampia documentazione fotografica.
La runa “dente di lupo”, di origine germanica, non celtica, esiste sia in versione verticale (in araldica) che orizzontale (quella di TP). Nella seconda guerra mondiale venne utilizzata da varie bande criminali naziste: 2° divisione SS Das Reich; 4° Divisione SS Polizei; 34° Divisione SS Volunteer Grenadier landstorm Nederland, oltre che dalla Hitlerjugend e dal NS-Volkswohlfahrt. Oltre che da TP, è stata adottata da altri gruppi neonazisti: Aktion nationale Sozialisten/nationale Aktivisten (ANS/NA); Junge Front (JF) del Volkssozialistische bewegung deutschalands (VSBD); Wiking-Jugend; Vitt Ariskit Motstand (la svedese “Resistenza Bianca Ariana”). *

Uno dei tre autori de “Il diario di Bobby Sands – storia di un ragazzo irlandese”, Laurence Mc Keown, è rimasto per sedici anni prigioniero a Long Kesh. Destinato a diventare l'undicesima vittima, il suo sciopero della fame si interruppe al settantesimo giorno. Quando ormai era già in coma, i familiari acconsentirono a farlo alimentare artificialmente (dopo che le richieste dei prigionieri erano state accettate nella sostanza).

Nel 1994 lo avevo incontrato durante un dibattito organizzato dalla “Lega internazionale per i diritti e la liberazione dei popoli” (Fondazione Lelio Basso). Aveva spiegato che “sarebbe praticamente impossibile capire perché siamo arrivati a questa decisione senza conoscere cosa era accaduto a Long Kesh nei cinque anni precedenti. Le condizioni dei prigionieri erano brutali e nessuna forma di protesta sembrava in grado di modificarle. Vedere con i nostri occhi la dura repressione subita dai detenuti non faceva altro che rafforzare le nostre convinzioni. Dato che il governo britannico tentava in tutti i modi di criminalizzarli, di farli apparire come delinquenti comuni “dovevamo ribellarci per dimostrare che le nostre scelte e le nostre azioni erano politiche, non criminali”. Una decisione che non fu certo presa alla leggera. “Per quanto mi riguarda -aveva concluso - ero ben consapevole che questo sciopero sarebbe stato portato fino alle estreme conseguenze. Mettendo il nostro nome nella lista dei volontari non sapevamo quando sarebbe venuto il nostro turno, chi sarebbe morto e chi sarebbe sopravvissuto...”.
I tentativi della “nuova destra” di appropriarsi della lotta di liberazione nazionale del popolo irlandese non si esaurirono nel 1981. E' noto che alcuni neofascisti (Walter Sordi, Enrico Tommaselli...) vennero arrestati con in casa manifesti e giornali repubblicani (“An Phoblacth”) e libri su Bobby Sands. Sdoppiamento della personalità o semplice confusione ideologica? ** Nelle loro latitanze britanniche venivano aiutati da elementi del National Front (partito razzista di estrema destra) sostanzialmente schierato con le squadre “lealiste”, protestanti-filoinglesi, quelle che periodicamente si rendevano responsabili di omicidi settari nei confronti di qualche cattolico. Inoltre i “lealisti” erano in ottimi rapporti anche con la Ruc (Royal Ulster Constabulary), la polizia nordirlandese che forniva gli elenchi dei sospetti militanti repubblicani da eliminare. I legami tra l'estrema destra inglese (oltre al Nf, il British National Party, il Greater British Movement, la League of St. George e C18) e l'estrema destra protestante dell'Ulster si resero evidenti il 15 febbraio 1995, a Dublino, durante un'amichevole tra le nazionali di calcio di Inghilterra e Irlanda. La partita si svolse tra saluti nazisti, slogan contro l'Ira e cori contro gli accordi di pace. Si concluse con lanci di oggetti contro il pubblico irlandese e violenti scontri. Bilancio: una cinquantina di feriti e la morte di un tifoso irlandese. Molti hooligans, i tifosi britannici più esagitati, facevano parte di organizzazioni neonaziste (compresa C18; C per Combat, mentre il numero indica la prima e l'ottava lettera dell'alfabeto, le iniziali di Adolf Hitler). Ma, oltre alle organizzazioni britanniche, i “lealisti” nordirlandesi ne frequentavano anche altre di estrema destra. Esistono prove fotografiche di miliziani dell'Ulster volunteer force (Uvf) presenti a qualche manifestazione in Belgio insieme a neonazisti fiamminghi e a quelli francesi di Ordre Nouveau.
LA CROCE CERCHIATA DELLE SS FRANCESI
Riconoscibili questi ultimi perché usavano la cosiddetta (tre volte cosiddetta quando è quella adottata dai fascisti) “croce celtica”. In realtà il simbolo (denominato “celtica” solo in epoca recente, non alle origini) ricorda una runa (anche se i neofascisti lo escludono) e venne utilizzato come mostrina dalla “Compagnia Flack” (o meglio: una delle compagnie denominate Flack, antiarea) formata da francesi collaborazionisti integrati nella brigata, poi divisione, Charlemagne durante la seconda guerra mondiale. Insisto: sarebbe più corretto denominarla “croce cerchiata delle ss francesi”. Nessuna parentela con le vere croce celtiche che svettano sulle antiche tombe irlandesi (espressione di un sincretismo tra cristianesimo e religione tradizionale gaelica) e anche su molte tombe di volontari dell'Ira e dell'Inla morti in combattimento.
Utilizzata dal Fronte della gioventù (Fdg) negli anni settanta, ben sapendo quale fosse il riferimento al nazismo e al collaborazionismo (un simbolo di continuità), venne proibita dallo stesso leader del MSI, Giorgio Almirante.
In Italia la “croce cerchiata delle ss francesi” era stata adottata nei primi anni sessanta da Giovane Europa (in precedenza Giovane Nazione), filiale italiana del movimento Jeune Europe (in precedenza Jeune Nation) fondato da Jean Thiriart che aveva combattuto nelle waffen-ss . A questo movimento, nel 1963, aderirono un gruppo di missini fiorentini (Attilio Mordin, Franco Cardini, Marco Bersacchi, Amerino Griffini...) e qualche ordinovista (Massimo Marletta...). In quello che sembra un attacco di autorevisionismo, uno dei soci fondatori sosteneva che fu per “allontanarsi dalla lugubre e bellicosa simbologia neofascista e neonazista” (...e per questo adottavano un simbolo delle waffen ss?!?). In realtà sembrerebbe piuttosto un modo per rivendicare proprio quelle origini, quella appartenenza, senza insospettire l'opinione pubblica e nel contempo strizzare l'occhio agli iniziati. In precedenza il simbolo sarebbe stato inalberato dalle italiche Formazioni Nazionali Giovanili. Sempre di destra, ovviamente. Attorno al 1975 venne sistematicamente adottato dalle organizzazioni giovanili missine (Fdg e Fuan), mentre qualche anno prima i rautiani lo avevano proposto al MSI con l'aggiunta di una fiamma tricolore sullo sfondo.
Cardini suggeriva un legame anche con la “francisca” stilizzata del Parti populaire francais (PPF ) di Jacques Doriot. Facendo il finto tonto, lo storico sorvola sul fatto che la Francisque nella versione bipenne, con lame tricolori e manico costituito dal baton de marèchal (quello di Petain, ovviamente) venne prescelta come emblema del regime collaborazionista di Vichy. Nelle intenzioni, forse, avrebbe dovuto ricordare l'iconografia dei fasci littori mussoliniani. E di sicuro non venne adottata per caso come logo da Ordine Nuovo (quello italico, mentre i loro omologhi francesi di Ordre Nouveau usavano, come già detto, la “croce cerchiata delle ss francesi”). Per gli amanti della storia, va ricordato che la “francisca” era la scure da lancio dei germani occidentali (in pratica un grande tomahawk), introdotta in Gallia dai Franchi (così chiamati, pare, dal nome dell'arma e non viceversa), da cui il nome Francia. Fermo restando che i Franchi erano “germani” e non “celti”, come invece i Galli. Nessuno metterebbe in discussione il fatto che i celti britanni furono invasi dai germanici angli e sassoni. Analogamente, dopo quella romana, i celti della Gallia subirono l'invasione di varie popolazioni germaniche.*** La più duratura fu quella dei Franchi, definitivamente consolidata con Clodoveo, Carlo Martello e Carlo Magno.
Mentre le vere croci celtiche testimoniano della relativamente pacifica diffusione del cristianesimo tra le popolazioni irlandesi, il Carlomagno è passato alla storia per aver sterminato alcuni popoli (come i Sassoni) che non volevano convertirsi al cristianesimo. E sorvoliamo su Roncisvalle, sacrosanta ritorsione dei Baschi al saccheggio di Irunea (Pamplona) operato dai soldati di Carlomagno. Altro che “paladini della cristianità” contro i musulmani (che a Roncisvalle non c'erano proprio). Ma questa è un'altra storia. Così come sarebbe un'altra storia il ruolo dei fascisti italiani nelle squadre della morte parastatali (Ate, Battaglione vasco-spagnolo, Gal...) contro la sinistra indipendentista basca. Sia in epoca franchista che dopo.****
Tornando a Cardini, lo storico fiorentino ammetteva, bontà sua, “un legame sentimentale con il fascismo letterario francese, ma – minimizzava - si tratta di quello a cui aderì Pierre Drieu la Rochelle”. Anche se gli dobbiamo qualche buona lettura (La Valise Vide e Adieu à Gonzague dedicati al dadaista Jacques Rigaut) il poeta e scrittore Drieu è passato alla storia soprattutto in quanto collaborazionista dei nazisti. Definirlo, come si inventa Cardini “molto vicino all'estrema sinistra” è demenziale, oltre che vergognoso. Basti ricordare che nell'ottobre del 1941, insieme a Brasillach, Chardonne, Jouhandeau e altri scrittori francesi, Drieu la Rochelle accolse l'invito di Goebbels e prese parte ad un “Congresso degli intellettuali europei” in Germania. L'incontro si concluse con una visita-premio alla Cancelleria del Reich. Nel 1945, arrestato dalla Resistenza francese, l'autore di Socialisme fasciste, preferì il suicidio alla fucilazione (tentando forse di imitare il gesto di assoluta ribellione compiuto da Rigaut nel novembre 1929).

“CHANTEZ, COMPAGNONS, DANS LA NUIT LA LIBERTE' NOUS ECOUTE”
Scrivendo queste righe non vorrei aver dato l'errata impressione che la terra di Vercingétorix, Saint-Just e Louise Michel abbia contribuito ad alimentare il fascismo in proporzioni analoghe a quanto seppero fare Italia e Germania. In verità la resistenza del popolo francese contro le truppe tedesche di occupazione fu immediata, estesa e ampiamente condivisa, nonostante gli inevitabili casi di collaborazionismo.
E la repressione, ovviamente, fu durissima. Sia nella Francia occupata che nella zona detta “libre” governata dai collaborazionisti Pétain e Laval. Inoltre Alsazia e Lorena vennero annesse al Reich, mentre il Nord e Pas-de-Calais erano controllate direttamente dal comando tedesco di Bruxelles e all'interno della zona occupata lungo le coste e le frontiere si instaurava una ulteriore zone interdite.

Tra i tanti massacri di cui si resero responsabili i nazisti e le milizie collaborazioniste, risalta per efferatezza quello dei “50 otages”, ricordati dall'omonimo monumento sull'Erdre a Nantes. Qui 48 francesi subirono la fucilazione per ordine di Adolf Hitler e del generale Otto vons Stuelpnagel, comandante del “gross Paris”, come rappresaglia per l'uccisione del tenente colonnello tedesco Karl Hotz avvenuta il 20 agosto 1941 in place Louis XVI davanti alla Kommandantur. *****
La lista degli ostaggi venne preparata dall'Alto comando tedesco insieme ai dirigenti francesi collaborazionisti. Il ministro dell'Interno di Pétain, Pierre Pucheu, presentò una lista di 200 nomi di presunti comunisti internati nel campo di concentramento di Chateaubriant a cui il generale von Stuelpnagel aggiunse i nomi di alcuni esponenti della resistenza nantese. A Nantes, la Gestapo e la polizia francese collaborazionista rastrellavano da tempo decine di persone (giovani comunisti e socialisti, sindacalisti cattolici, membri della Jeunesse Ouvrière Catholique, senza partito...) per rinchiuderle nel campo di Chateaubriant. Il gruppo definitivo dei 50 ostaggi sarà composto da 27 comunisti, 18 resistenti detenuti a Nantes (prigione des Rochettes, prigione Lafayette...) e 5 nantesi incarcerati a Parigi.
Il 22 ottobre del 1941, rifiutando di essere bendati, gli ostaggi vennero fucilati a gruppi di quattro; la maggior parte nel “champ de tir du Béle” di Nantes, altri nella cava della Sablière (all'uscita da Chateaubriant) e cinque al Mont-Valérien (Parigi) dove la medesima sorte era toccata il 29 agosto all'ufficiale di marina Honoré d'Estienne d'Orves e dove verrà giustiziato, il 15 dicembre, anche il giornalista comunista Gabriel Péri.
Per un disguido nel coordinamento tra i servizi segreti, due ostaggi scamparono all'esecuzione.
Una successiva esecuzione di altri 50 ostaggi, già prevista, venne sospesa per ordine di von Stuelpnagel preoccupato per l'indignazione suscitata in tutta la Francia. Negli stessi giorni altri cinquanta ostaggi venivano passati per le armi a Bordeaux come rappresaglia per un attentato.
Sempre al Mont-Valérien, il 17 aprile 1942 vennero fucilati 23 resistenti dei Bataillons de la Jeunesse, giovani comunisti arrestati dalla polizia francese collaborazionista e consegnati ai tedeschi. Una loro compagna, Simone Schloss, in quanto donna venne invece decapitata il 2 luglio. Iniziato il 7 aprile alla Maison de la Chimie, il processo si era concluso con la richiesta di 26 condanne a morte. Uno degli imputati venne giudicato passibile soltanto della prigione in quanto non ancora sedicenne, ma suo padre e suo fratello vennero considerati otages e fucilati. Il verdetto venne salutato con favore dalla stampa collaborazionista che in precedenza aveva ripetutamente insultato gli accusati. Gli stessi giornali su cui scrivevano Drieu la Rochelle, Chardonne, Jouhandeau e Céline. Quanto a Robert Brasillach, divenne direttore di uno dei giornali riapparsi con la loro vecchia testata, ma ora al servizio dei tedeschi. Altri direttori di giornali collaborazionisti furono Marcel Déat, Jacques Doriot, Jean Luchaire, Lucien Rebatet... Tutti complici dell'occupante nazista che intanto applicava anche in Francia la “soluzione finale” per gli ebrei. A Parigi il 16 e il 17 luglio 1942 (la rafle du Vel' d'Hiv') alle quattro del mattino, circa 13mila ebrei vennero arrestati dalla polizia francese (e non dalla sola Gestapo come si cercò poi di far credere). Radunati al “vélodrome d'hiver”, vennero inviati in Germania per finire nei campi di sterminio.
Per “mantenere l'ordine interno”, il 31 gennaio 1943 Pierre Laval battezzava la Milice francaise (una derivazione del Service d'ordre légionnaire creato nel 1941) guidata da Joseph Darnand. Nel 1942 erano stati costituiti il Service de police anti-communiste (SPAC), il Service de police des sociétés secrétes (SSS) e la Police aux questions juives (PQJ).
Decisamente collaborazionisti furono anche il Partit populaire francaise (PPF) di Jacques Doriot e il Rassemblement national populaire (RNP) di Marcel Déat che il 5 agosto 1941 crearono una Légion des volontaires francais contre le bolchevisme per inviare combattenti sul fronte dell'Est a fianco dell'esercito tedesco. Alcuni tra i maggiori esponenti del collaborazionismo filonazista (Darnand, Déat, Fernand de Brinon, Bridoux...) costituirono a Sigmaringen una Commission gouvernementale per sorvegliare, per conto dei tedeschi, l'operato di Pétain. Dei quattro citati soltanto Bridoux riuscì a evitare il plotone di esecuzione dopo la Liberazione.
Il 15 gennaio 1943 si apriva il “processo dei 42”. Temendo di alimentare ulteriormente lo sdegno con cui l'opinione pubblica aveva reagito alle fucilazioni del 1941, sia il governo servile e collaborazionista di Vichy (guidato dal marèchal Pétain) che gli occupanti tedeschi cercarono di dare una qualche legittimità a questo ennesimo massacro. Alcuni dei 143 arrestati vennero rilasciati, altri deportati, mentre 45, accusati di essere francs-tireurs e membri di un'organizzazione comunista, compariranno davanti al tribunale militare tedesco di Nantes. Il verdetto (37 condanne a morte) viene reso pubblico il 28 gennaio. Alla lettura della sentenza Henri Adam intonò la Marseillaise ripresa con vigore da tutti i condannati. Il giorno dopo (senza attendere il ricorso degli avvocati) al champ de tir du Béle vennero fucilati i primi nove prigionieri poi sepolti a Sautron.
Il 13 febbraio 1943 altri 25 dei condannati del 28 gennaio vennero giustiziati, mentre gli ultimi tre (Le Paih, Brisson e Coiffé) cadranno sotto i colpi di un plotone di esecuzione tedesco il 7 maggio.
In agosto è la volta di Marcel Hatet, morto per le torture subite nell'hotel de Charette, place Louis XVI, a Nantes. Nel gennaio 1943 era stato invece decapitato in una prigione tedesca (a Colonia) il religioso Jean-Baptiste Legeay, condannato a morte con 27 bretoni nel luglio dell'anno precedente.
Contemporaneamente a quello dei “42”, un processo analogo si era svolto a Rennes contro 29 comunisti guidati da Edouard Hervé, fratello di Raymond. Entrambi verranno fucilati a circa un mese di distanza l'uno dall'altro.
In piena occupazione tedesca di Parigi, il poeta armeno Missak Manouchian, ex operaio alla Citroen, venne incaricato dalla Internazionale comunista di costituire un gruppo clandestino nella capitale. Ne faranno parte giovani polacchi, ungheresi, italiani, cechi, spagnoli, rumeni. Dopo una prima fase dedicata alla distribuzione di volantini contro traditori e collaborazionisti, il gruppo (definito a posteriori un “fronte popolare di immigrati”) iniziò a colpire direttamente le truppe di occupazione. Di questi resistenti (oltre a Manouchian, Simon e Marcel Raynan, Thomas Elek...) 22 verranno fucilati al Monte-Valérien il 21 febbraio 1944. Quindici giorni dopo una donna membro del gruppo sarà decapitata a Stoccarda.
Come hanno ricordato Ramòn Chao e Ignacio Ramonet (Guide de Paris rebelle, Plon 2008) dal febbraio 1999 in rue Groupe-Manouchian 36 (Parigi, 20° arrondissement) è possibile leggere il “Manifesto rosso”scritto da Louis Aragon per celebrare questi martiri della Resistenza. Il nome deriva dal manifesto rosso (stampato in più di 15mila esemplari) affisso sui muri di Parigi il 1 marzo 1944 dalla propaganda nazista dove i partigiani fucilati venivano definiti “armèe du crime”.
Sulla vicenda della 35° Brigata Ftp-Moi (Francs-Tireurs et Partisans-Main-d'Oeuvre Immigrée) Marc Levy, figlio di un esponente della brigata, ha scritto “I figli della libertà” (Rizzoli, 2008).
Da Lucie Aubrac a France Bloch-Sérazin (decapitata il 12 febbraio 1943 a meno di 30 anni), da Charles Tillon alle deportate nacht und nebel Charlotte Delbo (arrestata dalla polizia francese collaborazionista nel 1942) e Germaine Tillion..., è una lista infinita quella dei cittadini francesi appartenenti al “peuple de la nuit” che osarono ribellarsi in nome della loro coscienza contro l'ordine imposto dagli invasori nazisti. Basti pensare a Jean Moulin, presidente del Consiglio nazionale della Resistenza e Compagnon de la Libération, torturato e assassinato dai nazisti nel 1943; a Bertie Albrecht già sostenitrice del Fronte popolare. Arrestata una prima volta nel 1942, riuscì ad evadere, ma venne nuovamente catturata nel maggio 1943 e morì nel carcere di Fresnes dopo essere stata torturata; allo studente Libertaire Rutigliano, torturato e assassinato sotto gli occhi del padre, nella sede della Gestapo in Place Marèchal Foch, a Nantes (aprile 1944).
Victor Basch, presidente della “Ligue des droits de l'homme”, presidente del “Comité pour le Rassemblement populaire” (da cui nacque il “Front Populaire”), venne assassinato con la moglie il 10 gennaio 1944 da alcuni miliziani collaborazionisti (tra cui Lécussan) della Milice francaise. In quanto ebreo e “franc-macon”, Basch rappresentava una sintesi di quanto i nazisti e i loro servi- come appunto i già citati Drieu la Rochelle e Brasillach - odiavano maggiormente. Vittime della stessa organizzazione collaborazionista fondata da Laval, anche Maurice Sarraut, l'ex ministro Jean Zay e George Mandel.
Tra i criminali di guerra nazisti si distinse un ufficiale della Gestapo, Klaus Barbie (il “macellaio di Lione”) responsabile della morte di centinaia di ebrei e partigiani. Dopo la guerra fuggì in Sudamerica dove collaborò con vari regimi e con la CIA (avrebbe avuto un ruolo non secondario nella cattura di Ernesto Che Guevara) fino a quando nel 1983 non venne estradato in Francia e condannato all'ergastolo.
Rappresaglie ed esecuzioni sommarie, opera sia dei tedeschi che dei collaborazionisti (polizia di Vichy, Milice e Franc-gardes) aumentarono man mano che i nazisti perdevano terreno, soprattutto dopo l'ordine di ripiegamento del 6 giugno 1944. Degli oltre 65mila deportati francesi non-ebrei (in gran parte politici, identificati dal triangle rouge) meno della metà fece ritorno in Francia
Non mancarono poi stragi indiscriminate in stile Marzabotto. Nel giugno del 1944 a Oradour-sur-Glane la divisione SS Das Reich (nel tentativo di riprendere il controllo della Normandia) fece radunare tutti gli abitanti nella piazza. Centinaia di civili (in gran parte donne e bambini, anche una famiglia di emigrati dal padovano) vennero rinchiusi nella chiesa poi data alle fiamme. Chi tentava di scappare veniva mitragliato. Bilancio: 642 morti, la maggior parte carbonizzati.
Mentre nel Vercors (luglio del 1944) era in corso una dura battaglia tra circa 8mila maquisards e più di 30mila tedeschi, coadiuvati dalle milizie collaborazioniste di Darnand, le SS distrussero Vassieux massacrando un'ottantina di abitanti . Qualche giorno dopo i nazisti scoprirono alcuni sopravvissuti nascosti in una grotta e completarono l'opera. Tra le vittime anche un gesuita e due medici che curavano i feriti.
Nel febbraio 1945 i combattenti francesi guidati da De Lattre entreranno nel “campo di rappresaglia” di Struthof (nei Vosgi) completamente vuoto. In quello che sarà definito “l'enfer de l'Alsace” erano stati sterminati migliaia di resistenti.
Come antidoto ai “legami sentimentali con il fascismo francese” rivendicati da qualche esponente nostrano della “Nuova Destra”, direi che può bastare.

UN SIMBOLO DEI COLLABORAZIONISTI
E' possibile che la “croce cerchiata delle ss francesi”, adottata nel 1944 come mostrina speciale per la “Compagnia Flak”, venisse scelta in quanto “simbolo imperiale” usato prima da Costantino e poi da Carlomagno. Quindi, volendo cavillare, di origine o romana o germanica, non celtica. Comunque ottimo per il Terzo Reich!
La “Compagnia Flack” (composta da volontari francesi delle waffen-ss) era una unità della Charlemagne quando questa era ancora una brigata (in seguito divenne una divisione). La Flack venne impiegata a Monaco nella difesa contraerea e la Charlemagne combatté a Berlino attorno al bunker di Hitler. A voler essere pignoli, non è il simbolo in quanto tale ad essere scippato, ma la sua denominazione. Chiamarla “celtica” rappresenta un mascheramento sulla sua vera origine, oltre che un'offesa nei riguardi dei Celti. Brave persone, tutto sommato, in quanto si opposero valorosamente all'imperialismo romano (gli statunitensi di allora).
Chi ha scelto quel simbolo (ribadisco: la “croce cerchiata delle ss francesi”, abusivamente chiamata “celtica”) sapeva bene cosa rappresentava! Con il precedente storico della Charlemagne posta a difendere il bunker di Hitler, appare chiaro perché nell'immediato dopoguerra diventasse l'emblema preferito delle organizzazioni francesi neonaziste e neofasciste che, idealmente, da quel bunker intendevano ripartire. Un ex appartenente alla Charlemagne, René Binet, editore del bollettino Le combattant europeèn (esplicito richiamo alla pubblicazione dei volontari francesi nelle SS) e di testi apertamente razzisti come Thèorie du racisme e Contribution à une èthique raciste, lo riesumò per identificare alcuni movimenti via via fondati. Nel 1946 il Parti republicain d'union populaire e successivamente l'ambiguo (anche nel nome) Mouvement socialiste d'unité francaise sciolto nel 1949 per “incitamento alla violenza razzista”. Nello stesso anno divenne il logo di Jeune Nation. Fondata dai fratelli Sidos, Jeune Nation propugnava uno stato totalitario inspirato al fascismo e si distinse per le sue spedizioni squadristiche contro le sedi dei partiti di sinistra. Negli anni cinquanta rappresentò l'approdo di molti veterani della guerra coloniale di Indocina. Venne sciolta dal governo nel 1958 dopo un attentato contro l'Assemblea Nazionale. Il simbolo venne utilizzato anche in Belgio dal Pnf. In Francia venne ripreso dal Parti Nationaliste costituito nel 1958 dai reduci di J.N. e in seguito dal Front de l'Algerie francaise e dal Front national pour l'Algerie francaise sotto la guida di Jean- Marie Le Pen. La maggior parte degli aderenti entrerà poi nell'Organisation de l'armèe secrète (Oas), l'organizzazione dei pieds-noirs, i coloni francesi in Algeria. Il gruppo terroristico, contrario alla decolonizzazione, venne fondato a Madrid nel 1961 da Jean-Jacques Susine e Pierre Lagaillarde. Passerà alla storia, tra gli altri misfatti, per il putsch d'Algeri (v. il generale Salan). Ogni slogan tracciato dall'Oas sui muri di Algeri era regolarmente accompagnato dalla “croce cerchiata delle ss francesi”. A causa degli attentati dell'Oas, tra il maggio 1961 e il settembre e il settembre 1962, vennero uccise circa 2700 persone, di cui 2400 erano algerini. Da una costola dell'Oas nacque a Lisbona l'Aginter Press che operò soprattutto in Africa inviando fascisti francesi, belgi e italiani (tra cui Concutelli) e agenti segreti (portoghesi e statunitensi) in Congo, Angola e Namibia (invasa dall'esercito del Sudafrica che vi aveva introdotto l'apartheid) contro le lotte di liberazione di Frelimo, Paigc, Anc, Mpla, Swapo...
In collaborazione con la CIA e con il regime portoghese, l'Aginter Press si rese responsabile nel 1969 dell'assassinio di Eduardo Chivambo Mondlane, presidente del Frente de Libertacao de Mocambique (Frelimo) e nel 1973 di quello di Amilcar Cabral, segretario generale del Partido Africano da Independencia da Guiné Bissau e Cabo Verde (PAIGC). Dopo il 1975, miliziani europei presero parte ai massacri operati dall'esercito di Pretoria in Namibia e Angola e non si esclude una partecipazione dell'Aginter Press all'assassinio delle esponenti antiapartheid Ruth First e Janette Curtis (entrambe con un pacco-bomba) che si erano rifugiate, rispettivamente, in Mozambico e Angola. Come è noto l'Aginter Press svolse un ruolo non indifferente nella “strategia della tensione” che insanguinò l'Italia da Piazza Fontana in poi.
Intanto nell'Esagono il controverso simbolo veniva ereditato da Ordre Nouveau. Attualmente quella che andrebbe sistematicamente definita “croce cerchiata delle ss francesi” viene chiamata Keltenkreuz (“croce celta”) dai gruppi tedeschi che la utilizzano al posto della svastica con l'aquila nazista sovrapposta. Esistono poi altre denominazioni, più o meno pittoresche e new age. Per quanto mi riguarda, ripeto, l'autentica “croce celtica”, è solo quella storica di cimiteri, chiese, manoscritti e murales irlandesi.
Nelle manifestazioni di Forza Nuova (erede di Terza Posizione ?) sono ricomparsi altri simboli inseriti nel cerchio bianco della bandiera rossa (identica a quella nazista e a quella dei razzisti sudafricani con svastica a tre braccia). Oltre alla “croce cerchiata delle ss francesi” sono state riesumate la runa “dente di lupo” (wolf sangel) già usata da Tp e quella adottata da Avanguardia nazionale (l'organizzazione di Stefano Delle Chiaie). Il simbolo di Avanguardia nazionale sarebbe la “runa Othala” (Runa di Odal, Odalrune, di matrice scandinava, non celtica). Nell'originale, un rombo con i lati inferiori allungati. I seguaci di Delle Chiaie la disegnavano con i lati inferiori allungati e ritorti, nella versione già utilizzata dalle Waffen-ss “SS Gebirg-Division Prinz Eugen”, mentre i fascisti cileni degli anni settanta (quelli che favorirono il golpe di Pinochet) la utilizzavano nella forma originale.
Una runa identica a quella di Avanguardia nazionale, ma rovesciata con le punte verso l'alto, identificava il Rassemblement national populaire (RNP) di Marcel Déat (fucilato dopo la Liberazione) quello stesso che, insieme a Jacques Doriot del Parti populaire francais (PPF, v. l'osservazione di Cardini sulla “francisca”), costituì nell'agosto 1941 la Légion des volontaires francais contre le bolchevisme. Come ho detto, anche l'ascia bipenne adottata da “Ordine Nuovo” (Rauti, Signorelli, Concutelli) era un simbolo del collaborazionismo francese (identica a quella del maresciallo Petain e di Vichy), sebbene gli ordinovisti cercassero di nobilitarla con richiami agli etruschi o all'antica civiltà cretese. Probabilmente, vietati l'uso della svastica e del fascio littorio, i nostalgici nostrani ricorrevano ad una forma di mimetismo (camouflage) prendendo in prestito la simbologia dei loro camerati d'oltralpe. L'origine di questa importazione andrebbe cercata nei rapporti tra neofascismo italiano e gruppi della destra francese (oltre a Jeune Europe anche Lutte du Peuple), specializzati nell'opera di “intossicazione” a sinistra usando la carta dell'antimperialismo e della liberazione nazionale. Niente male per gente che aveva collaborato con l'OAS contro gli indipendentisti algerini!
FASCISTI CON “AL KATAEB”
Stando a quanto scrivono gli interessati, negli anni settanta alcuni esponenti di Jeune Europe sarebbero andati in Libano per combattere a fianco dell'OLP. Invece, come è noto, i fascisti italiani (non solo quelli dei NAR, i Nuclei armati rivoluzionari, di estrema destra, legati ai servizi e, forse, braccio armato della P2) in genere si schieravano con al-Kataeb (la Falange), il partito dei maroniti di destra, fondato nel 1936 da Pierre Gemayel al suo ritorno da un viaggio nella Germania nazista. Secondo Stuart Christie (“Stefano delle Chiaie – Portrait of a black terrorist“, anarchy magazine/refract publications, London 1984) avrebbero preso parte ad azioni contro i palestinesi (viene citato Walter Sordi). Mario Caprara e Gianluca Semprini, autori di “Destra estrema e criminale” (Newton Compton ed. 2009), nel capitolo dedicato ad Alessandro Alibrandi, riportavano un'intervista di Panorama a Signorelli, scomparso qualche anno fa. Secondo Signorelli: “i valorosi camerati italiani hanno aiutato la milizia di Gemayel combattendo al loro fianco nella battaglia di Tel Znatar (sic)”.
E' possibile che i due autori abbiano fatto un po' di confusione e citato l'intervista sbagliata. Probabilmente Signorelli parlava degli avvenimenti di Tel al Zaatar (nel settore cristiano di Beirut) che risalgono al 12 agosto 1976. All'epoca dell'intervento militare della Siria in Libano (in favore dei falangisti) Alibrandi si trovava ancora in Italia. Comunque, più che di una battaglia bisognerebbe parlare di assedio (durato 52 giorni) e di un brutale massacro. Anche nei confronti dei feriti, nonostante l'intervento della Croce Rossa. A Tel al Zaatar l'esercito siriano (penetrato in Libano nel giugno 1976) si comportò come qualche anno dopo quello israeliano a Sabra e Chatila, con un ruolo di copertura e appoggio ai miliziani maroniti cui toccò il lavoro sporco. Resta l'incertezza sul numero esatto delle vittime, da 1500 a 3000. Con i falangisti, oltre ai neofascisti italiani, militanti francesi dei Groupes d'Action Jeunesse, spagnoli di Fuerza Jòven, fiamminghi del Vlaamsa Militantenorde (Vmo) e tedeschi di estrema destra dell'organizzazione di Karl Heinz Hoffman. Dalla parte dei palestinesi, baschi e irlandesi, presumibilmente legati all'Eta e all'Ira. Durante l'operazione “Pace in Galilea” alcuni combattenti irlandesi vennero catturati dall'esercito israeliano e consegnati alla Corona britannica.
Molti repubblicani irlandesi avevano combattuto nelle Brigate Internazionali durante la Guerra Civile spagnola. Alcuni sono ricordati nella lapide per i caduti della battaglia di Brunete (8-9 luglio 1938), altri (come Tommy Patten, caduto a Madrid verso la fine 1936, quasi contemporaneamente a Buenaventura Durruti) al memoriale dell'isola di Achill in Irlanda. Quanto alla partecipazione di alcuni irlandesi alla Guerra di Spagna dalla parte dei franchisti (spinti dalle prediche di qualche prete esaltato che vedeva in Franco un “crociato” della religione cattolica), non è mai stata rimossa dal Movimento repubblicano, ma sicuramente denigrata e combattuta. Basterebbe riascoltare la canzoni di Christy Moore “Viva la Quinta Brigada!”. Parlando dei volontari nelle Brigate Internazionali ha scritto:
“Vennero per resistere accanto al popolo spagnolo,
per cercare di spezzare la marea montante fascista. 
Gli alleati di Franco erano i ricchi e i potenti,
gli uomini di Frank Ryan vennero dall’altra parte

. Anche le olive sanguinavano
 mentre la battaglia di Madrid stava infuriando.
 Verità e amore contro la forza del male,
fratellanza contro la cricca fascista. 

Viva la Quinta Brigada,
“No pasarán” era l’impegno che li faceva combattere
“Adelante” è il grido intorno alle colline,
 ricordiamoli tutti stasera”.
Mentre più avanti così si esprime nei confronti dei filo-fascisti:“ Altri irlandesi risposero all’appello di Franco 
e si unirono a Hitler e anche a Mussolini. La propaganda dal pulpito e dai giornali 
aiutò O’Duffy ad arruolare la sua ciurma

. Da Maynooth venne lo slogan: “Aiutate i nazisti”
e il clero ne fece un’altra sbagliata
 quando i vescovi benedissero le Camicie Blu a Laoghaire
 mentre salpavano per la Spagna sotto la svastica”.
Per concludere: “Questa canzone è un tributo a Frank Ryan, 
a Kit Conway e anche a Dinny Coady, 
a Peter Daly, Charlie Regan e Hugh Bonar
anche. Se tanti morirono, ne so nominare solo pochi. 

Danny Boyle, Blaser-Brown e Charlie Donnelly, 
Liam Tumilson e Jim Straney da Falls Road, 
Jack Nalty, Tommy Patton e Frank Conroy
, Jim Foley, Tony Fox e Dick O'Neill”.

Alla fine della seconda guerra mondiale, l'Irish Republican Army addestrava militarmente, contro gli inglesi, gli ebrei scampati all'Olocausto. Tutto questo va ribadito per ridimensionare l'entità, ampiamente sovradimensionata dalla destra, sui rapporti (in chiave anti-inglese) intercorsi tra alcuni elementi repubblicani e i servizi segreti tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Due esponenti dell'Ira, catturati dai franchisti mentre combattevano con le Brigate internazionali, sarebbero stati rimpatriati grazie all'intervento tedesco (forse con un sommergibile). Alcune azioni dell'Ira a Londra durante la “battaglia d'Inghilterra” hanno alimentato l'ipotesi di una possibile collaborazione con la Germania.
L'ossessione di certa destra (da On a Tp, fino a Forza nuova) di accreditarsi nei confronti delle lotte di liberazione nazionale è stata, in genere, mal corrisposta. Ancora nel 1985, avevo chiesto a Bernadette Devlin la sua opinione in merito alla simpatia dimostrata dalla cosiddetta “destra radicale” per la causa irlandese. Mi rispose che “di sicuro sono simpatie a senso unico”.
Con la presentazione ufficiale del libro di Calamati, McKeawn e O'Hearn sotto le insegne del Parlamento europeo la vecchia questione era tornata di attualità. A fare gli onori di casa la vicepresidente del Parlamento europeo, Roberta Angelilli, in gioventù vicina a Terza Posizione, poi Segretaria del Fronte della gioventù e deputata europea di An dal 1994. Angelilli era grande amica di Andrea Insabato, il personaggio che il 22 dicembre 2000 rimase ferito nell'esplosione della propria bomba davanti alla redazione de il Manifesto sulle scale della vecchia sede di via Tomacelli.
Un episodio che evocava un altro attentato fascista dell'aprile1973. Nella toilette del treno, il sanbabilino Nico Azzi (con doppia militanza: Msi e “La Fenice” di Rognoni, legata a ON) si fece esplodere un ordigno tra le gambe. Non prima di essersi fatto notare in giro per il treno con Lotta continua in mano. Ai suoi funerali, nel 2007 in Sant'Ambrogio di Milano, erano presenti sia Forza Nuova che i fratelli Larussa.
Durante la sua permanenza al Policlinico Gemelli e in carcere (molto breve, anche perché quelli del Manifesto, forse mossi a compassione, non si costituirono parte civile), Insabato ha scritto un memoriale dove trova il tempo per vantarsi delle sue “duecento conquiste di letto”. Numerose, precisa, anche durante la latitanza londinese (vedi sopra).
Il “paladino di Dio” (per autodefinizione) ricordava affettuosamente l'amica Roberta Angelilli, la sua “prima tifosa di tutte le udienze” nei processi che lo vedevano imputato in quanto esponente di Terza Posizione (capozona alla Balduina).
L'Angelilli è nota per aver definito i partigiani “assassini”, non riuscendo evidentemente a cogliere l'analogia tra la lotta di liberazione del 1943-45 contro i nazisti e quella irlandese contro l'occupazione britannica (e nemmeno l'analogia tra i collaborazionisti fascisti repubblichini e quelli “lealisti” protestanti). Dal libro di Caldiron “La destra plurale” (manifestolibri 2001), si ricava che porta al collo una “croce cerchiata delle ss francesi”. D'argento, noblesse oblige.
L'attentato a il manifesto sembrava diretto in particolare contro Stefano Chiarini che si occupava della questione palestinese e con cui Insabato cercava da tempo di entrare in contatto. In precedenza Chiarini si era dedicato all'Irlanda, sia come editore che come giornalista. La sua Gamberetti Editrice aveva pubblicato “Strade di Belfast” di Gerry Adams e alcuni romanzi (“La seconda prigione”) di Ronan Bennet, un ex prigioniero politico repubblicano.
Oltre ad aver pubblicato sul “quotidiano comunista” decine di articoli riguardanti la questione irlandese, Chiarini aveva collaborato alla realizzazione di un dossier (“La verità la prima vittima”, supplemento al n.1 de “I diritti dei popoli”, 1985) sulle violazioni dei diritti umani in Irlanda del Nord. Insieme a Gianni Palumbo, Giovanni Bianconi e Silvia Calamati, autrice di Il diario di Bobby Sands – storia di un ragazzo irlandese.
Alla presentazione del libro su Bobby Sands, insieme all'Angelilli, presenziava l'esponente di “Azione giovani” Tommaso della Longa, all'epoca collaboratore di varie pubblicazioni di estrema destra tra cui “Area” e “Rinascita” (in qualità di capo servizio esteri). Sul giornale della soi disant “Sinistra nazionale” (in realtà di estrema destra), si ironizzava su clandestini, immigrati e sindacati di base. Elogi nostalgici invece per la “leggendaria” marcia su Roma del '22. Della Longa collaborava anche a “Il Riformista” durante la direzione di Antonio Polito. Grazie ai buoni rapporti con Rocca, era diventato portavoce della Croce Rossa (v. i comunicati dell'Ufficio stampa della C.R). Se ne era parlato all'epoca dell'assunzione di alcuni neofascisti alla C.R. (segnalo su Indymedia “Sembra un ministero, è la Croce Rossa...uncinata”). Altra coincidenza, nel 2008 arrivava alla dirigenza della C.R. la moglie del Polito, Patrizia Ravaioli. .
A questo punto, visto che qui si parla di hunger strikers, ricordo che Antonio Polito, ex direttore de “Il Riformista”, è quel giornalista che durante lo sciopero della fame contro la vivisezione del prigioniero antispecista Barry Horne (anarchico e negli anni ottanta militante dei gruppi di solidarietà con i prigionieri politici irlandesi) faceva dell'ironia nei suoi articoli pubblicati su “la Repubblica”. In sostanza diceva che stava fingendo, che mangiava di nascosto, che era un esaltato... Poi Barry Horne è morto nel modo che sappiamo. E Polito, che io sappia, non ha mai chiesto scusa. Ancora prima della morte di Barry, i suoi articoli mi erano apparsi “pilotati”. Coincidenze. O, forse, analogie.
La vicenda di Sands e degli altri nove repubblicani morti nel 1981 ha rappresentato nel tempo una testimonianza contro le carceri speciali, contro la tortura e contro la legislazione d'emergenza. Un“grido contro l'ingiustizia”, così come la resistenza popolare, in tutte le sue molteplici forme, nei quartieri proletari di Derry e Belfast, dal Bogside a Falls road, tra gli anni sessanta e novanta.
Le destre estreme hanno tentato di appropriarsene come avevano fatto con le lotte contro il nucleare e contro la globalizzazione, con l'ecologia e, più recentemente, anche con la liberazione animale. Un gruppo animalista del nord-est, fondato da un ex di Forza Nuova, aveva tentato di appropriarsi della memoria dell'antispecista anarchico Barry Horne. Al di là del folclore, a naso, si intravede un metodo che ricorda le infiltrazioni degli anni sessanta (e, fatte le debite proporzioni, anche alcune ambigue posizioni dei “Corpi franchi” in Germania nel primo dopoguerra).
Sia ben chiaro. Siamo in democrazia, (anche se certamente non per merito dei fascisti) e, per quanto mi riguarda, ognuno è libero di usare i simboli che vuole. Ma senza ambiguità e chiamando le cose con il loro nome. Bobby Sands era comunque uno di sinistra, un compagno. I suoi riferimenti, oltre a Connolly e Pearse, sono stati Che Guevara, Malcom X e George Jackson (quello dei fratelli di Soledad), gli antifranchisti baschi Txiki e Otaegi fucilati nel 1975. Non certo Codreanu o Degrelle. Non si può escludere che qualche militante di destra sia in buona fede quando esprime ammirazione per gli hunger strikers. In questo caso dovrebbe riconoscere che l'antimperialismo, l'amore per la giustizia e la libertà, il rispetto per le lotte di liberazione degli oppressi (di tutti gli oppressi, s'intende) sono incompatibili con le idee totalitarie, autoritarie e gerarchiche (anche quando si dicono “di sinistra”, Stalin docet). E quindi incompatibili con il fascismo.
Cassandra mio malgrado, agli inizi del 2011 avevo scritto “ nel trentesimo anniversario della morte dei dieci hunger strikers, sarebbe inconcepibile dover assistere alla partecipazione di neofascisti e neonazisti alle commemorazioni. Dopo la presentazione ufficiale del libro“Il diario di Bobby Sands – storia di un ragazzo irlandese” (comunque un buon libro) da parte di Roberta Angelilli, tutto diventa possibile”. Purtroppo avevo ragione: nel maggio 2011 alle manifestazioni in memoria di Bobby Sands e degli altri hunger strikers hanno partecipato i neofascisti di Casa Pound, a fianco degli inconsapevoli militanti del Sinn Fein, ostentando il manifesto con la foto di Bobby Sands e diffondendo poi le immagini su Internet.
Ripeto, nessun dubbio sull'onestà intellettuale dei tre autori, ma forse qualcuno dovrebbe aggiornare i repubblicani irlandesi. Fermo restando che queste ambiguità e contaminazioni restano, purtroppo, un fenomeno tipico del nostro Paese, almeno dagli anni sessanta.

Gianni Sartori (osservatore internazionale, per conto della Lega internazionale per i diritti e la liberazione dei popoli, al processo di Madrid del 1997 contro Herri Batasuna)


* Per quanto riguarda Rao, va aggiunto che il titolo stesso dei suoi libri (“La fiamma e la celtica”,“Il sangue e la celtica”...) contribuisce ad alimentare l'equivoco.

**dati i rapporti intercorsi tra fascisti italiani latitanti a Londra e servizi segreti inglesi, non si escludono tentativi di infiltrazione nel movimento repubblicano.
***breve nota quasi storica
Dopo Alesia e l'imprigionamento di Vercingetorix (assassinato a Roma sei anni dopo), la resistenza organizzata dei Galli contro Roma sembrò esaurirsi nel 51 a.C. A Uxellodunum, Giulio Cesare fece tagliare le mani agli ultimi irriducibili. Gutuater, considerato il capo religioso della ribellione, venne ucciso dopo atroci torture. Nel 21 d.C. scoppiò una rivolta guidata da Julius Sacrovir che, sconfitto, morirà gettandosi tra le fiamme per non consegnarsi ai romani. Nel 69 d. C. è Civilis a ribellarsi con la propria guarnigione. Al suo fianco, oltre a molti druidi, una profetessa, Velléda e due eminenti cittadini di Langres, Julius Sabinus e la sua sposa Eponina. Divisioni interne tra i Galli, oltre alla diffidenza della popolazione nei confronti di Civilis e degli altri capi della rivolta, porteranno all'ennesima sconfitta. Trascinati a Roma, Sabinus e la moglie verranno fatti uccidere da Vespasiano e i loro figli affidati a famiglie romane. Per altri due secoli in Gallia regnerà la “pax romana”. Nel 258 franchi e alemanni, popolazioni germaniche, varcano il Reno e invadono la Gallia. A migliaia i contadini fuggono nelle foreste dove per sopravvivere costituiscono gruppi armati, le bagaudes. Tra i loro capi emerge Elien. Quando l'imperatore Diocleziano invia truppe con l'incarico di sterminare questi ribelli, Elien stringe un'alleanza con Amandus, comandante di origine gallica della guarnigione di Bourges. Dopo la morte di Elien, anche Amandus viene sconfitto e ucciso nel corso di una battaglia sulle rive della Loira. Mentre l'impero romano va disgregandosi, la Gallia subisce nuove invasioni di vandali, burgundi, visigoti e ancora franchi. Nell'ultimo giorno dell'anno 406, vandali, svevi e alani valicano il Reno ghiacciato. Entrati in Gallia, devastano Tournai, Amiens e Arras. Dietro di loro, ancora burgundi e alemanni. Nel 451 anche gli unni superano il Reno, dopo averne “trasformato le foreste della riva in barche” invadendo la Gallia settentrionale. Guidati da Attila, saccheggiano Colmar, Strasbourg, Reims, Besancon e Arras. A Lutezia, la popolazione invece di fuggire organizza la resistenza. Attila si allontana e si dirige verso Orleans che per più di un mese resisterà all'assedio. Il 14 giugno 451, mentre inizia il saccheggio, arriva l'esercito del generale romano Aetius, formato in gran parte da mercenari e da alleati visigoti. Sconfitto, Attila si rifugia a Chalons-sur-Marne (Campi Catalaunici). Con questa battaglia (21 giugno 451) rimangono sul terreno circa sessantamila cadaveri (secondo alcuni autori quasi il triplo) e comincia il declino del “flagello di Dio”. In Occidente si formano vari regni romani-barbarici: visigoti, ostrogoti e, in Gallia, il regno dei franchi. Il resto è storia nota. Da Childerico (capostipite dei Merovingi) a Clovis (Clodoveo I, 465-511). Dopo la sua morte il regno venne diviso in Austrasia, Neustria e Burgundia. Da Charles (Carlo, “dux et princeps francorum”, soprannominato Martello per aver sconfitto pesantemente i saraceni a Poitiers nell'ottobre 732), figlio del maggiordomo d'Austrasia Pépin d'Heristal (Pipino II capostipite dei Carolingi) a Pépin nominato re da un'assemblea di nobili e vescovi nel novembre 751 e morto nel settembre 768. Nel 772 suo figlio Carlomagno organizzerà una prima spedizione contro i sassoni. Dieci anni dopo, la più sanguinosa. Oltre alla decapitazione di 4500 sassoni che rifiutavano di abbandonare la religione tradizionale e convertirsi al cristianesimo, circa 10mila saranno deportati in Gallia.

****Oltre agli interventi non richiesti di Borghezio, noto estimatore dell'ascia bipenne, va ricordato un episodio legato alla Falange (versione italica, non libanese o spagnola). La misteriosa organizzazione parastatale, responsabile negli anni novanta di operazioni che puzzavano di provocazione e servizi segreti, diffuse un comunicato (l'originale mi venne fornito dall'allora senatore Francesco Bortolotto, dei Verdi) in cui si minacciavano i sindaci veneti contrari all'Alta Velocità. Era firmato con la sigla della Falange e una strana aggiunta, un inesistente “gruppo Veneto-Euscadi”, scritto con la “C”. Da notare che in euskara, la lingua basca, questa lettera non esiste, sostituita regolarmente con la “k”. All'epoca, in un articolo cofirmato con Giovanni Giacopuzzi, feci notare la stranezza e suggerii la natura provocatoria del testo (“strategia della tensione a bassa intensità”?). Altra evidente incongruenza, la sinistra abertzale basca si è sempre mobilitata contro l'Alta Velocità (“AHTrik EZ, emaiezu botea!!”).

*****Pare che il commando responsabile dell'azione del 20 ottobre contro Karl Hotz provenisse da Parigi e fosse composto da Gilbert Brustlein, Marcel Bourdarias e da un ex membro delle Brigate Internazionali, Spartaco Guisco.
In precedenza, il 21 agosto, a Parigi alcuni membri dei Bataillon de la Jeunesse, guidato da Pierre Georges (comandante Fabien), avevano ucciso un esponente della Kriegsmarine, Moser, alla stazione del métro Barbès per vendicare due compagni fucilati il 18 dopo aver partecipato ad una manifestazione del P.C.F. Una Cour spéciale condannò a morte, su richiesta dei tedeschi, tre persone già detenute (e che quindi non avevano preso parte all'azione).

******In Bretagna alcune formazioni indipendentiste di destra, comunque minoritarie, presero parte ai rastrellamenti e alle torture contro altri bretoni legati alla Resistenza. E' storicamente accertato (v. gli studi di Kristian Hamon) che i tedeschi finanziarono il Parti national breton (PNB, nato nel 1931, sciolto nel 1939 e rinato alla fine del 1940) per condizionare l'amministrazione di Vichy con la minaccia di una Bretagna indipendente sotto la tutela di Berlino. Studi recenti hanno ridimensionato il numero degli aderenti al PNB (non più di 1500, di cui due-trecento attivisti). All'interno del partito convivevano simpatizzanti sia del nazismo tedesco che del fascismo italiano e anche qualche ammiratore della Falange spagnola. Mentre il principale ideologo del partito, Olier Mondrel, si dichiarava apertamente nazista il presidente (fino al 1944) Raymond Delaporte veniva considerato un “conservateur modéré”. I Bagadoù stourm (“gruppi di combattimento”, sulle loro bandiere il triskell) costituivano il movimento giovanile del PNB e fornirono qualche decina di militanti al Bezen Perrot, una formazione militare fondata da Célestin Lainé dopo l'uccisione dell'abate Perrot, a Scrignac nel dicembre 1943. Sorto come “servizio d'ordine”, ben presto il Bezen Perrot si trasformò in milizia collaborazionista, indossando la divisa germanica, combattendo a fianco dei tedeschi e partecipando a rastrellamenti, interrogatori, torture ed esecuzioni di partigiani. Va sottolineato che l'occupazione nazista incontrò anche in Bretagna una forte opposizione e in varie occasioni (v. a Landerneau nel 1943) la popolazione aveva mostrato disapprovazione per quei militanti di Bagadoù stourm che sfilavano al passo dell'oca e vestiti di nero.
Ordinato sacerdote nel 1903, Jean-Marie Perrot (Yann-Vari Perrot in bretone) aveva vissuto come un abuso il divieto, risalente al 1902, di insegnare il catechismo in bretone. Per salvaguardare la lingua nazionale organizzò a Saint-Vougay (Finistère) un gruppo teatrale (Paotred Sant-Nouga) e in seguito un movimento, Bleun brug (Fiore di brughiera, in riferimento al congresso interceltico di Caernarvon del 1904 che aveva adottato questo fiore come simbolo). Divenuto associazione nel 1912, il Bleun brug rinascerà dopo la guerra, nel 1920. Perrot scrisse anche molti articoli in difesa della lingua bretone, articoli apparsi regolarmente sulla rivista religiosa Feiz ha Breiz (“Fede e Bretagna”). Forse a causa del suo impegno, giudicato eccessivo dalle autorità ecclesiastiche, Perrot verrà assegnato alla parrocchia di Scrignac, notoriamente anticlericale e dove si formerà una consistente presenza di FTP (Francs-Tireurs et Partisans). La vera identità dei suoi uccisori non venne mai definitivamente stabilita. Nel dopoguerra seguaci di De Gaulle e comunisti si rinfacciarono la responsabilità con reciproche accuse, ma non si può nemmeno escludere una responsabilità di quei bretoni che poi gli dedicarono la milizia denominata Bezen Perrot. Poco prima di venir assassinato, l'abate Perrot aveva duramente condannato Cèlestin Lainé per il suo neo-paganesimo. Un altro gruppo paramilitare bretone che prese parte attiva agli interrogatori e alle torture dei partigiani fu il meno conosciuto Kommando Landerneau. A queste formazioni collaborazioniste degli anni quaranta, si richiameranno apertamente gli indipendentisti di estrema destra dell'Adsav.
G.S.

PS per "canzoni contro la guerra". Ma non avevate altro da fare che legittimare la squallida operazione della destra (vecchia o nuova) nei confronti del compagno Bobby Sands?
ciao, GS

Gianni Sartori - 2014/7/19 - 10:02


Io so che cattolicesimo e nazionalismo sono due punti cardini dell'ira e dei ribelli irlandesi.

Guglielmo - 2014/7/20 - 00:18


:P - 2014/7/20 - 03:10


Giusto o sbagliato, tra i tanti percorsi presenti c'è anche "Destra e Reazionarismo contro e nella guerra" e lì dentro ci stanno alcune CCG/AWS provenienti da quel mondo, e questo è quanto.
Saluti

Bernart Bartleby - 2014/7/20 - 08:58


Bravi quelli de La Musica nelle Strade del Regno di Napoli... ma che minkia c'entra?

B.B. - 2014/7/20 - 09:07


Per Gianni Sartori.

Certamente questa canzone si trova all'interno di un percorso discutibile e controverso, quello segnalato da Bernart Bartleby nel commento immediatamente precedente a questo. Però esso è sempre stato inteso tutt'altro che come una "legittimazione" o roba del genere. Nessuna critica e nessun confronto può scaturire dal rifiuto a priori, senza conoscere che cosa a volte viene detto, scritto e cantato da una parte che radicalmente avversa e opposta; si rischia, altrimenti, di cianciare costantemente di "legittimazione di squallide operazioni" senza sapere minimamente in che cosa consistano esattamente, queste operazioni, e come si esplichino. In questo modo abbiamo inteso mettere tutti di fronte alla cosa, senza tanti preamboli e con estrema chiarezza; senza il contatto diretto non è possibile formarsi un'idea chiara e definitiva, e si rischia il perfetto & tipicamente italico costume del sentito dire e della ripetizione a pappagallo di concetti e modi di pensare (una delle caratteristiche di tanto "antifascismo" italiano, che, come ha detto giustamente qualcuno, è il peggior prodotto del fascismo). Quanto a Bobby Sands, siamo sempre stati estremamente limpidi; si veda ad esempio quanto scritto nell'introduzione a The Rhythm of Time di Bobby Sands stesso (e ripetuto nel Blog del sito). Le operazioni di appropriazione da parte della destra fascista italiana e europea sono sì all'ordine del giorno, una costante oserei dire; operazioni che, però, devono a nostro parere essere messe in luce presentandole e non censurandole al grido di "brutti, sporchi e cattivi". E' sempre meglio lasciare a questi signori il compito di dircelo da soli, con le loro stesse parole, quanto siano disonesti e ridicoli (come nel caso di "Casapound", o "Casaclown", o "Ca$adollar") tanto da ricevere, ad esempio, una diffida dalla stessa Bobby Sands Foundation irlandese a suo tempo. Col silenzio e con la censura si rischia invece di legittimarli sul serio, dando loro l'aura di "martiri" e di "ribelli" che ricercano come l'aria. E queste sono tra le motivazioni del percorso di cui anche questa canzone fa parte. Non avevamo altro da fare? Ognuno è chiaramente libero di pensarla come vuole. Ma siamo ragionevolmente certi che parecchie persone si siano formate idee e convinzioni ben precise al riguardo non voltando la testa dall'altra parte e lanciando anatemi precotti, ma constatando esattamente quali siano davvero le "operazioni" di cui parli. E vorrei terminare questo intervento, ancora una volta, con le parole di Bobby Sands stesso:

"Ero soltanto un ragazzo della working class proveniente da un ghetto nazionalista, ma è la repressione che crea lo spirito rivoluzionario della libertà. Io non mi fermerò fino a quando non realizzerò la liberazione del mio paese, fino a che l’Irlanda non diventerà una, sovrana, indipendente, repubblica socialista.”

Saluti e grazie per il tuo intervento.

Riccardo Venturi - 2014/7/20 - 09:50


Butto giù di getto. O non mi sono spiegato bene o non avete capito (o entrambe le cose probabilmente). Sarà che per ragioni anagrafiche ho conosciuto l'epoca dell'infiltrazione e "intossicazione" operata dalla destra e dai servizi negli anni sessanta e settanta (nell'articolo fornivo qualche elemento...). Riempire il loro "vuoto pneumatico" con principi e personaggi di sinistra è stata una costante di fascisti e nazisti v. i "corpi franchi"). Considerare di sinistra Bobby Sands, Patsy O'Hara, M. Devine...penso sia legittimo. Del resto questo mi era stato confermato in varie occasione dagli stessi familiari che ho incontrato sia a Derry che a Belfast negli anni ottanta. Quanto all'antifascismo "peggior prodotto del fascismo" penso non sappiate quello che dite...(e quindi, cristianamente, per stavolta vi perdono).
Comunque grazie per l'ospitalità
ciao e buon lavoro
GS

Gianni Sartori - 2014/7/28 - 15:08


Guarda che non hai capito tu: "antifascismo" era tra virgolette e Riccardo citava Bordiga, mica bruscolini...

B.B. - 2014/7/28 - 15:30


Da ex consiliare avevo apprezzato Bordiga in quanto antistalinista (e ho fatto in tempo a conoscere di persona anche la compagna di Pietro Tresso, quando non andava di moda...), ma comunque non posso scordare che Bordiga ha continuato indisturbato il suo tram-tram (mi pare fosse ingegnere...) in epoca fascista mentre altri finivano al confino e poi in montagna (in gran parte proletari con la 3° o con 5° elementare, come mio padre). In ogni caso la vostra citazione mi è sembrata strumentale e di cattivo gusto, visto cosa circola attualmente (sorvoliamo sull'uso improprio delle virgolette...).
Comunque io a Belfast ci sono andato ancora nel 1981 (e ricordo anche un intervento di Seamus Costelo a Firenze, nel 1972, mi pare...) e non ho visto fascisti nei quartieri cattolici, ma solo proletari incazzati, come in Euskal Herria che conoscevo meglio. Tutta gente con cui ho solidarizzato, sia umanamente che politicamente e in cui (all'epoca facchino e operaio) mi sono riconosciuto...
Diciamo che quello dei fasci mi è sembrato un esproprio...
Comunque per quanto mi riguarda finiamola qui e tanti saluti...(antifascisti, ovviamente).
Ciao
GS

Gianni Sartori - 2014/7/28 - 15:52


scusate ma non capisco da dove nasce tutta la questione: nel testo di questa canzone (per me molto bello) non ci sono riferimenti al fascismo o alla destra.
qui si parla di libertà, un tema che è sempre attuale. mentre continuare a parlare di fascismo e antifascismo nel 2014 è davvero anacronistico.
certe tematiche che appartengono a tutti dovrebbero unire, non dividere! così si fa solo il gioco degli oppressori!

francesco - 2014/9/12 - 09:17


Veramente interessante scoprire che la libertà sia una tematica che appartiene a tutti, anche ai fascisti. Davvero i tempi sono cambiati...

giacomo - 2014/9/12 - 09:21


Infatti i tempi sono cambiati per fortuna. Non si può accusare un gruppo musicale di fascismo solo perchè non allineati a sinistra. Non mi permetterei mai di accusare i Modena City Ramblers di Stalinismo solo perchè nei testi compaiono partigiani e bandiere rosse. Gli Antica affrontano tematiche e valori Europei senza incitamenti all'odio nei confronti di nessuna parte politica. La libertà sta nel poter esprimere le proprie opinioni tranquillamente. Dai commenti di qualcuno denoto però una certa difficoltà a comprendere ciò .

Andrea - 2014/9/12 - 16:52


Un altro brano degli Antica sulla questione irlandese :

Andrea - 2014/9/13 - 15:38


Tanto per curiosità, a chi sarà mai dedicata la canzone su S. Carlos de Bariloche di questi musici tanto apprezzati? A Erich Priebke o al suo camerata Adolf Eichmann? Entrambi, mi risulta, vi soggiornarono a lungo (Eichmann un pò meno..., capita).

Gianni Sartori

Gianni Sartori - 2014/9/13 - 22:06


Infatti giacomo, i tempi sono cambiati, benvenuto nel 2014!
oggi i problemi sono quelli di un modello socio-economico-culturale che sta fagocitando il nostro pianeta, di intere popolazioni che muoiono di fame perchè la finanza speculativa ne fa lo stesso uso che una zecca fa della zampa di un cane, di un'opinione pubblica inesistente e lobotomizzata da un circuito mediatico servo del potere più forte.
e ancora stiamo a perderci dietro alla vecchia storiella dei rossi e neri...
non saremmo più forti se ammainassimo delle bandiere ormai vecchie e logore e combattessimo tutti per ciò che è davvero importante?

p.s. scusate l'off topic, ma mi sembra che la discussione ormai abbia preso questa piega qua.

francesco - 2014/9/15 - 14:49


Scusa Francesco, non ho capito. Cosa proponi una alleanza rosso/bruna per combattere il nuovo ordine mondiale? Mi dispiace di deluderti ma penso che questo genere di alleanze improbabili esistano solo nell'immaginazione di Magdi Allam e di altri consimili venditori di paura.

Ti posso anche concedere che la sinistra più radicale e l'estrema destra concordino nell'individuare una serie di "problemi" come dici tu, tra i quali sicuramente quelli che citi (anche se l'estrema destra cavalca spesso ben altri temi, che condivide con la destra "di governo", quali la lotta all'immigrazione, la difesa della presunte tradizioni religiose e altre boiate del genere)

Ma anche per quanto riguarda i temi che indichi, la differenza c'è ancora - anche nel 2014 - e sta nelle soluzioni proposte. Le mie, quelle di sinistra, sono inclusive, pacifiche (o almeno "la pace tra gli oppressi/la guerra all'oppressor") e costruttive. Quelle dell'estrema destra sono violente, identitarie (volte a dividere le persone mettendole una contro l'altra sulla base di presunte differenze razziali, etniche o religiose) e distruttive. Queste differenze sono sostanziali e non hanno a che vedere con le etichette e le "vecchie storielle dei rossi e neri". Dunque non vedo di quale collaborazione tu stia fantasticando, si tratterà piuttosto di uno scontro.

Comunque restando sull'argomento della canzone presentata in questa pagina ammetto che leggendone il testo potrebbe benissimo essere stata scritta da un gruppo che milita a sinistra e hanno fatto bene gli amministratori ad includerla in questo sito. Tuttavia penso che sia sbagliato chiudere gli occhi sulle simpatie politiche dei suoi autori (e di molti commentatori che si ritrovano qui perché cercano questo genere di gruppi...).

Saluti.

giacomo - 2014/9/15 - 22:26


Sono d'accordo con te, Giacomo, le differenze esistono eccome.
Il problema è che la sinistra di cui parli non ha quasi più voce in capitolo, mentre la destra nazionalista e xenofoba miete sempre più consensi, di volta in volta contenuta o accarezzata dai regimi che ci governano, liberal-conservatori o social-democratici che siano...
In una cosa penso tu abbia ragione: si va verso lo scontro, ma non credo - ahinoi - che evoluzione ed esito saranno tanto diversi da quanto accaduto all'epoca di Weimar.

Bernart Bartleby - 2014/9/17 - 08:06


Preso per assunto che Giacomo ha sintetizzato il tutto alla perfezione, si potrebbe dire -e in questo caso so di riuscire ad essere anche più pessimista di te, Bartleby- che l'evoluzione e l'esito sono andati ben oltre la Germania weimariana. Viviamo in un nazifascismo talmente diffuso, ora come ora, che non c'è neppure più bisogno dei grandi dittatori e delle "figure carismatiche"; il "grande dittatore" è, casomai, un dittatore sistemico (che lo si voglia chiamare "mercato" o "capitalismo"), e chi tira le leve non sono più, comunque, figure "politiche"; la politica, così come la si è intesa nel XX secolo, è morta e sepolta. In questo panorama, poiché al contempo il capitalismo-padrone assoluto vive una crisi profondissima e, forse, finale, è addirittura logico che il tutto si esprima attraverso un totalitarismo mascherato da "democrazia", dove le "istituzioni" altro non sono che esecutrici e sono preposte invariabilmente agli antidoti più efficaci: il controllo capillare e la guerra. Guerra continua, guerra tra poveri, "scontri di civiltà", "lotte al terrorismo", xenofobia, violenza razzista e quant'altro. Si tratta di un fascismo che, volendo, non avrebbe neppure più bisogno dei fascisti; tanto è vero che, tutto sommato, nei paesi "democratici" i gruppi di estrema destra autentica sono abbastanza sparuti. Le formazioni di destra che ambiscono al potere si presentano, e si "evolvono", in senso "democratico", "presentabile", fanno "proposte" e creano "alternative" appetibili (caso tipico: il Front National francese, che da partito parafascista è adesso diventato un partito che si propone come "guida dei francesi", e ci riuscirà probabilmente; ma si veda anche il gran successo del partito xenofobo e razzista svedese, che non a caso si chiama "Sveriges Demokraterna", ovvero "Democratici Svedesi"). "Democratici" sono oramai tutti: dai razzisti xenofobi svedesi al Fronte Nazionale, dal blob renziano alla "sinistra radicale" di Tsipras. In tutto questo, visto che in questa pagina si parla di "differenze", sarebbe bene non avere comunque gli occhi foderati di prosciutto e avercele ben presenti, queste differenze. Prima fra tutte che i fascisti, "doc" o mascherati, continuano imperterriti a fare quello che hanno sempre fatto: essere il braccio armato del capitale, creando confusioni e inserendosi in lotte e in storie che non appartengono loro. Esiste un fascista che, sin dall'inizio, non ha detto di essere un "rivoluzionario" e di "lottare contro il sistema"? Esiste un fascista che non sia anche un populista (e, in questo, ad esempio Beppe Grillo è un fascista paradigmatico!)? Il capitale si serve, da sempre, del fascismo "doc" a suo piacimento, ordinandogli di pestare quando serve e di fare il "democratico" quando è il caso; il tutto per creare controllo poliziesco, confusione e guerre tra proletari, perché coi proletari che si scannano in nome dello "straniero" e del "diverso" si domina molto meglio. La "sinistra che non ha voce in capitolo", a parte alcune rare eccezioni, ha perso di vista tutto questo; anche perché, va detto, sono le classi più basse che hanno a che fare ad esempio con l'immigrazione; gli immigrati mica stanno nei quartieri ricchi delle città, stanno nei quartieri popolari. Quindi colgo l'occasione per ripeterlo, invitando tutti e non cadere nella solita solfa che ci viene ammannita a ogni pie' sospinto non soltanto dal fascista di turno. La differenza, quella vera, è che il fascista è e rimane un servo del padrone. A esclusivo vantaggio del padrone va tutto ciò che fa e che dice. Può restare com'è o riciclarsi sotto altri nomi e etichette (comprese quelle "democratiche"), ma fascismo resta; si vedano i "rivoluzionari" di Alba Dorata, che al momento giusto hanno sostenuto i grossi armatori greci (che li finanziano), gli stessi che a suo tempo finanziarono la giunta dei Colonnelli.

Ciononostante, è chiaro, se dovesse risultare utile al grande capitale, così come lo fu in Italia nel '21/'22 e in Germania nei primi anni '30 del XX secolo, non è certo escluso che qualche "grande dittatore" possa rispuntare fuori. A tale riguardo consiglierei la lettura di un libro che ha avuto grande successo in Germania, Lui è tornato (in tedesco: Er ist wieder da) di Timur Vermes. Un mattino d'estate del 2011, a Berlino, un tizio si risveglia, si scuote gli abiti che puzzano di benzina e ricomincia la sua vita: è Adolf Hitler. Il quale, senza nascondersi, va tranquillo a ripigliarsi la Germania servendosi della TV e dei media moderni. Fatto saliente, è che viene proposto come comico televisivo. Attenti ai comici; il popolo è un bambino, ha bisogno di tette, pallone e risatone.

Riccardo Venturi - 2014/9/17 - 09:29


giacomo quello che mi auguro io non è un'alleanza "rosso-bruna" per combattere insieme determinate battaglie, bensì un superamento degli steccati ideologici da parte delle persone. e intendo proprio dei singoli individui. il concetto stesso di alleanza presuppone un compromesso limitato nel tempo o nel campo d'azione che non mette in discussione le convinzioni di base.
con questo non voglio dire che chi crede in qualcosa debba rinnegare le proprie convinzioni, ma quantomeno è opportuno un confronto interiore per valutare la priorità e l'importanza delle proprie idee cardine rispetto alle esigenze che ci sono oggi.
sarebbe bello che le differenze fra le varie soluzioni proposte fossero una risultanza della cultura e dell'animo delle persone, non che fossero indotti dai binari in cui, anche inconsciamente, le ideologie ci incanalano.

francesco - 2014/9/18 - 11:08


Lo so, non meriterebbero tanta attenzione. Ma, cristo!, sono veramente "senza alcun pudore" (proprio come recita un loro pezzo).
Si sono appropriati perfino di una canzone basca ("Askatasunaren haizea") dedicata ai prigionieri politici (baschi, ca va sans dire). Consiglio il video di Koiuntura con Gernika bombardata dai nazisti (ma il primo giro lo avevano eseguito i savoia-marchetti italiani mitragliando la folla al mercato), i seminaristi baschi condotti alla fucilazione dai franchisti, i funerali di Kirruli con la bara letteralmente assaltata dalla Guardia Civil, Lasa e Zabala sequestrati , torturati e assassinati dai GAL (con cui collaborarono molti neofascisti italiani)...
E questi spudorati di antica tradizione ne hanno fatto una canzone dedicata ai reduci delle guerre coloniali di Mussolini (v. "mietitore di eroi").

Allego il testo di "Askatasunaren haizea" ricordando che l'espressione "Vento di libertà" è carica di significato per i baschi. Era l'estremo messaggio lasciato al fratello Mikel dal Txiki (Juan Paredes Manot) il 27 settembre 1975. Mikel era presente al momento della fucilazione e mi raccontò di come prima della scarica finale Txiki ebbe la forza di gridare "iraultza ala hill !-Gora Euskadi askatuta!" per poi intonare l'Eusko Gudariak, l'inno dei gudaris antifranchisti. Questi i versi scritti nel biglietto (e ora scolpiti sulla sua tomba a Zarautz):
"Manana cuando yo muere. no me vengais a llorar, nunca estaré bajo tierra, soy viento de libertà"
Insomma, un poco di rispetto e: fascisti, giù le mani da Euskal Herria.
GS


["Askatasunaren haizea" = "Viento de la Libertad"]

«Ha llegado una carta a la carcel, una poesia que dá alegria y calor,
pregonando noticias del exterior, pregonando que una vida comenzo.
El preso va loco buscando la carta, la carta le dice que ya es papa,
le lloran los ojos, le llora el corazón aprieta la carta con todo su amor.
Haizea se llamara,
Askatasunaren Haizea.
Cuando el hijo sea mayor ,
el padre preso le contara, como un día expoliaron su tierra
los carceleros de la Paz.
Como un día hasta le prohibieron
el sueño la Idea y el amor.
Como un día encerraron su vida
por amar la Libertad.»

Gianni Sartori - 2014/10/1 - 15:21


Visto che è già in rete mi permetto un'autocitazione:


Askatasuna = Libertà (di Gianni Sartori)
rivista anarchica anno 32 n. 284 ottobre 2002

(dove si parla anche del Txiki e di Mikel)

Gianni Sartori - 2014/10/1 - 15:28


Segnalo in rete anche una canzone su Enesto "Che" Guevara : COMANDANTE ! Molto bella e ...basta parlare di fascismo, comunismo, bla bla ...

Andrea - 2015/1/14 - 22:30


Ernesto, (e non Enesto) se ben ricordo, dai tempi che il termine "fascismo" aveva un significato preciso (che negli anni però non è troppo cambiato)
Anche il "comunismo", specie se reale e non teorico andrebbe approfondito e non messo in naftalina.
Purtroppo "la storia è una maestra senza scolari" (A.Gramsci)

saluti gianfranco

2015/1/15 - 10:51


Ha del paradossale etichettare secondo i nostri canoni di sinistra e destra una lotta fatta in un Paese che il fascismo ed il comunismo non li ha mai conosciuti e per cui destra e sinistra significa solo conservatori e progressisti. Anche perché dovessimo applicare il nostro canone, sicuramente la battaglia di Sands e dell'IRA non si configurerebbe nella famiglia di una sinistra (la nostra) che disprezza ogni forma di patriottismo, che si dice figlia del mondo, che disprezza le proprie origini e le proprie identità. L'IRA era composta da gente che aveva un legame viscerale con la propria terra e con le proprie tradizioni, gente che scriveva in gaelico per rivendicare il proprio diritto ad avere non più denaro, ma ad avere la loro nazione, la loro Patria libera dallo straniero. Cosa che voi non avete mai fatto e mai farete. Sands era un socialista nazionalista cattolico, voi siete dei comunisti internazionalisti atei, che cosa avete da spartire mai voi con Sands? Anziché giocare a mettere le etichette come i bimbi alle elementari "Questo è mio" e "questo è tuo", pensate invece ad apprezzare lo stupendo testo degli Antica Tradizione, che di gente che parla a vanvera in Italia ce n'è già troppa.

Italo - 2015/7/11 - 14:59


Il testo degli Antica Tradizione c'è ed è stato variamente apprezzato o meno, ed è per questo che anche tu, da ultimo, sei qui a commentarlo.
Il paradosso è nelle tue parole: trovi paradossale le etichette e poi etichetti "noi" (noi chi?) come "comunisti internazionalisti atei" (dimentichi "apostati e irretiti dalla censura") e il povero Bobby Sands, che nemmeno può replicare, come nazional-socialista cattolico.
E bravo Italo! Te la canti e te la suoni!
Spero che il fantasma di Bobby venga stanotte a visitarti per spiegarti qualcosetta, con il suo Armalite e con tutto il garbo di un vecchio provisional.
Ciao!

Bernart Bartleby - 2015/7/11 - 22:03


Il fatto di accettare e postare tutti i commenti vi rende onore. Un atto democratico e divulgativo. Poi come dici tu , il vecchio Bobby me lo immagino proprio con l'AR10, molto incazzato e poco intellettuale ,lontano sicuramente da certi commenti .

Fabio - 2015/7/16 - 18:59


Ronan Bennett (Belfast, 14 gennaio 1956) è uno scrittore e ex militante dell’IRA. Nato e cresciuto a Belfast, dopo aver vissuto una sofferta esperienza di militanza politica (accusato di appartenenza all’Official IRA) ed essersi laureato in Storia presso il King’s College, di Londra, ha intrapreso una carriera di scrittore che non si è mai allontanata dall’impegno civile e dall’esigenza di testimoniare la difficile realtà sociale e politica del suo o di altri Paesi. Ronan Bennett scrive regolarmente per The Guardian e The Observer.

LA VERA SFIDA

“Uscire dal carcere non è che l’inizio. Evadere dal proprio passato, questa è la vera sfida”
Ronan Bennett, irlandese di Belfast, a causa del suo impegno per la causa repubblicana, ha conosciuto due volte l’esperienza del carcere: a Long-Kesh e a Brixton, negli anni Settanta. Una prima volta venne arrestato con l’accusa, poi risultata infondata, di aver ucciso un poliziotto. Venne condannato all’ergastolo in base alla testimonianza di una persona che in un secondo tempo (al processo d’appello) riconobbe di essersi confusa. Un classico esempio di errore di identificazione usato strumentalmente per imprigionare i militanti repubblicani. In seguito, trasferitosi in Gran Bretagna, venne nuovamente arrestato per cospirazione e subì un lungo periodo di carcerazione preventiva. Anche in questo caso le accuse risultarono una montatura e il suo processo acquistò una certa notorietà sulla stampa come “il processo a persone non identificate che, in luoghi non identificati, progettavano attentati contro altre persone non identificate”.

Dalla repressione ai colloqui
Qualche tua considerazione sulle recenti dichiarazioni del governo inglese che, finalmente, ha detto di essere disposto a dialogare con il Sinn Féin. Cosa ne pensi?
Le dichiarazioni rese da Major verso la metà di ottobre sono la conferma che senza il Sinn Féin non è possibile trovare una soluzione al problema dell’Irlanda del Nord. Negli ultimi anni il Governo inglese aveva sempre cercato una soluzione che escludesse il Sinn Féin.

Puoi riassumere quali sono state le diverse strategie adottate dalla Gran Bretagna?
Per la prima parte di questo conflitto (Ronan si riferisce agli ultimi venticinque anni, ndr) la Gran Bretagna ha adottato una politica di sistematica repressione: processi senza giuria, internamento, uso dei proiettili di plastica anche contro manifestazioni pacifiche, la strategia adottata dai Servizi britannici di “sparare per uccidere”, ecc. Nella seconda fase del conflitto, accanto a questi metodi, hanno adottato anche una strategia diversa, di “soluzione politica”, ma sempre con l’esclusione del Sinn Fein. I vari segretari di stato per l’Irlanda del Nord hanno imbastito tavole rotonde con i partiti irlandesi, tavole rotonde a cui però il Sinn Féin non poteva partecipare. Questi colloqui venivano sempre salutati con ottimismo dalla propaganda. Ogni volta i media davano l’impressione che ormai la soluzione definitiva era a portata di mano.

Questa era anche la tua impressione?
Personalmente ogni volta ero del parere che tutto si sarebbe concluso con un niente di fatto. Cosa che poi accadeva regolarmente.

I conati di vomito di Major
Quando e perché le cose hanno cominciato a cambiare?
Le cose sono rimaste sostanzialmente inalterate fino a poco tempo fa. Ancora l’anno scorso Major sosteneva che non avrebbe mai parlato con esponenti del Sinn Féin; anzi dichiarò che “solo l’idea di parlare con Gerry Adams mi fa venire il voltastomaco”. Ad uso e consumo del suo elettorato, evidentemente. Quello che al popolo inglese non veniva detto era che già in quel momento tra il Governo britannico e il Sinn Féin si svolgevano colloqui segreti. Proprio mentre Major rilasciava queste interessanti dichiarazioni sul suo stomaco, Gerry Adams rendeva pubblici i documenti che provavano l’esistenza dei colloqui. In un primo momento, superato l’iniziale imbarazzo, il Governo inglese cercò di negare l’evidenza. Poi ammise che c’erano stati dei “contatti”.

Come giustificarono la cosa?
Uno dei motivi addotti per giustificare questi “contatti” era che ormai l’IRA sarebbe stata sul punto di arrendersi, di consegnare le armi. A questo punto l’IRA sfidò pubblicamente, ma invano, il Governo inglese a fornire le prove, i documenti di quanto andava sostenendo. In compenso furono i Repubblicani a contrattaccare dichiarando che i rappresentanti del Governo avevano riconosciuto in sede di colloqui che l’unità dell’Isola era ormai un fatto inevitabile e che bisognava convincere gli unionisti.
Naturalmente il Governo negò e il Sinn Féin rese pubblici altri documenti inoppugnabili a sostegno di quanto aveva dichiarato. Per questo ancora in marzo Martin Mc Guinness (dirigente di spicco del Sinn Féin, ndr) ha potuto dichiarare alla stampa che in quel momento la politica del Governo inglese era di considerare l’Irlanda come unica.

L’IRA non si è arresa
Quanto stai dicendo mi sembra smentisca l’ipotesi che la scelta della tregua in fondo è stato un atto di debolezza dell’IRA, il riconoscimento di una mezza sconfitta…
In effetti si è cercato anche di dare questa interpretazione. Io penso invece che le cose siano andate esattamente nel modo opposto, che la Gran Bretagna abbia capito di non poter sostenere ulteriormente l’occupazione militare delle sei contee, di non poter sconfiggere l’IRA. Per tutti questi anni il Governo inglese e i comandanti dell’esercito hanno dichiarato ripetutamente di essere sul punto di stroncare l’IRA, che ogni azione dell’esercito repubblicano era “l’ultimo colpo di coda” (più o meno quanto si dice dei baschi dell’ETA, ndr). Ma da documenti riservati giunti in nostro possesso, risulta che anche allora l’IRA era considerata praticamente invincibile sul piano militare. Questa è una delle ragioni per cui il Governo inglese ha dovuto riconoscere che la sua posizione era ormai insostenibile.

Naturalmente non è l’unica…
Un’altra ragione determinante sta nell’evidenza dell’appoggio popolare di cui godono i Repubblicani. All’inizio quelli dell’IRA e del Sinn Féin venivano descritti dalla propaganda come assassini sanguinari, mezzi psicopatici, gente che uccide per una sorta di odio ancestrale. In seguito vennero dipinti come una gang di delinquenti comuni. Certo che come banda criminale devono aver avuto poco successo dato che nessuno dei leader repubblicani ha mai sfoggiato ricchezza e benessere; anzi molti di loro vivono in condizioni di indigenza… In entrambe le versioni i Repubblicani erano presentati come una minoranza che poteva sopravvivere solo terrorizzando la propria comunità.
In ogni conflitto la propaganda detiene naturalmente un ruolo importante. Ma è molto pericoloso finire con il credere alla propria propaganda, come hanno fatto gli Inglesi.

Centomila persone al funerale di Bobby Sands
Che cosa li ha costretti a ricredersi?

Molte cose. Per esempio il fatto che Bobby Sands venisse eletto al Parlamento e che un cittadino cattolico su cinque dell’Irlanda del Nord abbia partecipato ai suoi funerali. In seguito la doppia elezione di Gerry Adams e le dozzine e dozzine di consiglieri comunali eletti nelle liste del Sinn Féin. Ci volle un po’ di tempo ma alla fine il governo britannico fu costretto a convincersi che i Repubblicani godevano di un notevole appoggio; che non era possibile trattare senza tener conto di questa fetta dell’elettorato. Questo riconoscimento è alla base del cambiamento di rotta del Governo inglese.

Immagino che anche la questione economica abbia avuto un certo peso…
Certamente. Quando ci sono di mezzo i soldi anche gli Inglesi cambiano politica. Mantenere l’apparato di sicurezza ormai costa cifre altissime. Inoltre ricordiamoci che in Irlanda del Nord il Governo ha foraggiato con miliardi di sterline una economia fallimentare, un vero e proprio “pozzo di San Patrizio”…
Naturalmente questo è avvenuto per ragioni politiche, non certo perché Londra avesse a cuore i bisogni della gente. Il Governo cercava così di comprare la lealtà della popolazione, in particolare degli unionisti. Anche per questo in Irlanda del Nord il thatcherismo non ha mai attecchito. I finanziamenti dovevano anche garantire una certa moderazione in politica. Si può tranquillamente affermare che per un quarto di secolo la gente si è presa i soldi restituendo in cambio poca lealtà e non votando più di tanto i partiti moderati. Venticinque anni di questa politica si sono rivelati fallimentari. Sarà poi compito degli storici stabilire con precisione quando e come il Governo britannico ha deciso di cambiare politica; resta il fatto incontestabile che ha cambiato atteggiamento sul ruolo del Sinn Féin.

Quanto ha influito sulle trattative la decisione dell’IRA di estendere il conflitto alla Gran Bretagna, attaccando in modo molto pesante (tra gli altri obiettivi) anche la City?
Sicuramente la campagna militare in Gran Bretagna è stata molto efficace, in particolare le due bombe alla City. Ricordo che, dopo la seconda bomba, alla televisione c’erano state dichiarazioni molto allarmate di finanzieri tedeschi e giapponesi che prendevano seriamente in considerazione l’ipotesi di trasferire altrove le loro banche. Evidentemente il Governo inglese ha preferito non correre questo rischio.

Allora è tutto risolto; d’ora in poi la strada è in discesa…
In realtà ci sono ancora delle resistenze da parte inglese. Bisogna dire che, nonostante i passi avanti, il Governo britannico ha dato prova di poca fantasia e elasticità nel rispondere al “cessate il fuoco” dell’IRA. Evidentemente è stato colto alla sprovvista e non sapeva cosa rispondere.
La prima cosa che ha fatto è stata quella di infilarsi in un vicolo cieco, mettendosi a discutere se l’IRA avesse o meno usato la parola “permanente” (in riferimento alla tregua ovviamente, ndr). Major ha ripetutamente dichiarato che non ci sarebbero stati colloqui con Adams se non avesse esplicitamente pronunciato la parola “permanente” e finché l’IRA non avesse consegnato le armi. In un secondo tempo si sarebbero accontentati almeno dell’esplosivo. Questa era ancora la posizione ufficiale dopo la prima metà di ottobre (il “cessate il fuoco” dell’IRA risale al 31 agosto, ndr). L’IRA, come è noto, non ha consegnato un bel niente e alla fine Major ha ugualmente riconosciuto che era tempo di iniziare i colloqui anche con il Sinn Féin.

A tuo avviso, in questo tergiversare, c’è stata solo incapacità politica o anche malafede?
Io penso che da parte del Governo inglese ci sia stata anche una certa dose di disonestà rispetto al processo di pace. Ora evidentemente sta cercando di recuperare terreno, di mascherare l’imbarazzo per non aver saputo trovare subito una soluzione adeguata. Quindi, se ti capiterà di leggere le dichiarazioni di qualche ministro sulla presunta vittoria del Governo inglese, sai cosa pensare in proposito.

Il tradimento dei chierici in Irlanda del Nord
Questa evidentemente è la posizione del Sinn Féin. E la tua opinione come scrittore? Cosa pensi dell’atteggiamento tenuto dagli intellettuali irlandesi rispetto al conflitto?
Ho parlato come scrittore, non solo come membro del Sinn Féin; come scrittore la cui vita è stata fortemente segnata da quello che accadeva in Irlanda del Nord. I miei libri, articoli, le mie sceneggiature sono stati fortemente influenzati dal conflitto e dal carcere. Non credo che il conflitto sia stato ben compreso dalla maggioranza degli intellettuali nordirlandesi. C’è naturalmente qualche eccezione ma la stragrande maggioranza ha cercato di evitare ogni coinvolgimento politico. Nel mio caso, invece, l’impegno politico (e le sue conseguenze: il carcere soprattutto) è stato determinante, cruciale. Adesso questo atteggiamento, che finora era stato fatto proprio solo da una minoranza intellettuale, viene riscoperto e rivalutato proprio grazie al processo di pace. Soprattutto da coloro che hanno avuto esperienze analoghe. È come se questi primi mesi del processo di pace abbiano dato coraggio alla comunità, e cominciare a credere che vi siano possibilità concrete di una pace giusta ha ridato fiducia anche a molti artisti.

Molti scrittori nordirlandesi sono di origine cattolica e provengono dai quartieri proletari di Belfast o Derry. Cosa è cambiato nel loro modo di scrivere?
Finora, per la maggior parte degli scrittori irlandesi di origine operaia, valeva l’esigenza di doversi in qualche modo “imporre”, anche all’interno della propria comunità. Ora mi sembra che questa idea stia scomparendo. Insieme all’idea che, per poter essere pubblicati, bisogna mettere in luce gli aspetti peggiori della vita in Irlanda del Nord (la violenza, il degrado…). Naturalmente questo non significa passare ad una visione idilliaca della situazione. Molti lavori scritti in questi ultimi tempi sono carichi di tensione, come a mio avviso dovrebbe essere tutta la buona letteratura.

Dalla parte degli oppressi
E della tua produzione letteraria cosa puoi dirci? Come viene accolta dalla critica?

Soprattutto dopo l’esperienza del carcere, nei miei lavori non mi pongo dal punto di vista delle persone di successo, dei “rampanti”, “borghesi”, ma da quello della gente semplice, sfruttata e oppressa (come gli abitanti di West Belfast), gente con problemi quotidiani, piena di dubbi… Un critico sostiene che io scrivo della vita “a un livello basso”; l’ho preso come un complimento. Inoltre, nei miei libri, cerco di privilegiare gli aspetti collettivi, solidali (delle lotte ma anche della vita quotidiana) rispetto all’individualismo. Sicuramente questo è dovuto alla mia esperienza nel campo di Long-Kesh. Ricordo bene quando vi giunsi, vent’anni fa, dopo il mio primo arresto. Un prigioniero al suo primo arresto è una delle persone più vulnerabili che esistano sulla terra: improvvisamente gli è stato tolto l’intero controllo sulla propria vita. Quella prima volta per me è stata molto dolorosa… E i primi giorni di isolamento hanno aggiunto paura alla paura. Le cose però sono cambiate quando sono stato trasferito con gli altri compagni prigionieri. Questi erano già riusciti a raggiungere un livello tale di autorganizzazione da aver praticamente escluso l’autorità carceraria dalle celle. Restando uniti, solidarizzando tra loro, difendendosi insieme dalle aggressioni delle guardie, i prigionieri politici erano riusciti a ricreare un ambiente più favorevole anche dentro il campo di prigionia. Era la messa in pratica del vero concetto di solidarietà: io difendo te, tu difendi me. E dentro Long-Kesh la solidarietà tra i prigionieri era tutto fuorché un vuoto slogan. Eravamo in costante protesta e rivolta contro le autorità carcerarie e questo ci permise di sopravvivere conservando la nostra identità.

La rivolta di Long-Kesh
Tu hai anche preso parte a una delle maggiori rivolte carcerarie degli anni Settanta, conclusasi con la quasi distruzione del campo di Long-Kesh…

Fu una delle esperienze più drammatiche ma anche più importanti. Un secondino era entrato in una cella e aveva cominciato a pestare un prigioniero. Come reazione a quel pestaggio l’intero campo venne bruciato, nel corso di una rivolta.
Naturalmente la reazione fu molto dura, feroce: venimmo attaccati con i lacrimogeni e con proiettili di plastica, ci aizzarono contro i cani… Dopo l’incendio del carcere (nell’ottobre del ’74) rimanemmo per settimane in celle scoperte (senza il tetto ma con il filo spinato, ndr), con la neve, praticamente senza cibo e senza coperte… Però posso affermare con sicurezza che nessuno di noi pensò mai di aver fatto la cosa sbagliata. Se non avessimo reagito a quel pestaggio poi ne sarebbero venuti altri; sarebbe potuto capitare a chiunque. Questa è l’etica della solidarietà collettiva che ho ricavato dalla mia esperienza e che cerco di riprodurre nei miei libri.

Qualche critico l’ha definita una visione del mondo e dei rapporti sociali “fascista”…
E la cosa mi ha fatto incazzare parecchio. Si può dire che scrivo male ma non accetto di essere definito “fascista”. Credo che con questa definizione si sia volontariamente frainteso quello che scrivo, considerandolo una minaccia per l’individuo. È esattamente il contrario: cerco di esprimere la ricerca di una situazione in cui ciascuno possa vivere meglio. Questo naturalmente a volte comporta dei sacrifici. Tornando al carcere, il sacrificio maggiore è stato sicuramente quello pagato dai dieci militanti dell’IRA e dell’INLA dell’81, morti in sciopero della fame per conservare l’autonomia che i prigionieri repubblicani avevano conquistato con le loro lotte. Credo che solo pensare di definire “fascista” questo modo di difendersi dall’oppressione (caratteristico del proletariato irlandese) sia aberrante.

Patsy O’Hara
Tra l’altro tu hai avuto modo di conoscere bene uno dei dieci Hunger Striker, Patsy O’Hara dell’INLA di Derry, con cui hai condiviso per un anno la cella…

Ho conosciuto Patsy quando è entrato per la prima volta a Long-Kesh, nel ’75. Era stato arrestato assieme ad un altro compagno (mi pare si chiamasse Brian…) per dei proiettili rinvenuti nella loro auto. Quando uno arrivava in carcere, per prima cosa gli si chiedeva che cosa avesse detto alla polizia. Non avevano dato altro che il loro nome. Questo, dati i metodi usati abitualmente dalle forze di repressione (percosse, tortura…), era abbastanza raro e venne considerato un segno di forza, di determinazione. Questa impressione venne poi confermata dal comportamento tenuto in carcere da Patsy e dall’altro compagno. Patsy in particolare era un leader nato, anche se non in modo ostentato; era sempre molto calmo, non alzava mai la voce…

La cella N.14
Nonostante fosse molto giovane, si capiva che era molto preparato politicamente. Siamo stati nella stessa cella, la N.14, per circa un anno e abbiamo parlato a lungo di come ognuno di noi fosse arrivato alle sue convinzioni politiche. Sostanzialmente avevamo gli stessi punti di riferimento: “Bloody Sunday” (la “Domenica di sangue”; Derry, 30 gennaio 1972), l’internamento, l’incendio di Long-Kesh… Io sono uscito di prigione prima. In seguito Patsy e Brian vennero assolti (sembra che le pallottole fossero state messe nell’auto a loro insaputa, ndr).
Poi Patsy è stato arrestato di nuovo e non ci siamo più rivisti. Quando ho saputo che aveva iniziato lo sciopero della fame, ho subito pensato che sarebbe andato fino in fondo.

Un’ultima considerazione sul rapporto tra la tua esperienza del carcere e i libri che scrivi…
Mi rendo conto che dalle mie parole questa esperienza del carcere può apparire quanto mai tetra… In realtà con i compagni prigionieri c’erano anche momenti di estrema gioia… Contemporaneamente c’erano anche esperienze negative: rivalità personali e politiche, esasperate dalla detenzione… Nei miei libri cerco di ricreare tutto questo, esprimere sia l’impegno che il divertimento. Altrimenti sarebbe solo propaganda.

L’incognita loyalista
Quali sono le tue previsioni a lungo termine? Potrà durare stabilmente questo stato di non-belligeranza? Cosa faranno i loyalisti?

A mio avviso il Governo inglese dovrà riconoscere che la sua presenza in Irlanda del Nord è stata un disastro e che il Popolo Irlandese deve poter decidere del suo futuro. Inoltre i protestanti, che sono parte integrante del Popolo Irlandese, dovranno scegliere se intendono restare legati alla Gran Bretagna o piuttosto vivere in una Irlanda unita, portando la loro esperienza, la loro cultura e conservando la propria identità. La prima ipotesi sarebbe un disastro anche per loro. In tutto sono un milione di persone che vivono confinati in un angolino dell’isola. Penso che lo capiscano anche loro e che sceglieranno l’altra possibilità. Personalmente sono molto ottimista sull’eventualità che cattolici e protestanti riescano a trovare un terreno comune. Non dimentichiamo che attualmente la leadership politica protestante è molto screditata. In particolare gode di scarsa considerazione da parte della sua maggiore base elettorale, la classe operaia protestante. I proletari di Shankill Road e delle altre aree unioniste chiamano i dirigenti politici unionisti “la brigata pellicce e gioielli”, dato che si sono serviti della politica per arricchirsi. Lentamente si sta formando una classe politica alternativa che sembra possedere una buona dose di coscienza di classe. Credo che troverà una risposta adeguata nella classe operaia cattolica. Le condizioni materiali di vita sono analoghe: disoccupazione, case fatiscenti… Credo che finiranno per unirsi nella ricerca di soluzioni comuni.

Divide et impera
Tra l’altro mi sembra che anche in passato ci siano state lotte comuni: scioperi, occupazioni…

In passato ci sono stati molti episodi di questo genere, sia agli inizi del secolo che negli anni Trenta e Quaranta. Ma ogni volta gli Orangisti (la classe dirigente protestante, ndr) sono riusciti a sabotare queste alleanze. Enfatizzando le differenze tra cattolici e protestanti, discriminando, facendo sì che i proletari protestanti considerassero l’Ulster “roba loro” da difendere dagli attacchi dei “papisti”, gli Orangisti hanno mantenuto saldamente il potere. Ma ormai è tempo che anche la classe operaia protestante si chieda che cosa ha ottenuto in questi ultimi settant’anni di collaborazione con la propria borghesia. Hanno ottenuto case decrepite, invivibili, prima dei cattolici; hanno ottenuto lavori malpagati, prima dei cattolici. Direi che la classe operaia protestante ha fatto un pessimo affare. Dimenticavo: gli è anche stato concesso una volta all’anno, il 12 luglio, di sfilare per le strade di Belfast urlando quanto sono superiori ai cattolici, ma, francamente, non mi sembra molto.

Da questo punto di vista come giudichi il “cessate il fuoco” delle organizzazioni paramilitari protestanti (UDA, UVF…)? In un primo tempo sembrava che fossero disposti a scatenare la guerra civile, pur di non mettere in discussione lo Stato delle sei contee…
Lo spettro del “bagno di sangue” è stato più volte evocato dal Governo inglese come alibi per non fare nulla. Anche gran parte dell’opinione pubblica pensava che i protestanti sarebbero letteralmente impazziti e avrebbero scatenato la guerra civile. Ma c’è una grossa differenza tra ammazzare persone inermi nella loro casa o per strada (in genere le squadre della morte loyaliste scelgono i loro obiettivi tra la popolazione cattolica indiscriminatamente, indipendentemente dall’impegno o dalle simpatie politiche delle vittime, ndr) e entrare nella prospettiva di sconfiggere militarmente esercito e polizia nel corso di una guerra civile.
I gruppi paramilitari protestanti non hanno mai dato prova di esser in grado di ingaggiare una guerra vera e propria. Per questo non sono sufficientemente attrezzati, neanche a livello psicologico. Dovrebbero chiedere alla comunità protestante di sostenerli anche contro la Corona: una situazione insostenibile per gran parte degli unionisti, al limite della schizofrenia. Bisogna poi tener conto delle infinite prove di collusione dei gruppi paramilitari unionisti con la polizia. Si è sempre sospettato che queste bande fossero creature dei servizi segreti, usati come arma di terrorismo di stato. Ora il Governo inglese vuole la pace e non bisogna sorprendersi che anche gli unionisti si adeguino.

intervista a cura di Gianni Sartori (1994)

Gianni Sartori - 2015/8/14 - 09:48


IN MEMORIA DI PEGGY O'HARA
(Gianni Sartori)


Avevo conosciuto Peggy e Jim O'Hara, la madre e il padre di Patsy O'Hara (il quarto tra i dieci prigionieri politici repubblicani che nel 1981 si erano lasciati morire di fame a Long Kesh), grazie a Tony Gillespie nella loro casa di Hardfoyle a Derry nel 1985. L'avevo poi rivista in occasione di altri viaggi in Irlanda e nel 1986 l'avevo intervistata sulla tragica vicenda del figlio, morto il 21 maggio 1981 dopo 60 giorni di sciopero della fame. Patsy, militante dell'INLA (Esercito Irlandese di Liberazione Nazionale, considerato il braccio armato dell'IRSP), ebbe un ruolo fondamentale nell'organizzare e gestire la protesta del 1981, in perfetta coerenza con l'impegno fino ad allora dimostrato all'interno delle lotte del quartiere dove viveva. Il padre, Jim, ricordava come Patsy avesse “combattuto con la parola prima ancora che con le armi contro l'occupazione inglese, nella strada, nel quartiere, ovunque...” sottolineando anche la portata della sua volontà di lottare, la sua preparazione politica, ideologica e culturale. Una conferma mi venne data nel 1994 dallo scrittore Ronan Bennet che per circa un anno condivise con Patsy la cella N.14 a Long Kesh nel 1975. “Quando uno arrivava in carcere -mi raccontò- per prima cosa gli si chiedeva che cosa avesse detto alla polizia. Non aveva dato altro che il suo nome. Questo, dati i metodi usati abitualmente dalle forze di repressione (percosse, tortura...), era abbastanza raro e venne considerato un segno di forza, di determinazione. Questa impressione venne poi confermata dal comportamento tenuto in carcere da Patsy. Era un leader nato, anche se non in modo ostentato, era sempre molto calmo, non alzava mai la voce. Nonostante fosse molto giovane, si capiva che era molto preparato politicamente. In cella abbiamo parlato a lungo di come ognuno di noi fosse arrivato alle sue convinzioni politiche. Sostanzialmente avevamo gli stessi punti di riferimento: Bloody Sunday del 30 gennaio 1972, l'internamento, l'incendio di Long Kesh...Uscì di prigione e in seguito venne nuovamente arrestato.Quando ho saputo che aveva iniziato lo sciopero della fame, ho subito pensato che sarebbe andato fino in fondo”.
Nel cimitero di Derry, sulla lapide dedicata a Patsy O'Hara e a Micky Devine (altro militante dell'INLA morto in sciopero della fame) si legge “MORTI PERCHE' ALTRI FOSSERO LIBERI”.

Il padre di Patsy, Jim, se n'era andato qualche anno fa. Peggy ci ha lasciati nel luglio di quest'anno. Al suo funerale la bara era scortata da un centinaio di militanti dell'IRSP e dell'INLA (volto coperto, basco con la stella rossa: se lo ricordino i neofascisti che hanno avuto l'impudenza di ricordare la compagna e proletaria Peggy O'Hara sui loro giornali). Prima della sepoltura le sono stati resi gli onori militari con tre colpi di fucile sparati in aria. La cosa è stata stigmatizzata da Mc Guinnes (esponente del Sinn Fein, viceministro nel governo nordirlandese “benedetto” da Londra e Washington) che ha partecipato al funerale nonostante l'IRSP (nelle cui liste Peggy era stata candidata) e i familiari avessero definito “non gradita” la sua presenza.



INTERVISTA A PEGGY O'HARA (1986)

D. Quali erano le speranze di suo figlio quando prese la fatale decisione di smettere di alimentarsi?
R. Patsy e gli altri cominciarono lo sciopero della fame ben sapendo che ne sarebbero stai segnati irreparabilmente nella salute, nel fisico già provato da anni di lotte e proteste, spesso pacifiche ma non certo indolori.Tuttavia pensavano che il rispetto per la vita umana avrebbe convinto Mrs. Thatcher a soddisfare le loro cinque richieste. Quando poi capirono che ciò non sarebbe successo, che li avrebbero lasciati morire, compresero anche che ormai non avevano più scelta: dovevano andare fino in fondo, per non concedere al nemico una vittoria politica che il movimento di liberazione, gli oppressi, la gente avrebbero scontato per molti anni...Fu così che la vita di alcuni divenne il prezzo di un po' più di giustizia per altri.
D. Che cosa pensò lei della scelta di suo figlio?
R. Gli dissi che ritenevo più utile che restasse vivo per continuare a lottare. Che altro poteva dire una madre? Ma sia io che mio marito rispettammo la consapevole determinazione di Patsy e assecondammo la sua volontà di non essere alimentato artificialmente durante il come finale. E' stato atroce: perdere un figlio è già contro ogni corso naturale delle cose, ma una morte così è inaccettabile. Soprattutto se si pensa alle sevizie che rendevano ancora più terribile il suo spegnersi giorno dopo giorno.
D. Che genere di sevizie?
R. I secondini, spesso ubriachi, lo picchiavano in continuazione, anche durante lo sciopero della fame. A causa dei maltrattamenti subì due arresti cardiaci. Una volta venne scoperta addosso ad un detenuto una macchina fotografica e Patsy, accusato di esserne il responsabile, fu picchiato con particolare durezza, tanto da procurargli la rottura del setto nasale. Le percosse continuarono anche quando era già costretto in una carrozzella, incapace di camminare. Durante il periodo in cui rimase in coma, il medico del carcere -lo stesso che poi si rifiutò di riportare sulla cartella clinica i segni evidenti delle percosse- lo prendeva a schiaffi durante le mie visite per costringerlo a “riprendersi”, a riconoscermi, sperando in un cedimento dell'uno o dell'altra*. Io sono convinta che Patsy sia morto per un collasso cardiaco in conseguenza delle sevizie subite: sarebbe morto ugualmente, ma lo odiavano tanto da volerlo uccidere con le loro mani. Quando morì i dissero che se non mi sbrigavo a portarlo via l'avrebbero buttato in un sacco di plastica e scaricato davanti a casa. Il suo corpo era pieno di ecchimosi, i suoi occhi erano stati bruciacchiati con le sigarette e portava sul volto i segni delle ultime percosse.
D. Che cosa lascia, nell'animo di una madre, il gesto di un figlio che sacrifica la propria vita in nome dei propri ideali?
R. Non c'è retorica letteraria né politica che possa consolare da una simile brutalità. Rimane solo la convinzione profonda e sofferta che altro non si poteva fare per rivendicare la dignità umana, propria e altrui. E rimane la rabbia, la lotta contro gli oppressori. E rimane la solidarietà, la speranza, nonostante tutto...Bisogna continuare ad andare avanti, perché se non lo facciamo i martiri che sono morti per me, per noi, per questa Nazione ci perseguiteranno per l'eternità.

Gianni Sartori

Gianni Sartori - 2015/8/22 - 13:53


per ricordare l'anniversario (1916): prima puntata e seconda puntata

GS

Gianni Sartori - 2016/2/26 - 00:00


Gianni Sartori
24 MAGGIO 2016 8:27

Un altro aspetto da considerare, ben più grave dei tentativi di appropriazione indebita da parte fascista di personaggi di sinistra (come Bobby. Sands o Barry Horne) è la possibile infiltrazione nei movimenti di liberazione o di emancipazione sociale. Se in Italia è relativamente nota la figura dell’infiltrato Mario Merlino nel movimento anarchico, non va dimenticato che elementi legati all’Aginter Presse si infiltrarono (con false credenziali “maoiste” e antimperialiste) nel movimenti di liberazione delle colonie portoghesi per eliminarne i dirigenti (v. Mondlane e Cabral, forse anche la dissidente sudafricana R. First). Da segnalare poi il ruolo dei neofascisti (NAR, ma non solo) a fianco dei falangisti maroniti contro i palestinesi. Non esattamente il massimo della coerenza da parte di soggetti che in Italia si inventavano sigle “terceriste” come OLP (maldestro camouflage dell’ organizzazione Lotta di Popolo fondata da Di Luia, braccio destro di Delle Chiaie). Vedi anche gli attacchi (non casuali) al rappresentante dell’OLP (quella autentica) a Roma e all’ambasciata libanese da parte dei NAR. Sorvoliamo sull’impiego di neofascisti italiani contro i rifugiati baschi nella Spagna franchista e post-franchista…
E’ lecito perlomeno sospettare che i dirigenti di Terza Posizione (e altri neofascisti) che da Londra si inventavano approcci con i Repubblicani irlandesi (mentre erano ospitati dai fascisti inglesi del NF, notoriamente legati agli unionisti protestanti di UVF, oltre che ai servizi britannici) tentassero in realtà di infiltrarsi con tutte le possibili conseguenze.
Insomma, restando alla questione irlandese, va detto che chi ha presentato il libro su Bobby Sands tra due esponenti dell’estrema destra “tercerista” (Angelilli, ex di Terza Posizione e Della Longa, di “Sinistra nazionale”, giornale il cui direttore è un ex esponente di Lotta di Popolo) ha peccato quanto meno di ingenuità. Non si tratta di rivendicare paternità o primogeniture ma di non farsi strumentalizzare.
No pasaran!
Gianni Sartori

Gianni Sartori - 2016/11/4 - 09:10


In questo video un noto esponente del neofascismo britannico (credo defunto nel frattempo) inneggia alla distruzione dell'I.R.A. ostentando una "croce cerchiata delle ss francesi" (parente stretta della svastica tonda) identica a quella della Charlemagne, dell'OAS e di tutto il neofascismo europeo (e non) che spesso, strumentalmente, ci (e si) racconta di sostenere la lotta di liberazione del popolo irlandese.
Altro che "CELTICA"...

2016/11/22 - 22:49


Il mondo delle Destre è talmente variegato che non si può generalizzare. Nel video sopra postato vedo una testa rasata con musica skinhead in sottofondo. Gli Antica Tradizione non c'entrano nulla con simili imbecilli. Paolo

2017/3/4 - 22:09


gianni sartori - 2017/8/21 - 13:01



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