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Morire di leva

Claudio Lolli
Language: Italian

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CLAUDIO LOLLI - MORIRE DI LEVA


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dall'album "Un uomo in crisi" (1973)

claudio lolli-un uomo in crisi
Questa è la storia, di un povero soldato, che in una notte d'estate s'è ammazzato.
Stringersi al collo una cinghia di cuoio, non si fa in tempo neanche a pensare muoio, non si fa in tempo neanche a pensare muoio.
Solita storia, solita la canzone, solita vita, solita situazione. Soliti accordi, soliti anche i versi, solo i tuoi occhi amico quelli erano diversi, solo i tuoi occhi amico quelli erano diversi.
Porcaeva, proprio a te è toccato morire di leva.

Diceva sempre, io sono sfortunato, sia maledetto il giorno che sono nato.
Con la scalogna incredibile che ho, chissà se a morire ci riuscirò, chissà se a morire ci riuscirò.
Diceva sempre io starei bene solo, perso tra i ghiacci immensi dell'Alaska, di questa vita non me ne importa niente, l'hanno trovato con le mani in tasca, l'hanno trovato con le mani in tasca.
Porcaeva, proprio a te è toccato morire di leva.

Diceva sempre, quando mi sento male, mi tira su un giro in automobile.
Però lo sento, che il giorno si avvicina, che finirò per sempre la mia benzina, che finirò per sempre la mia benzina.
Povero corpo floscio e senza vita, l'hanno trovato due che erano ubriachi, uno a quell'altro ha detto "non ci credi, quel lampadario mi sembrano due piedi", "quel lampadario mi sembrano due piedi!".
Arriva il padre, arriva in un baleno, lui e la madre han preso il primo treno, e lui che piange, la madre è una donna forte, scappare da lei riuscì solo con la morte, scappare da lei riuscì solo con la morte.
Viene trovata la lettera agli amici, son come chiodi le parole che dici. Siam tutti in croce, sangue alle mani e ai piedi, certo peccato solo che tu non ci vedi, certo peccato però che tu non ci vedi.
Porcaeva, proprio a te è toccato morire di leva.

Il colonnello, col fumo nella testa, va fino in fondo lui alla sua inchiesta.
Non ci fu colpa, nessuno ebbe colpa alcuna, il suo cervello cercatelo sulla luna, il suo cervello cercatelo sulla luna.
Perché non può, altro che dirsi matto, colui che compie un così insano atto. Il cappellano si associa al risultato, ricorda a tutti che uccidersi è un peccato, ricorda a tutti che uccidersi è un peccato.
Porcaeva, proprio a te è toccato morire di leva.

Ma io non credo, che tu sia morto matto, che tu non abbia capito quello che hai fatto.
Rispetto sempre, chi un giorno ne ha abbastanza, e si rifiuta di vivere di speranza.
Che dolce corsa, che dolce corsa pazza, certo all'inferno ci sei arrivato in carrozza, sul carrettino della tua gente antica, senza sudore stavolta senza fatica, senza sudore stavolta senza fatica.

Incredibile: non mi ero mai accorto che nell'archivio c'era questa canzone..

giorgio - 2010/1/25 - 12:19


io l'avevo nel vinile ma si è sbregata la puntina

lucio - 2015/11/24 - 02:44


E purtroppo è pure una storia vera!
Questo disco è un capolavoro assoluto e contiene una serie impressionamte di pezzi che ti pigliano alla gola dall'intro musicale della prima canzone "Io ti racconto" fino all'ultima, "La giacca" con la sua esortazione assolutamente antiborghese (come si diceva all'epoca!) di accettazione della marginalità.
Sarà che all'epoca della sua realizzazione io avevo l'età perfetta per immedesimarmi in queste parole, ma ricordo che assieme a "Radici" di Guccini, questo LP mi accompagnò quotidianamente e nonostante Claudio Lolli non lo consideri ai vertici della sua produzione, per me rimane un caposaldo della canzone d'autore italiana.

Flavio Poltronieri - 2015/12/8 - 08:12


Da Metello di Vasco Pratolini

L’età che va dagli anni ventuno ai ventiquattro, è decisiva per la vita di un uomo, per un figlio di popolo in specie. Egli si è definitivamente licenziato dall’adolescenza; ha conosciuto l’amore, la fatica, il dolore e tutto sembra averlo irrobustito. Il suo sangue è una rosa che stioppa; la sua ansia di vita morde i giorni come il bambino morde la mela. Egli ha fiducia in se stesso, e negli uomini, anche se crede di diffidarne, come nelle cose che tocca, nei colori che vede. La natura, di cui egli è una forza, coi suoi turbamenti e tentazioni, comunque lo esalta. Ha interessi, affetti, ideali che assorbono interamente i suoi entusiasmi, le sue ritensioni, e la sua fede. Quale che sia. E quali che siano la sua educazione, la sua levatura mentale, le sue risorse morali, siccome il suo corpo è sano e l’assiste, egli ha il mondo nel pugno, l’avvenire davanti a sé, un destino a cui non suppone di potersi sottrarre. È a questo punto che la patria lo chiama per compiere il servizio di leva. Lo arresta nel suo slancio, brucia la strada alle sue spalle, eleva un muro sul suo avvenire. Al suo ritorno, con un’esperienza che non potrà in nessun modo agevolarlo tanto è estranea alla realtà e alle esigenze della vita civile, egli dovrà ricominciare daccapo.

Sarà stato, nel migliore dei casi, come prigioniero dentro un pozzo, diciamo dentro un vaso di spirito, un acquario. Nei tempi di pace, si fa il soldato come da ragazzi si fa una malattia. E la si offre alla Patria, al cui nome non possiamo restare insensibili. Durante alcuni anni, la nostra vita si ferma, vegeta, il nostro corpo suda e ingrassa, la «sboba» lo nutre. Il nostro cervello si piglia questa lunga vacanza. Per minuscoli che fossero stati fino allora i nostri pensieri, essi abbracciavano fatti e cose diversi, li agitavamo, se ne tiravano delle conclusioni. Ora, la prima regola che ci viene imposta è di non avere un’opinione, un punto di vista, un’iniziativa personali. Trascorre questo giorno sterminato, fatto di tre anni, di millenovantacinque albe e tramontar di sole, tra una sveglia, un rancio, un’adunata, una marcia, un’ispezione. I nostri problemi sono tutti lì: le pezze da piedi, la gavetta da lavare, le scarpe la baionetta le giberne da lustrare, il meccanismo di caricamento e sparo, nuovo modello ’91, il giuramento da mandare a memoria, la branda o i «castelli» da rassettare, pancia in dentro e petto in fuori, il sergente il maresciallo il tenente il capitano: secondo plotone terza compagnia; e poi: battaglione reggimento divisione... Siamo stanchi, la sera, più di quando si lavorava. E coi soldi che mancano, dove si deve andare? La cinquina se ne va in un’ora, c’entrano dieci sigarette e un litro di vino. [...]
Siamo in realtà tanti condannati che contano «meno cento, meno novantanove, meno novantotto» i giorni che li separano dalla libertà. [...]
Ora, a tu per tu con la vita di prima, scopri di dover ricominciare tutto daccapo.

daniela -k.d.- - 2018/4/7 - 18:45



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