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Il Vittoriale brucia

Michele Gazich
Language: Italian (Abruzzese pescarese)


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2021
Argon
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Una provocazione: D'Annunzio antifascista?

Il 3 Agosto 1922 Gabriele d'Annunzio parlò ai milanesi dal balcone di Palazzo Marino. Il giorno dopo il segretario del partito fascista Michele Bianchi gli mandò un telegramma, ringraziandolo, ironicamente, per non avere mai pronunciato la frase "Viva il fascismo!". D'Annunzio rispose troppo eloquentemente: "C'è un solo grido da scambiare tra gli italiani: Viva l'Italia. È il mio. lo non ebbi, io non ho, io non avrò se non questo". D'Annunzio allora, dopo i fatti di Fiume e le sue gesta nella Prima Guerra Mondiale, era eroe e punto di riferimento anche politico a livello nazionale; i fascisti non gradirono il suo mancato appoggio e il suo deciso rifiuto a collaborare.
Dieci giorni dopo il discorso di Palazzo Marino, il 13 agosto, D'Annunzio cadde da una finestra del Vittoriale, la sua villa a Gardone Riviera, in circostanze mai chiarite: il volo fu di 3 metri e ottanta; il poeta si ruppe il cranio sul selciato del vialetto del giardino. Rimase in stato di incoscienza e poi di subcoscienza, fino a settembre. Non morì, come probabilmente ci si attendeva, ma comunque, da allora, fu per sempre tagliato fuori dalla scena politica e qualunque suo intervento contro la nascente dittatura fu reso nullo e, di fatto, censurato. Il 6 settembre fu sciolto il corpo dei legionari con cui aveva occupato Fiume. Il 12 settembre il giornale "La Riscossa" che esprimeva il pensiero di D'Annunzio e dei legionari fu chiuso. Il 28 ottobre del 1922 i fascisti marciarono su Roma.
D'Annunzio sopravvisse altri 16 lunghi anni al Vittoriale, prigioniero e sedato: il regime controllava i movimenti del poeta e gli forniva donne, cocaina e soldi. Simbolo e monumento alla reclusione del poeta è la prora della Nave Puglia donata al poeta per adornare il parco del Vittoriale: un tempo vittoriosa nave da guerra che solcava i mari, • ora pezzo di una nave che non potrà mai più navigare interrata nel giardino, con file di funebri cipressi al posto delle vele. Gabriele d'Annunzio morì al suo tavolo di lavoro il primo marzo 1938, anche se già da tempo si definiva "un re sepolto con i propri tesori". Ma era, pur tra i suoi tesori, un altro fra i tanti poeti in gabbia: scomodo, dunque imprigionato e imperdonabile.

Ancor oggi su D'Annunzio un po' si sorride su qualche aneddoto pruriginoso e di rado davvero lo si legge. Men che meno si leggono gli scritti dell'ultimo D'Annunzio: il vecchio umiliato del Vittoriale, il sopravvissuto al volo dalla finestra, ma da allora sempre "tentato di morire", come si definisce nel Libro segreto (1935, il suo ultimo libro). L'estremo D'Annunzio è un altro uomo. È un uomo ripiegato su se stesso, che scrive, appunto, "in segreto" brevi prose poetiche: brutalmente sincere, introspettive, tristissime, occasionalmente addirittura autoparodistiche.
La mia canzone è frutto di più di un decennio di ricerche, di recupero e di studio di documenti d'archivio e propone all'attenzione di voi, amici ascoltatori, un D'Annunzio per tanti inedito: il D'Annunzio che, nella saletta d'attesa per gli ospiti sgraditi del Vittoriale (ce n'era anche una per quelli graditi) nel 1925, fece sedere e attendere a lungo Mussolini prima di riceverlo. In quella stanza, il Duce, nella lunga attesa, fu obbligato ad osservare e meditare un'iscrizione accuratamente incorniciata (ancor oggi visibile al Vittoriale), dove lo si definiva "mascheraio", uomo dalle molte maschere. Magra soddisfazione del poeta prigioniero di lusso dei fascisti che riceveva l'ipocrita visita del suo carceriere? Certamente, ma non è forse anche giunto il momento di riconoscere all'ultimo D'Annunzio un paradossale antifascismo?


"Il vittoriale brucia" racconta di Gabriele D'Annunzio negli ultimi anni di vita, il suo convinto antifascismo. Ricordo della visita che facemmo insieme a Vittoriale in cui mi raccontasti l'episodio della lunga anticamera fatta fare a Mussolini prima di riceverlo. Cosa ti ha colpito della figura di D'Annunzio?
Mi ha sempre affascinato D'Annunzio e, da sempre, ho pensato che la sua figura fosse più ricca e profonda di quanto farebbero supporre i cliché che lo accompagnano: il superomismo, lo stile ampolloso, gli aneddoti pruriginosi... Soprattutto sono stato interessato alla fase finale della sua vita quando è di fatto prigioniero dei fascisti al Vittoriale. E si incontra un D'annunzio ripiegato su sé stesso, un povero vecchio pur tra i suoi tesori. Inventa un nuovo stile, quello dei suoi ultimi libri, fatto di una immateriale prosa che sconfina nella poesia. Una prosa fatta di periodi brevi come se fossero versi: tutta paratattica e brutalmente autoanalitica. Un D'Annunzio paradossalmente antifascista, che, secondo una fulgida tradizione italiana, cade dalla finestra proprio al momento giusto per restare in coma un mesetto, poco prima della marcia su Roma ed essere così definitivamente tagliato fuori dalla scena politica. Ho lavorato dieci anni alla canzone a lui dedicata, come ricorderai: tra visite al Vittoriale e ai suoi e ad altri archivi. Anche questa è una macro-canzone come "Argon", divisa in tante sezioni, alcune solo musicali. La sezione conclusiva è in abruzzese, la lingua madre di D'Annunzio ed è cantata da Lara Molino. Dovrei raccontarti a lungo di questa canzone... Concludo solo dicendoti che, finalmente, il 28 novembre ho suonato "Il Vittoriale brucia" in concerto proprio nell'Auditorium del Vittoriale, quello dove è appeso al soffitto l'aereo del volo su Vienna... Ho registrato il concerto e mi piacerebbe pubblicarlo.
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L'ombra sigilla i miei specchi
Io sono fuoco rinchiuso
Potrei piangere, come ogni vecchio
Io sono il lebbroso

Il Paradiso è sempre perduto
Il lago è acqua costretta
Che non spegne
Che non disseta
Sono esausto, mastico nebbia

Il Vittoriale brucia
Api dentro i miei occhi
È un teatro elettrico d'ombre
Ombre attorno alla luna

La mia mano è più bianca del foglio
Sono lo spirito azzurro
Sono Mercurio
Lo spirito azzurro
L'Arcangelo Gabriele

Imparo un'arte nuova
Scrivo di nascosto la notte
Quando il mascheraio non vede
Mani, piedi legati

Ma la mia penna bestemmia
L'ignoranza del tiranno
L'ignoranza di tutti i tiranni
Che uccidono i poeti
Che rinchiudono i poeti

L'acque de la Piscare è profumate
De quanne mamma mé ci s'ha specchiate
E pe' quesse li mitte a 'sta buttije
Fatte come lu core de lu file

Mo lo Rumite che te po' manna?
Solo l'addore de la santetà
Ma pe'st'addore n'n ce sta cristalle
Lu vente chiare te le porte abballe*

Buttato come un sacco
Una notte l'Arcangelo cadde
Nel buio davanti alla prigione
* Traduzione dei versi in abruzzese (dialetto che D'Annunzio parlava, essendo nato a Pescara) che il poeta spedì il 9 novembre 1926 dal Vittoriale a Galdino e Remigio Sabatini, barbieri proprio a Pescara, che producevano profumi artigianali. Avevano fatto recapitare al poeta un profumo in bottigliette a forma di cuore. Il testo restò a lungo esposto nella barbierìa pescarese.

L'acqua di Pescara è profumata
Da quando mia madre ci s'è specchiata
E per questo la metto in una bottiglia
Che ha la forma del cuore del figlio

Ma l'Eremita cosa ti manderà?
Solo il profumo della santità
Ma per questo profumo non esiste cristallo
Il vento chiaro laggiù lo porterà

Contributed by Dq82 - 2021/12/12 - 19:27



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