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S'envolent les colombes

Mahmud Darwish / محمود درويش
Language: French

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(Mireille Safa)
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S'envolent les colombes
[ 1984 ]

شعر / Poésie / Poesia / A Poem by / שירה / Runo :
Mahmud Darwish

موسيقى / Musique / Musica / Music / מוזיקה / Sävel:
Rodolphe Burger



Premessa

Assedio delle lodi al mare / Hisâr li-madâ'ih al-bahr [حصار لمدائح البحر ] è una raccolta di Mahmoud Darwish del 1984 che comprende tre poesie , tra cui S'envolent les colombes. Non è stata tradotta in italiano. In francese è nota con il titolo Blocus pour panégyriques de la mer, in inglese A siege for the sea eulogies.
Fu la prima raccolta che Darwish scrisse mentre era segnato dal secondo esilio, poco più di un anno dopo la sua partenza dal Libano a seguito dell’invasione israeliana e dell’assedio di Beirut.

Tra le dichiarazioni, rilasciate dall’autore qualche anno dopo, ci sembra che le tre seguenti siano emblematiche del poeta e dell’uomo Mahmoud Darwish:

“If they do teach my poetry, they should choose something nice and light, like my poem about my mother, but they can't read me in an innocent way, seeing the beauty of the poetry and the aesthetic side of it."

“Poems can’t establish a state. But they can establish a metaphorical homeland in the minds of people. I think my poems have built some houses in this landscape.”

"The accusation is that I hate Jews. It is not comfortable that they show me as a devil and an enemy of Israel. I am not a lover of Israel, of course. I have no reason to be. But I don't hate Jews."


La poesia e la trasposizione in musica per teatro

S'envolent les colombes è stata tradotta in francese da Abdellatif Laâbi per Les editions de minuit nel testo del 1989 Plus rares sont les roses. Un’altra traduzione è stata eseguita da Elias Sanbar per Gallimard nel volume La terre nous est étroite et autres poèmes. È quest’ultima la base della trasposizione teatrale di Rodolphe Burger che ha messo in musica S'envolent les colombes in uno spettacolo memorabile al Théâtre Molière a Sète.
L’organico era composto da Rodolphe Burger alla chitarra e voce, Julien Perraudeau al basso e alla tastiera, Mehdi Haddab all’oud, Yves Dormoy al clarinetto, le voci quelle di Ruth Rosenthal e Rayess Bek.
L’inizio della recita del testo è a 4’ 50 ‘’. Le parti della voce femminile, l’amata, sono trascritte più avanti con il rientro.

Burger ne ha dato la lettura più immediata, un dialogo d’amore travagliato. La poesia di Darwish si presta anche a questa lettura, purché non la si profili in senso romantico, altrimenti si rischia di prestare a Darwish i panni di Prevert , ne verrebbe uno stravolgimento. A nostro avviso Burger è riuscito con abilità a indurre nello spettatore-ascoltatore più di un interrogativo lasciandolo peraltro libero, senza forzature.
Le letture sollecitate dalla poesia sono altre. Cercheremo di darne conto citando alcuni commenti degli studiosi dell’opera di Darwish, quanto basta per realizzare che poesia e Palestina sono per Darwish due realtà interscambiabili che si alimentano a vicenda.
Non abbiamo potuto rintracciare il testo originale della poesia nella sua versione integrale. Occorre precisare comunque che il testo più diffuso in assoluto è quello francese come accade spesso per le opere di Darwish, e non a caso.

Simbolismo e simboli del movimento di Resistenza nella poesia di Mahmoud Darwish [ Bahram Amani, 2016 ]

Tra i poeti che appartengono al movimento di resistenza palestinese, Mahmoud Darwish è considerato uno dei più grandi poeti simbolisti poiché ha fatto ricorso al simbolismo a causa delle intense pressioni politiche e della sua volontà di essere libero dai metri classici della rima sotto l'influenza dei simbolisti russi e simili. [...]
Il ritorno degli uccelli richiede pace e sicurezza. Quando le cose non vanno bene, non torneranno indietro. Darwish usa la parola colomba e il suo volo come simboli della pace mancante in patria.
Una colomba vola. Poi prende terra. Vola di nuovo e dopo un po' si ferma. Questo continuo volare e posarsi a terra è un sogno di pace ripetuto dal poeta e dalla sua amata nelle loro menti. È come una luce che a ritmo alterno si spegne e poi si accende. I Palestinesi sono in attesa di questa pace per poter vedere il giorno in cui l'incubo dell'occupazione israeliana sarà finito.
Sembra che il poeta e la sua amata siano due anime in un unico corpo. Protegge la sua amata nei suoi sogni, ma i suoi sogni perduti lo respingono. Nell'ultimo verso, l'uccello sta per posarsi a terra ma alla fine non lo fa. Ciò è simbolo per mostrare che la pace e la stabilità sono fuori dal mondo. Sì! La pace sta ancora volando e non sta per prendere terra. Tuttavia, il poeta mantiene la speranza che verrà il giorno in cui pace e stabilità saranno consolidate.
[ trad. Riccardo Gullotta]


Symbolism and Symbols of Resistance Movement in Mahmoud Darwish’s Poetry [ Bahram Amani, 2016 ]

Among the poets who belong to the Palestinian resistance movement, Mohammad Darwish is considered as one of the greatest symbolist poets as he resorted to symbolism due to intense political pressures and his willingness to be free from classical prosodic meters under the influence of the Russian Symbolisms and some other issues.[…]
The return of birds requires peace and security. When things are not ok, they will not fly back. Darwish uses the word dove and its flight as symbols for the missing peace in the homeland.
A dove is flying. Then it lands. It flies again and sits after a while. This continued flight and landing is a dream for peace that is repeated by the poet and his beloved in their minds. It is like a light that alternatively turns off and then on. Palestinians are waiting for this peace so that they can see the day when the nightmare of Israel’s occupation is over.
It seems that the poet and his beloved are two souls in one body. He protects his beloved in his dreams but his lost dreams reject him. In the last verse, the bird is about to land but it does not land at last. This is used as a symbol to show that peace and stability are out of touch. Yes! Peace is still flying and is not going to land. Nevertheless, the poet still hopes that a day will come when peace and stability will be established.


Manifestazioni di natura e politica nelle metafore di Mahmoud Darwish [ Khaled Mahmoud Masood, 2020]

Darwish rivolge l’attenzione sull'uso di metafore correlate alla natura grazie alle quali trasforma il significante nel significato, il soggetto nell'oggetto e l’assenza di qualcosa in qualcosa, trasferendo così la terra di Palestina in una poesia e rendendo questa poesia un tutt'uno con la Palestina. Ancora più importante, la metafora è una specie di manifestazione identitaria, paradossale e illogica poiché è "questo" e “quello" allo stesso tempo. Combina due entità insieme che sono simili e dissimili. Il poeta ricorre alla metafora come risorsa concettuale più sciolta per non provare nulla attraverso il ragionamento, ma piuttosto per rivelare una verità nascosta e sottile che afferma paradossalmente che "poesia e terra sono una cosa sola".
Le colombe non simboleggiano solo i ricordi nostalgici palestinesi, ma anche la psiche del poeta e il mondo ideale che sogna. Perciò la colomba può rappresentare la terra del poeta tanto quanto lo specchio dell’io del poeta. Tale attaccamento intimo porta ad una unione organica tra il poeta e la colomba, in modo che ciascuno di essi personifichi l'altro e rappresenti ciò che va oltre le percezioni dell’altro. Nella sua poesia “Le colombe volano via ", in cui poeta e colombe si fondono con tutti gli elementi della natura, Darwish trasforma il simbolo della colomba in un elemento di un mondo alienato. […]
I piccioni che volano e si posano, poi volano via e si posano rappresentano il sogno di pace che attira il poeta e la sua amata o che illumina e sfarfalla nella vita del Palestinesi che aspettano questa pace a fasi alterne per tornare in patria e liberarsi dall'incubo dell'occupazione. Il poeta (la colomba) ha vagato a lungo in cielo alla ricerca della sua patria, in modo che vi si potesse stabilire e incontrare il suo amore separato. Tuttavia, dopo aver atteso così a lungo, le colombe non volano più, semplicemente perché se ne sono andate via e non torneranno più.
[ trad. Riccardo Gullotta]


Manifestations of Nature and Politics in Mahmoud Darwish’s Metaphors [Khaled Mahmoud Masood, 2020]

Darwish focuses on the use of metaphors connected with nature with the help of which he turns the sign into the signified, the subject into the object, and nothingness into something, thus transferring the land of Palestine into a poem and making this poem one with Palestine. More importantly, metaphor is a sort of manifestation of identity, a paradoxical and illogical one since it is ‘this’ and ‘that’ at the same time. It combines two entities together that are similar and dissimilar. The poet resorts to metaphor as to the
most unrestrained method of thinking in order not to prove anything through reasoning, but rather to reveal a concealed and subtle truth which paradoxically affirms that “poem and land are one.”

Doves do not only symbolize the Palestinian nostalgic memories, but also the poet's psyche and the ideal world he is dreaming of. Thus, the pigeon may represent the poet's land as much as it mirrors the poet's own self. Such an intimate attachment brings about an organic consolidation between the poet and the pigeon so that each of them personifies the other and depicts what goes beyond the senses of the other. In his poem يطير الحمام "The pigeons fly", in which poet and doves merge with all the elements of nature, Darwish transforms the dove's symbol into an element in a world of alienation.[…]
The pigeons that fly and land, then fly and land represent the dream of peace that entices the poet and his lover or that illuminates and flickers in the lives of the Palestinians who wait for this flip-flopping peace in order to return to their homeland and get rid of the nightmare of occupation. The poet (the dove) has for long been wandering in
the sky in search for his homeland, so that he could settle in and meet with his estranged sweetheart. However, after waiting for so long, the doves are no longer flying, simply because they have gone and they will never come back.



Il nostro omaggio a Mahmoud Darwish rimarrebbe confinato in una dimensione convenzionale, prona alla retorica, se non aggiungessimo qualche nota, basata sulle conoscenze e mezzi di cui disponiamo, ancorché limitati, sulle questioni per cui lui spese la sua esistenza giorno dopo giorno, anche dopo la rinuncia al suo ruolo politico, quando si convinse che erano ormai compromessi gli ideali per cui aveva lottato.
Offriremo qualche riflessione andando alla radice, sul modo di scrivere storia piuttosto che sulla stessa storia.


Negazioni

Migliaia di documenti dell’Archivio della Commissione dell’Onu per i crimini di guerra [ United Nations War Crimes Commission ] sono stati desecretati nel 2017. I documenti relativi all’Olocausto si trovano alla Wiener Library a Londra. Ci si aspetterebbe che i negazionisti dell’Olocausto fossero in progressiva diminuzione e che il manipolo dei sedicenti storiografi di varia natura, accomunati dalla tesi della carenza di dati da fonti certe, si trovassero in nette difficoltà. Invece no.
Negli Stati Uniti l’11 % circa dei giovani ritiene che l’Olocausto sia stato causato dagli Ebrei, in Gran Bretagna il 5% della popolazione adulta è negazionista dell’Olocausto e il 12 % ritiene le cifre esagerate. In Italia la percentuale dei negazionisti è 15%, in netto aumento rispetto al 2,7% registrato nel 2004.
Le cifre sono ancora più inquietanti se si considera che nel 2017 sono stati resi pubblici una quantità notevole di documenti sull’Olocausto. Le statistiche fotografano un fenomeno che contrasta con l’intuito: alla rinnovata disponibilità di un’ingente massa di documenti, colpevolmente secretati a causa della guerra fredda, ha corrisposto un aumento anziché una contrazione dei negazionisti.
Quando prese piede il fenomeno del negazionismo dell’Olocausto gli storiografi di tale orientamento si definirono revisionisti e la maggior parte ancora oggi così si definisce, non si sa se con più spudoratezza o cinismo.

Auschwitz Ultimi giorni archivio: Riccardo Gullotta
Auschwitz Ultimi giorni archivio: Riccardo Gullotta


Revisioni

Consideriamo adesso il revisionismo storiografico condotto con onestà intellettuale, cioè il tentativo di aggiornare la storiografia per un vaglio del quadro complessivo in base all’acquisizione di documenti inediti o allo sviluppo di nuove tecniche di indagine.
In Israele è nata una corrente storiografica, non incoraggiata, quella dei Nuovi Storici , ההיסטוריונים החדשים [ HaHistoryonim HaChadashim]. Non si può considerare una scuola dato che diversi sono le posizioni e i metodi dei vari storici. Hanno in comune l’ambito della ricerca, la storia dello stato di Israele in relazione agli avvenimenti che hanno interessato i Palestinesi. Se invece ci si intendesse rivolgere alle scuole di pensiero occorrerebbe distinguere tra la Columbia che pone l’accento sugli aspetti metodologici e la scuola di Edimburgo che privilegia il contenuto.
I principali rappresentanti della corrente sono: Benny Morris [בני מוריס], Tom Segev [תום שגב], Avi Shlaim [אבי שליים], il discusso Ilan Pappé [אילן פפה], Zeev Sternhell [זאב שטרנהל], venuto meno l’anno scorso. Altri come Avner Cohen [אבנר כהן], lo scomparso Baruch Kimmerling [ברוך קימרלינג], Uri Milstein [אורי מילשטיין] e lo statunitense Norman Finkelstein si possono considerare contigui alla corrente dato che le loro ricerche di carattere sociologico si rivolgono all’ambito storico. Anche concedendo il beneficio della riserva per Pappé e Finkelstein, non si può seriamente sostenere che si tratti di storici antisionisti, tanto meno per partito preso.
Incidentalmente, il termine Post-Sionismo designa la tendenza socio-politica a considerare il Sionismo come un’ideologia superata in quanto l’esistenza dello stato di Israele non sarebbe più soggetta ad un “pericolo permanente” tale da impedire una pace stabile con i Palestinesi. Anche se il Post-Sionismo appoggia le sue tesi sui risultati delle ricerche dei Nuovi Storici, è bene tuttavia tenere distinti i due ambiti.
Senza addentrarci nei risultati dei vari ricercatori, ci limiteremo a pochi cenni prendendo a riferimento Benny Morris che rimane la figura più rilevante, e più discussa, della corrente dei Nuovi Storici.

Morris ha avuto il merito ed il coraggio (nel 1988 !) di pubblicare a Cambridge The Birth of the Palestinian Refugee Problem, revisionato nel 2004, 640 pagine. Il titolo dell’edizione italiana del 2005 è Esilio. Israele e l’esodo palestinese, 1947-1949. Per la prima volta uno storico poté accedere a dei documenti riservati dell’esercito israeliano e della organizzazione paramilitare Haganah. L’informativa più importante forse fu l’analisi dell’”esodo” palestinese basata sui dati relativi a 389 villaggi ed insediamenti arabi che nel maggio del 1948 si trovavano nell’attuale territorio israeliano.
Morris distingue tra una prima ondata di esodi, tra Dicembre 1947 e Aprile 1948, e altre tre successive. Su tale distinzione concorda abbastanza anche Pappé. Della prima ondata riferiremo più avanti a causa delle torsioni storiografiche, come vedremo. Altre tre ondate di “esodi” (per la parte soccombente: “espulsioni”) dal maggio 1948 in poi interessarono una massa enorme di civili. Nel totale le stime più attendibili vanno da 600 a 760mila Palestinesi; la cifra su cui si tende a convergere oggi è 700mila.
Morris classifica i villaggi in base alle cause della fuga tra le seguenti: Evacuazione su ordini di Arabi; Capitolazione dell’agglomerato urbano vicino; Espulsione da parte di forze militari ebraiche; Panico; Aggressione militare degli insediamenti; Campagne con passaparola (guerra psicologica). L’analisi è dettagliata e corroborata da documenti, testimonianze, cifre. Le dinamiche sono abbastanza chiare.



La vulgata israeliana ha attribuito la causa dell’”esodo” dei Palestinesi soltanto negli ordini di evacuazione dettati dal Comitato arabo. Le conclusioni della ricerca di Morris in proposito, pag. 263 del libro citato, sono invece diverse:

During its first months, the exodus was regarded by the Arab states and the AHC [ Arab High Committee ndr ] as a passing phenomenon of no particular consequence. Palestinian leaders and commanders struggled against it, unsuccessfully […] There is no evidence that the Arab states and the AHC wanted a mass exodus or issued blanket orders or appeals to flee.

Il nodo principale su cui gli storici e le opinioni sono tuttora divisi rimane irrisolto: la sussistenza o meno di una causa primaria a monte del “trasferimento” (termine neutro usato da parte israeliana come sinonimo di esodo contrapposto ad “espulsione”). Secondo Morris non ci fu una radice unica a cui fare risalire gli sviluppi degli eventi analizzati, gli ebrei seppero sfruttare la situazione ma non avrebbero agito in base ad un disegno di espulsioni forzate. Per Morris il Piano D (Daleth in ebraico) della Haganah, che nelle sue 75 pagine dettagliava la strategia delle forze armate israeliane, ebbe scopi militari e non altri, mentre per altri storici il piano sottintese sotto vari aspetti una politica di espulsione dei Palestinesi.
Lo storico più deciso nel sostenere quest’ultima posizione è Ilan Pappé che nel suo The Ethnic Cleansing of Palestine sostiene la tesi di una “pulizia etnica” perpetrata dai dirigenti israeliani, già da Ben Gurion, a danno dei Palestinesi.

Chi fosse interessato al testo inglese del Piano Daleth [תוכנית ד'], senza appendici, può prenderne visione qui: Plan D. Per chiarezza precisiamo che la traduzione di tale documento è stata curata dalla NGO pacifista Mideastweb composta da membri israeliani, palestinesi, arabi. Nella sua introduzione Mideastweb riporta con correttezza la divergenza delle valutazioni; conclude condividendo in buona sostanza la tesi di Morris. La fonte originale è questa: Plan Dalet a cura di Walid Khalidi per l’ Institute for Palestine Studies, istituto di ricerca indipendente e di elevata reputazione internazionale. Per quanto ne sappiamo tale pubblicazione sulla rivista Journal of Palestine Studies Autumn 1988, vol. 18 n.1 è di fatto l’unica fonte attualmente accessibile ai non addetti ai lavori.

Torniamo alla prima fase del conflitto, dicembre 1947 – maggio 1948.
Si legge che la prima ondata di partenze degli arabi fu in gran parte a carattere volontario e interessò la parte della popolazione meno disagiata. Si legge che si trattò di una cifra compresa tra i 70 e i 100mila Palestinesi. Si legge che rappresaglie e pressioni da parte israeliana furono episodiche, fuori da un piano preliminare e sovraordinato. Queste informazioni, esposte con chiarezza, e riteniamo in buona fede, nel paragrafo Prima ondata (dicembre 1947 - marzo 1948) non sono affatto rispondenti alla realtà in base a quanto è incontrovertibilmente emerso da un documento su cui torneremo più avanti. Ne diamo intanto gli estremi, grati agli intellettuali onesti, al quotidiano israeliano Haaretz che continua a battersi a tutto campo per l’obiettività dell’informazione corretta e soprattutto al piccolo ma determinato istituto israeliano di ricerca del conflitto israelo-palestinese Akevot [עקבות], , che è riuscito a rintracciarlo e renderlo disponibile:

Migration of Eretz Yisrael Arabs between December 1, 1947 and June 1, 1948. Segue anche il link all’originale in ebraico: original

Tale documento, datato 30 Giugno 1948, fu steso dall’Intelligence militare israeliana.
Orbene le informazioni e i dati riportati rovesciano drasticamente ed in modo sostanziale ciò che era stato ritenuto valido e sostenuto per decenni dalla maggior parte degli storici. A pag. 5 si legge:

To summarize the previous sections, one could, therefore, say that the impact of “Jewish military action” (Haganah and Dissidents) on the migration was decisive, as some 70% of the residents left their communities and migrated as a result of these actions.

E ancora:
Orders and directives issued by Arab institutions and gangs: This evacuation, which may be termed “orderly evacuation”, was carried out for strategic reasons […] compared to other factors, this element did not have decisive weight, and its impact amounts to some 5% of all villages having been evacuated for this reason.

Le cifre esposte (rammentiamo, relative al solo 1° semestre 1948 * ) sono le seguenti:

Popolazione rurale palestinese migrata dal territorio israeliano: 152.000
Popolazione urbana palestinese migrata dal territorio israeliano: 87.000
Totale dei Palestinesi migrati dal territorio israeliano: 239.000

Popolazione rurale palestinese migrata dal territorio arabo: 50.000
Popolazione urbana palestinese migrata dal territorio arabo: 72.000
Popolazione urbana palestinese migrata da Gerusalemme: 30.000
Totale dei Palestinesi migrati dal territorio arabo: 152.000

Totale dei Palestinesi sfollati: 391.000 *


Palestinesi in fuga , 1948Archivio Nazioni Unite
Palestinesi in fuga , 1948Archivio Nazioni Unite


A margine di tali informazioni e dati sconvolgenti accenniamo ad alcune considerazioni, a nostro avviso non secondarie.
Qualche commentatore attribuisce la paternità del documento allo Shai , sigla per Sherut Yediot [ שירות ידיעות ], Intelligence della Haganah. Si presti attenzione alla data di stesura. Il documento originale è datato 16 Giugno 1948, ma il campo dattiloscritto “16” è stato rettificato con grafia manuale e inchiostro blu in 30. Non ci risulta che qualcuno abbia preso in considerazione tale dettaglio che non ci sembra marginale.
Infatti il 30 Giugno 1948, o tutt’al più quattro giorni prima, lo Shai fu disciolto per dare origine a tre agenzie di Intelligence, una delle quali era quella militare. Al vertice dello Shai sino al suo scioglimento c’era Isser Be'eri che “collaborò” con Ben Gurion nella riorganizzazione dei Servizi. Al di là degli aspetti tecnico-organizzativi una questione fondamentale dopo la fondazione dello stato di Israele fu la gestione della supervisione dell’Intelligence tra politici e militari. Chi commissionò all’intelligence militare tale documento di portata dirompente? Furono i politici, quindi Ben Gurion e il Mapai o furono i vertici della Haganah , disciolta ma non eclissata ?
Posta diversamente la domanda, quale fu lo scopo di dare concreta evidenza ad informazioni e dati sostanzialmente opposti a ciò che i leader del neonato stato di Israele asserivano e sostenevano nelle relazioni internazionali (e che continuarono a sostenere per decenni confidando nell’inaccessibilità degli archivi)?
Chi volle fare trapelare informazioni che, lette con attenzione, appaiono verosimilmente come assist alle organizzazioni irregolari, i “Dissidents” (leggi : terroristi dell’Irgun e del Lehi), e al Palmach volti ad aggiustare il tiro (leggi : allontanare da territori ritenuti strategici i Palestinesi senza troppi scrupoli, assumendosi anche la responsabilità di eccidi) ? Quale fu la posta?
Quanto e come pesò sul confronto tra leader chiamati a fondare e dare stabilità al giovane stato e i movimentisti storici del sionismo?
E ancora: ci fu un nesso tra i fatti esposti nel documento ed i regolamenti di conti tra nuova e vecchia intelligence, vedi affaire Tobianski e conseguente defenestrazione di Isser Be'eri ?
Per quel poco che ne sappiamo ci sembra che gli storici non si siano ancora espressi in merito; se ne comprenderebbe il motivo alla luce delle difficoltà ad accedere alla stragrande maggioranza dei documenti d’archivio.
Confessiamo di essere assaliti dalla brama di sapere; se avessimo il titolo faremmo di tutto per ottenere una risposta documentata soprattutto da Morris. Purtroppo anche i lettori più giovani dovranno farsene una ragione dato che le conoscenze di interi capitoli essenziali di Storia resteranno precluse a lungo (si veda più avanti).


Occultamenti

L’importante documento di sui si sono date alcune indicazioni è stato oggetto di vicissitudini degne di attenzione.
In Israele sono attivi una ventina di centri principali di documentazione storica e di ricerca, il totale pare sia un centinaio. I depositi più importanti sono gli archivi di stato. Yad Yaari invece è un centro specializzato nella raccolta di documenti che riguardano la federazione dei Kibbutz ed il movimento della gioventù HaTzair. Il documento menzionato fa parte dell’archivio HaTzair.
Lo storico Benny Morris lo individuò nel 1985 e ne trattò nel suo articolo “The Causes and Character of the Arab Exodus from Palestine: The Israel Defence Forces Intelligence Branch Analysis of June 1948”, pubblicato nella autorevole rivista accademica inglese Middle Eastern Studies, Vol. No 22. 1 nel Gennaio 1986. Fu anche il caposaldo su cui Morris basò le argomentazioni del suo libro The Birth of the Palestinian Refugee Problem 1947-1949 nel 1989 che suscitò molto scalpore, a cui abbiamo già accennato.
Da qui cominciano i giri di valzer.

Dopo la pubblicazione dell’articolo nell’86 l’Archivio lo rese indisponibile. Successivamente fu soggetto a ulteriori restrizioni da parte del Dipartimento di Sicurezza del Ministero della Difesa di Israele, meglio noto come Malmab, הממונה על הביטחון במשרד הביטחון [ Ha-Memune al ha-bitahon be-Misrad Ha-Bitahon ] (cfr. avanti). Detto in breve: mentre prima l’accesso era impedito ma il documento era ricercabile, con le nuove disposizioni il documento è stato posto fuori catalogo. Questo e tanti altri documenti rimasti secretati per anni, poi declassificati con riserve dal 1979 (30 anni dopo la cessazione delle ostilità), sono stati di nuovo secretati dal 2002 con una novità essenziale: non sono identificabili. Possono essere noti, per motivi di “sicurezza”, soltanto ad una ristrettissima cerchia del Dipartimento suddetto. I documenti in questione in partica non esistono, poco importa se sono esistiti e se gli storici li hanno studiati e pubblicati. Giustamente Morris ha commentato che è come chiudere una stalla quando i buoi sono scappati.
Particolare non del tutto secondario, il dipartimento suddetto è circondato da un’aura di segretezza parossistica, al punto che anche la denominazione estesa non è nota: quella già menzionata è probabile ma non certa. Neanche la data della sua fondazione è certa. Qualcuno parla del 1960, altri del 1974; sino al 2000 neanche la maggior parte dei vertici israeliani ne avevano cognizione. Su altri dettagli, pochi naturalmente, e attività di sicurezza militare attinenti anche al nucleare, non ci dilunghiamo in questo contesto.
Per fugare il dubbio di uno storytelling, una narrazione affabulatoria, riportiamo dei link dove il lettore potrà trovare non solo conferma ma anche molte ulteriori informazioni, a dir poco ingombranti, che vanno al di là della portata di queste pagine:

Burying the Nakba del 5 Luglio 2019
Seppellire la Nakba , traduzione in italiano dell’ articolo precedente.
Team segreto del 18 Agosto 2019
Israel’s Vanishing Files 2019 del prof. Shay Hazkani, Università del Maryland


Archivi di documentazione storica



Il “Restricted Access Period” [RAP] cioè la durata del periodo di divieto di accesso va da 15 sino a 70 anni a decorrere dall’evento oggetto del documento .
Gli Archivi di Stato israeliani (ISA) / Arkhiyon Medinat Yisra'el [ ארכיון מדינת ישראל ] sono il deposito dei documenti dei vari ministeri e del premier. Contiene 3 milioni di file. Dal 2016 gli originali non si possono consultare, soltanto copie scansionate. Nel 2017 la situazione era la seguente: documenti accessibili alla consultazione 144.000, meno del 5%. Poiché l’iter di digitalizzazione e caricamento delle scansioni procede a rilento, il 64% dei documenti ammessi alla consultazione in realtà non erano consultabili.
Inoltre mentre prima era la direzione dell’Archivio a decidere sulla idoneità del documento ad essere declassificato, nel 2017 il vice Procuratore Generale per gli affari penali, Raz Nizri, ha stabilito che la declassificazione di un documento non compete al Responsabile dell’Archivio ma al ministero che ne ha gestito l’emissione. In pratica la nuova disposizione ed il processo di digitalizzazione in corso hanno reso problematico, per non dire praticamente impossibile, l’accesso ai documenti più importanti.

L’Archivio militare israeliano, Israel Defense Forces and Defense Establishment Archive (IDEA) [ארכיון צהל ומערכת הביטחון] è il deposito dei documenti di origine militare e paramilitare dal 1948. Contiene circa 12 milioni di file, di cui la metà classificati “personali” oltre a 2,7 milioni di foto.
Nel 2017 la situazione era la seguente: documenti accessibili alla consultazione 47.000, lo 0,8% dei documenti “non personali” dal 1957. Per i documenti di epoca anteriore che ammontano a 1 milione sono candidati potenziali alla declassificazione soltanto il 30 %, circa 300.000. Le clausole invocate per mantenere la segretezza sono la sicurezza dello stato e le ripercussioni sulle relazioni estere.
Nel 2019 il gabinetto Netanyahu ha esteso il periodo di secretazione dei documenti che interessano i servizi di Intelligence, il RAP, a 90 anni.

L’Archivio del Partito Laburista raccoglie tutti i documenti politici del Mapai e del Partito Laburista. Il periodo di inaccessibilità dei suoi documenti secretati va da 30 a 100 anni.

Evacuazione da Kiryat Gat, Marzo 1949 , IDF and Defense Establishment Archives
Evacuazione da Kiryat Gat, Marzo 1949 , IDF and Defense Establishment Archives


Chi scrive non intende rinunciare alla visione binoculare; tiene quindi a precisare che nessun paese del Medio Oriente consente l’accesso agli archivi di stato per la ricerca di documenti, in particolare sulla questione israelo-palestinese. L’unica fonte, oltre agli archivi israeliani, attestata su ben più modesti ordini di grandezza, è l’Institute for Palestine Studies, istituto di ricerca indipendente, un ufficio a Beirut (archivi in parte saccheggiati nell’invasione del 1982), uno a Ramallah e un altro a Washington.
Insomma, per chi conduce ricerche in ambito storico recarsi là dove di documenti importanti ce ne sono, al Cairo,Damasco, Bagdad, Teheran, equivarrebbe ad un buco nell’acqua. Hic sunt leones.

La restituzione ed il consolidamento della narrazione storica sono condizioni necessarie per avviare un processo di comprensione tra i soggetti storici, naturalmente sgombrando il terreno dall’uso politico. Chi assegna pesi diversi ai fatti, in funzione dei suoi orientamenti ideologici o di tesi precostituite che intende sostenere, non fa revisionismo ma storia di parte.
Che dire quando storiografi o cabine di regia nascondono o addirittura distruggono documenti, quali che siano le intenzioni? Sospendere e nascondere fatti ed elementi probatori per alterare ed orientare la lettura della Storia, per piegarla agli interessi immediati è peggio di un falso ideologico e della negazione del diritto fondato sulle libertà di pensiero e di opinione. Equivale a modificare il patrimonio più importante dell’umanità, la Storia.


Epilogo

Abbiamo iniziato queste pagine con una poesia, intensa e suggestiva, di Mahmoud Darwish, simbolo vivo della tensione continua tra Palestina, poesia, esilio, una dialettica che poco ha in comune con quella hegeliana, non foss’altro che per la perenne sospensione del momento di sintesi.
Desideriamo concludere con i versi di un grande poeta israeliano, Yehuda Amichai, la cui poesia è universale come quella di Mahmoud Darwish. Anch’essa è permeata dal desiderio struggente di creare, di generare pace per cercare di dare un senso all’esistenza. Ci piace pensare che i poeti proprio perché non vincolati dalla geometria e dall’algebra identitaria abbiano la capacità di indovinare anzitempo i meandri della storia.

Io, che possa riposare in pace - io, che vivo ancora, dico,
Che io possa avere pace per il resto della mia vita.
Voglio la pace adesso mentre sono ancora vivo.
Non voglio aspettare come quell’uomo pio che desiderava una sola gamba
della sedia d'oro del paradiso, voglio una sedia a quattro gambe
proprio qui, una semplice sedia di legno. Voglio il resto della mia pace adesso.
Ho speso la mia vita in guerre di ogni genere: con e senza battaglie,
corpo a corpo, faccia a faccia, facce sempre
la mia, la mia faccia-da-innamorato, la mia faccia-da-nemico.
Guerre con le armi di una volta: bastoni e pietre, asce smussate, parole,
coltelli smussati, amore e odio,
e guerre con armi di nuovo conio: mitra, missili,
parole, mine che esplodono, amore e odio.
Non voglio onorare la profezia dei miei genitori che la vita è guerra.
Voglio la pace con tutto il mio corpo e tutta la mia anima.
Lasciatemi riposare in pace.


I, may I rest in peace—I, who am still living, say,
May I have peace in the rest of my life.
I want peace right now while I'm still alive.
I don't want to wait like that pious man who wished for one leg
of the golden chair of Paradise, I want a four-legged chair
right here, a plain wooden chair. I want the rest of my peace now.
I have lived out my life in wars of every kind: battles without
and within, close combat, face-to-face, the feces always
my own, my lover-face, my enemy-face.
Wars with the old weapons—sticks and stones, blunt axe, words,
dull ripping knife, love and hate,
and wars with newfangled weapons—machine gun, missile,
words, land mines exploding, love and hate.
I don't want to fulfill my parents' prophecy that life is war.
I want peace with all my body and all my soul.
Rest me in peace.


[Riccardo Gullotta]

s'envolent les colombes
S’envolent les colombes.
Se posent les colombes…

- Apprête la terre que je me repose,
Car je t’aime jusqu’à la fatigue.
Ton matin est fruits pour les chansons,
Ce soir est d’or
Et nous sommes l’un à l’autre, à l’heure où l’ombre pénètre son ombre dans le marbre
Et je me ressemble lorsque je suspends mon être à un cou qui n’étreint que les nuages.
Tu es l’éther qui se dénude devant moi, larmes de raisin.
Tu es le commencement de la famille des vagues lorsqu’elles s’agrippent à la terre ferme, lorsqu’elles migrent,
Et je t’aime et tu es le prélude de mon âme et l’épilogue.

S’envolent les colombes
Se posent les colombes…

- Mon aimé et moi, deux voix sur les mêmes lèvres.
J’appartiens à mon aimour, moi, et mon aimour appartient à son étoile fugitive
Et nous entrons dans le rêve, mais il ralentit le pas pour nous échapper.
Lorsque mon aimé s’endort, je me lève pour protéger son rêve de ce qu’il pourrait voir
Et chasse les nuits passées avant notre rencontre.
Je choisis nos jours de mes mains
Et choisis pour moi la rose de notre table.

Dors, mon aimour,
Que les voix des mers s’élèvent jusqu’à mes genoux.
Dors mon aimour,
Que je me pose en toi et délivre ton rêve d’une épine jalouse.
Dors,
Que les tresses de ma poésie soient sur toi, et la paix.

S’envolent les colombes
Se posent les colombes…

- J’ai vu avril sur la mer.
J’ai dit : Tu as oublié le suspens de tes mains, oublié les cantiques sur mes plaies.
Combien peux-tu naître dans mon songe
Et me mettre à mort,
Pour que je crie : Je t’aime.
Et que tu trouves le repos ?
Je t’appelle avant les mots.
Je m’envole avec ta hanche avant d’arriver chez toi.
Combien parviendras-tu à déposer les adresses de mon âme dans les becs de ces colombes, à disparaître, tel l’horizon sur les pentes,
Pour que je sache que tu es Babel, Egypte et Shâm ?

S’envolent les colombes
Se posent les colombes…

- Où m’emportes-tu mon petit aimour, loin de mes parents,
De mes arbres, de mon petit lit et de mon ennui,
De mes miroirs, de ma lune, du coffre de mes jours, de mes nuits de veille,
De mes habits et de ma pudeur ?

Où m’emportes-tu mon aimour, où ?
Dans mon oreille tu enflammes les steppes, tu me charges de deux vagues,
Tu brise deux côtes, tu me bois, tu me brûles, et
M’abandonnes sur le chemin du vent vers toi.
Pitié … pitié …

S’envolent les colombes
Se posent les colombes…

- Ma hanche est une plaie ouverte, car je t’aime
Et je cours de douleur dans des nuits agrandies par la crainte de ce que j’appréhende.
Viens souvent et absente-toi brièvement.
Viens brièvement et absente-toi souvent.
Viens et viens et viens. Aah d’un pas immobile.
Je t’aime car je te désire. Je t’aime car je te désire.
Et je prends une poignée de ce rayon encerclé par les abeilles et la rose furtive.
Je t’aime, malédiction de sentiments.
J’ai peur de toi pour mon cœur. J’ai peur que mon désir se réalise.
Je t’aime car je te désire.
Je t’aime, corps qui créé les souvenirs et les met à mort avant qu’ils ne s’accomplissent.
Je t’aime car je te désire.
Je modèle mon âme à l’image des deux pieds, des deux édens.
J’écorche mes plaies avec les extrémités de ton silence… et la tempête
Et je meurs pour que les mots trônent dans tes mains.

S’envolent les colombes
Se posent les colombes…

- L’eau me blesse, car je t’aime

Les chemins de la mer me blessent,
Le papillon,

L’appel à la prière dans la lumière de tes poignets me blessent.
Mon aimé, je t’appelle à longueur de sommeil. J’ai peur de l’attention des mots.
Peur qu’ils ne découvrent l’abeille en larme entre mes cuisses.

L’ombre sous les réverbères me blesse car je t’aime,
Un oiseau dans le ciel lointain, le parfum du lilas me blessent

Et le commencement de la mer,
Et sa fin.
Aah si je pouvais ne pas t’aimer,
Ne pas aimer,
Qu’enfin guérisse ce marbre.

S’envolent les colombes
Se posent les colombes…

- Je t’aperçois et j’échappe au trépas. Ton corps est un havre.
Chargé de dix lys blancs, dix doigts, le ciel s’en va vers son bleu égaré.
Et je tiens cet éclat marbré, je tiens le parfum du lait caché
Dans deux prunes sur l’albâtre et j’adore celui qui décerne à la terre ferme et à la mer
Un refuge sur la rive du sel et du miel premiers. Je boirai le suc de caroube de ta nuit
Et je m’endormirai
Sur un blé qui brise le champ, brise jusqu’au cri qui se rouille.
Je te vois et j’échappe au trépas. Ton corps est un havre.
Comment la terre m’exile-t-elle dans la terre?
Comment s’endort le songe?

S’envolent les colombes
Se posent les colombes…

- Mon amour, j’ai peur du silence de tes mains.
Ecorche mon sang, que s’endorme la jument.
Mon amour, les femmes des oiseaux volent vers toi,
Prends-moi, souffle ou épouse.
Mon amour, je demeurerai là, que mûrissent dans tes mains les pistaches de mes seins,
Que les gardes m’arrachent de tes pas.

Mon amour, je te pleurerai toi toi toi,
Car tu es le toit de mon ciel
Et mon corps est ta terre sur terre
Et ta demeure.

S’envolent les colombes
Se posent les colombes…

Sur le pont, j’ai vu l’Andalousie de l’amour et du sixième sens.
Sur une fleur desséchée,
Il lui rendit son cœur

Et dit : L’amour requiert de moi ce que je n’aime pas.
Il requiert que je l’aime.

La lune s’endormit
Sur une bague qui se brise

Et les colombes s’envolèrent.

Sur le pont, j’ai vu l’Andalousie de l’amour et du sixième sens.
Sur une larme désespérée,
Elle lui rendit son cœur,

Et dit : L’amour requiert de moi ce que je n’aime pas.
Il requiert que je l’aime.

La lune s’endormit
Sur une bague qui se brise
Et la nuit noire se posa sur le pont et les amants.

S’envolent les colombes
Et se posent.

Contributed by Riccardo Gullotta - 2021/2/2 - 20:25




Language: Italian

Traduzione italiana / Traduction italienne / الترجمة الإيطالية / Italian translation / תרגום לאיטלקית / Italiankielinen käännös :
Riccardo Gullotta
LE COLOMBE VOLANO VIA

Le colombe volano via.
le colombe si posano...

- Prepara la terra che mi riposo,
Perché ti amo sino ad esserne esausto.
La tua mattina è frutto di canti,
Questa è una sera dorata
E siamo l'un l'altro, in un momento in cui l'ombra affonda la sua ombra nel marmo
E sono io quando appendo il mio essere a un collo che abbraccia solo nuvole.
Sei etere che mi si spoglia davanti, lacrime d'uva.
Sei inizio della famiglia di onde quando si aggrappano alla terraferma, quando migrano,
E amo te e sei preludio della mia anima ed epilogo.

Le colombe volano via.
le colombe si posano...

- Io e il mio amore, due voci sulle stesse labbra.
Appartengo all’ amore mio, io, e il mio amore appartiene alla sua stella fugace
E entriamo nel sogno, ma rallenta il passo per sfuggirci.
Quando il mio amore si addormenta, mi alzo per proteggere il suo sogno da ciò che potrebbe vedere
E allontana le notti passate prima che ci trovassimo.
Scelgo i nostri giorni con le mie mani
E scegli per me la rosa [1] dalla nostra tavola.

Dormi amore mio
che le voci dei mari possano salire sino alle mie ginocchia.
Dormi amore mio
Possa io fissarmi in te e liberare il tuo sogno da una spina di gelosia.
Dormire,
Che le trecce della mia poesia siano su di te, e la pace.

Le colombe volano via.
le colombe si posano...

- Ho visto aprile sul mare.
Ho detto: hai dimenticato le tue mani sospese, hai dimenticato gli inni sulle mie ferite.
Quante volte potrai nascere nel mio sogno
E mettermi a morte
Per farmi gridare: ti amo.
E per trovare tu la quiete?
Ti chiamo ancora prima delle parole.
Volo via con il tuo fianco prima di raggiungerti.
Come farai a posare gli indirizzi della mia anima nei becchi di queste colombe, a scomparire, come orizzonte sui pendii,
perché io sappia che sei Babele, Egitto e Damasco?

Le colombe volano via.
le colombe si posano...

- Dove mi porti amoruccio mio, lontano dai miei genitori,
Dai miei alberi, dal mio lettino e dalla mia noia,
Dai miei specchi, dalla mia luna, dal petto dei miei giorni, dalle mie notti di veglia,
Dai miei vestiti e dalla mia ritrosia?

Dove mi stai portando amore mio, dove?
Nel mio orecchio tu incendi steppe, metti su di me due onde,
Mi rompi due costole, mi bevi, mi bruci e
Mi lascia sul percorso del vento verso te.
Pietà ... pietà ...

Le colombe volano via.
le colombe si posano...

- Il mio fianco è una ferita aperta perché ti amo
E corro nel dolore nelle notti rese più profonde dalla paura di ciò che temo.
Vieni spesso e te ne vai in un attimo.
Vieni per poco e te ne vai spesso.
Vieni e vieni e vieni. Ah fosse il passo fermo.
Ti amo perché ti voglio. Ti amo perché ti voglio.
E prendo una manciata di questo raggio attorniato da api e la rosa di nascosto.
Ti amo, maledizione ai sentimenti.
Ho paura di te per il mio cuore. Ho paura che il mio desiderio si avvererà.
Ti amo perché ti voglio.
Amo te, corpo che crea ricordi e li condanna a morte prima che accadano.
Ti amo perché ti voglio.
Plasmo la mia anima a immagine di due piedi, di due eden.
Riapro le mie ferite con le estremità del tuo silenzio ... e la tempesta
E muoio dalla voglia che le parole siano salde nelle tue mani.

Le colombe volano via.
le colombe si posano...

- L'acqua mi fa male perché ti amo

I sentieri del mare mi feriscono,
La farfalla, [2]

L’invito alla preghiera nella luce dei tuoi polsi mi fanno male.
Amore mio, ti chiamo durante tutto il sonno. Ho paura dell'attenzione delle parole.

Paura che possano trovare l'ape in lacrime tra le mie cosce.
L'ombra sotto i lampioni mi fa male perché ti amo,
Un uccello nel cielo lontano, il profumo del lillà mi fanno male

E l'inizio del mare,
E la sua fine.
Aah se potessi non amarti
Non amarti,
Che alla fine questo marmo possa guarire

Le colombe volano via.
le colombe si posano...

- Ti vedo e scampo alla morte. Il tuo corpo è un paradiso.
Dotato di dieci gigli bianchi, dieci dita, il cielo si trasforma nel suo blu perduto.
E tengo quella lucentezza di marmo, tengo nascosto il profumo del latte
In due prugne sull’ alabastro e adoro chi guadagna la terra ferma e il mare
Un rifugio sulla riva del sale e miele per primi. Berrò il succo di carruba [3] della tua notte
E mi addormenterò
Su grano che squassa il campo, squassa sino al grido che si fa ruggine.
Ti vedo e scampo alla morte. Il tuo corpo è un paradiso.
Come può la terra farmi esule nella terra?
Come può il sogno addormentarsi?

Le colombe volano via.
le colombe si posano...

- Amore mio, ho paura del silenzio delle tue mani.
Cava via il mio sangue, che la giumenta si addormenti.
Amore mio, le femmine degli uccelli volano da te,
Prendimi come respiro o moglie.
Amore mio, rimarrò lì, che i pistacchi dei miei seni diventino maturi nelle tue mani,
Lascia che le guardie mi strappino dai tuoi passi.

Amore mio, piangerò per te, te
Perché sei il tetto del mio cielo
E il mio corpo è la tua terra sulla terra
E la tua casa.

Le colombe volano via.
le colombe si posano...

Sul ponte ho visto l’Andalusia [4] dell'amore e del sesto senso.
Su un fiore appassito,
Le ha restituito il suo cuore

E disse: L'amore richiede da me ciò che non desidero.
Esige che lo ami.
La luna si è addormentata
Su un anello che si spezza

E le colombe volarono via.

Sul ponte ho visto l'Andalusia dell'amore e del sesto senso.
Con una lacrima disperata
Lei gli ha restituito il suo cuore
E disse: L'amore richiede da me ciò che non mi piace.
Esige che lo ami.

La luna si è addormentata
Su un anello che si spezza
E la notte oscura calò sul ponte e sugli innamorati.

Le colombe volano via.
e si posano...
[1] La rosa nella poesia di Darwish richiama il rosso , il sangue , é simbolo di dedizione e sacrificio

[2] L’immagine della farfalla é associate in Darwish alla bellezza e tenerezza, ma anche a confusione e agitazione.

[3] La pianta di carrubo evoca la storia della Palestina

[4] L’Andalusia é un tema centrale nella poetica di Darwish. Si veda L’Andalousie dans la poésie de Mahmoud Darwich. L’Andalusia , come la Palestina, è metafora del paradiso perduto.

Il tema è particolarmente intenso nel poema أحد عشر كوكبا على آخر المشهد الأندلسي [ ashara kawkaban ‘ala akhir al-mashhad al-Andalusi ] / Undici pianeti sull’ultima scena andalusa. Per meglio inquadrare questo aspetto assai importante e, ci sembra, alquanto trascurato a casa nostra, si veda sia l’intervista su Undici pianeti sia il testo della poesia in inglese in questo blog

[Riccardo Gullotta]

Contributed by Riccardo Gullotta - 2021/2/2 - 22:34




Language: Arabic

النص الأصلي / Texte original / Testo originale / Original text / טקסט מקורי / Akuperäinen teksti :
يطيرُ الحمامُ

يطيرُ الحمامُ
يَحُطّ الحمامُ
أعدّي لِيَ الأرضَ كي أستريحَ
فإني أحُّبّك حتى التَعَبْ...

صباحك فاكهةٌ للأغاني
وهذا المساءُ ذَهَبْ
ونحن لنا حين يدخل ظلٌّ إلى ظلّه في الرخامِ
وأُشْبِهُ نَفْسِيَ حين أُعلّقُ نفسي
على عُنُقٍ لا تُعَانِقُ غير الغمام
وأنتِ الهواءُ الذي يتعرّى أمامي كدمع العنَبْ
وأنت بدايةُ عائلة الموج حين تَشَبّثَ بالبرّ
حين اغتربْ
وإني أحبّك، أنتِ بدايةُ روحي، وأنت الختامُ

يطير الحمامُ
يَحُطّ الحمامُ

أنا وحبيبيَ صوتان في شَفةٍ واحدهْ
أنا لحبيبي أنا. وحبيبي لنجمته الشاردهْ
وندخل في الحُلْمِ، لكنّهُ يَتَبَاطَأُ كي لا نراهُ
وحين ينامُ حبيبيَ أصحو لكي أحرس الحُلْمَ مما يراهُ

وأطردُ عنه الليالي التي عبرتْ قبل أن نلتقي
وأختارُ أيّامنا بيديّ
كما اختار لي وردة المائدهْ
فَنَمْ يا حبيبي

ليصعد صوتُ البحار إلى ركبتيّ
وَنَمْ يا حبيبي
لأهبط فيك وأُنقذَ حُلْمَكَ من شوكةٍ حاسدهْ
وَنَمْ يا حبيبي
عليكَ ضفائر شعري، عليك السلامُ
يطيرُ الحمامُ
يَحُطّ الحمامُ

رأيتُ على البحر إبريلَ
قلتُ: نسيت انتباه يديكِ
نسيتِ التراتيلَ فوق جروحي
فَكَمْ مَرّةً تستطيعين أن تُولَدي في منامي

وَكَمْ مَرّةً تستطيعين أن تقتليني لأصْرُخَ: إني أحبّكِ
كي تستريحي؟
أناديكِ قبل الكلامِ

أطير بخصركِ قبل وصولي إليكِ
فكم مَرّةً تستطيعين أن تَضَعِي في مناقير هذا الحمامِ
عناوينَ روحي
وأن تختفي كالمدى في السفوحِ
لأدرك أنّك بابل، مصرُ، وشامُ

يطير الحمامُ
يَحُطّ الحمامُ

إلى أين تأخذني يا حبيبي من والديّ
ومن شجري، من سريري الصغير ومن ضجري،
من مرايايَ من قمري، من خزانة عمري ومن سهري،
من ثيابي ومن خَفَري؟
إلى أين تأخذني يا حبيبي إلى أين
تُشعل في أذنيّ البراري، تُحَمّلُني موجتين
وتكسر ضلعين، تشربني ثم توقدني، ثم
تتركني في طريق الهواء إليك
حرامٌ... حرامُ

يطير الحمامُ
يَحُطّ الحمامُ

لأني أحبكِ، خاصرتي نازفهْ
وأركضُ من وَجَعي في ليالٍ يوسّعها الخوفُ مما أخافُ
تعالى كثيرًا، وغيبي قليلاً
تعالى قليلاً، وغيبي كثيرًا
تعالى تعالى ولا تقفي، آه من خطوةٍ واقفهْ
أحبّكِ إذ أشتهيكِ. أحبّك إذ أشتهيك
وأحفن هذا الشعاعَ المطوّقَ بالنحل والوردة الخاطفهْ
أحبك يا لعنة العاطفهْ
أخاف على القلب منك، أخاف على شهوتي أن تَصِلْ
أُحبّك إذْ أشتهيكِ
أحبك يا جسدًا يخلق الذكريات ويقتلها قبل أن تكتملْ
أُحبك إذْ أشتهيكِ
أطوّع روحي على هيئة القدمين على هيئة الجنّتين
أحكُّ جروحي بأطراف صمتك.. والعاصفهْ

أموتُ، ليجلس فوق يديكِ الكلامُ

يطير الحمامُ
يَحُطّ الحمامُ

لأني أحبّك (يجرحني الماءُ)
والطرقاتُ إلى البحر تجرحني
والفراشةُ تجرحني
وأذانُ النهار على ضوء زنديك يجرحني
يا حبيبي، أناديكَ طيلة نومي، أخاف انتباه الكلام
أخاف انتباه الكلام إلى نحلة بين فخذيّ تبكي
لأني أحبّك يجرحني الظلّ تحت المصابيح، يجرحني
طائرٌ في السماء البعيدة، عطر البنفسج يجرحني
أوّلُ البحر يجرحني
آخِرُ البحر يجرحني
ليتني لا أحبّكَ
يا ليتني لا أُحبّ
ليشفى الرخامُ

يطير الحمامُ
يَحُطّ الحمامُ

أراكِ، فأنجو من الموت. جسمُكِ مرفأْ
بعشرِ زنابقَ بيضاء، عشر أتأمل تمضي السماءُ
إلى أزرقٍ ضاع منها

وأْمسكُ هذا البهاء الرخاميّ، أمسك رائحةً للحليب المُخبّأْ
في خوختين على مرمر، ثم أعبد مَنْ يمنح البرّ والبحر ملجأْ
على ضفّة الملح والعسل الأوّلين، سأشرب خَرّوبَ لَيْلكِ
ثم أنامُ

على حنطةٍ تكسر الحقل، تكسر حتى الشهيق فيصدأْ
أراك، فأنجو من الموت. جسمك مرفأْ
فكيف تُشرّدني الأرض في الأرضُ
كيف ينامُ المنامُ

يطير الحمامُ
يَحُطّ الحمامُ

حبيبي، أخافُ سكوتَ يديكْ
فَحُكّ دمي كي تنام الفرسْ
حبيبي، تطيرُ إناثُ الطيور إليكْ
فخذني أنا زوجةً أو نَفَسْ
حبيبي، سأبقي ليكبر فُستُقُ صدري لديكْ
ويجتثّني من خطاك الحَرَسْ
حبيبي، سأبكي عليكَ عليكَ عليكْ
لأنك سطحُ سمائي
وجسميَ أرضك في الأرضِ
جسمي مقَامُ
يطير الحمامُ
يَحُطّ الحمامُ

رأيت على الجسر أندلُسَ الحبّ والحاسّة السادسهْ
على وردة يابسهْ
أعاد لها قلبَها
وقال: يكلفني الحُبّ ما لا أُحبّ
يكلفني حُبّها.
ونام القمرْ
على خاتم ينكسرْ
وطار الحمامُ

رأيتُ على الجسر أندلُس الحب والحاسّة السادسهْ
على دمعةٍ يائسهْ
أعادتْ له قلبَهْ
وقالت: يكلفني الحبّ ما لا أُحبّ
يكلفني حُبّهُ

ونام القمرْ
على خاتم ينكسرْ
وطار الحمامُ
وحطّ على الجسر والعاشِقْينِ الظلامُ

يطير الحمامُ
يطير الحمامُ
 Louis Le Brocquy - Wounded Pigeon 1984

Contributed by Riccardo Gullotta - 2021/8/3 - 22:27



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