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Odysseus

Francesco Guccini
Language: Italian


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Odysseus
[ 2004 ]

Testo e musica / Lyrics and music / Paroles et musique / Sanat ja sävel :
Francesco Guccini

Album: Ritratti


 Imants Tillers,  Pataphysical Man, 1984  (Sydney, Art Gallery of New South Wales )
Imants Tillers, Pataphysical Man, 1984 (Sydney, Art Gallery of New South Wales )




Il topos del viaggio è talmente coperto dalla letteratura universale ed analizzato che eventuali altre considerazioni sarebbero superflue ripetizioni.
Nei commenti alla canzone Asia si proponeva un approccio multiforme di lettura, si intravedeva un relativo ottimismo.
Secondo la mia striminzita chiave di lettura oggi Ulisse affronta il viaggio in un conflitto permanente tra l’infinitamente piccolo e l’infinito grande, tra una guerra molecolare e una globale. In quella molecolare agenti patogeni senza forme di intelligenza sfidano l’intelligenza universale del pensiero e della conoscenza, in quella globale la pandemia sta rendendosi organica e funzionale al rovesciamento di secoli di diritto, di coscienza e forse di autocoscienza. Ulisse non soltanto non sa più in quale porto approderà, non sa neppure se ci sarà un porto. L’Orsa maggiore è scomparsa, il segnale di luminanza della via Lattea non è percepibile.

L’intervista che segue aiuta a rammentare “come eravamo”, quando era possibile navigare sia pure soverchiati dalle “false rotte”. Personalmente nel conundrum attuale ho strappato due coordinate all’ oceano della notte: contro il terrore dell’apocalisse e dei rimpianti, o, con le parole di Francesco, “contro gli dei e contro la paura”.

Intervista di Vincenzo Mollica a Francesco Guccini per l'uscita di Ritratti nel 2004

VM : Vogliamo parlare di questo Ulisse, che hai scritto denunciando il fatto che hai ‘rubacchiato’ qua e là dei versi a Dante, Omero e via dicendo?

FG : Dunque, cominciamo dal più antico. Omero, “concavi navi dalle vele nere”; poi c’è Dante con “dei remi facemmo ali al folle volo”; c’è Foscolo – “la petrosa isola”; c’è Kavafis, il poeta greco, nel finale; c’è Jean-Claude Izzo per alcune impressioni sulla vita marinara; infine c’è un misterioso Alberto Prandi, che tu non conosci ma io conosco benissimo, che è mio cugino e ha scritto diverse poesie proprio sui personaggi dell’Odissea.

Mi è venuta questa idea, è tanto tempo che me la porto dietro, Ulisse è certamente un personaggio affascinante, ambiguo nel senso positivo di chi non si definisce mai. Pensa anche alla figura dantesca di Ulisse. Questa era l’idea e mi diverte, mi piace dire che Ulisse dice di sé stesso “Io non sono un marinaio, io sono un montanaro”, come me, sono un montanaro anch’io. Poi dice “però gli dei e il fato mi hanno spinto in mare. Se un montanaro guarda un monte che vede di fronte, viene invogliato a salire su quell’altro monte. Così un’isola circondata dal mare ti spinge a correre su quell’altra isola”.

Ecco che inizia questa sua sete d’avventura, che non finisce perché nel finale dice “uno avvolto nel buio perenne – cioè Omero – mi ha cantato, e cantandomi ha chiuso nei versi e nelle rime me stesso, che ancora vivo. Quindi provo ancora la gioia, dopo tanto tempo, di entrare in porti sconosciuti”. E quindi c’è proprio la gioia del marinaio che entra in un posto che non ha mai visto e ha la gioia dell’andare, del navigare. È questo un po’ il succo della canzone[…]

[Riccardo Gullotta]
Bisogna che lo affermi fortemente
che, certo, non appartenevo al mare
anche se Dei d’Olimpo e umana gente
mi sospinsero un giorno a navigare,
e se guardavo l’isola petrosa,
sopra ogni collina c’erano lì idealmente
il mio cuore al sommo d’ogni cosa,
c’era l’anima mia che è contadina
un’isola d’aratro e di frumento
senza le vele senza pescatori
il sudore e la terra erano argento
il vino e l’olio erano i miei ori.

Ma se tu guardi un monte che è di faccia,
senti che ti sospinge un altro monte
un’isola col mare che l’abbraccia
ti chiama un’altra isola di fronte
e diedi un volto a quelle mie chimere
le navi costruii di forma ardita,
concavi navi dalle vele nere
e nel mare cambiò quella mia vita
e il mare trascurato mi travolse:
seppi che il mio futuro era sul mare
con un dubbio però che non si sciolse
senza futuro era il mio navigare.

Ma nel futuro trame di passato
si uniscono a brandelli di presente,
ti esalta l’acqua e al gusto del salato
brucia la mente
e ad ogni viaggio reinventarsi un mito
a ogni incontro ridisegnare il mondo
e perdersi nel gusto del proibito
sempre più in fondo.

E andare in giorni bianchi come arsura,
soffio di vento e forza delle braccia,
mano al timone e sguardo nella pura
schiuma che lascia effimera una traccia;
andare nella notte che ti avvolge
scrutando delle stelle il tremolare
in alto l’Orsa e un segno che ti volge
diritta verso il nord della Polare.
E andare come spinto dal destino
verso una guerra, verso l’avventura
e tornare contro ogni vaticino
contro gli Dei e contro la paura.

E andare verso isole incantate,
verso altri amori, verso forze arcane,
compagni persi e navi naufragate;
per mesi, anni, o soltanto settimane
La memoria confonde e dà l’oblio,
chi era Nausica, e dove le sirene
Circe e Calypso perse nel brusio
di voci che non so legare assieme.
Mi sfuggono il timone, vela, remo,
la frattura fra inizio ed il finire,
l’urlo dell’accecato Polifemo
ed il mio navigare per fuggire.

E fuggendo si muore e la mia morte
sento vicina quando tutto tace
sul mare, e maledico la mia sorte
non trovo pace
forse perché sono rimasto solo
ma allora non tremava la mia mano
e i remi mutai in ali al folle volo
oltre l’umano.

La via del mare segna false rotte,
ingannevole in mare ogni tracciato,
solo leggende perse nella notte
perenne di chi un giorno mi ha cantato
donandomi però un’eterna vita
racchiusa in versi, in ritmi, in una rima,
dandomi ancora la gioia infinita
di entrare in porti sconosciuti prima.

Contributed by Riccardo Gullotta - 2020/9/13 - 17:37



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