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Canto del servo pastore

Fabrizio De André
Language: Italian

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L'Internationale
(Eugène Pottier)
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(Fabrizio De André)
Fiume Sand Creek
(Fabrizio De André)


fabfuma
[1981]
Testo e musica / Lyrics and music / Paroles et musique / Sanat ja sävel: Fabrizio de André - Massimo Bubola
Album / Albumi: Fabrizio de André (1981) ["L'Indiano"]



Eduardo Blasco Ferrer (1956-2017)
Eduardo Blasco Ferrer (1956-2017)
Il servo pastore di De André è un uomo semplice che non conosce neppure il proprio nome e le proprie origini. In questa canzone scritta in lingua italiana viene adombrato, in traduzione, un termine sardo che pure (nella sua forma gallurese, ziraccu) aveva fatto capolino nei testi di Fabrizio De André (in Zirichiltaggia, per la precisione: ...e andaranu a cujuassi a qualche ziraccu “e sposeranno qualche servo pastore”). La denominazione sarda del “servo pastore” riflette strutture enormemente arcaiche anche nel suo stesso nome di etimologia sconosciuta e di evoluzione semantica particolare: theraku / theraccu / saraccu ecc. compare nei documenti più antichi nel significato di “minorenne di dipendenza tutelare” (come nella celebre Carta de Logu, la raccolta di leggi aggiornata da Eleonora d'Arborea, 112 sos fattos de cussos ceraccos, o negli Statuti della Repubblica Sassarese, 21 et ecustas cosas non si istendan nen appan locu in theraccos qui appan XII annos; Eduardo Blasco Ferrer, Storia linguistica della Sardegna, Max Niemeyer Verlag, Tübingen 1984, p. 126); ma già nella stessa Carta de Logu si assiste a uno scivolamento verso la vera e propria condizione di servo (nel senso classico di servus: schiavo): CL CLXVI ordinamus chi, si alcuna desviarit alcunu saraccu, ch'istarit cun attiri, over saracca femina, pro sindi andari dae domu dessu padronu suo... (Blasco Ferrer, ibidem). Nel XIX secolo il termine assume anche il significato di “servo di casa, domestico”. Etimologia incerta, e presumibilmente (anche per la sua stessa struttura fonetica) preindoeuropea e “tirrenica”: Massimo Pittau, nel suo Lessico etrusco-latino comparato col nuragico, lo mette in probabile relazione con l'etrusco therace, se quest'ultimo ha il valore di “servitore”, tenendo conto del fatto che tracce etrusche esistono in Sardegna (Bithia, Teulada, Pani Loriga, come messo in luce dall'archeologo francese M. Gras). Siamo quindi di fronte a un termine paleosardo, o -se così lo si vuole chiamare- “nuragico”.

Massimo Pittau (Nuoro, 1921)
Massimo Pittau (Nuoro, 1921)
Il lungo preambolo linguistico non è e non vuole essere, ovviamente, fine a se stesso. Il servo pastore reca persino una denominazione la cui origine si è persa nella notte dei tempi. Vive separato dalla comunità umana ed immerso nell'ambiente incontaminato, possedendo una grande sensibilità per la realtà che lo circonda e della quale fa parte come in un'autentica fusione (“mio padre un falco, mia madre un pagliaio”). Riflette una condizione millenaria. Quando l'amministratore Don Quijote 82 ha segnalato questa canzone, ha parlato di una “grande dimenticanza”; a tale riguardo, si è imbattuto in una cosa scritta sull'internettianamente arcaica mailing list “Fabrizio” (una delle entità iniziatrici di questo sito...) il 14 gennaio 2002. L'autore è un vecchio amico, il gigantesco cestista (due metri secchi!), chitarrista e matematico Nico Chillemi, che poi è anche l'autore della storica versione dell' “Internazionale” nel dialetto di Chieti, sua città natale. Mi piace riprodurre alcune parti di questo antico articolo, o meglio post, tramandato ai posteri dal famoso sito deandreiano Via del Campo di Walter Pistarini:

Un giovane Nico Chillemi con la chitarra.
Un giovane Nico Chillemi con la chitarra.
"[...] Credo che dentro ognuno di noi ci sia un po' di questo servo pastore.  Io mi sento molto simile a questo personaggio che, alle "carenze classiche" di un uomo che vive nei campi e che non sempre ha potuto studiare, contrappone una dolcezza e una sensibilità che lo rendono sicuramente ancora più bello come persona rispetto a tanti altri che invece "conoscono il loro nome".  Ma forse dovrei solo dire che ho delle sensazioni e delle emozioni simili alle sue.
 
Anche io ho un po' paura del mio destino (filo di paura rende benissimo secondo me), una paura inconscia, come la sua.  Fa sempre paura accorgersi che il tempo costruisce il nostro cammino senza regalarci nulla, in maniera inesorabile... e questo cammino va intrapreso e percorso quasi sempre da soli, perché si tratta di un cammino interiore che non sempre ha una meta ben precisa perché il più delle volte non sappiamo nemmeno noi chi siamo e che cosa vogliamo da noi stessi.  In un certo senso nemmeno io so qual è il mio vero nome.  Trovare noi stessi infatti non è facile.  Potrebbe essere un teorema senza soluzione, o con una soluzione che, come il teorema di Fermat, ha bisogno di troppo tempo per essere trovata.  E potremmo non esserci più quando la si troverà.
 
La luna che perde la lana, il passero che perde la strada... bellissimo soltanto leggere queste parole così cariche di vera poesia... forse è troppo banale ripeterlo, ma è bello quando non si finisce mai di scoprire, nei personaggi che si amano, ulteriori conferme di quello che già si sa.  Fabrizio ti cattura con la sua poesia, non c'è nulla da fare, e tu la fai tua immediatamente!  E quando associ ciò che leggi alla voce dalla quale lo ascolti, non puoi fare a meno di lasciarti trasportare dalle emozioni e dalle sensazioni.  Quante volte abbiamo preso la nostra tristezza in mano e abbiamo cercato di soffiarla via, lontano!  Vestire il proprio dolore di foglie e coprirlo di piume... spesso non abbiamo alternativa, dobbiamo fare così per forza.  Per sopravvivere.  L'ho fatto tante volte!  Anche se so che non potrò mai cancellare qualcosa che mi ha fatto male.  Continuerà a farmi male.  Ma nello stesso tempo non si può permettere che ciò che ci ha fatto male con il tempo ci distrugga.
 
E infine... sprazzi di vita di questo servo pastore... bellissimi... su ogni cisto un po' dei suoi capelli, su ogni sugara il disegno dei suoi coltelli... senza parlarne dà la percezione netta, quasi una fotografia, di un personaggio che vive e lavora in un luogo conoscendone ogni palmo... è un po' una sensazione per certi versi, vista la completa diversità di ambientazione, simile a quella che provo io con la rete stradale, che spesso conosco quasi come le mie tasche..."

Servo pastore [Therakku], Sa Contra de Figari, inizio sec. XX
Servo pastore [Therakku], Sa Contra de Figari, inizio sec. XX


E fin qui, tutto a posto; però, mi sono detto, se questa -come affermato da Don Quijote 82- è una “dimenticanza”, occorrerebbe forse darle maggior senso, andando un po' oltre. Bisognerebbe, ad esempio, dire che il Canto del servo pastore fa parte dell'album “Fabrizio De André” del 1981, più noto come “Album dell'Indiano”, o “L'Indiano” tout court (dall'immagine in copertina, il dipinto The Outlier dell'artista americano Frederic Remington, 1861-1909), e scritto interamente insieme a Massimo Bubola (tranne il Deus ti salvet Maria, la tradizionale Ave Maria in sardo). Un album il cui tema di fondo (e, per questo, lo si potrebbe chiamare quasi un concept) è il confronto tra due popoli, quello dei nativi americani (gli “Indiani”, appunto) e quello dei sardi, “per certi versi affini e per certi altri molto diversi, entrambi minacciati dagli invasori esterni” (Wikipedia). 1981; vale a dire, esattamente due anni dopo che un gruppo, più o meno, di servi pastori (ma c'era di mezzo anche un toscano) aveva rapito Fabrizio De André e Dori Ghezzi facendo loro passare diversi mesi all'Hotel Supramonte (altra canzone che, non a caso, fa parte dell'album); come è noto, una volta arrestata tutta la banda, al processo Fabrizio De André la assolse (“Capiamo i banditi e le ragioni per cui agiscono in quel modo, sebbene il reato di sequestro di persona sia tra i delitti più odiosi che si possano commettere.”). Si potrebbe dire che la vera e più sentita assoluzione pronunciata da De André risieda proprio in questo album, che fondamentalmente indaga le radici e i motivi di uno sterminio umano e culturale (nell'album, lo ricordiamo, c'è anche Fiume Sand Creek). In questo, e a mio parere soprattutto in questo, consiste la “dimenticanza” che oggi andiamo a rimediare inserendo il canto del therakku senza nome e senza origine. [RV]
Dove fiorisce il rosmarino c'è una fontana scura
dove cammina il mio destino c'è un filo di paura
qual'è la direzione nessuno me lo imparò
qual'è il mio vero nome ancora non lo so.

Quando la luna perde la lana e il passero la strada
quando ogni angelo è alla catena e ogni cane abbaia
prendi la tua tristezza in mano e soffiala sul fiume
vesti di foglie il tuo dolore e coprilo di piume.

Su ogni cisto da qui al mare c'è un po' dei miei capelli
sopra ogni sugara il disegno di tutti i miei coltelli
l'amore delle case l'amore bianco vestito
io non l'ho mai saputo e non l'ho mai tradito.

Mio padre un falco mia madre un pagliaio stanno sulla collina
i loro occhi senza fondo seguono la mia luna
notte notte notte sola sola come il mio fuoco
piega la testa sul mio cuore e spegnilo poco a poco.

Contributed by Riccardo Venturi e Dq82 - 2019/8/26 - 20:33




Language: Friulian

Cjant dal pastor: La versione friulana di Andrea Del Favero, interpretata da La Sedon Salvadie in Canti randagi (1995)

L'introvabilità della versione friulana di Andrea Del Favero (interpretata da La Sedon Salvadie nel 1995 per l'album collettivo Canti randagi), lamentata da DQ82, è dovuta principalmente ad un errore nel titolo, presente in quasi tutte le fonti: il brano è infatti indicato come “Giant dal pastor”, e con questo titolo il testo si trova, ad esempio, in Via del Campo di Walter Pistarini (“Walter P”). Il titolo corretto in friulano è invece Cjant dal pastor (si veda la recensione di Giorgio Maimone nella Brigata Lolli; in altre fonti si trova la dizione, leggermente scorretta, di Cjiant). Da notare che la versione è cantata da Lino Straulino; ne esisteva anche un video, ma la maledizione infernale colga tutti coloro che li rimuovono. [RV]

carandag

La Sedon Salvadie
Dario Marusic (violino, pive istriane)
Maurizio Pagnutti (percussioni)
Lino Straulino (voce, chitarre)
Andrea Del Favero (organetto)
Ricky Mantoan (chitarra elettrica Rickenbecker 12 corde)
CJANT DAL PASTOR

Là cal floris il rosmarin a è une fontane scure,
là cal cjamine li gno distin a'nd'è un fil di pore,
dulà ise la strade, no ma l'àn dite mai,
dulà isal il gno ver non, che ancjemò no lu sai.

Cuant che la lune a piert la lane, la pasare la strade,
cuant che ogni agnul al è peat e duc' i cjans a bàin,
cjape la to tristece in man e soflile sul flum,
di fuèe vistìs il to dolor, cuviergilu di plumes.

Su duc' i lens di chi al mar a son cjavei dai miei
su duc' i pecs al è un disen, a son curtis dai miei,
l'amor in ta las cjases, l'amor di blanc vistut
jo no lu ài mai savut e no lu ài mai tradit.

Gno pari al è un falc, me mari une mede,
a stan su la culine, e cui lor voi cence font a cjalin la me lune.
Gnot, gnot, gnot besole, besole come il gno fuc,
pòe sore di me il to ciàf, distudilu planc planc.

Contributed by Riccardo Venturi - 2019/8/27 - 00:44




Language: English

English translation / Traduzione inglese / Traduction anglaise / Englanninkielinen käännös:
Dennis Criteser, 2014, Fabrizio De André in English

"Canto del servo pastore" sings about the life of a Sardinian shepherd, who is deeply aware of both nature and solitude.

The album Fabrizio De André is better known as L'indiano based on the cover (a Frederic Remington painting "The Outlier") as well as on the contents of the album. Released in 1981, the album grew out of deep reflections on the similarity between Sardinian culture and 19th century Native American culture. De André and his partner Dori Ghezzi had been kidnapped and held for almost four months in 1979 on the island of Sardinia, where De André lived much of the year. In his words, "an experience of this kind helps one rediscover fundamental values of life. You realize what it means to have warm feet, and what a great conquest it is to not have water dripping on your head while you sleep." De André and co-writer Massimo Bubola were familiar with the Native American story through books like Bury My Heart at Wounded Knee and movies like Little Big Man. De André's reflections on Sardinian and Cheyenne ways began as he sensed a similarity between the values of his captors (whom he refused to denounce at trial, stating they were the prisoners, not he) and those of Cheyenne warriors who risked death to steal horses from enemy tribes. He cited other similarities between the two peoples: economies based on subsistence not productivity, love and respect for nature, lack of interest in money beyond bare necessity, a great love for children, and both cultures being menaced by external forces invading traditional ways of life. [Dennis Criteser's original notes]
I SING OF THE SHEPHERD SERVANT

Where the rosemary blooms
there’s a dark fountain
where my destiny walks.
There’s a thread of fear.
What is the way?
No one taught it to me.
What is my true name?
I still don’t know.

When the moon loses the wool
and the sparrow the road,
when every angel is chained up
and every dog is barking,
take your sadness in hand
and blow it into the river,
dress your pain with leaves
and cover it with feathers.

Upon every rockrose shrub from here to the sea
there's a bit of my hair,
upon every cork tree
the pattern of all my knives.
The love of houses,
a love dressed in white -
I never did know it
and never did betray it.

My father a hawk,
my mother a haystack,
they stand on the hill.
Their eyes, bottomless,
follow my moon,
night after night after night alone,
alone like my fire.
Tuck your head on my heart
and turn it off little by little.

Contributed by Riccardo Venturi - 2019/8/26 - 20:58




Language: French

Traduction française / Traduzione francese / French translation / Ranskankielinen käännös:
Maryse (L. Trans.)
CHANT DU BERGER GARÇON DE FERME

Là où fleurit le romarin il y a une fontaine obscure
là où marche mon destin il y a un brin de peur
quelle est la direction personne ne me l'a appris
quel est mon vrai nom je ne le sais toujours pas.

Quand la lune perd sa laine et le moineau sa route
quand tous les anges sont enchaînés et que tous les chiens aboient
prends ta tristesse en main et souffle-la dans le fleuve
habille ta douleur de feuilles et couvre-la de plumes.

Sur chaque ciste d'ici à la mer il y a un peu de mes cheveux
sur chaque chêne liège un dessin de tous mes couteaux
l'amour des maisons, l'amour vêtu de blanc
je ne l'ai jamais connu et je ne l'ai jamais trahi.

Mon père le faucon, ma mère la meule de paille, sont sur la colline
leurs yeux sans fond suivent ma lune
nuit, nuit, nuit seule, seule comme mon feu
penche la tête sur mon coeur et éteins-le peu à peu.

Contributed by Riccardo Venturi - 2019/8/26 - 21:01




Language: German

Traduzione tedesca / German translation / Traduction allemande / Deutsche Übersetzung / Saksankielinen käännös: Michi & Herbert Killian

lonelynight
DAS LIED DES HIRTENKNECHTS

Dort, wo der Rosmarin blüht, ist ein dunkler Brunnen
Dort, wo mein Schicksal wandelt, ist ein Faden der Angst
Was ist die Richtung, niemand lehrte sie mich
Was ist mein richtiger Name, ich kenne ihn noch immer nicht.

Wenn der Mond die Wolle und der Spatz den Weg verliert
Wenn jeder Engel angekettet ist und jeder Hund bellt
Nimm deine Traurigkeit in die Hand und blase sie in den Fluss
Kleide mit Blättern deinen Schmerz und bedecke ihn mit Federn.

Auf jedem Gestrüpp, von hier bis zum Meer, hängen einige meiner Haare
Auf jedem Korkeichenbaum die Zeichnung all meiner Messer
Die Liebe der Häuser, die in Weiss gekleidete Liebe
Habe ich nie erfahren und nie betrogen.

Mein Vater ein Falke, meine Mutter ein Bett aus Stroh
Auf dem Hügel folgen ihre ausdruckslosen Augen meinem Mond
Nacht, Nacht, Nacht, allein, allein wie mein Feuer
Beuge den Kopf auf mein Herz und lösche es aus nach und nach.

Contributed by Juha Rämö - 2019/9/28 - 13:34




Language: Spanish

Traducción al español / Traduzione spagnola / Spanish translation / Traduction espagnole / Espanjankielinen käännös:
Hampsicora (L. Trans.)
CANTO DEL SIERVO-PASTOR

Allá donde florece el romero hay una fuente oscura
donde camina mi destino hay un hilo de miedo
cual es la dirección, nadie me lo “aprendió”
cual es mi verdadero nombre, aún no lo sé.

Cuando la luna pierde su lana y el gorrión su camino
cuando cada ángel está en cadena y cada perro ladra
toma tu tristeza en la mano y sóplala en el río
viste de hojas tu dolor y cúbrelo de plumas.

Sobre cada jara desde aquí hasta el mar hay un poco de mis cabellos
sobre cada encina el grabado de todos mis cuchillos
el amor en las casas, el amor vestido de blanco
yo no lo he conocido nunca y nunca lo he traicionado.

Mi padre un halcón, mi madre un pajar, están en la colina
sus ojos sin fondo siguen mi luna
noche noche noche sola, sola como mi fuego
dobla la cabeza sobre mi corazón y apágalo poco a poco.

Contributed by Riccardo Venturi - 2019/8/26 - 21:06




Language: Croatian

Hrvatski prijevod / Traduzione croata / Croatian translation / Traduction croate / Kroatiankielinen käännös:
MajorCampos (L. Trans.)
PJESMA O USAMLJENOM PASTIRU

Gdje cvijeta ružmarin, tu je i fontana u mraku
Gdje se šeta moja sudbina, tu je i djelić straha
Kojim putem ići, niko mi ne kaza
Koje mi je pravo ime, također ne znam

Kad je mjesec izgubio svoju vunu, a vrabac ulicu
Kad je svaki anđeo vezan, a svaki pas laje
Stavi svoju tugu u ruke i ispusti je u rijeku
Obuci lišće svoga bola i preko njega stavi perje

Iznad svake tratinčice odavde do mora malo je i mojih vlasi
Svaki hrast čuva rezbarine mojih noževa
Ljubavi kućne, ljubavi obučene u bijelo
Nisam to nikada znao ni izdao

Otac mi jastreb, majka gomila, oboje na brdu
Oči im, bez dna, slijede moj mjesec
Noć, noć, noć pusta, sama poput moje vatre
Spusti glavu na moje srce i polako zaspi, polako.

Contributed by Riccardo Venturi - 2019/8/26 - 21:10




Language: Polish

Versione poetica polacca di Krzysiek Wrona
Polska wersja poetycka Krzyśka Wrony
An artistic version into Polish by Krzysiek Wrona
Version poétique en polonais de Krzysiek Wrona
Krzysiek Wronan puolankielinen runollinen versio


Con qualche addattamento alla flora sarmata, tipo il faggio al posto del sughero e il prugnolo selvatico al posto del cisto. Ci si potrebbe piegare sulla parola dialettale "juhas" (giovane pastore servitore nei monti di Tatra) nel titolo, ma si è rinunciato :-)

Bye

http://www.bloglesniczego.erys.pl/_img...
PIEŚŃ SŁUŻEBNEGO PASTERZA

Tam gdzie się kryje kwiat kaczeńca, tam w cieniu bije źródło,
kiedy w niepewność nurt unosi mojego losu czółno.
Jakie jest moje przeznaczenie, nikt mi nie zdradził jeszcze,
Jakie jest moje prawdziwe imię, nie wiem, po prostu nie wiem.

Kiedy już księżyc zrzuca runo, szlak gubi ptak wędrowny,
wszystkie anioły są na łańcuchach, pies szczeka i zawodzi,
weź w dłonie smutek i dmuchnij, obmyje go strumień falami,
ubierz swą troskę w liść kolorowy i przykryj ją piórami.

Stąd aż po morze na cierniu ostrym tarniny swój włos zostawiłem,
na każdym buku, na jego korze, rysunki, które wyryłem,
miłość ogniska domowego, miłość na biało ubrana,
nigdy jej nie zaznałem i nie wiem, czym jest zdrada.

Mój ojciec sokół, stóg siana mi matką, mieszkają tam na wzgórzu,
ich oczy czujne i przepastne mej gwiazdy wypatrują.
Nocy, nocy, nocy samotna, samotna jak ogień mej woli,
skłoń głowę nad mym sercem i zgaś je, zgaś powoli.

Contributed by Krzysiek - 2019/8/29 - 21:41




Language: Finnish

Traduzione finlandese / Finnish translation / Traduction finnoise / Suomennos: Juha Rämö

https://live.staticflickr.com/4138/480...
PAIMENRENGIN LAULU

Siellä missä rosmariini kukkii, on pimeä kaivo
Siellä missä kohtaloni kulkee, kutoo pelko lankaansa
Mikä on suuntani, sitä ei kukaan ole neuvonut
Mikä on oikea nimeni, sitä en vielä tiedä.

Kun kuu kadottaa villansa ja varpunen määränpäänsä
Kun jokainen enkeli on kahleissa ja jokainen koira haukkuu
Ota suru kämmenellesi ja puhalla se jokeen
Verhoa tuskasi lehtiin ja peitä se linnunsulilla.

Jokaisessa varvussa täältä meren rantaan on hieman hiuksiani
Jokaisen korkkitammen kyljessä kaikkien veitsieni jättämä jälki
Talojen rakkautta, valkoisiin verhoutunutta rakkautta
en ole koskaan kokenut enkä liioin pettänyt.

Isäni haukka, äitini heinäkasa kukkulan rinteellä
Heidän pohjattomat silmänsä seuraavat kuuni kulkua
Yö, yö, yksinäinen yö, yhtä yksinäinen kuin liekkini
Laske pääsi sydämelleni ja anna sen hehkun sammua hiljalleen.

Contributed by Juha Rämö - 2019/9/28 - 13:36




Language: Turkish

Türkçe çeviri / Traduzione turca / Turkish translation / Traduction turque / Turkinkielinen käännös:
Lyrics Translate (autore sconosciuto / unknown translator)
RENÇBER ÇOBANIN EZGİSİ

Biberiyenin çiçek açtığı yerde, koyu bir pınar var.
Yazgımın yürüdüğü o yerde, incecik bir korku var.
Yön hangisi? Kimse öğretmemiş ki bana.
Gerçek adım ne? Bilmiyorum hâlâ.

Ay yününü döküp serçe yolunu kaybettiğinde,
her melek zincirli, her köpek havlıyor iken,
eline al üzüntünü ve onu nehre üfle,
yapraklar giydir acına ve tüylerle ört üstünü.

Buradan denize, her güneş gülünün üzerinde bir parça var saçımdan.
Her mantar meşesinin üzerinde, ibir çizim bütün bıçaklarımdan.
Evlere olan sevgi, beyaz giysiliye olan,
nedir hiç bilmedim ve hiç aldatmadım onu.

Şahin babam, tınaz anam, tepenin üstünde duruyorlar.
Dipsiz gözleri, ay’ımı izliyor,yalnız yalnız gece gece gece,
tutuşturduğum ateş gibi.
Başını kalbime yasla ve yavaş yavaş söndür onu.

Contributed by Riccardo Venturi - 2019/8/26 - 21:17


Aggiungo un paio di cose... ammesso che ce ne sia bisogno, visto la dottissima introduzione di Riccardo.
I servi pastori sardi erano una sorta di mezzadri della pastorizia: pascolavano il gregge di qualcun altro e avevano in cambio vitto alloggio e una pecora l'anno, sostanzialmente dopo una ventina d'anni riuscivano ad emanciparsi ed avere un gregge tutto loro, considerando che era un lavoro che si iniziava poco più che bambini, voleva dire che a trent'anni si possedeva un proprio gregge.
Il fatto che questa canzone andasse tra le CCG è dovuto più che al testo di per se, al titolo: fa parte a pieno titolo del percorso sul lavoro e la sua schiavitù.
E poi 2 suggestioni strettamente personali, la prima volta che sentii parlare di servi pastori ero un ragazzo, per un fatto di cronaca nera: un servo pastore che sulla Maiella uccise e violentò 2 ragazze, una terza si salvò. Ovviamente senza nulla togliere alla brutalità del fatto mi ricordo che mi fece effetto sentire il termine servo-pastore... pensare che nel 1997 esistessero ancora forme di schiavitù più o meno velate mi faceva strano, erano per me gli anni delle prime prese di coscienza politica... e poi forse l'anno dopo mi sono trovato in montagna, sempre in Appennino, da solo in mezzo a dei servi pastori, che neanche parlavano Italiano, lasciati in alta quota a badare alle pecore da soli con le greggi e branchi di cani maremmani.
Sono solo ricordi personali, forse un po' sconclusionati, ma hanno a che fare con i motivi per cui avevo cercato questa canzone qui, convinto che già ci fosse.
E come sempre, grazie Riccardo

Dq82 - 2019/8/26 - 22:30


Ne esiste una versione in friulano, al momento introvabile sia nel testo che nella musica, de La Sedon Salvadie dal disco collettivo in tributo a Fabrizio De André intitolato "Canti randagi", 1995.

Dq82 - 2019/8/26 - 23:44


Io invece aggiungo che, per un curioso capriccio del destino di cui non mi ero reso conto nemmeno nominando il fatto nell'introduzione, questa pagina è stata costruita esattamente nel giorno del quarantennale del rapimento di Fabrizio De André e Dori Ghezzi (27 agosto 1979). Me ne sono reso conto guardando, si pensi un po', "Il giorno e la storia" su Rai Storia dove se ne parlava. Quanto al resto, e pensare che i "Canti randagi" li avevo; sono andati perduti in uno dei miei diecimila traslochi. Un solo appunto: sul fatto di inserire questa canzone nel percorso sul lavoro, ci devo un attimo pensare. Ma può darsi che, in fondo, il DQ82 abbia ragione.

Riccardo Venturi - 2019/8/27 - 00:26


La canzone è stata interpretata, ça va sans dire, anche da Massimo Bubola stesso ne:
Il cavaliere elettrico IV (2004)

elettrico




Dall'altra parte del vento (2008)
vento


Dq82 - 2019/8/27 - 10:17


E visto che Danilo Sacco spesso inserisce canzoni di Massimo Bubola nel suo repertorio, ha interpretato anche questa

Dq82 - 2019/8/27 - 10:23


@ Juha Rämö

The German translation has been duly replaced with Michi and Herbert Killian's version. As a matter of fact, translations reproduced from Lyricstranslate should be always checked with care, and I apologize I didn't do this in this case.

Riccardo Venturi - 2019/9/28 - 22:37


@ Riccardo Venturi

Thanks a lot, Riccardo.

Juha Rämö - 2019/9/28 - 22:49


Sono una voce fuori dal coro: non mi piace particolarmente questa canzone, come d'altra parte nessuna di questo disco (l'ho già scritto in questo libro:

La mia prima volta con Fabrizio De André

però, visto che in questa pagina gli amici "aggiungono", mi permetto anch'io di "aggiungere":

nel 1949 Giuseppe Ungaretti scrisse "Il povero nella città" in occasione del 402° anniversario della nascita di Miguel de Cervantes Saavedra(a proposito è proprio nato oggi, 29 settembre, Cervantes, anche se tutti ricordano questa data per: "Seduto in quel caffè io non pensavo a te, guardavo il mondo che girava intorno a me…")

Dunque, tra l'altro, scrive Ungaretti: "Esiste tra gli Arabi un tipo, un modo d’essere umano, al quale danno il nome di faqir. La Spagna, che ebbe a mantenere con gli Arabi consuetudini dirette di vita più a lungo di qualsiasi popolo europeo, e ne ha ereditato più di altri usanze sociali e pieghe dello spirito e impulsi di carattere, forse ha in sé mantenuto, connaturato, un po’ di quello stupore e di quella reverenza che sempre, fra gli Arabi, produce l’apparizione d’un faqir.
E costui chi sarà mai?
Non ho incontrato un popolo che credesse di più nella veggenza, nella veggenza dell’invisibile: il faqir gli ricorda dunque l’origine, la sorte, le vicende della sua storia; brevi glorie in lunghi periodi di miseria; ma soprattutto il faqir è il segno vivente del sacro, uno che è libero perché è protetto da gesti e da parole strani, incomprensibili; di più: uno che è sorto a simbolo di libertà. Don Chisciotte è un faqir assoluto, ridotto a una tale povertà che non gli restava più, nel senso materiale, nemmeno l’esistenza dei sensi, nemmeno più l’abito meno separabile dall’esistere..."

E' decisamente affine alla figura del servo pastore descritto nella canzone: la gerarchia sociale gli riserva proprio l'ultimo posto, senza prospettive e ambizioni, se non quella di lasciare una incisione col coltello a testimonianza del supo passaggio e lui vive semplicemente senza ridendicazioni o lamentele. Ed è assodato, per sua stessa ammissione,che Bubola aveva fatto leggere a Fabrizio questa prosa.

In conclusione, vorrei segnalare che la musica è un omaggio ad un inno cristiano composto nel 1931 su una antichissima melodia gaelica dal titolo "Bunessan", ripreso anche da Cat Stevens nel 1971 per la sua canzone "Morning Has Broken" presente sul disco "Teaser And The Firecat".

Flavio Poltronieri

Flavio Poltronieri - 2019/9/29 - 09:20


A dire la verità , manco a me mi piace in maniera particolare questa canzone, ma il fatto che è stata proposta mi ha spronato a fare la mia versione la quale è venuta abbastanza bene ritmicamente.

Krzysiek - 2019/9/29 - 15:59



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