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Il Russo

Massimiliano Larocca
Languages: French, Italian

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[2015]
Da una poesia di Dino Campana
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From a poem by Dino Campana
Canti Orfici, 1914
Tirée d'un poème de Dino Campana
Canti Orfici, 1914
Dino Campanan runosta
Canti Orfici, 1914
Musica / Music / Musique / Sävel: Massimiliano Larocca
Voce recitante / Reciting voice / Récitation / Lausuva ääni: Hugo Race
Album / Albumi: Un mistero di sogni avverati

Hugo Race e Massimiliano Larocca.
Hugo Race e Massimiliano Larocca.


Massimiliano Larocca ha trasposto in questo brano tutte le emozioni devastanti che ne fanno forse il più bello e terribile degli interi Canti Orfici di Dino Campana. È la storia di un relitto umano, un prigioniero politico russo, violinista e pittore. Un compagno di prigionia di Dino Campana, incarcerato come lui in un convento di Bruxelles perché non poteva essere estradato, e infine ucciso, la cui penna, così simile a quella del poeta, «scorreva strideva spasmodica». Nella penna del Russo Campana piazza una cospicua quantità di tritolo: ne risultano parole esplosive, devastanti, che abbattono le quattro mura entro le quali i due compagni di sventura sono costretti, rinchiusi come bestie), ha come “scomposto” la poesia di Campana, formata da versi scritti in francese e da una parte in prosa in italiano. In una partitura musicale e di canto bella e dolente, l'insolita voce recitante (in italiano con accento inglese) del grande musicista australiano Hugo Race, forse a sottolineare sradicamenti, peregrinazioni, oppressioni, alienazioni dostoyevskiane. [RV]

Tombé dans l’enfer
Grouillant d’êtres humains
O Russe tu m’apparus
Soudain, céléstial
Parmi de la clameur
Du grouillement brutal
D’une lâche humanité
Se pourrissante d’elle même.

Il Russo era condannato. Da diciannove mesi rinchiuso, affamato, spiato implacabilmente, doveva confessare, aveva confessato.
E il supplizio del fango! Colla loro placida gioia i frati, col loro ghigno muto, i delinquenti gli avevano detto quando con una parola, con un gesto, con un pianto irrefrenabile nella notte aveva volta a volta scoperto un po’ del suo segreto!
Ora io lo vedevo chiudersi gli orecchi per non udire il rombo come di torrente sassoso del continuo strisciare dei passi.

Je vis ta barbe blonde
Fulgurante au coin
Ton âme je vis aussi
Par le gouffre réjetée
Ton âme dans l’étreinte
L’étreinte désesperée
Des Chimères fulgurantes
Dans le miasme humain.
Voilà que tu etc. etc.

Contributed by Riccardo Venturi - 2019/4/24 - 21:18



Language: Italian

La poesia completa di Dino Campana
The complete poem by Dino Campana
Le poème complet de Dino Campana
Dino Campanan täydellinen runo


campanadelbuono
IL RUSSO

Tombé dans l’enfer [1]
Grouillant d’êtres humains
O Russe tu m’apparus
Soudain, céléstial
Parmi de la clameur
Du grouillement brutal
D’une lâche humanité
Se pourrissante d’elle même.
Je vis ta barbe blonde
Fulgurante au coin
Ton âme je vis aussi
Par le gouffre réjetée
Ton âme dans l’étreinte
L’étreinte désesperée
Des Chimères fulgurantes
Dans le miasme humain.
Voilà que tu etc. etc.

In un ampio stanzone pulverulento turbinavano i rifiuti della società.
Io dopo due mesi di cella ansioso di rivedere degli esseri umani ero rigettato come da onde ostili.

Camminavano velocemente come pazzi, ciascuno assorto in ció che formava l’unico senso della sua vita: la sua colpa. Dei frati grigi dal volto sereno, troppo sereno, assisi: vigilavano. In un angolo una testa spasmodica, una barba rossastra,
un viso emaciato disfatto, coi segni di una lotta terribile e vana.

Era il russo, violinista e pittore.
Curvo sull’orlo della stufa scriveva febbrilmente.
«Un uomo in una notte di dicembre, solo nella sua casa, sente il terrore della sua solitudine.

Pensa che fuori degli uomini forse muoiono di freddo: ed esce per salvarli.
Al mattino quando ritorna, solo, trova sulla sua porta una donna, morta assiderata.
E si uccide.» Parlava: quando, mentre mi fissava cogli occhi spaventati e vuoti, io cercando in fondo degli occhi grigio-opachi uno sguardo, uno sguardo mi parve di distinguere, che li riempiva: non di terrore: quasi infantile, inconscio, come di meraviglia.

Il Russo era condannato. Da diciannove mesi rinchiuso, affamato, spiato implacabilmente, doveva confessare, aveva confessato.
E il supplizio del fango! Colla loro placida gioia i frati, col loro ghigno muto,
i delinquenti gli avevano detto quando con una parola, con un gesto, con un pianto irrefrenabile nella notte aveva volta a volta scoperto un po’ del suo segreto!
Ora io lo vedevo chiudersi gli orecchi per non udire il rombo come di torrente
sassoso del continuo strisciare dei passi.

Erano i primi giorni che la primavera si svegliava in Fiandra.
Dalla camerata a volte (la camerata dei veri pazzi dove ora mi avevano messo),
oltre i vetri spessi, oltre le sbarre di ferro, io guardavo il cornicione profilarsi
al tramonto. Un pulviscolo d’oro riempiva il prato, e poi lontana la linea muta della città rotta di torri gotiche. E così ogni sera coricandomi nella mia prigionia salutavo la primavera.

E una di quelle sere seppi: il Russo era stato ucciso.
Il pulviscolo d’oro che avvolgeva la città parve ad un tratto sublimarsi in un sacrifizio sanguigno. Quando? I riflessi sanguigni del tramonto credei mi portassero il suo saluto. Chiusi le palpebre, restai lungamente senza pensiero: quella sera non chiesi altro. Vidi che intorno si era fatto scuro.

Nella camerata non c’era che il tanfo e il respiro sordo dei pazzi addormentati dietro le loro chimere. Col capo affondato sul guanciale seguivo in aria delle farfalline che scherzavano attorno alla lampada elettrica nella luce scialba e gelida.
Una dolcezza acuta, una dolcezza di martirio, del suo martirio mi si torceva pei nervi. Febbrile, curva sull’orlo della stufa la testa barbuta scriveva.

La penna scorreva strideva spasmodica.
Perché era uscito per salvare altri uomini?
Un suo ritratto di delinquente, un insensato, severo nei suoi abiti eleganti, la testa portata alta con dignità animale: un altro, un sorriso, l’immagine di un sorriso ritratta a memoria, la testa della fanciulla d’Este.
Poi teste di contadini russi teste barbute tutte, teste, teste, ancora teste.

La penna scorreva strideva spasmodica: perchè era uscito per salvare altri uomini? Curvo, sull’orlo della stufa la testa barbuta, il russo scriveva, scriveva scriveva.
Non essendovi in Belgio l’estradizione legale per i delinquenti politici avevano compito l’ufficio i Frati della Carità Cristiana.
[1] Caduto nell'inferno
Brulicante d'esseri umani
Russo, mi sei apparso
D'improvviso, celestiale
In mezzo al clamore
Del formicolio brutale
D'una vile umanità
Che marciva da sola.
Ho visto la tua barba bionda
Che sfolgorava all'angolo
E ho visto anche la tua anima
Rigettata dall'abisso
La tua anima nell'abbraccio
Nella stretta disperata
Delle Chimere splendenti
Nel miasma umano.
Ecco che tu, ecc. ecc.

Contributed by Riccardo Venturi - 2019/4/24 - 21:26



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