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Antonio Vendramin

Cantambanchi
Language: Italian (Venetopiemontese)

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[Anni '70]
Parole di Renato Scagliola (1941-2018), giornalista, scrittore e musicista
Musica di Pietro Marchisio e dei Cantambanchi
(NB. Ho trascritto il testo all'ascolto, senza saper nè il veneto nè il piemontese... se qualcuno avesse la pazienza di verificare... grazie! Ndr)

I Cantambanchi (Maria Giulia Alemanno, olio su tavola, 1980)


La ballata di Antonio Vendramin, cavallo di battaglia dei Cantambanchi, storico gruppo del folk italiano, è stata scritta negli ormai lontani anni 70 da Renato Scagliola, giornalista e cantambanco d.o.c. 
La musica è di Piero Marchisio, per un breve tratto cantambanco. 
La registrazione degli anni 80, è arricchita dalla presenza di Sergio Balestracci, maestro di musica antica, la cui partecipazione straordinaria rende questa versione unica e preziosa.
In tanti ricordano ancora la triste e dolorosa storia di Antonio Vendramin, mille volte cantata in giro per il Piemonte e oltre confine, quando i Cantambanchi si muovevano a bordo di un pulmino amaranto carico di strumenti, con la scritta al contrario come le autoambulanze. Su quell' "ambulanza musicale" il buon Vendramin si sarebbe di certo trovato a proprio agio e fors'anche riposato, lui che aveva dovuto combattere sempre, in guerra e nella vita. Soldato in Albania, emigrante in Germania poi contadino in Polesine, dopo aver faticosamente messo su casa con moglie e bambini, nel ’52 si era visto portare via tutto dalla piena del Po, un dramma condiviso da migliaia di famiglie costrette a cercare rifugio e lavoro altrove. Come per molti altri il suo altrove si chiamava Torino.

Nuova esistenza, nuovi disagi, nuove difficoltà che Vendramin cerca di annegare nel vino. Il suo racconto si dipana in quella strana lingua che è il veneto-piemontese: cadenza e parole della terra d’origine mischiate a quelle della terra d’adozione. La gente colta la chiamerebbe asetticamente “transculturazione”. Per lui non è stata altro che “una vita da bestia”.

Antonio Vendramin (Maria Giulia Alemanno, tavola I, 1977)


Le dieci tavole della storia di Antonio Vendramin che ho recuperato dal cassetto dei ricordi per dar loro la nuova veste del video, risalgono al 1977. Le avevo disegnate su fogli ruvidi, con tratti veloci di penna intinta in inchiostro di china, poi annacquato per essere steso a pennello. Spero conservino ancora una loro freschezza, specie ora che ho potuto farle rivivere accostate al testo e alla musica. E Vendramin, nonostante il tempo che è passato, continua a farmi tenerezza, con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, di uno che non ha mai visto Genova.
(Maria Giulia Alemanno, pittrice)

Quando go cominziato a tribolare
ghero coscrito
go fato oto ani de porca guera
son tornà a ca' tuto strassà

Un fratelo copato in Albania
e a casa mia
i veci distrassà che mì
sensa nianca pì un galet

Ho preso su e so' andat a giornata
col pico e la pala e la sera
straco e co la giaca in spala
due ciance e un'ombra de tocaj

Poi per diese ani in meso ai cruchi
avant e 'n drio
a far 'na vita come un can
per 'vansà quei quatro schei

Mì, mia dona e i dui putei
metem su casa nela basa
da le parti de Rovigo
co' una vaca e un bel porcel

Me sembrava da ese un re
senza ciamar ghe niente a nisun tiravam avanti
ma un autuno de gran piova
la piena ga portà via tuto

Son stati gentili, ne ga dà le coperte
un pochi de' franchi
e per un miese tuti i giorni anco da magnà
poi se ghe ne smentegà

Taconi nel culo e quatro strassi
montè sul treno
per andar fin a Turin
che almen là se stà un po' pì asiuti

Go continuà a dovrare pico e pala
son straco e son vecio
e la gente dis che non sta proprio ben
che m'embriaga come un crin

Ma a mì me piaserìa
e vederli lori a far la vita delle bestie
che go fato mì
sarìan 'n po'-l-pì ciuc che mì

Ma a mi me piaserìa
e vederli lori a far la vita delle bestie
che go fato mì
sarìan 'n po'-l-pì ciuc che mì

La-la-la-la-la...

Contributed by Bernart Bartleby - 2018/12/16 - 14:47


Ho provato a correggere il testo, non parlo veneto, ma lo capisco bene. Alcuni appunti : go per c'ho, ma ghe (e non ge), il Veneto tendenzialmente non ha doppie se non per differenziare le parole, quindi strassi per stracci e non strasi che significa stragi.
Infine ho modificato il dialetto che non è veneto e piemontese ma piuttosto venetopiemontese, come spiegato anche nell'introduzione

Dq82 - 2018/12/16 - 21:44



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