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Quindici secoli

Collettivo Ginsberg
Language: Italian


Collettivo Ginsberg


Quindici secoli di solitudine tanto parve lungo
il distacco
- Perché non impugni una pistola?
Riesci ancora a respirare?
Come puoi resistere?
Chiese il suicida all’orfano.

- Vedo la mia fede
intrappolata nel suo stesso tempio.
Rispose.

Plotone d’esecuzione cercasi
astenersi perditempo
massima serietà.

Come pensi possano crederti onesto dopo tutto questo casino?
Puoi decidere, ma non negare l’ovvio.

Sveglia!

L’anno scorso era un anno fa; nient’altro.
Non eravamo più giovani allora, né ora siamo invecchiati.
Probabilmente non saremo davvero morti quando moriremo,
e comunque la mia generazione, noi,
non siamo mai stati niente, neanche soldati.

Noi siamo gli insultati, i figli desolati,
sonnambuli per una terra buia e terribile,
dove la solitudine è un coltello ingrassato alla nostra gola.
Stelle fredde ci guardano,
stelle fredde e puttane.

Le ragazze tornano dai balli d’estate
rubandoci l’occhio che spia sulle nostre vite
non cedere ai loro fischi, ai loro culi di panna montata
disco-sirene da esportazione.

Il simbolo del fallo si erge proteso
sul piatto felice della bilancia che lo porge all’amore.
È più pesante di qualunque frutto della terra.
Afrodite sorride tra le ombre sentendo il mare pulsarle nelle natiche.

Ricordi Eric l’egiziano?
Che tipo! Così fiero del suo membro
e della telecamera nascosta
ai piedi del letto,
con il telecomando nella tasca dei pantaloni che lui stesso, ancora indossa,
ride e gesticola le smorfie dei bambini teste di cazzo
mentre quella turista dall’accento padano,
glielo succhia, mostrando il buco di culo all’obiettivo,
mi crederebbe se le dicessi
che ho scritto una poesia dopo essermi masturbato
guardandoli?

Otto volte su dieci al negro piace essere chiamato negro.
Otto volte su dieci alla troia piace essere chiamata troia.

La rete è ovunque
la rete azzera il tatto
sotterra l’immaginario
lo sforzo del pensiero erotico
la visione oltre lo sguardo.
Esagera l’eiaculazione precoce, l’invidia
rende liberi, forse celebri
barattoli di latta, carne da macello mediatico
guardoni da tartufo
paillette e capezzoli per colazione.

Ecco dunque il ritorno dell’amore tra insigni rovine.
Dove il pianto è un angelo immenso,
dove il pianto è un cane immenso,
dove il pianto è un immenso violino.

Decine di melodie precedono il sonno
e il sonno è una marea profonda e con molte voci.
Penso alla guerra.

Guerra aerea.
Guerra navale.
Guerra terrestre.
Guerra atomica.
Guerra chimica.
Guerra batteriologica.
Guerra difensiva.
Guerra di liberazione.
Guerra d’indipendenza.
Guerra civile.
Guerra intestina.
Fare la guerra.
Essere sul piede di guerra.
Guerra partigiana.
Guerra mondiale.
Guerra stellare.
Guerra di logoramento.
Guerra di posizione.
Guerra lampo.
Zona di guerra.
Crimine di guerra.
Legge di guerra.
Tribunale di guerra.
Guerra economica.
Guerra commerciale.
Guerra dei prezzi.
Guerra doganale.
Guerra tariffaria.
Guerra fredda.
Guerra dei nervi.
Guerra psicologica.
Guerra contro la corruzione.
Guerra agli sprechi.
Guerra alla mafia.
Guerra per la libertà.
Guerra democratica.
Guerra giusta.
Guerra religiosa.
Guerra riformista.
Guerra agli eretici.
Guerra agli idoli.
Guerra romantica.
Guerra al corpo.
Guerra allo spirito.
Guerra per la pace.
Guerra per la pace.
Guerra per la pace.

La guerra passata come un tornado, tra le steppe,
nelle pianure del pane che cresce,
dai giardini dei limoni agli acquitrini di luce e sale.

Penso che l’Italia sia stata venduta
fiume dopo fiume, monte dopo monte, mare dopo mare.

Domando che la razza umana
smetta di moltiplicare la sua stirpe
ed abbandoni la scena
cavalcando un valzer, passione del mio popolo,
non inquinato dalle epilettiche volgarità d’oggi,
un valzer da concedersi perdutamente,
che stemperi
nella pura ambra dell’albana
l’accidia dei nostri occhi porcini.

Scostatevi vacche
che la vita è breve!



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