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Inno a Nikkal [h.6 Zaluzi di Nikkal] dalle Canzoni Hurritiche / Hymn to Nikkal [h.6 Zaluzi to Nikkal] from the Hurrian Songs

GLI EXTRA DELLE CCG / AWS EXTRAS / LES EXTRAS DES CCG
Language: Semitic (Other) (Hurritico / Hurrian)



[XV Secolo a.C.
15th Century b.C.]
Dalle "Canzoni Hurritiche"
From the "Hurrian Songs"
fifteen

tavolettah6


Comincerei questa pagina “speciale” accozzando tre affermazioni: ha a che fare con la Siria, con l'antichità più remota e con i 15 anni di questo sito.

Come (magari non) tutti sanno, la canzone contro la guerra più antica di questo sito è una canzone cinese dell'epoca della dinastia Han: Jiārù dào yuǎnzhēng jūn (in trascrizione). Risale a circa il 220 a.C., ed ha quindi circa duemiladuecento anni. A tanta distanza nel tempo si è spinto questo sito “quindicenne” nella sua ricerca e interpretazione: quando diciamo che le “CCG” contengono “canzoni di tutti i paesi e di tutte le epoche”, non sono parole campate in aria o vuoti slogan.

Intorno a questi giorni, invece, mi è venuto di spingermi ancora più indietro nel tempo, e di andare proprio agli inizi non tanto delle canzoni (e dei componimenti poetici, che in tutta l'antichità si confondono comunque e per forza di cose con la musica) che manifestino un sentimento o una presa di posizione contro la “guerra dei 100.000 anni”, come la chiama Marco Valdo M.I. con notevole ottimismo cronologico, bensì della canzone stessa. I primordi delle parole messe in musica, per farla breve. Ciò da cui tutto sembra discendere, senza limitazione di argomento. La sorte vuole però che si vada a cadere a Ras Shamra (رأس شمره ), che in arabo significa “Promontorio del Finocchio”. E' il luogo dove sorgeva l'antichissima città di Ugarit, della quale sono ancora visibili le rovine. Ras Shamra e le rovine di Ugarit si trovano in Siria, pochi chilometri a nord della città di Latakia, l'antica Laodicea (“Giustizia del Popolo” in greco).

Ugarit.
Ugarit.
Ugarit era ed è situata allo sbocco sul Mediterraneo di un'antichissima via proveniente dalla Mesopotamia (= Iraq, tanto per non farci mancare niente), presso i confini tra la potenza Ittita e la sfera d'influenza egiziana, a cui peraltro appartenne. Siamo, per situarci meglio cronologicamente, all'epoca della civiltà Canaanita, al collasso dell'Età del Bronzo. Le rovine di Ugarit furono scoperte e scavate nel 1928, durante una spedizione archeologica organizzata dal Museo Archeologico di Strasburgo guidata da Valérie Matoan e Jamal Haydar. Assieme a Ur, Eridu e Gerico, Ugarit fa parte delle più antiche città del mondo: i suoi antecedenti preistorici sono fatti risalire al VI millennio a.C.

Nella “Guerra dei 100.000 anni”, Ugarit fu distrutta, rasa al suolo. Gli “strati di distruzione” rinvenuti durante gli scavi indicano che ciò avvenne attorno al 1185 a.C., in seguito all'invasione dei misteriosi ”popoli del mare”. Siamo agli ultimi rantoli della Civiltà del Bronzo. Come dire: il flagello della guerra e della distruzione, in quella che oggi è, o era, la Siria, è cosa di un'antichità spaventosa.

Tra i popoli che avevano abitato Ugarit vi erano i cosiddetti Ḫu-ur-ri. In italiano sono chiamati generalmente Hurriti, o Orrei. Al tempo dell'impero Accadico (o Assiro-Babilonese) pare che vivessero sul bordo settentrionale della Mesopotamia e nella valle del fiume Khabur. Gli Hurriti parlavano una lingua, l'Hurritico appunto, che viene ascritta genericamente alle “famiglie preistoriche”, delle quali si sa naturalmente poco o nulla. L'Hurritico non è comunque apparentato né alle lingue semitiche (come l'Accadico), né tantomeno a quelle indoeuropee (come il vicino Ittita, nel quale “acqua” si diceva watar e “egli è” si diceva ašti, tanto per fare un paio di esempi). Come tutti i popoli dell'area, gli Hurriti si servirono dei caratteri cuneiformi: non è quindi un problema leggere quella lingua, ma, come nel caso dell'etrusco (scritto in caratteri greci cumani con vari orientamenti), ci si capisce poco o nulla. Gli Hurriti possedettero comunque una letteratura; le fonti ittite riportano (in traduzione!) un canto, detto, Canto di Ullikummi, che presenta sorprendenti analogie con la Teogonia di Esiodo (VIII / VII secolo a.C.). Attorno al XV secolo a.C., quindi circa nel 1400 a.C. e in piena Età del Bronzo, gli Hurriti di Ugarit scrivevano invece canzoni in piena regola, coi loro bravi caratteri cuneiformi e su altrettanto brave e attendibili tavolette di argilla. Coscienziosi, riportarono anche il nome di alcuni autori delle canzoni.

Verso il 1950, mentre proseguivano gli scavi di Ugarit, presso il sito del Palazzo Reale furono rinvenuti dei frammenti di tavolette contenenti quelle che si rivelarono 36 canzoni. Si tratta perlopiù di testi frammentari, e di difficile interpretazione (qualcosa della lingua Hurritica si sa mediante le traduzioni in accadico e ittita, lingue ben conosciute); sono riportati però i nominativi di quattro autori, che sono i primi autori di canzoni noti nella storia dell'umanità, i primi Lyric Makers di cui si sappia come si chiamavano: Tapšiẖuni, Puẖiyana, Urẖiya e Ammiya. Autori, o autrici: non si sa se i nomi siano maschili o femminili, forse un po' l'uno e un po' l'altro.

L'unica tavoletta completa tra i frammenti rinvenuti, è quella contrassegnata con la sigla h.6 (“h” sta semplicemente per “hurritico”). Contiene la più antica canzone della Storia, nel senso che la tavoletta, nella parte superiore, contiene il testo, mentre la parte inferiore contiene la notazione musicale. O meglio, contiene delle istruzioni dettagliate per suonare la canzone su uno strumento a nove corde, presumibilmente simile a una lira.

Mi sarebbe piaciuto poter attribuire questa canzone ad uno degli autori, o autrici, menzionati sopra. Disgraziatamente, la tavoletta h.6 di Ugarit è anonima. Non si saprà quindi mai chi abbia scritto questa canzone, che poi, come è abbastanza lecito attendersi, è un inno di culto: ciò che gli Hurriti chiamavano uno Zaluzi. Da ciò che se ne è capito, si tratta di un inno alla dea Nikkal (in ugaritico propriamente detto, lingua semitica: nkl), nome completo Nikkal-wa-lb. Dea “presa a prestito” in seguito anche dai fenici, è la divinità femminile degli orti e della frutta: è figlia di Khirkhibi, il dio dell'Estate, ed è sposa di di Yarikh, il dio della Luna, che la adorna di collane di lapislazzuli. Il matrimonio di Nikkal e Yarikh è peraltro descritto in un testo in ugaritico, Nikkal e il Kathirat. Probabilmente, Nikkal veniva festeggiata al termine dell'estate, quando si raccoglievano i frutti dagli orti e dai frutteti. Ha una “gemella” nella dea sumera Ningal, la madre di Inanna e Ereshkigal.

Lo Zaluzi h.6 di Nikkal fu pubblicato per la prima volta nel 1955 da Emmanuel Laroche, che in seguito (1968) produsse uno studio più approfondito. E' stato naturalmente fatto oggetto di ponderosi studi di paleomusicologia, tra i quali quello di Anne Draffkorn Kilmer che gli diede il titolo di “Inno a Nikkal”, se la trascrisse, se la suonò e se la cantò. Nel 1975 fu pubblicata e riprodotta una revisione della tavoletta.



Guardando tale riproduzione (che, in questa pagina “speciale” occupa il campo del testo: non credo che ancora siamo attrezzati per i caratteri cuneiformi...) mi sono venuti, in un certo qual modo, i bordoni. Sembra una pagina di “Canzoni Contro la Guerra” di 3600 anni fa. C'è il “campo testo” nella parte superiore, nel quale le parole dell'inno sono riportate con andamento a spirale continua, ben separato, con una doppia riga, dal “campo musica” (si potrebbe chiamarlo il “box audio” delle nostre pagine) contenente le istruzioni per suonare la canzone accompagnandosi con la lira a nove corde, detta sammûm. Altre delle tavolette di Ugarit contengono peraltro delle istruzioni per accordare la lira.

[Parentesi. Qualcuno si ricorda la “polemica” sulla “grafica obsoleta” di questo sito?. Ebbene, non c'è nulla da fare. Siamo talmente e orgogliosamente antiquati, da avere le nostre pagine sostanzialmente molto simili alle tavolette delle canzoni hurritiche di oltre tre millenni e mezzo fa; e l'Anonimo Toscano del XXI Secolo sta esultando pensando al suo avo Anonimo Hurrita del XV Secolo Avanti Cristo].

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L'interpretazione del testo della canzone e delle istruzioni per suonarla rimangono, ovviamente, controversi. Del significato di alcune righe del testo si parlerà dopo; per quanto riguarda la musica, si riesce a capire che gli Hurriti (e gli Ugariti) conoscevano già la scala diatonica eptatonica, con notazione degli intervalli.Poiché, però, notavano tali intervalli a gruppi di due per la medesima corda, la “scala ugaritica” veniva descritta con quattordici termini (7 x 2). Si conosce peraltro il termine accadico per “canzone”, šērum (termine pienamente semitico: si veda ad esempio l'ebraico שיר [šīr]). L'Inno a Nikkal precede qualsiasi altra “canzone”: per ritrovarne un'altra, con il testo e di notazione musicale, bisogna andare all'epoca ellenistica (circa 200 a.C.) con il celebre Epitaffio di Seikilos, e agli Inni Delfici. Una ricostruzione e resa della melodia dell'Inno a Nikkal fu tentata da Marcelle Duchesne-Guillemin, ma esistono almeno cinque “ricostruzioni rivali” della notazione, che hanno portato a cinque rese totalmente diverse l'una dall'altra. In questa “pagina speciale” mi sono limitato a proporne un paio.

Quanto al testo, come già ampiamente detto, la lingua hurritica (lingua probabilmente isolata) non è ancora pienamente compresa. Dai testi presenti nelle tavolette di Ugarit, inoltre, si notano differenze con altri testi hurritici: non è improbabile che i testi siano scritti nel dialetto locale dell'hurritico (rendendo così l'Inno a Nikkal anche la prima canzone dialettale della Storia). Un'altra ipotesi è che alcune parole fossero pronunciate in modo differente dall'hurritico “standard” per adattarle proprio alla musica. Si riesce comunque a capire abbastanza chiaramente la natura religiosa della canzone, o inno: vi si parla di offerte alla dea Nikkal. Il primo tentativo di interpretare il testo fu eseguito nel 1977 da Hans-Jochen Thiel; ventiquattro anni dopo, nel 2001, Theo J.H. Krispijn se ne servì come base per una nuova e più esatta interpretazione, anche alla luce dei progressi fatti dall'Hurritologia con le nuove scoperte archeologiche fatte nel frattempo a Boğazkale, in Anatolia. Peraltro, Boğazkale, nota precedentemente come Boğazköy, è il sito di Ḫa-at-tu-ša, vale a dire di Hattusa, l'antica capitale del dominio Ittita che sembra aver fatto la stessa fine di Ugarit (rasa al suolo) più o meno nello stesso periodo. Ma questa è, naturalmente, un'altra storia della Guerra del 100.000 anni.

Ed eccoci dunque quasi alla fine della lunga introduzione a questa “pagina speciale” iniziata con l'accozzaglia di tre affermazioni. Resterebbe soltanto da dire dove sono conservate, le tavolette con le canzoni hurritiche (compresa questa): al Museo Nazionale di Damasco (in Quel-Che-Resta-Della-Siria), nel fondo dedicato ai ritrovamenti precedenti al primo re ugaritico conosciuto, Ammittamru I (ca. 1350 a.C.). Che cosa ti hanno fatto nei millenni, Siria; una storia che non finisce mai. Dai “Popoli del Mare” a Erdoğan, dagli Hurriti all'ISIS, da Ugarit a Putin e Trump. Nel mezzo, tutta la Storia dell'umanità alla mercé della guerra, compresa questa prima canzone rivolta alla Dea della Frutta, sposa del Dio della Luna. [RV]
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Le prime due righe del testo / First two lines of the text

qáb-li-te 3 ir-bu-te 1 qáb-li-te 3 ša-aḫ-ri 1 i-šar-te 10 uš-ta-ma-a-ri
ti-ti-mi-šar-te 2 zi-ir-te 1 ša-[a]ḫ-ri 2 ša-aš-ša-te 2 ir-bu-te 2. [1]

Il resto della trascrizione da parte di Anne Draffkorn Kilmer / Rest of transcription by Anne Draffkorn Kilmer

ha-nu-ta ni-ya-sa zi-we -||- si-nu-te zu-tu-ri-ya u-bu-ga-ra
ku-dur-ni ta-sal kil-la zi-li sip-ri -||- hu-ma-ru-hat u-wa-ri
wan-da-ni-ta u-ku-ri kur-kur -ta (i)-sal-la -||- la-li kab-gi al-lib-gi si-rit mur-nu-su

Il tentativo di traduzione di Hans Jochen Thiel (1977) / Translation attempt by Hans Jochen Thiel (1977) [In inglese / In English]

(Once I have) endeared (the deity), she will love me in her heart,
the offer I bring may wholly cover my sin,
bringing sesame oil may work on my behalf in awe may I …
The sterile may they make fertile.
Grain may they bring forth.
She, the wife, will bear (children) to the father.
May she who has not yet borne children bear them.
[1] Manfried Dietrich and Oswald Loretz, "Kollationen zum Musiktext aus Ugarit", Ugarit-Forschungen 7 (1975): 521–22. Citation on p. 522.

Contributed by Riccardo Venturi - 2018/3/22 - 22:15



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