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Migranti

Alessandro Sipolo
Language: Italian



Ma è proprio la sera che se alzi lo sguardo intravedi lontano l'altra Arequipa. Quella della polvere. Sconfinata e imprecisa quanto definita e raccolta è quella del sillar.
Questa Arequipa vista dal centro non fa che contribuire alla scenografia, con i suoi mille puntini luminosi che sfumano lontano fino all'orizzonte.
Vista da dentro però è un'altra cosa. Racconta una storia diversa.
L'Arequipa della polvere si compone di distritos, pueblos, barrios lontani pochi minuti dal centro e anni luce dagli occhi dei gringos. Qui gli sguardi della gente non sono quelli rapaci di Plaza de Armas, pronti a piombare sul turista ingordo.
Qui gli sguardi cercano per lo più la terra.
La terra della chacra, verde di fertilità, dove avanzano curve sugli ortaggi schiere di donne.
Mondine delle Ande.
La terra delle strade, che lontano dall'irrigazione si fa brulla e avara.
Migranti. Per la maggior parte. Di migrazione interna. Perché Arequipa è l' El Dorado "vicino" per chi non può permettersi di sognare un po' più in là. E allora in marcia, questa volta verso sud. Dove i terroni del nord trascinano sui cerros nuovi mosaici di colori, vestiari, musiche. Speranze.


Vagabonda la speranza
vagabonda oltre il confine
vagabonda la miseria
sulla strada senza fine
si consuma tra i colori
delle facce imbastardite
l'orgia dolce delle razze
delle lingue, delle vite

Vagabonda la speranza
e si scardina il confine
tra la fame e l'abbondanza
tra il barbarico e il civile
turisti dell'edilizia
sul lato grasso del mare
schiene curve, scarpe rotte
ma bisogna sempre andare

E ci insegnano i padani
che anche il nero è tollerato
se è il colore del denaro
meno quello da abbronzato
e ci insegnano i padani
che il contratto serve a poco
attenzione all'assunzione
crepi sempre il giorno dopo

Vagabonda la speranza
vagabonda senza fine
tra recinti e barricate
oltre il nulla di un confine
oltre l'odio degli obesi
di una civiltà in declino
regolare è già ogni uomo
e ogni cuore clandestino


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