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Tudor Arghezi: Serenadă

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Language: Romanian

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[1932]
Poesia di Tudor Arghezi
Poezie de Tudor Arghezi
A poem by Tudor Arghezi
Poème de Tudor Arghezi
Da / De la / From / D'après Flori de mucigai

Tudor Arghezi.
Tudor Arghezi.


Dire che Tudor Arghezi (mi scuso per il link inglese, ma l'articolo sull'italica Wikipedia fa veramente rècere) è stato un poeta, uno scrittore e un intellettuale controverso, no, non è un'esagerazione. Come non è affatto un'esagerazione dire che è stato uno dei maggiori poeti del '900 europeo; negli anni '60 e '70 godette anche in Italia di un po' di notorietà, grazie ad alcune traduzioni di Salvatore Quasimodo (ovviamente mediate: Quasimodo non conosceva una parola di romeno) e al volume antologico curato e tradotto dal valsusino Marco Cugno -che lui, sì, il romeno lo conosceva alla perfezione-, il quale fu pubblicato nientemeno che dalla Einaudi nel 1972 e che ho in questo momento, semidistrutto dall'uso e dal tempo, tra le mani.

Senza ripercorrere la complessa biografia del signor Ion Theodorescu (questo il suo vero nome; il nom de plume di “Arghezi” lo aveva ripreso da Argesis, il nome latino del fiume romeno Argeş), nato il 21 maggio 1880 e morto il 14 luglio 1967, qui ne prenderemo soltanto alcuni frammenti. Alla vigilia della I guerra mondiale, l'ancor giovane Arghezi (aveva 34 anni) si era schierato contro l'ingresso della Romania nel conflitto a fianco dell'Intesa, patrocinato dal governo liberal-nazionale per prendere la Transilvania all'Impero Austroungarico. Tudor Arghezi, invece, preferiva prendere la Bessarabia e si sentiva culturalmente alleato dell'Impero Russo. Transilvania o Bessarabia, Impero Austroungarico o Impero Russo, la guerra non tardò a disgustare Arghezi; nel 1915 scrisse quanto segue: ”Una guerra barbarica. Un tempo avevamo giurato di combattere contro l'armamento dei paesi civilizzati. Per ogni bambino che nasceva, veniva creata la quantità di esplosivo destinata a sopprimerlo. Mentre il progresso e la razionalità erano visti come calamità, le fabbriche di armi e di munizioni riempivano i depositi e fabbricavano i pezzi di artiglieria usati per lo sterminio”.

Non è un caso che Arghezi parlasse di bambini: nella sua complicata e plurale vita ed opera, fu anche uno dei maggiori scrittori di libri per l'infanzia. Nel 1916, le truppe tedesche occuparono la Romania; rimasto nemico dell'Intesa, divenne un collaborazionista scrivendo articoli per la Gazeta Bucureştilor (“Gazzetta di Bucarest”), quotidiano filotedesco controllato direttamente dalle autorità di occupazione. Successe poi quel che doveva succedere: nel 1918, il governo romeno gliela fece pagare cara, e lo fece arrestare, prima rinchiudendolo assieme a altri intellettuali e collaborazionisti in una sorta di “hotel di concentramento” appositamente requisito, e poi spedendolo a ben altro hotel, quello di stato del terrificante carcere di Văcăreşti.

Tudor Arghezi non ebbe nessun “trattamento speciale”; in pratica, fu rinchiuso insieme ai “detenuti comuni”, ladri, assassini, stupratori, delinquenti, innocenti (“in galera io non ho mai sopportato gli innocenti”, dice sempre Sante Notarnicola) e guardiani. Celle umide, sporche, piene di muffa e prive di ogni cosa. In galera, Tudor Arghezi cambia pelle e modo di rapportarsi alla realtà, pur restando un personaggio estremamente contraddittorio; ha modo di sperimentare sulla sua pelle un mondo terribile che imprime su di lui tracce profonde.

Non ci resta molto. Alla fine del 1919 viene liberato su precisa intercessione dell'influente politico, scrittore, critico, drammaturgo, poeta, poliglotta, poligrafo e tuttologo Nicolae Iorga, che era per altro suo acerrimo rivale e partigiano dell'Intesa. Arghezi lo ringrazia pubblicamente, e due giorni dopo ricomincia a polemizzare con lui, cosa che farà per un'altra ventina d'anni, fino alla morte di Iorga (1940). Nei medesimi vent'anni, Tudor Arghezi si impegna seriamente per divenire il più grande poeta romeno dell'epoca, e anche d'Europa se non fosse per il fatto che scrive in una lingua di scarsa circolazione, maneggiata peraltro in modo magistrale ma non facilmente rendibile in una lingua differente.

La galera, appunto. Nel 1932, Tudor Arghezi pubblica due raccolte di poesie ispirate direttamente al carcere di Văcăreşti; la prima si chiama Flori de mucigai (“Fiori di muffa”), e la seconda Poarta Neagră (“La Porta Nera”). Sono le prime poesie in lingua romena che parlino di una galera, anche se Arghezi non era certo il primo ad esserci finito. Contemporaneamente, Arghezi scrive deliziosi libri per bambini, tra i quali il famoso Zdreanţă (“Cencio”), la storia di un cagnolino bastardo. Da Flori de mucigai è tratta questa poesia di galera. Agghiacciante come le due o tre altre che mi son deciso a mettere qua dentro, dove penso debbano stare seppure la mancanza di una musica (perlomeno a me nota) le confini negli “Extra”. Serenadă era stata tradotta anche da Marco Cugno nel suo volume einaudiano; molte delle sue traduzioni sono belle (esatte lo sono per forza, vista la sua competenza), ma quella di questa poesia non mi è mai piaciuta molto. Quindi l'ho rifatta pirsonalmente di persona, come dice l'agente Catarella. Sembra una filastrocca per bambini, e con tutta probabilità lo vuole essere. Buona lettura. [AT-XII]
De cu noaptea, câte toate:
Clopotul toacă şi bate,
Broaştele, nu ştii de unde,
Calcă-n clapele afunde.
Se clătesc în beregată
Cu faianţă sfărâmată
Şi înghit la ceasu-ntâi
Cioburile ei scârţâi,
Ciorile din pom se muşcă,
Steaua cade, foc de puşcă,
Fierăstraie şi rindele
Rod în ciurciuvele.
Pe la trei,
Vin păduchii mititei;
Pe la cinci,
Ploşniţele cu opinci.
Şobolanul te miroase
Pe la şase.
Gâlcile dacă ţi-au copt,
Doctorul vine la opt.
Bezna rece, zidul rece,
Mai muriră paisprezece.

Contributed by L'Anonimo Toscano del XXI secolo - 2017/11/8 - 19:53



Language: Italian

Traduzione italiana dell'Anonimo Toscano del XXI Secolo
8 novembre 2017 20:08

flodemuci
SERENATA

Cade la notte, cade ogni cosa:
toccan, batton le campane,
da chissà dove le rane
pigian su tasti profondi
e si sciacquano la gola
con maiolica sbriciolata,
e inghiottono alle una
i cocci così croccanti.
Le cornacchie si beccan sui pomi,
una stella cadente, una fucilata
e poi le seghe e le pialle
rodono i telai delle finestre.
Si arriva verso le tre
ed ecco i pidocchietti;
verso le cinque
le cimici in ciabatte.
Il topo invece ti annusa
verso le sei.
Se hai le ghiandole marce
il dottore arriva alle otto.
Buio freddo, muro freddo,
ne son morti altri quattordici.

2017/11/8 - 20:08



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