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Child #59
Dal Percy's Folio
From the Percy's Folio
1. Thomas Percy, Reliques of Ancient English Poetry (1765)
2. Sir Walter Scott, Minstrelsy of the Scottish Border (1803)
Nessuna melodia tradizionale è pervenuta.
No traditional tune is extant.

Musica non originale e interpretazione / Non-original music and performance:
a. 1985, Kornog, Ar seizh avel ("Sui sette vènti / On Seven Winds)
b. Francis Elder, 2013.

aldingNei miei « salti all'indietro » eccomi arrivato, o tornato, a Sir Aldingar (da pronunciarsi Òldingar). Dico « tornato » , perché, nella mia storia personale, questa ballata ha uno status del tutto particolare. Talmente particolare, perché legato ad un particolarissimo periodo della mia vita, da avermi fatto assumere, per un certo tempo, lo pseudonimo (o « nickname ») di "Aldingar" nelle prime cose che scrivevo in Rete (una Rete pressoché preistorica, e che non esiste più). Lo utilizzavo, confesso, persino in un'antiquata "chat". Quel che segue è, in gran parte e con qualche adattamento, tratto da Wikipedia, ma si tratta di una « Wikipedia interna » ; nel senso che l'articolo wikipediano l'ho scritto io, anzi riproduce fedelmente quel che avevo scritto anni e anni prima per quella cosa che sembra ancora girare in Rete, ma grazie alla « Wayback Machine ». Ho qui colto l'occasione, però, per ampliarla un po' ; lo dico specialmente a Cattia Salto, se legge, e se per caso desiderasse un giorno servirsene.

christophersenLa ballata di Sir Aldingar è per molti aspetti eccezionale. Come qualità, innanzitutto, tanto da aver fatto sospettare un qualche intervento colto; probabilmente, poi, è quella su cui è stato più scritto fra tutte le ballate catalogate da Francis James Child, tanto che il saggio di Paul Christophersen pubblicato a Oxford nel 1952, The Ballad of Sir Aldingar, è unanimemente considerato la migliore monografia mai redatta su una singola ballata angloscozzese. Sir Aldingar è eccezionale anche come lunghezza, dato che non si tratta di un recitativo musicale per menestrelli, ma di una vera ballata popolare; con le sue cinquanta strofe è anzi, indubbiamente, la più lunga in assoluto ed è facile immaginare il tour de force necessario per mandarla a memoria e cantarla.

Il testo, che presenta qualche lacuna e difficoltà di interpretazione, fa parte del Percy Folio, l'in-folio scoperto da Thomas Percy (I, 166-173), ma non è mai stato stabilito con precisione di quale area fosse originario, sebbene l'ambientazione e certe varianti linguistiche facciano pensare all'Inghilterra centro-meridionale. In ogni caso, già allora la ballata era totalmente svanita dalla tradizione viva, ovviamente anche per la sua lunghezza. Certo è che, come Johnie Cock e come Hind Etin, sembra riportare ad atmosfere autenticamente remotissime.

Esistono, come spesso accade, dei parziali paralleli danesi e norvegesi della storia, e lo stesso nome del protagonista suona decisamente scandinavo (l'ipotesi più accreditata parla di un patronimico formato con la radice dell'antico norvegese aldr "età; vecchiaia; secolo"; quindi *ald-ingr ‘nato da antica stirpe' oppure ‘da genitori anziani'), tanto da far sospettare al Christophersen che la ballata potesse aver avuto origine addirittura ai tempi del Danelaw (VIII secolo). Esistono diversi punti chiave che ci riportano ad una possibile origine altomedievale della storia: tra questi la figura del lazar man, il povero lebbroso (cfr. l'italiano lazzaretto, lazzeretto) utilizzato dal perfido steward per "incastrare" l'onesta Regina (la lebbra e le persone che ne venivano colpite, assieme alla peste, sono dei protagonisti di tutta l'immaginazione collettiva di quel periodo, e non solo dell'immaginazione, vista la reale incidenza di quelle terribili malattie). Ma quel che più ci interessa sono l'incubo premonitore della Regina, con le bestie che fanno quasi pensare alle fiere dantesche e che la spogliano delle insegne proprie della dignità regale, e il misterioso fanciullo vendicatore che "capta" il sogno, a metà tra un mitologico essere della foresta in contatto con le entità che presiedono ai sogni ed un angelo custode.

I sogni premonitori non sono rari nelle ballate, ma questo è forse l'unico caso in cui ad un sogno è affidato un reale contatto, e dal sogno vengono sia la premonizione della sciagura, sia la salvezza della Regina e la punizione di Sir Aldingar (cui vengono simbolicamente mozzate le gambe, per abbassarlo alla statura del fanciullo). Da notare anche l'atmosfera cavalleresca, non certo "costruita", con un vero e proprio schiaffo con il guanto e la Regina oltraggiata che chiede al Re di poter cercare un campione che combatta per lei e ristabilisca il suo onore. La Regina, inoltre, viene condannata al rogo, una pena inusuale per l'adulterio, ma che si spiega con il fatto che il Re crede che ella si sia giaciuta con un essere immondo; le fiamme sono quindi uno strumento di purificazione. Un altro punto notevole della ballata è la presenza finale di una morale cristiana, con il perdono implorato da Sir Aldingar ormai battuto e smascherato, e benevolmente concesso dalla Regina in nome di Gesù. È un episodio rarissimo nelle ballate, forse unico, e fa capire che la lunghissima storia di Sir Aldingar si è venuta formando e "limando" in epoche differenti, a partire da tradizioni, credenze e modi di vita antichissimi sui quali si sono innestati concetti e cose di origine chiaramente più recente, come anche in Johnie Cock. Comunque sia, il testo pervenutoci dal Percy Folio (il solo) ci rivela uno dei più begli esempi di ballata "lunga", insolitamente complessa nella struttura narrativa e nel linguaggio, dall'andamento mozzafiato, senza alcuna pausa, come un vero e proprio moderno film d'avventura

alding2


Fin qui quel che avevo scritto a suo (lontano) tempo e poi inserito su Wikipedia. Per ampliare un po', la prima cosa da dire è che, ovviamente, la ballata non è pervenuta con alcun tipo di melodia. In quanto ballata narrativa di lunghissima estensione, in essa non è presente alcun burden, o ritornello, di nessuna natura.

alienorCome già specificato, della ballata esistono precisi, anche se parziali, paralleli nella tradizione scandinava (danese e norvegese). In particolare, come specificato dal Child, una ballata danese, Ravengaard og Memering le è assai vicina, ma senza far assumere ai personaggi lo stato regale. Ai protagonisti di Sir Aldingar, invece (a parte Sir Aldingar stesso, il ffalse steward), viene data una qualche “connotazione storica” che però nulla, come è lecito attendersi, corrisponde alla realtà dei fatti. Il fatto che il re e la regina siano “Enrico” e “Eleonora” non può infatti che riportare a Enrico II Plantageneto (1133-1189) e a sua moglie Eleonora d'Aquitania (1122-1204, ex moglie del re di Francia Luigi VII).

Se il Christophersen, nel suo sunnominato saggio, ha ipotizzato che la ballata abbia origini più antiche anche dell'epoca in cui sono situati i suoi personaggi, è certamente dovuto anche al fatto, piuttosto comune nelle ballate di più remota tradizione, di voler assegnare ai personaggi una connotazione “reale”, storica; Eleonora d'Aquitania, tra le altre cose, ebbe a passare lunghi anni in prigione, tra il 1173 e il 1189, l'anno stesso in cui suo marito Enrico II morì. In tutto questo può avere avuto un ruolo il fatto che il matrimonio tra Enrico e Eleonora (celebrato nel 1152, dopo che il precedente matrimonio della regina con Luigi VII di Francia era stato annullato per consanguineità) si rivelò a dir poco infelice. I due divennero non solo estranei, ma nemici: l'imprigionamento di Eleonora fu decretato da Enrico II stesso, che la aveva accusata di aver fomentato la rivolta di suo figlio Enrico il Giovane contro di lui. Alla morte di Enrico II (6 luglio 1189) salì al trono l'altro figlio di Eleonora d'Aquitania, vale a dire Riccardo I Cuor di Leone.

La ballata danese Ravengaard og Memering, come detto, presenta un parallelismo ben preciso con Sir Aldingar. L'eroina si chiama però Gunhilda, un personaggio storico di cui si diceva fosse figlia di Canuto il Grande e di Emma di Normandia. Gunhilda sposò nel 1036 Enrico III il Pio (o “Il Nero”), divenuto poi Imperatore del Sacro Romano Impero; un Enrico, come si vede, è comunque presente. Guglielmo di Malmesbury, vissuto decenni dopo, scrisse che i fatti descritti nella ballata erano autentici, ma, naturalmente, non ne esiste nessuna prova storica certa. Altri paralleli della vicenda di Sir Aldingar si hanno nel romance spagnolo Olivia, nella Chanson de geste Doon l'Alemanz, in parte nel romanzo inglese Sir Triamour e nella leggenda di Genoveffa di Brabante.

Il testo di Sir Aldingar presente nel Percy Folio, l'unica sua fonte, fu riprodotto poi nelle Reliques dello stesso Percy (1765) e nella Minstrelsy of the Scottish Border di Sir Walter Scott (1803). Linguisticamente, la ballata è da molti attribuita erroneamente allo scozzese; è redatta in realtà in un inglese con caratteristiche centro-settentrionali (quindi con alcuni punti in comune con lo scozzese, ma non ascrivibile allo scozzese vero e proprio). Il testo qui dato riproduce quello che, a mio parere, è più vicino alla fonte primaria del Percy Folio: quello dato da James Kinsley nella sua silloge di ballate tradizionali, l'Oxford Book of Ballads (Oxford, 1982), uno dei libri più autenticamente e sistematicamente distrutti della mia biblioteca, tenuto oramai insieme con lo scotch. La traduzione italiana è l'unica esistente; appartiene a quelle più “tarde” che ho fatto, risalendo più o meno al 1990.

onsevenCome detto e ribadito, della ballata di Sir Aldingar non è pervenuta alcuna melodia tradizionale, se mai la abbia avuta effettivamente. Non potevo naturalmente sapere che, nel 1985, il gruppo bretone dei Kornog (“Occidente”) gliene aveva data una di propria composizione, nell'album Ar seizh avel. La versione dei Kornog dura circa cinque minuti ed è ovviamente abbreviata e rimaneggiata: intera avrebbe occupato un intero album da sola. In linea di massima, si tratta di una “condensazione” dei punti focali della sterminata ballata originale. Nel 2013, durante un concerto, Francis Elder ne ha eseguito una parte al canto (su musica di sua composizione), con recitazione di altre parti a cura di Sheila Tremlett e introduzione di Mark Wilson. [RV]
Our king he kept a ffalse steward
Men called him Sir Aldingar.
He wolde haue layen by our comely queene,
Her deere worshipp to haue betraide;
Our queene shee was a good woman
And euer more said him nay.

Aldingar was offended in his mind,
With her hee was neuer content,
But he sought what meanes he cold find out.
In a fyer to haue her brent.

There came a lame later to the Kings gates,
A lazar was [b]lind and lame
He tooke the lazar vpon his backe
Vpon the queenes bed he did him lay;

He said, Lye still, lazar, wheras thou lyest,
Looke thou goe not away,
Ile make thee a whole man and a sound
In two howres of a day.

And then went forth Sir Aldingar
Our Queene for to betray,
And then he mett with our comlye King,
Saies, God you saue and see!

If I had space as I haue grace,
A message I weld say to thee.
Say on, say on, Sir Aldingar,
Say thou on and vnto me.

I can let you now see one of [the] greiuos[est] sights
That euer Christen King did see:
Our Queene hath chosen a new new loue,
She will haue none of thee;

If shee had chosen a right good Knight
The lesse had beene her shame,
But she hath chosen a Lazar man
Which is both blinde and lame.

If this be true, thou Aldingar,
That thou dost tell to me,
Then will I make thee a rich Knight
Both of gold and fee.

But if it be false, Sir Aldingar,
That thou doest tell to me,
Then looke for noe other death
But to be hangd on a tree.
Goe with me, saide our comly king,
This Lazar for to see.

When the King he came into the queenes chamber,
Standing her bed befor,
There is a lodly lome, says Harry King,
For our dame Queene Elinor!

If thou were a man, as thou art none,
Here thou sholdest be slaine;
But a paire of New gallowes shall be bult,
Thoust hang on them soe hye;

And fayre fyer there salbe bett,
And brent our Queene salbee.
Forth then walked our comlye King,
And mett with our comly Queene.

Saies, God you saue, our Queene, Madam,
And Christ you saue and see!
Heere you haue chosen a new new loue
And you will haue none of mee.

If you had chosen a right good Knight
The lesse had beene your shame,
But you haue chosen a lazar man
That is both blind and lame.

Euer alacke, said our comly Queene,
Sir Aldingar is false to mee;
But euer alacke, said our comly Queene,
Euer alas, and woe is mee!

I had thought sweuens had neuer been true,
I haue prooued them true at the last;
I dreamed in my sweauen on thursday at eueninge
In my bed wheras I lay,

I dreamed the grype and a grimlie beast
Had carryed my crowne away,
My gorgett and my Kirtle of golde
And all my faire heade geere;

How he weld haue worryed me with his tush
And borne me into his nest:
Saving there came a litle hawk
Flying out of the East,

Saving there came a litle Hawke
Which men call a Merlion;
Vntill the ground he stroke him downe,
That dead he did fall downe.

Giffe I were a man, as I am none,
A battell I weld proue,
I weld fight with that false traitor;
Att him I cast my gloue!

Seing I am able noe battell to make,
You must grant me, my leege, a Knight
To fight with that traitor, Sir Aldingar,
To maintaine me in my right.

Ile glue thee forty dayes, said our King,
To seeke thee a man therin;
If thou find not a man in forty dayes,
In a hott fyer thou shall brenn.

Our Queene sent forth a Messenger,
He rode fast into the South,
He rode the countryes through and through
Soe far vnto Portsmouth;
He cold find never a man in the South country
That weld fight with the Knight soe keene.

The Second messenger the Queen forth sent
Rode far into the east,
But (blessed be God made sunn and moone)
He sped then all of the best.

As he rode then by one riuer side
There he mett with a litle Child;
He seemed noe more in a mans likenesse
Then a child of four yeeres old.

He askt the Queenes Messenger how far he rode,
Loth he was him to tell;
The litle one was offended att him,
Bid him adew, farwell!

Said, Turne thou againe, thou Messenger,
Greete our Queene well from me;
When Bale is art hyest, boote is art next,
Helpe enough there may bee!

Bid our queene remember what she did dreame
In her bedd wheras shee lay:
Shee dreamed the grype and the grimly beast
Had carryed her crowne away,

Her gorgett and her Kirt[l]e of gold,
Alsoe her faire head geere.
He weld haue werryed her with his tushe
And borne her into his nest;

Saving there came a litle hawke,
Men call him a merlyon,
Vntill the ground he did strike him downe
That dead he did fall downe.

Bidd the queene be merry att her hart,
Euermore light and glad;
When bale is art hyest, boote is at next,
Helpe enoughe there shalbe [had].

Then the Queenes messenger rode backe,
A gladed man then was hee;
When he came before our Queene,
A gladd woman then was shee.

Shee gaue the Messenger twenty pound
O lord, in gold and fee;
Saies, Spend and spare not while this doth last,
Then feitch thou more of me.

Our Queene was put in a tunne to burne,
She thought no thing but death.
They were ware of the litle one
Came ryding forth of the East

With, Mu [ ]
A louelie child was hee;
When he came to that fier
He light the Queene full nigh.

Said, Draw away these brands of fire
Lie burning before our Queene,
And feitch me hither Sir Aldingar
That is a knight soe keene.

When Aldingar see that litle one
Full litle of him hee thought;
If there had beene halfe a hundred such
Of them he weld not haue wrought.

Hee sayd, Come hither Sir Aldingar,
Thou see-must as bigge as a fooder;
I trust to God, ere I haue done with thee,
God will send to vs auger.

Saies, The first stroke thats giuen, Sir Aldingar,
I will glue vnto thee,
And if the second glue thou may,
Looke then thou spare not mee.

The litle one pulld forth a well good sword,
I-wis itt was all of guilt;
It cast light there over that feild,
It shone soe all of guilt.

He stroke the first stroke att Aldingar,
He stroke away his leggs by his knee;
Sayes, Stand vp, stand vp, thou false traitor,
And fight vpon thy feete;
For and thou thriue as thou begins,
Of a height wee salbe meete.

A preist, a preist, sayes Aldingar,
Me for to houzle and shriue!
A preist, a preist, sayes Aldingar,
While I am a man liuing a-liue!

I weld haue laine by our comlie Queene,
To it shee weld neuer consent;
I thought to haue betrayd her to our King,
In a fyer to haue had her brent.

There came a lame Lazar to the Kings gates,
A lazar both blind and lame;
I tooke the lazar vpon my back,
In the Queenes bed I did him lay.

I bad him lie still, Lazar, where he lay,
Looke he went not away;
I wold make him a whole man and a sound
In two homes ofa day.

Euer alacke, sayes Sir Aldingar,
Falsing neuer doth well;
Forgiue, forgiue me, Queene, Madam,
For Christs loue forgiue me!
God forgaue his death, Aldingar,
And freely I forgiue thee.

Now take thy wife, thou King Harry,
And lone her as thou shold;
Thy wiffe shee is as true to thee
As stone that lies on the castle wall.

The Lazar vnder the gallow tree
Was a pretty man and small
The Lazar vnder the gallow tree
Was made steward in king Henerys hall.

Contributed by Riccardo Venturi - 2017/5/12 - 22:11



Language: Italian

Traduzione italiana di Riccardo Venturi (ca. 1990)
SIR ALDINGAR

Il nostro Re aveva un attendente infedele,
Sir Aldingar era il suo nome.
Avrebbe voluto giacere con la bella Regina
E tradire la sua benevolenza;
La nostra Regina era una donna onesta,
E ogni volta gli diceva di no.

Aldingar si sentiva offeso dentro,
E certo non era ben disposto verso di lei;
E si mise a pensare con quali mezzi
L'avrebbe potuta far mettere al rogo.

Venne un lebbroso alle porte del Re,
Era un lebbroso storpio e cieco;
Lui prese il lebbroso sulle sue spalle
E lo mise nel letto della Regina;

Disse, "Stai fermo qui, lebbroso,
E guarda di non andar via;
Tra due ore io ti farò un vero uomo
con tutte le dignità."

Sir Aldingar se ne andò via
A tradire la nostra Regina;
Incontrò il nostro nobile Re,
Gli disse, "Dio vi salvi e riverisca!

Vorrei, di grazia e se anche Voi volete
Riferirvi un messaggio."
"Dimmi, dimmi, Sir Aldingar,
Dimmelo, su, ti prego,"

"Vi farò vedere una delle scene più turpi
Che mai abbia visto un Re cristiano;
La nostra regina s'è presa un nuovo amante,
Non vuol saperne più nulla di Voi.

"Se avesse preso un buon Cavaliere,
Certo, ne avrebbe portato meno vergogna;
Ma ha preso un lebbroso
Che è sia storpio, che cieco."

"Se questo è vero, Aldingar,
Se è vero quel che mi dici,
Io ti farò un ricco cavaliere
E ti darò sia oro che terre.

Ma se questo è falso, Sir Aldingar,
Se è falso quel che mi dici,
Allora, non ti aspetta che una morte:
Essere impiccato a un ramo.”
"Vieni con me", disse il nobile Re,
"Andiamo a vedere il lebbroso.”

Quando giunse alla camera della Regina
E fu davanti al suo letto,
Disse Re Enrico, "La Regina Eleonora
S'è presa uno sciancato schifoso!

"Se tu fossi un uomo, e non lo sei,
Io ti ucciderei qui, adesso;
Ma farò costruire una bella forca
Alla quale sarai impiccato;

E sarà appiccato un gran rogo
E vi sarà arsa la nostra Regina."
Allora se ne andò il nostro nobile Re
A parlare con la bella Regina.

Dice, "Dio vi salvi, Signora Regina,
Gesù vi salvi e vi riverisca!
Vi siete presa un nuovo amante
E non volete più saperne di me.

Se aveste presto un buon Cavaliere
Meno vergogna ne avreste portato;
Ma avete preso un lebbroso
Che è sia storpio, che cieco."

"Ohimé", disse la nostra bella Regina,
"Sir Aldingar mi ha teso un inganno!
Ohimé", disse la nostra bella Regina,
"Povera me, in che guaio mi ha messo!

"Credevo che i sogni non fossero veri,
Ma adesso, si rivelano esatti;
Ché ho sognato, Martedì sera,
Mentre giacevo nel letto,

Ho sognato un grifone e una fiera
Che mi strappavan via la corona,
La mia gorgiera e la mia veste dorata,
E tutti i miei diademi e ornamenti;

Mi tormentava con i suoi artigli
E mi portava nel suo nido;
Ma a salvarmi veniva un falchetto
Arrivato in volo da oriente,

Ma a salvarmi arrivava un falchetto
Che la gente chiama merlone;
Faceva cadere l'altro a terra
E al suolo cadeva morto.

Se fossi un uomo, e non lo sono,
Lo sfiderei a duello,
Combatterei con quel falso traditore
E gli getterei il guanto di sfida!

Ma poiché non posso combattere,
Mio Sovrano, concedimi di trovare un Cavaliere
Che combatta con Sir Aldingar, quel traditore
E ristabilisca il mio onore."

"Vi concedo quaranta giorni", il Re disse,
"Per trovare l'uomo che cercate;
Se non lo trovate in quaranta giorni
Sarete arsa sul rogo."

La Regina mandò un messaggero
E cavalcò veloce verso sud,
Cavalcò per tutte le contee
Ed arrivò fino a Portsmouth;
Ma non trovò nessuno, nelle terre del sud,
Che volesse combattere con quel valente cavaliere.

Il secondo messaggero, la Regina lo mandò
A cercare lontano, a oriente;
E (sia benedetto Dio che fece il Sole e la Luna),
Rapidamente ebbe un buon risultato.

Mentre cavalcava lungo un fiume
S'imbatté in un ragazzino;
Non pareva certamente un uomo,
Ma un bambino di quattro anni.

Chiese al Messaggero da dove venisse,
E quello non glielo voleva dire;
Il piccoletto ne rimase offeso,
E gli disse addio e buon viaggio.

E disse, "Torna a casa, Messaggero,
E salutami la Regina!
Quando il male é più forte, l'aiuto é più vicino,
E io ti posso aiutare abbastanza!

"Chiedi di ricordare alla Regina il suo sogno,
Che fece mentre giaceva nel letto:
Sognò di un grifone e di una fiera
Che le strappavano via la corona,

La gorgiera e la sua veste dorata,
I suoi diademi e i suoi ornamenti;
La tormentava coi suoi artigli,
L'aveva portata al suo nido;

Ma veniva un falchetto a salvarla,
Che la gente chiama merlone;
Faceva cadere l'altro a terra
Ed al suolo cadeva morto.

"Di' alla Regina di stare tranquilla,
Di starsene allegra e contenta;
Quando il male é più forte, l'aiuto é più vicino,
Ed io la posso aiutare abbastanza!"

Il messaggero allora tornò indietro
Ed era un uomo assai felice;
Quando si presentò alla Regina,
Lei ne fu molto contenta.

Diede al messaggero venti ghinee,
Buon Dio, in oro e in gioielli;
Disse, "Non le spendere finche non sarà tutto finito,
Ché poi te ne darò di più."

La Regina fu messa in una botte per essere arsa,
Si credeva oramai prossima alla morte;
Ma poi s'accorsero del piccoletto
Che arrivava a cavallo da oriente.

Con [Mu]
Era proprio un bel fanciullo;
Quando arrivò davanti al rogo
Scese e tirò giù la Regina.

Disse, "Togliete questi tizzoni ardenti
Che stanno bruciando davanti alla Regina,
E portatemi qui Sir Aldingar,
Quel valoroso cavaliere."

Quando Aldingar vide quel piccoletto
Non se ne curò minimamente;
Se ce ne fossero stati cento, come lui,
Non se ne sarebbe curato affatto.

Disse, "Vieni qui, Sir Aldingar,
Mi sembri robusto come una botte;
Confido in Dio che, prima d'averti finito,
Dio avrà già emesso il suo verdetto."

Dice, "Il primo colpo, Sir Aldingar,
Il primo colpo lo darò io a te;
E se potrai dare tu il secondo
Guarda di non risparmiarmi."

Il piccoletto tirò fuori una splendida spada
Certo era tutta d'acciaio dorato;
Splendeva lucente sul terreno del duello,
Splendeva come se fosse d'oro.

Inferse il primo colpo a Sir Aldingar
E gli mozzò le gambe alle ginocchia;
Disse, "Alzati, alzati, falso traditore,
Alzati e combatti in piedi;
Ché, se ora sei borioso come all'inizio,
Ora potremo lottare alla stessa altezza."

"Un prete, un prete", dice Aldingar,
"Per fare la Comunione e confessarmi!
Un prete, un prete", dice Aldingar,
"Finché sono ancora vivo!

"Avrei voluto giacere con la nostra bella Regina,
Lei non m'avrebbe mai detto di sì;
Pensai di tradirla presso il nostro Re
Per farla mettere al rogo.

Venne un lebbroso alle porte del Re,
Che era sia storpio, che cieco;
Presi il lebbroso sulle spalle
E lo misi nel letto della Regina.

"Gli ordinai di stare tranquillo
E di badare a non andar via,
Ché in due ore lo avrei reso un vero uomo
con ogni dignità,

"Ohimé", disse Sir Aldingar,
"La menzogna non porta mai al bene!
Perdonami, perdonami, o mia Regina,
Perdonami, per l' amore di Gesù!"
"Dio ha perdonato per la propria morte, Aldingar,
E io, volentieri, perdono te."

"Ora prendi tua moglie, Re Enrico,
Ed amala quanto più puoi;
Tua moglie ti è salda e fedele
Come le pietre delle tue mura."

Il lebbroso, già sotto la forca,
Era un ometto grazioso e piccino,
Il lebbroso, proprio sotto la forca
Fu fatto attendente alla Corte di Re Enrico.

2017/5/13 - 00:18



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