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Friedrich Torberg: Auf den Tod eines Fußballspielers

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Language: German

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[1945]
Versi di Friedrich Torberg, pseudonimo di Friedrich Ephraim Kantor-Berg (1908-1979), scrittore, giornalista ebreo austriaco, di origine ceca.

Approfondendo la vicenda di Johann Trollmann Rukelie, il grande pugile zingaro tedesco che si battè fino alla fine contro i nazisti, ho scoperto un’altra storia di un campione dello sport che non piegò la testa e che sfidò apertamente Hitler.



Questa poesia di Friedrich Torberg – che negli anni 40 finì esule negli USA dopo aver lungo vagato per l’Europa, braccato dai nazisti – è dedicata a Matthias Sindelar (1903-1939), il più forte calciatore austriaco di sempre, centrocampista ed attaccante del “Wunderteam”, la meravigliosa nazionale austriaca degli anni 30. Soprannominato “Der Papierene”, ossia “carta velina”, per via della sua figura sottile, o anche il “Mozart del pallone”, per l’eleganza del movimento (un po’ come Rukeli) e per l’abilità nel controllo di palla. Cresciuto nel club ASV Herta Wien, Matthias Sindelar consolidò la sua fama nel FK Austria Wien con cui vinse tutto, e per ben due volte (nel 1933 e nel 1936) la Coppa Mitropa, antesignana della Coppa dei Campioni.



Poi nel 1938 venne l’Anschluss ed Hitler fagocitò l’Austria. Anche la nazionale fu dissolta e annessa a quella del Terzo Reich. Da quel momento in poi i giocatori più forti, come Matthias Sindelar, sarebbero stati costretti a giocare sotto l’insegna della svastica.



Il 3 aprile del 1938 allo stadio Prater di Vienna venne organizzata l’“Anschlussspiel”, la partita della “riunificazione”, l’ultima partita tra le rappresentative nazionali. Il capitano Sindelar e i suoi compagni scesero in campo con i colori della bandiera austriaca, maglia rossa e calzoncini bianchi, e le suonarono ai tedeschi 2 a 0, suo il primo gol e poi raddoppio di Karl Sesztak, che andarono entrambi ad esultare sotto la tribuna che ospitava i gerarchi nazisti. Quando alla fine dell’incontro si trattò invece di omaggiarli del saluto a braccio teso, proprio Sindelar e Sesztak furono gli unici a rifiutarsi di farlo.



Ci voleva del fegato, quello che aveva già avuto il nostro Bruno Neri, cantrocampista con 187 presenze nella Fiorentina, che nel 1931, all’inaugurazione dell’attuale stadio Artemio Franchi (allora intitolato ad uno squadrista), rifiutò il saluto romano (e poi cadde come partigiano nel 1944)… Quello che avrebbero avuto i giovanissimi argentini del La Plata Rugby Club nel 1975, quando rimasero immobili per 10 minuti prima dell’inizio di una partita per ricordare un loro compagno assassinato dagli squadroni della morte (e poi finirono anche loro tutti desaparecidos)…

Comunque, per Sindelar e Sesztak fu l’ultima presenza in nazionale.



La persecuzione antisemita si abbattè anche sul mondo dello sport austriaco. Giocatori e dirigenti di fede ebraica furono rimossi ed arrestati. Anche il presidente dell’Austria Wien, Michl Schwarz, fu allontanato dal club: “Il nuovo Führer dell'Austria Vienna ci ha proibito di salutarla, ma io vorrò sempre dirle ‘Buongiorno’ ogni volta che avrò la fortuna di incontrarla”, gli disse Matthias Sindelar. Il quale – va detto - sembra peraltro che poi abbia beneficiato, come tanti, dell’“arianizzazione”, avendo rilevato in Vienna un caffè i cui proprietari ebrei furono in seguito eliminati a Theresienstadt.



Il 23 gennaio del 1939 Matthias Sindelar fu trovato morto nel suo appartamento di Vienna. Insieme a lui la fidanzata Camilla Castagnola, italiana ed ebrea, conosciuta a Milano qualche anno prima. Apparentemente la causa della loro morte fu accidentale, avvelenamento da monossido di carbonio a causa di una stufa difettosa, ma non è escluso – come pensava anche Friedrich Torberg – che i due avessero deciso di farla finita.
E’ anche vero che l’inchiesta giudiziaria di rito, non appena avviata, fu chiusa subito su ordine della Gestapo che, dopo le sue ripetute “intemperanze” – il mancato saluto, il rifiuto di giocare ma anche quello di iscriversi a partito nazista – aveva pesantemente attenzionato Matthias Sindelar…
Er war ein Kind aus Favoriten
und hieß Matthias Sindelar.
Er stand auf grünem Platz inmitten,
weil er ein Mittelstürmer war

Er spielte Fußball, und er wußte
vom Leben außerdem nicht viel.
Er lebte, weil er leben mußte
vom Fußballspiel fürs Fußballspiel.

Er spielte Fußball wie kein zweiter,
er stak voll Witz und Phantasie.
Er spielte lässig, leicht und heiter,
er spielte stets, er kämpfte nie.

Er warf den blonden Schopf zur Seite,
ließ seinen Herrgott gütig sein,
und stürmte durch die grüne Weite
und manchmal bis ins Tor hinein.

Es jubelte die Hohe Warte,
der Prater und das Stadion,
wenn er den Gegner lächelnd narrte
und zog ihm flinken Laufs davon.

Bis eines Tages ein andrer Gegner
ihm jählings in die Quere trat,
ein fremd und furchtbar überlegener,
vor dem´s nicht Regel gab noch Rat.

Von einem einzigen harten Tritte
fand sich der Spieler Sindelar
verstoßen aus des Planes Mitte
weil das die neue Ordnung war.

Ein Weilchen stand er noch daneben,
bevor er abging und nachhaus.
Im Fußballspiel, ganz wie im Leben,
war´s mit der Wiener Schule aus.

Er war gewohnt zu kombinieren,
und kombinierte manchen Tag.
Sein Überblick ließ ihn erspüren,
daß seine Chance im Gashahn lag.

Das Tor, durch das er dann geschritten,
lag stumm und dunkel ganz und gar.
Er war ein Kind aus Favoriten
und hieß Matthias Sindelar.

Contributed by Bernart Bartleby - 2016/2/8 - 13:07



Language: Italian

Versione italiana di Francesco Mazzocchi
SULLA MORTE DI UN CALCIATORE

Era un figlio di beniamino
e si chiamava Matthias Sindelar.
Stava al centro della piazza verde,
perché era centrattacco.

Giocava a calcio, e sapeva
non molto della vita a parte questo.
Viveva, perché doveva vivere
del calcio per il calcio.

Giocava a calcio come nessun altro,
segnava pieno di spirito e fantasia.
Giocava rilassato, leggero e sereno,
giocava sempre, non lottava mai.

Gettava in parte il ciuffo biondo,
lasciava correre le cose,
ed attaccava per la lunghezza verde
e qualche volta fino in porta.

Giubilavano l’Hohe Warte,
il Prater e lo Stadion,
quando sorridendo ingannava l’avversario
e con agile corsa se ne liberava.

Finché un giorno un altro avversario
improvvisamente gli si parò di traverso,
uno straniero e paurosamente superiore ,
davanti al quale non c’era regola né rimedio.

Da un solo calcio pesante
il giocatore Sindelar si trovò
cacciato dal centro del campo
perché era il nuovo ordine.

Stette lì ancora un momentino,
prima di uscire e andare a casa.
Nel calcio, proprio come nella vita,
era finita con la scuola viennese.

Era abituato a combinare,
e combinò qualche giorno.
La sua prospettiva gli fece intuire,
che la sua chance stava nella canna del gas.

La porta, per la quale alla fine passò,
era del tutto muta e scura.
Era un figlio di beniamino
e si chiamava Matthias Sindelar.

Contributed by Francesco Mazzocchi - 2019/3/30 - 20:16



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