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Me canton

Angelo Brofferio
Language: Italian (Piemontese)

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El pover esilià
(Angelo Brofferio)
A pé sopèt
(Trelilu)
La Benedicta
(Piero Milanese)


[dopo il 1856]
Versi di Angelo Brofferio, nella raccolta “Canzoni piemontesi” pubblicata nel 1886 a Torino dal libraio-editore F. Casanova (Via Accademia delle Scienze, piazza Carignano)

Canzoni piemontesi (Editrice L’Iniziativa, Torino 1929)
Canzoni piemontesi (Editrice L’Iniziativa, Torino 1929)
Canzoni piemontesi (Viglongo Editore, Torino 1966)
Canzoni piemontesi (Viglongo Editore, Torino 1966)




La lucida e sarcastica disillusione di Brofferio, repubblicano e di estrema sinistra, rispetto alla politica del vincente Cavour, monarchico e filo-francese. Brofferio, parlamentare subalpino dal 1848, combattè strenuamente per la riforma della giustizia, contro la pena di morte (difese inutilmente il generale Ramorino, che venne fucilato quale capro espiatorio per la disfatta nella prima guerra d’indipendenza), per la libertà di stampa e contro la censura imperante, per il diritto di associazione, per l'istruzione laica, obbligatoria e gratuita. Sostenne la repubblica romana del 1849, tradita e travolta dai francesi, si oppose al coinvolgimento nella guerra di Crimea e al trasferimento della capitale del Regno d’Italia da Torino a Firenze, una decisione presa per “pagare pegno a Napoleone” (come canta Beppe Novajra nella sua 21 settembre 1864) che ebbe come conseguenza la morte di 52 piemontesi, trucidati dallle truppe regie a Torino il 21 e il 22 settembre 1864.
Sout ai froui, darè d'na gria,
Fra j'aragn d'i catafus,
Son vint ani ch'i scrivìa
« Canta e rid da to pertus ».
I t'às fait un bel guadagn
A smentiè coui bravi aragn !
Torna, torna ant to canton.
Guarda 'l mond e fa d'cansson.

La la la la
Regni e sità,
Pouver dla strà,
Tut as na va.

Gran contrast e gran misteri !
L'om se stess peul nen capì !
Mentre a dis che d'no 'l criteri,
Na vous creusa a dis che d'sì.
Brut regal per nostra età
Coul d'un'anima eleva !
Torna, torna ant to canton,
Guarda ‘1 mond e fa d'cansson.

La la la la
Regni e sità,
Pouver dla strà,
Tut as na va.

Da un pcit ciair d'na tour lontana
Vdend l'Italia sbalucà,
J'eu cherdù ch'la gran campana
Rimbombeiss dia libertà.
Trist ingann ! L'era 'l batocc
D’la gran cioca d'i babocc !
Torna, torna ant to canton,
Guarda 'l mond e fa d'cansson.

La la la la
Regni e sità,
Pouver dla strà,
Tut as na va.

Liberai da brodarie,
Democratich da pension,
Mentre lour fasìo per rie,
E mi furb fasìa da bon.
Astu vist, astu capì
Esse olouch lo ch'a veul di ?
Torna, torna ant to canton,
Guarda 'l mond e fa d'cansson.

La la la la
Regni e sità,
Pouver dla strà,
Tut as na va.

Quanti mobil d'regia scala,
Quante boje dal col stort,
Quante cousse da timbala,
Quanti rat da solè mort,
Al bilanss tirand el pnass,
Son dventà d'Italianass !
Torna, torna ant to canton,
Guarda 'l mond e fa d'cansson.

La la la la
Regni e sità,
Pouver dla strà,
Tut as na va.

Dio preserva ch'am rincressa,
Vdend montè la pauta e ‘l mnis,
D'nen avei bast e cavessa
Marcandà per me pais !
Ma tut un a j'è d'vrità
Ch'as imparo a cheur desblà !
Torna, torna ant to canton,
Guarda ‘l mond e fa d'cansson.

La la la la
Regni e sità,
Pouver dla strà,
Tut as na va.

An disio: salve ‘l Statuto
Veule pà ? Fideve a noui;
Per vost ben venta ch'iv buto
Musarola, corda e froui.
Souma piassie : e peui ? plan plan
An Crimea con Turch e Alman.
Torna, torna ant to canton,
Guarda ‘l mond e fa d'cansson.

La la la la
Regni e sità,
Pouver dla strà,
Tut as na va.

A son triste le vicende ;
El present a l'è fatal ;
Pì un s'amassa a felo intende,
E pì 'l mond a capiss mal.
Del Piemont un vel d'malheur
A confond la ment e ‘l cheur.
Torna, torna ant to canton,
Guarda 'l mond e fa d'cansson.

La la la la
Regni e sità,
Pouver dla strà,
Tut as na va.

Ma gnun credda ant l'an sinquanta
El bon sens franch a rabel,
Quand un veul sgnachelo d'pianta,
S'leva 'l popol e a fa chiel.
Fin che stanch d'veddne a suffrì
Splenda ‘l Soul per coul gran dì,
Torna, torna ant to canton,
Guarda 'l mond e fa d'cansson.

La la la la
Regni e sità,
Pouver dla strà,
Tut as na va.

Contributed by Bernart Bartleby - 2015/4/7 - 11:34



Language: Italian

Traduzione italiana da “Angelo Brofferio: Canzoni Piemontesi”, Andrea Viglongo e C. Editori, Torino, prima edizione 1966.
IL MIO ANGOLO

Sotto chiave, dietro un’inferriata,
fra le ragnatele della gattabuia,
sono vent’anni da che scrissi
«Canta e ridi dal tuo buco»:
hai fatto un bel guadagno
a dimenticare quei bravi ragni!
Torna, torna nel tuo angolo,
guarda il mondo e fa’ canzoni.

La la la la,
regni e città,
polvere della strada:
tutto se ne va.

Gran contrasto e gran mistero:
l’uomo non riesce a capire se stesso!
Mentre la ragione gli dice no,
una voce profonda dice di sì.
Brutto regalo per la nostra età
quello d’un’anima elevata!
Torna, torna nel tuo angolo,
guarda il mondo e fa’ canzoni.

La la la la,
regni e città,
polvere della strada:
tutto se ne va.

Dal debole chiarore d’una lontana torre,
vedendo l’Italia abbagliata,
ho creduto che fosse la grande campana
della libertà a risuonare.
Triste inganno! Era il batocchio
della campana dei fessacchiotti!
Torna, torna nel tuo angolo,
guarda il mondo e fa’ canzoni.

La la la la,
regni e città,
polvere della strada:
tutto se ne va.

Liberali da strapazzo,
democratici da pensione,
mentre loro facevano per ridere
io, furbo, facevo davvero.
Hai visto, hai capito,
essere allocchi cosa vuol dire?
Torna, torna nel tuo angolo,
guarda il mondo e fa’ canzoni.

La la la la,
regni e città,
polvere della strada:
tutto se ne va.

Quanti bischeri rampanti,
quanti scarafaggi dal collo torto,
quante zucche da timballo,
quanti topi da solaio,
al momento buono, virando la coda
son diventati italianacci!
Torna, torna nel tuo angolo,
guarda il mondo e fa’ canzoni.

La la la la,
regni e città,
polvere della strada:
tutto se ne va.

Che Dio mi guardi dal recriminare,
vedendo salire il fango e l’immondizia,
di non aver mercanteggiato
per il mio paese basto e cavezza!
Ma ci sono verità
che si imparano solo a cuore distrutto.
Torna, torna nel tuo angolo,
guarda il mondo e fa’ canzoni.

La la la la,
regni e città,
polvere della strada:
tutto se ne va.

Ci dicevano: non volete
salvare lo Statuto? Affidatevi a noi;
per il vostro bene bisogna che vi mettiamo
museruola, corda e catene.
Ce le siam messe, e poi? Coi tamburi, plan plan,
in Crimea con Turchi e Tedeschi.
Torna, torna nel tuo angolo,
guarda il mondo e fa’ canzoni.

La la la la,
regni e città,
polvere della strada:
tutto se ne va.

Sono tristi le vicende;
il presente è fatale;
più uno s’ammazza per farlo intendere,
più il mondo capisce male.
Un velo di sfortuna
confonde la mente e il cuore del Piemonte.
Torna, torna nel tuo angolo,
guarda il mondo e fa’ canzoni.

La la la la,
regni e città,
polvere della strada:
tutto se ne va.

Ma nessuno supponga nell’anno cinquanta
il buon senso del tutto a pezzi:
quando lo si vuol schiacciare del tutto,
il popolo si leva ed agisce.
Fino a che, stanco di vederci soffrire,
splenda il sole per quel grande giorno,
torna, torna nel tuo angolo,
guarda il mondo e fa’ canzoni.

La la la la,
regni e città,
polvere della strada:
tutto se ne va.

Contributed by Bernart Bartleby - 2015/4/7 - 11:34


Senza aggiungere, anzi aggiungendolo, che fosse stato per Firenze, quei poveri 52 morti torinesi sarebbero campati più che volentieri e la "capitale" sarebbe rimasta tranquillamente a Torino. Anche il prezzo pagato da Firenze fu alto. Fortunatamente, non in termini di vite umane; ma il tessuto urbano della città fu irrimediabilmente distrutto da quei pochi anni di "capitale". Il centro storico, specialmente la zona del Mercato Nuovo e dell'antico Ghetto ebraico, fu letteralmente sventrato con la scusa del "risanamento"; monumenti insigni della Firenze medievale furono demoliti senza pietà per fare posto a tronfi palazzi di stile piemontese. Cadono sotto i picconi chiese, palazzi, strade, vicoli, piazzette, logge e, più che altro, interi quartieri popolari i cui abitanti vengono letteralmente deportati con la conseguente e pesantissima speculazione edilizia.

Firenze 1865: Lo sventramento del centro storico in atto
Firenze 1865: Lo sventramento del centro storico in atto


Caddero strade dai nomi fantasmagorici, come via dei Lontanmorti e via delle Ciuche Ignude; cadde tutta un'anima stessa della città e bisogna quasi ringraziare che furono risparmiati il palazzo Strozzi e il palazzo Davanzati, che sorgono nella zona. Al contempo, il sindaco Peruzzi e il famoso architetto Giuseppe Poggi, che ne approfittò anche per demolire gran parte delle mura medievali e aprire il classico viale "scenografico" (quello che è ora il viale dei Colli, col piazzale Michelangiolo), facevano soldoni a palate.

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Lo sventramento non era stato nemmeno terminato, ché già sulle macerie si inaugurava l'immancabile monumento equestre a Vittorio Emanuele II; l'enorme piazza, circondata da palazzi architettonicamente nulli e, più che altro, del tutto alieni dall'architettura fiorentina e dalla sua storia, fu poi chiamata, naturalmente, Piazza Vittorio Emanuele II, che bruci nelle fiamme dell'inferno assieme a tutta la casa Savoia.

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Ed eccola qua piazza Vittorio (Piazza Vittorio/piazza rottorio/dei coglioni domenicali, come l'ebbe a definire giustamente qualcuno), attualmente piazza della Repubblica. Con tanto di "arcone" centrale. Sono le attuali "vie del lusso" (e delle banche). Non fu risparmiata nemmeno la presa per i fondelli, con la famosa iscrizione sull'arco ("L'antico centro della città da secolare squallore a vita nuova restituito"). Il resto lo fece la guerra, mentre nello stesso periodo si sventravano a gogò tutte le città italiane (lo stesso destino ebbe ad esempio l'antichissimo quartiere milanese del Bottonuto, a ridosso del Duomo). Operazione ripetuta a Firenze anche nel 1935 per far posto alla stazione di Santa Maria Novella e alla piazza di stile fascista, e a Roma da Mussolini stesso per aprire via della Conciliazione. Interi quartieri storici delle città spazzati via dal potere. Tenetevele le vostre "capitali".

Riccardo Venturi - 2015/4/7 - 13:11



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