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Everyday Robots

Damon Albarn
Language: English

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Album: "Everyday Robots" (2014)

Aspettando il treno a Tokyo - foto di Héctor Garcia - Kirai
Aspettando il treno a Tokyo - foto di Héctor Garcia - Kirai


Inseriamo questa canzone per annunciare una novità "tecnica" che era ormai improrogabile... il sito delle canzoni contro la guerra è ora stato ottimizzato per essere visitato anche dai vostri smartphone. Ebbene sì, doveva succedere, data l'ormai onnipresenza di questi aggeggi. Se poi invece di uno smartphone possedete, come una nostra amministratrice, solo un vecchio fohn per asciugarvi i capelli... beh state tranquilli... potete bellamente ignorare questi cambiamenti e continuare a visitare il sito come sempre.

Nonostante questi inevitabili compromessi, non saremmo noi se non accompagnassimo l'annuncio con l'inserimento di una canzone in tema, una canzone inquietante e realistica. L'ha scritta Damon Albarn, il cantante inglese che dopo una stagione da popstar con i Blur e le interessanti sperimentazioni tra elettronica e hip-hop della band a cartoni animati dei Gorillaz, ha fatto uscire l'anno scorso il suo primo album solista che si apre con questa traccia che dà il titolo all'intero lavoro.

Nella sua semplicità e ossessività, questa canzone è un piccolo capolavoro. Siamo immediatamente calati nella scena di un giorno qualunque su una metropolitana londinese (ma potrebbe essere Tokyo, Parigi o Milano) all'ora di punta quando - dopo una giornata di lavoro - una massa di automi si incammina verso casa. Ognuno di loro (anzi di noi perché la canzone è significativamente in prima persona plurale) ha con sé un telefonino, uno smartphone (neologismo peraltro assurdo, dato che un computer è per definizione stupido) e fissa il piccolo schermo, completamente alienato dal mondo e dagli altri automi che lo circondano. Nel Regno Unito il tempo medio per il tragitto dal lavoro a casa è 58 minuti , con punte di 75 minuti per i londinesi. "Grazie" al traffico congestionato e alla scarsa efficienza dei mezzi pubblici, penso che in Italia la situazione sia ancora peggiore. Non va meglio a chi sceglie l'automobile privata, "in fila in tangenziale le promesse si sentono tradite." come cantavano i Gang già anni fa. Naturalmente il tempo speso per raggiungere il luogo di lavoro e tornare a casa non viene considerato orario lavorativo e così all'alienazione del lavoro si aggiunge l'alienazione del viaggio, vanificando anni di lotte per ottenere di "lavorare meno almeno se non puoi starne fuori".

In piedi su un vagone affollato siamo come delle pietre in piedi, dei menhir (paradossalmente l'uomo tecnologico del XXI secolo viene paragonato alle più antiche e meno tecnologiche opere umane). Isolati dagli esseri umani in carne e ossa che ci circondano cerchiamo la socialità nei cosiddetti "social network" che alimentano invece l'asocialità e l'isolamento. Ormai incapaci di un qualche rapporto diretto e reale, come automi tocchiamo al massimo vari pollici (in particolare i pollici alzati per dire "mi piace") finché qualcuno dei più deboli soccombe, sopraffatto da nuovi gerghi (twittare, postare, lanciare un hashtag...) e dal mare di "aggiornamenti di stato" dei suoi amici virtuali. Ma non è una grande perdita, sarà solo "one more vacancy", uno in meno tra i milioni di pendolari che affollano la stazione della metropolitana.

Damon Albarn ha scritto secondo me un pezzo che fotografa perfettamente e senza fare sconti a nessuno quest'aspetto della società moderna. Ed è significativo che una canzone del genere non arrivi da un folksinger semisconosciuto un po' tradizionalista e diffidente verso ogni novità tecnologica, ma da un cantante che è stato prima con i Blur una popstar protagonista dello star system e poi con i Gorillaz uno sperimentatore della tecnologia e dell'elettronica applicata alla musica. L'ossessività dell'arrangiamento ricorda quasi la suoneria di questi onnipresenti telefonini, e il cantante, includendo se stesso nella massa degli automi, ha l'intelligenza di non puntare il dito contro nessuno, ma di limitarsi ad un sottinteso pollice, questa volta rovesciato che ci dice: I don't like it.

smartAntiWarSongs


Insomma tutto questo per dirvi che se questa canzone non vi ha fatto venire voglia di ribellarvi, di ricominciare a stringere rapporti umani, a guardarvi intorno o a leggere un libro invece di stare a spippolare sui telefonini, almeno venite a visitare le CCG. Da qualche giorno vi accoglieranno con una nuova home page "mobile" (ridirezione automatica per chi ci visita tramite telefonino) e con le pagine opportunamente ridimensionate per permettere la lettura anche su quegli schermi minuscoli...
We are everyday robots on our phones
In the process of getting home
Looking like standing stones
Out there on our own

We're everyday robots in control
Or in the process of being sold
Driving in adjacent cars
'Til you press restart

Everyday robots just touch thumbs
Swimmin' in lingo they become
Stricken in a status sea
One more vacancy

For everyday robots getting old
When our lips are cold
Lookin' like standing stones
Out there on our own

Little robots in ringback tones
In the process of getting home

Contributed by The SmartWebmaster - 2015/1/31 - 23:36



Language: Italian

Tentativo di traduzione italiana di Lorenzo Masetti

smartphones banksy


Il testo della canzone è apparentemente semplice e molto sintetico, in italiano viene inevitabilmente (almeno a me) più prolisso, quasi una parafrasi. Non sono sicuro se "We are everyday robots in control" possa essere tradotto "sotto controllo", forse no, vuol dire "che controllano". E sarebbe ancora più significativo perché vorrebbe dire che persino i grandi capi delle multinazionali della comunicazione che ci hanno sotto controllo schedando i nostri gusti, le nostre passioni e interessi nel tentativo di farci consumare sempre di più, sono alla fine ridotti come gli altri a guardare alienati lo schermo di un telefonino.

Mi hanno aiutato molto le annotazioni su genius.com
AUTOMI QUOTIDIANI

Siamo automi quotidiani sui nostri telefoni
sul tragitto per tornare a casa
Assomigliamo a dei menhir, in piedi
laggiù, ognuno per conto suo

Siamo automi quotidiani sotto controllo
o in procinto di essere venduti
Viaggiamo sulle nostre automobili uno accanto all'altro
finché non premi restart e tutto ricomincia

Gli automi quotidiani toccano solo i pollici
nuotano nel gergo fino a soccombere
affogati in un mare di aggiornamenti di stato
...uno di meno...

Perché come automi quotidiani stiamo diventando vecchi
ormai con le labbra fredde
assomigliamo a dei menhir, in piedi
Laggiù ognuno per conto suo

Piccoli automi nelle suonerie
sul tragitto per tornare a casa

2015/2/1 - 00:54



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