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Miniè dell'Elba datemi respiro

Anonymous
Language: Italian (Toscano Elbano)

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Nella mia famiglia di parte elbana c'è sempre stata l'abitudine di tenere quaderni nei quali veniva scritta ogni cosa: dalle ricette di cucina alle minute delle lettere ai parenti, dai "fatterelli" di paese alle canzoni. Così faceva anche mia zia Clara, che è morta quest'estate, il tredici di luglio. Svuotando la sua camera, è stato ritrovato uno di questi quaderni, di chissà quando, dove c'era di tutto; anche le parole di una canzone di Nilla Pizzi e di una di Jula De Palma. E questa.

Ci sono scritte due righe: "Me l'ha cantata Tina che il suo fratello lavorava nelle miniere di Calamita. 18 nov. 1959". Non so ovviamente chi sia questa Tina, ma se è stata cantata si tratta di una canzone che aveva una sua musica; chissà qual è, e non lo si saprà mai. Non si saprà mai se sia stato il fratello a scriverla, o se l'avesse sentita cantare in miniera, o chissà cosa. Arrivatami in mano, ho deciso di fare quel che faccio usualmente: impedire alla memoria di perdersi, fosse pure su un quaderno bisunto ritrovato nel cassetto di una zia che non c'è più. E' la mia storia fin da quando ero un bimbo piccolo. Riccardo Venturi, fermamemoria, vorrei ci fosse scritto sulla mia tomba.

Le vecchie miniere di Punta Calamita.
Le vecchie miniere di Punta Calamita.


So che Caterina Bueno, assieme a una sua collaboratrice elbana, raccoglieva le canzoni dei minatori elbani dalle parti di Rio (non de Janeiro, Rio nell'Elba). Purtroppo non le ho mai viste, queste canzoni, né sentite. Qui siamo da un'altra parte dell'Isola del Ferro: a "Calamita", cioè Punta Calamita, sotto Capoliveri. Il posto è tra i più belli e terrificanti dell'Elba; la strada è ancora sterrata e teoricamente proibita perché i terreni delle vecchie miniere sono privati ed è vietato l'accesso. Alle spiagge si scende solo a piedi e con molta difficoltà. Il mare è un cristallo, e la terra è rossa scura, ancora piena di materiale ferroso. Alla zona hanno dato ora un nome fittizio e banale, "Costa dei Gabbiani", ma per gli elbani resterà sempre Calamita. Si chiama così perché la concentrazione di ferro è talmente alta da riuscire a fare impazzire le bussole delle imbarcazioni che si avvicinano.

Ancora quand'ero ragazzino, le miniere erano aperte. Da casa mia a Marina di Campo, ogni giorno, si sentiva almeno una volta l'esplosione delle mine; e, in linea d'aria, ci sono chilometri e chilometri. Poi tutto è stato chiuso. Di ferro ce ne sarebbe ancora chissà quanto, ma l'estrazione è improduttiva. Leggi di mercato, le quali vincono su millenni di storia visto che il ferro, all'Elba, lo si cavava già al tempo degli Etruschi. Il nome greco dell'Elba, passato poi a un famoso traghetto, è Αἱθαλία (Aithalia, Aethalia), che vuol dire "risplendente di fuochi", dalle fiammelle delle fonderie che si vedevano dal mare nella notte. Un lavoro antico e tremendo. Ce lo dice ancora, nel 1959, il fratello di Tina che conosceva questo canto che sarebbe stato dimenticato da Dio se non fosse stato per mia zia e per il suo quaderno sul quale si trova anche la ricetta della torta di riso con la scorza di limone e il testo di "Grazie dei fiori" di Nilla Pizzi. E' il mio modo anche per salutare la zia e darle l'arrivederci, prima o poi.

Il testo l'ho trascritto così com'è, con gli strafalcioni di scrittura compresi. In casa mia non s'è mai stati dei gran letterati, e in fondo non lo sono nemmeno io; a volte dico di essere un analfabeta che ha imparato un po' troppo a scrivere. Resta così com'è, nudo e crudo. Se qualcuno vi vuol trovare una musica, è libero di farlo. Vi saluto e riverisco. [RV]
Miniè dell'Elba datemi respiro
ché un so più manco più di camminare
o d'andà più colla mia bella in giro

Ché un so più se si stà di giorno o notte,
se piove se cè il sole o soffia il vento,
se le pietanze le son crude o cotte.

Si và da Capoliveri e la mina
la scoppia con flagore e scote l'aria
tremando nella polve co ruina

E noi come fantasimi al lavoro
pe quatro sordi che ci dà il padrone
nelle su ville affoga nel su oro.

Chè noi si cava fora il rosso fero
e il sangue e li pulmoni ci corompe
e giovine ben presto mi sottero.

Contributed by Riccardo Venturi - 2014/9/12 - 17:32


Punta Calamita

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"Scorcio delle miniere del Monte Calamita (Capoliveri). Per secoli queste miniere sono state la più grande fonte di lavoro per le popolazioni elbane, soprattutto per Rio Marina, Rio Elba, Capoliveri e la loro gestione in quest'ultimo secolo ha visto alternarsi le società Ilva, Ferromin, Italsider, di nuovo Ilva e infine Iritecna che ne cura la sorveglianza. Dopo oltre 3000 anni di sfruttamento, nel 1980 l'attività produttiva è stata sospesa, perché i giacimenti non sono esauriti, anzi nelle profondità sotto il livello del mare c'è ancora molto ferro disponibile. Calamita, la miniera più importante, tutta a cielo aperto con prevalente mineralizzazione a magnetite. All'interno della miniera operavano diversi cantieri citiamo i più importanti: Vallone, Albaroccia, Nuova Zona, Macei, Civetta, Polveraio, Punta Rossa, Le Piane. Oggi che l'attività mineraria è cessata è ben difficile trovare minerali, ma soprattutto non è possibile accedere nelle aree minerarie che sono proprietà demaniale."

DIA Banca Dati di Immagini

Riccardo Venturi - 2014/9/12 - 20:52


Succede un giorno di Settembre che io e Micol Cattan, in cerca di una canzone da cantare per la Festa dell'Uva di Capoliveri, ci imbattiamo in questo testo sul sito di Riccardo Venturi che vi consiglio.

Sembra che una vecchia zia l'abbia segnato sul suo diario - "Me l'ha cantata Tina che il suo fratello lavorava nelle miniere di Calamita. 18 nov. 1959" - tramandando così una memoria preziosa della vita dura dei minatori che tutti i giorni si recavano sul Calamita a sudare il pane per quattro soldi.

Rimaniamo fulminate e decidiamo che questo testo senza più la musica non deve perdersi, e questo è quello che abbiamo creato e portato in piazza per il Rione della Torre la mattina del 9 ottobre 2016 insieme a Francesco e Massimo della Compagnia Scapestrati. Ci saranno registrazioni di quella mattina ma non le ho, e per questo abbiamo deciso di registrarlo - seppur non sia in grande qualità - e metterlo qui. Perché continui a non perdersi, perché qualcuno lo canti ancora.

Marianna - 2017/7/28 - 19:14


Cara Marianna, prima di tutto un grande saluto a te e a Micol Cattan, ma davvero di cuore. Il bello è che sono appena tornato dall'Elba, e proprio da quella casa di famiglia dove abitava anche mia zia che teneva i quaderni; torno e mi trovo questa che non so come definire: una sorpresa, un ritorno, un riannodar di fili. Comunque una cosa bellissima che mi ha lasciato a occhi spalancati, anzi "spipati" per dirla all'elbana. Io penso che pure mia zia Clara, e magari anche la Tina che non si sa chi era, saranno lì da qualche parte a ascoltare.

Non sapevo, naturalmente e purtroppo, di questa cosa che avevate fatto a Capoliveri per la festa dell'uva. A Capoliveri ci sono stato pochi giorni fa, peraltro, e si vede che ci doveva essere "qualcosa nell'aria", come quando la stessa zia Clara, quand'ero piccolo, ogni volta che ci si passava anche vicino si sentiva in dovere di raccontare la famosa storia del tedesco che ci portò la luce elettrica per la prima volta(e che una volta ho provato a rinarrare per conto mio, seppure in forma un po' "romanzata" e mettendoci parecchio del mio).

Che dirvi, Marianna e Micol? Un semplice "grazie" sarebbe forse troppo banale. Ma considerate che è un grazie che non viene esclusivamente dal sottoscritto, che in fondo è stato solo il trascrittore di un testo scritto su un vecchio quaderno di una persona che non c'è più. Viene, credo, da tutta una storia e da tutta una gente di un'epoca scomparsa e di cui si sta perdendo ogni cosa. Viene da un'isola e dalla sua vita. Se magari rifate la festa dell'uva a Capoliveri, fatemelo sapé' che ci fo un salto in qualche modo. Un abbraccio forte, e chissà che un giorno o l'altro non rispunti fuori anche qualche cos'altro da un quaderno dimenticato. Riccardo.

Riccardo Venturi - 2017/7/29 - 10:21



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