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Santa Lucia luntana

E.A. Mario
Language: Neapolitan

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Canto di accoglienza
(Ginevra Di Marco)
Tammurriata nera
(E.A. Mario)
Priggiuniero 'e guerra
(E.A. Mario)


‎[1919]‎

Santa-Lucia


Dopo essermi fatto miseramente respingere il contributo di ‎‎“Munasterio 'e Santa Chiara” (canzone ‎invero assai bigotta e conservatrice, eppure sicuramente contro i disastri della guerra e dei loro ‎eserciti, occupanti tedeschi o liberatori americani che fossero) rilancio sulla ruota di Napoli con ‎questa splendida canzone di emigrazione e di nostalgia che, per giunta, pur essendo all’epoca molto ‎amata e cantata, fu piuttosto invisa al regime fascista giacchè metteva l’accento su di una delle ‎piaghe di allora, la necessità per moltissimi, specie al sud, di andare a cercar miglior fortuna oltre ‎oceano, per scampare alla miseria.‎
E, oltre tutto, questa “Santa Lucia luntana” mi viene particolarmente bene oggi, 13 dicembre, che è ‎il giorno della vergine e martire cristiana fatta seviziare e trucidare da Diocleziano a Siracusa nel ‎‎304.‎
Come è stato fatto per la più celebre Tammurriata nera e un altro paio di canzoni presenti su questo sito, ho ‎attribuito questo brano al suo autore, anche se avrei preferito assegnarlo ad alcuni dei suoi ‎interpreti, come i tenori Beniamino Gigli o Enzo De Muro Lomanto.‎

Napoli che canta locandina


Il borgo di Santa Lucia era l’ultimo scorcio d’Italia che gli emigranti in partenza dal porto di Napoli ‎riuscivano a scorgere dai bastimenti in rotta verso le Americhe. ‎
La struggente “Santa Lucia luntana” ebbe subito un successo enorme, ovviamente anche oltre ‎oceano: si pensi all’omonimo film americano del 1931, uno dei primi col sonoro sincronizzato, per ‎la regia di tal Harold Godsoe ed interpretato da un cast tutto italiano, con Miriam Battista, Raffaele ‎Bongini e Orazio Cammi.‎
In Italia la canzone fece da colonna sonora al documentario “Napoli che canta” girato nel 1926 da ‎Roberto Roberti (1879-1959), pseudonimo di Vincenzo Leone, il padre del più celebre Sergio ‎Leone. “Napoli che canta” era all’apparenza solo un tributo alla canzone partenopea ma in realtà, ‎nel suo procedere, le immagini diventavano sempre più struggenti fino a diventare strazianti nella ‎sequenza finale dove una donna con un bambino in braccio guarda dalla spiaggia una nave che si ‎allontana. Non una Napoli da cartolina, quindi, ma la denuncia della miseria nell’Italia dell’epoca.‎
Cosa insopportabile per Mussolini, che bandì la pellicola.‎

Nel 2000 Elinor Leone, una discendente del regista residente negli USA, donò le bobine in nitrato ‎del film alla George Eastman House International Museum of Photography and Film di Rochester, ‎NY, e nel 2003 il dipartimento cinematografico dell’istituto americano, diretto dal nostro Paolo ‎Cherchi Usai, completò il restauro della pellicola, presentata alle Giornate del Cinema Muto di ‎Pordenone con l’originaria colonna sonora tutta interpretata dalla splendida voce della compianta ‎‎Giuni Russo.‎

Napoli che canta


Lascio la parola a ‎‎Paolo Cherchi ‎Usai:‎

Nella primavera del 2000 la George Eastman House ricevette una lettera da un'anziana signora ‎residente in California. Il suo messaggio scritto a mano faceva riferimento a tre bobine di pellicola ‎in nitrato, apparentemente trafugate alla fine degli anni Venti da un parente italiano nel timore di ‎una rappresaglia da parte di Mussolini. La copia veniva offerta al museo a titolo di donazione. Ma il ‎suo titolo – “The Song of Naples” - non aveva alcunché di controverso. Perché mai il regime ‎fascista avrebbe dovuto prendersela tanto con un innocuo esercizio di folclore su celluloide?
In ogni caso, un'offerta presentata in termini così inusuali non poteva essere rifiutata. Le tre bobine ‎furono inviate alla George Eastman House, e subito identificate: “Napoli che canta”, per la regia di ‎Roberto Leone Roberti. La copia era tuttavia in condizioni così precarie che non c'era alcuna ‎possibilità di consultarla così com'era, e dovettero passare altri due anni prima che la misteriosa ‎allusione della donatrice diventasse un'ipotesi concreta. All’inizio, il film sembra in effetti un lavoro ‎affascinante ma non certo di carattere polemico: ci sono bellissime immagini (splendidamente virate ‎o colorate al “pochoir”) di una Napoli che non esiste più, e ci sono scene di musicisti di strada ‎intenti a cantare e suonare. Tuttavia, con il passare dei minuti, il tono delle didascalie diventa ‎sempre più struggente: si dice che i napoletani cantano anche per sopportare la miseria della loro ‎condizione; a un certo punto si afferma addirittura che forse la musica è il loro modo per parlare con ‎Dio.
L'ultima sequenza mostra un gruppo di musicisti che salgono su una nave diretta all'estero. Sono ‎costretti a emigrare, e una delle inquadrature finali rivela il profilo di una donna sulla spiaggia, con ‎un bambino in braccio. Guarda lontano, verso quella nave che si sta allontanando per sempre ‎dall'Italia. Ecco dunque quel che avrebbe potuto davvero aver dato fastidio a Mussolini: un film che ‎non celebra una Napoli da cartolina, ma prende spunto dalla tradizione del canto napoletano per ‎evocare un sentimento di protesta contro la condizione dell'Italia del tempo. L'anziana signora che ‎aveva affidato il film alle cure di una cineteca non aveva dunque creato la sua storia di sana pianta, ‎o almeno essa appariva ora meno improbabile. Anche perché quel messaggio dalla California ‎proveniva da una donna di origine italiana. Si chiama Elinor Leone, ed è una discendente del ‎regista, Roberto Leone Roberti, dunque una parente di Sergio Leone.
Questa vicenda, di per sé inconsueta, ha un'appendice non meno sorprendente. La copia di “Napoli ‎che canta” ritrovata negli Stati Uniti ha didascalie in italiano e in inglese, segno evidente che il film ‎era stato mostrato a un pubblico di immigrati. Nel luglio di quest'anno la George Eastman House ha ‎recuperato gli archivi di Michael Ruggieri, un distributore specializzato nella diffusione di film ‎italiani a New York. Fra le molte casse piene di manifesti, foto di scena, lettere, programmi e ‎locandine — un autentico tesoro di documentazione su un episodio dimenticato dell'esercizio ‎cinematografico per le minoranze etniche negli Stati Uniti — ci sono materiali pubblicitari su ‎‎“Napoli che canta” (e se fosse stato proprio questo Ruggieri ad aggiungere le didascalie inglesi alla ‎copia ritrovata?). Anche questi preziosi e fragili documenti, depositati per decenni in un umido ‎scantinato e perciò danneggiati dall’umidità, sono ora in fase di restauro.
Da molti anni nutro una grande ammirazione per Giuni Russo, e ho sempre pensato che la sua ‎splendida voce di soprano sarebbe il complemento ideale per un film muto, con o senza musica ‎napoletana. Grazie all'aiuto di Maria Antonietta Sisini e del cantautore Aurelio Fierro - ben noto ‎agli appassionati di canto napoletano - Giuni ha raccolto tutte le canzoni menzionate in “Napoli che ‎canta” e le ha arrangiate in una suite in cui si celebra la bellezza e la malinconia della storia vera ‎raccontata nel film. La sua partecipazione a questo progetto rappresenta un omaggio a tutti coloro ‎che sono stati costretti ad abbandonare un paese oppresso dalla povertà e dalla dittatura, e - per ‎quanto mi riguarda - la realizzazione di un sogno inseguito per anni: sentir cantare Giuni Russo in ‎persona, davanti allo schermo delle Giornate del Cinema Muto.
Partono 'e bastimente
pe' terre assaje luntane...
Cántano a buordo:
só' Napulitane!
Cantano pe' tramente
‎'o golfo giá scumpare,
e 'a luna, 'a miez'ô mare,
nu poco 'e Napule
lle fa vedé...

Santa Lucia!
Luntano 'a te,
quanta malincunia!
Se gira 'o munno sano,
se va a cercá furtuna...
ma, quanno sponta 'a luna,
luntano 'a Napule
nun se pò stá!

E sònano...Ma 'e mmane
trèmmano 'ncopp''e ccorde...
Quanta ricorde, ahimmé,
quanta ricorde...
E 'o core nun 'o sane
nemmeno cu 'e ccanzone:
Sentenno voce e suone,
se mette a chiagnere
ca vò' turná...

Santa Lucia!
Luntano 'a te,
quanta malincunia!
Se gira 'o munno sano,
se va a cercá furtuna...
ma, quanno sponta 'a luna,
luntano 'a Napule
nun se pò stá!

Santa Lucia, tu tiene
sulo nu poco 'e mare...
ma, cchiù luntana staje,
cchiù bella pare...
E' 'o canto d''e Ssirene
ca tesse ancora 'e rrezze!
Core nun vò' ricchezze:
si è nato a Napule,
ce vò' murí!

Santa Lucia!
Luntano 'a te,
quanta malincunia!
Se gira 'o munno sano,
se va a cercá furtuna...
ma, quanno sponta 'a luna,
luntano 'a Napule
nun se pò stá!

Contributed by Bartleby - 2011/12/13 - 11:20



Language: Italian

Traduzione italiana da canzoninapoletane.it
SANTA LUCIA LONTANA

Partono i bastimenti
per terre molto lontane,
cantano a bordo e sono napoletani!
cantano e intanto
il golfo scompare già,
e la luna in mezzo al mare,
fa vedere loro
un poco di Napoli...

Santa Lucia,
lontano da te
quanta nostalgia!
Si gira il mondo intero,
si va a cercare fortuna,
ma quando spunta la luna
lontano da Napoli
non si può stare.

E suonano... ma le mani
tremano sulle corde...
quanti ricordi, ahimè, quanti ricordi!
E il cuore non lo guarisci
nemmeno con le canzoni,
sentendo voci e suoni,
si mette a piangere
perchè vuole tornare!

Santa Lucia,
lontano da te
quanta nostalgia!
Si gira il mondo intero,
si va a cercare fortuna,
ma quando spunta la luna
lontano da Napoli
non si può stare.

Santa Lucia tu tieni
solo un poco di mare,
ma più sei lontana, più sembri bella!
E' il canto delle Sirene
che tesse ancora le reti,
il cuore non vuole ricchezze:
se è nato a Napoli
ci vuole morire!

Santa Lucia,
lontano da te
quanta nostalgia!
Si gira il mondo intero,
si va a cercare fortuna,
ma quando spunta la luna
lontano da Napoli
non si può stare.‎

Contributed by Bartleby - 2011/12/13 - 11:23


sorry ho perso un'immagine. Ero distratto dal webcast sul bosone di Higgs...

Lorenzo - 2011/12/13 - 15:41


Ciao Lorenzo,

l'immagine della locandina di "Napoli che canta":
http://farm3.static.flickr.com/2151/17...

Quella der busone de Igs:

bosone


Insomma, datti da fare! Quanto ti ci vuole a trovare 'sto bosone?
Se penso a tutti i soldi che abbiamo speso per farti studiare...

Bartleby - 2011/12/14 - 08:08


Vai vedrai che l'anno prossimo lo trovano, non può nascondersi ancora per molto... Per studiare, almeno in questi ultimi anni, i soldi li ho dati io all'università di Firenze fino a che ho deciso che era più saggio fare il PhD in Germania. Così mo' sono un Herr Doktor senza sapere una parola di tedesco.

Lorenzo - 2011/12/14 - 09:53


Vi propongo una mia rilettura di questa e di altre canzoni di emigrazione:

Scimmie deforestate e richiami della giungla

Gaetano 'aitan' Vergara - 2018/5/2 - 18:06



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