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Когда умирают кони…‎

Velimir Chlebnikov / Велимир Хлебников
Language: Russian

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Related Songs

Просвистела
(DDT / ДДТ)
Bêtise de la guerre
(Victor Hugo)


‎[1912]‎



Alla fine dell’introduzione al Buchenwald-Lied, scritto da Fritz Böda-Löhner all’inizio del suo calvario nei ‎campi di concentramento hitleriani, Mario M. citava questi versi del grande poeta futurista russo ‎Velimir Chlebnikov.‎




Nel 1982 Massimo Cacciari e Luigi Nono utilizzarono la poesia di Chlebnikov nella composizione ‎per quattro voci femminili, flauto basso, violoncello e live electronics intitolata ‎‎Quando ‎stanno morendo. Diario polacco n. 2, dedicata “agli amici e compagni polacchi che ‎nell’esilio, nella clandestinità, in prigione, sul lavoro, resistono – sperano anche se disperati, ‎credono anche se increduli.”. Erano infatti gli anni dei grandi scioperi a Danzica, di ‎Solidarność e della lotta non-violenta contro il regime comunista che sarebbe terminata soltanto nel ‎fatidico 1989.‎
Когда умирают кони - дышат,‎
Когда умирают травы - сохнут,‎
Когда умирают солнца - они гаснут,‎
Когда умирают люди - поют песни.‎

Contributed by Bartleby - 2011/11/15 - 08:26




Language: English

WHEN HORSES DIE

When horses die, they breathe‎
When grasses die, they wither,‎
When suns die, they go out,‎
When people die, they sing songs.‎

Contributed by Bartleby - 2011/11/15 - 08:26




Language: Italian

Traduzione italiana di Paolo Nori da Buchi nella sabbia
QUANDO STANNO MORENDO

Quando stanno morendo, i cavalli respirano,
Quando stanno morendo, le erbe si seccano,
Quando stanno morendo, i soli si bruciano,
Quando stanno morendo, gli uomini cantano delle canzoni.‎

Contributed by Bartleby - 2011/11/15 - 08:27




Language: Italian

Traduzione italiana di Massimo Cacciari per “Quando stanno morendo. Diario polacco n. 2” di ‎Luigi Nono. Trovata sull’Archivio Luigi Nono
QUANDO STANNO MORENDO

Quando stanno morendo, i cavalli respirano, ‎
quanto stanno morendo, le erbe instristiscono, ‎
quando stanno morendo, i soli si spengono, ‎
quando stanno morendo, ‎
gli uomini cantano ‎

Contributed by Bartleby - 2011/11/15 - 08:27




Language: French

Traduzione francese di J-C Lanne, trovata qui.
QUAND MEURENT

Quand meurent les chevaux, ils soufflent,
Quand meurent les plantes, elles se fanent,
Quand meurent les soleils, ils s’éteignent,
Quand meurent les hommes, ils entonnent des chants.‎

Contributed by Bartleby - 2011/11/17 - 10:14




Language: Dutch

Traduzione neerlandese trovata qui qui
ALS PAARDEN STERVEN ‎

Als paarden sterven - snuiven ze
Als grassen sterven - verdorren ze
Als zonnen sterven - doven ze uit
Als mensen sterven - zingen ze liederen‎

Contributed by Bartleby - 2011/11/15 - 08:28




Language: German

Traduzione tedesca trovata qui qui
WENN PFERDE STERBEN

Wenn Pferde sterben - Schaum und Schnaufen,
Wenn Gräser sterben - trocknen Haufen,
Wenn Sonnen sterben - sie verlöschen,
Wenn Leute sterben - singen Menschen.‎

Contributed by Bartleby - 2011/11/15 - 08:29


E a proposito del dibattito sul se sia ‎meglio attribuire la canzone o la poesia all’autore del testo o al compositore della musica, nel caso ‎specifico non ho di certo attribuito la poesia di Chlebnikov a Luigi Nono per il semplice fatto che ‎Nono e Cacciari la utilizzarono insieme ad altri testi per una loro composizione originale.‎
Per il resto, mi pare che su questo sito viga per fortuna una certa libertà (soltanto appena limitata di ‎quando in quando dalla perfidia degli Admins!), tant’è che sulle CCG non ci sono solo canzoni ‎contro la guerra tout court ma molto, molto altro (e ci mancherebbe pure!).‎
E così non trovo strano che nell’inserimento dei testi, a seconda della sensibilità del contributore, ‎che può liberamente ritenere prevalente (per autorevolezza, per riconoscibilità, per originalità,…) di ‎volta in volta l’autore del testo o il compositore della musica, il brano venga attribuito all’uno o ‎all’altro…‎
Detto questo, a me non verrebbe mai di attribuire Bêtise de la guerre ad un semi-sconosciuto compositore ‎canadese quando il testo è di Victor Hugo, così come non attribuirei a Simon Bainbridge ‎‎(per quanto sia membro della Royal Academy of Music) una poesia di Primo Levi…‎
Ma per le poesie è ancora diverso: secondo me andrebbero in linea di massima attribuite al loro ‎autore, a meno che nelle mani di chi le ha messe in musica siano diventate qualcos’altro, qualcosa ‎di diverso e di originale e di ancora più indimenticabile del testo originario… ‎

Bartleby - 2011/11/15 - 08:50


Intanto chiunque, quando inserisce il nome di un autore in un qualsiasi alfabeto diverso da quello latino, dovrebbe separarlo con una barra e non metterlo fra parentesi. Così: Vladimir Chlebnikov / Бладимир Хлебников e non *Vladimir Chlebnikov (Бладимир Хлебников). Perdonatemi, ma non crediate che i miei malanni mi abbiano fatto diventare meno pignuolo; del resto, avrei fatto queste osservazioni anche a Satana e la prima cosa che avrei fatto nel varcare la soglia dell'inferno sarebbe stata controllare se il famoso "Lasciate ogni speranza o voi ch'entrate" era stato tradotto ammodino in tutte le lingue. E non avrebbero potuto mandarmi neanche all'inferno, perché all'inferno ci sarei stato già. Tiè.

Per quanto riguarda la vexata quæstio dell'attribuzione dei testi presenti in questo sito, debbo comunque dare ragione a Bartleby. E' necessario comunque vedere caso per caso. I criteri devono forzatamente essere elastici e seguire l'opportunità. Tanto per fare un altro esempio, nel caso di un album unitario è bene attribuirlo all'interprete (caso tipico: il Defixiones, Will and Testament dev'essere attribuito interamente a Diamanda Galás, anche se vi sono presenti testi di non so quanti autori. Non parliamo dei greci che mettono in musica testi di tutti i maggiori poeti di quel paese: Theodorakis o Ritsos? Markopoulos o Seferis? Sono peraltro ben conscio che io stesso mi sono spesso lasciato guidare dalle varie contingenze. Sarebbe forse stato meglio stabilire un criterio rigoroso fin dall'inizio e rispettarlo, ma non è stato così e amen; quel che raccomando sempre è comunque inserire delle note discografiche e autoriali esatte e complete, cosa che spesso e volentieri viene trascurata. I collaboratori dovrebbero, quando inseriscono un testo, premurarsi un po' di cercarle e non lasciare tutto agli admins, che saranno pure perfidi ma che, poveracci, si devono sobbarcare un lavoro immane. Tanto per dirne una, nella "stanza dei bottoni" siamo mostruosamente indietro con gli inserimenti, ce ne sono alcuni che aspettano da mesi...

Riccardo Venturi - 2011/11/15 - 18:50


Sei veramente tornato in splendida forma, Riccardo. Non dire di no. Hasta la victoria siempre !

giorgio - 2011/11/16 - 09:35


In forma sí, ma mi accorgo sempre di più che tale miglioramento non è dovuto soltanto alla vita più "regolata" che devo fare e alle cure, ma anche (e forse soprattutto) al fatto che non vado a lavorare, e non ci andrò ancora per un pezzetto. Negli ultimi tempi mi ero ridotto davvero a uno straccio, anche perché non potevo più dedicarmi alle cose cui veramente tengo. L'influenza del lavoro sulla vita umana è assolutamente nefasta, tanto più in frangenti come questo. Triste che, per liberarsene almeno per un po', si debba farsi prendere un colpo...

Riccardo Venturi - 2011/11/16 - 11:02


No no no, Riccardo: il lavoro fa benissimo, anche alla salute. Ma deve coincidere con quello che amiamo fare. Nel mio mondo ideale ciascuno lavora secondo le proprie inclinazioni, negli orari che desidera - i quali saranno sempre infinitamente più ampi e pesanti di quelli sindacali. O che tu non lavori, quando passi giorni e notti nelle tue ricerche poetiche, musicali, iconografiche, storiche e filologiche? E' lavoro - e ti fa bene - ma non puoi chiamarlo così perché nessuno ti paga e nessuno ti comanda. La tragedia umana si concentra qui: ed ecco allora che il nostro fare lo chiamiamo "travaglio", "fatica", o, come i Greci, "schiavitù", perché da loro il lavoro si chiama "doulià", e il "doulos" altri non è che lo schiavo.

Gian Piero Testa - 2011/11/16 - 11:38


Forse, Gian Piero, quel che tu chiami "lavoro" io lo chiamo "otium" nel senso più classico del termine. Non lo considero un "lavoro", e me me guardo bene; se un giorno dovessi considerarlo tale, smetterei di farlo (ma non accadrà). Certo, nell'antichità classica è pur vero che l' "otium" era riservato a chi poteva permetterselo, e che poteva demandare lo sgobbo di tutti i giorni agli schiavi o comunque ad altri; parli della "doulià" e del "doulos", ma il nostro "lavoro" deriva dal verbo "labor" ("vacillo sotto un peso gravoso") e "travaglio, travail, trabajo" eccetera derivano da "tripalium", una forma crudele di tortura che consisteva nell'attaccare il condannato a tre pali disposti a stella. Potrei essere d'accordo con te, ma la realtà dei fatti è che quasi mai possiamo fare quel che più ci piace e nella quantità desiderata e opportuna. La tragedia umana si concentra nel prevalere di forme sociali, ideologie e religioni che hanno santificato lo sgobbo per servire in realtà gli interessi di pochi e l'accumulo delle ricchezze.

Riccardo Venturi - 2011/11/16 - 12:33


Come darti torto? Il mio era il pensiero ozioso di un ozioso... Nel senso classico e aristocratico del termine.

Gian Piero Testa - 2011/11/16 - 14:03


"Il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno… Esso logora straordinariamente una gran quantità d'energia nervosa e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all'amare, all'odiare."
Friedrich Nietzsche - Aurora (Morgenröthe), Pensieri sui pregiudizi morali, Libro III, §173. Gli apologeti del lavoro

Anche stavolta mi pare che sia la semantica che l'etimologia dabbiano ragione a Riccardo. Magari, caro Gian Piero, si potesse "lavorare" sempre con e su quello che ci è più congeniale!
Eppure, Riccardo, in origine (tempi precedenti l'inizio dello sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo?) la parola pare abbia avuto un significato positivo. La radice LABH sembra infatti avere il significato base di afferrare, prendere (figur. volgere il desiderio, la volontà, l'intento), quindi anche intraprendere, agognare, impossessarsi. Radice che molto probabilmente era RABH, come RUC che è poi diventato LUC, lat. lux (luce).
sanscr. rabh-ate: afferra(re), prende(re); sam-rabh-ate: divenir padrone, ràbh-as: movimento violento del corpo e dell'animo, impeto, forza; rbh-us per rabh-us: abile artefice, scultore, lab-ate: piglia(re), acquista(re).
gr. λαμβάνω: prendo, afferro; λάφ-υρον: spoglia, preda.
ant. slav. rab-û : servo (que' che lavora), rab-ota: servitù;
lituan. lob-a: lavoro;
boem. rob-iti lavorare, rob-ota, lavoro servile;
e con la trasposizione della radice [ARBH = RABH]:
got. arbaithi;
ant. altoted. arabeit; mod. arbeit: fatica, lavoro;
gr. αλφάνω: ottengo, procuro; αλφηστής: laborioso, intraprendente.

Quello di adesso in effetti forse non ci crocifigge più al tripalium, ma ci uccide a poco a poco...
Spero, quindi, che in futuro, quando ci saremo completamente sbarazzati dalla schiavitù del lavoro salariato, cambieremo anche terminologia...

giorgio - 2011/11/17 - 08:20


Puoi immaginare, Giorgio, come io abbia preso la tua dissertazione di linguistica storica: queste sono le cose più "mie" che possano esistere, e anche se poi nella vita ho fatto (o non ho fatto) tutt'altre cose, davanti alla storia delle lingue e delle loro parole provo ancora meraviglia e desiderio di conoscenza. Il lavoro, già; ci uccide poco a poco. Oppure anche assai rapidamente. Soltanto l'altro ieri si sono avute quattro morti sul lavoro in Italia. E non dico altro.

Riccardo Venturi - 2011/11/17 - 10:50



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