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Noi non ci bagneremo

Rocco Scotellaro
Language: Italian

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Noi non ci bagneremo

Io sono un filo d'erba
un filo d'erba che trema
E la mia Patria è dove l'erba trema.
Un alito può trapiantare
il mio seme lontano.

Rocco Scotellaro

Messa in musica da Ambrogio Sparagna (2003)

rocco scotellaro

Il ne se trompait pas Rocco Scotellaro quand il écrivait ces quelques lignes. Vois-tu, Lucien l'âne mon ami, tu lui aurais certainement plu à ce poète de Lucanie. Et s'il est vrai que les amis des amis sont des amis, alors Rocco est de ceux-là. Souviens-toi , je t'avais promis quand j'ai traduit le Chant des Moissonneurs de mettre cette chanson qui est aussi une chanson de moissonneurs ici, dans les CCG. C'est donc fait. Et regarde, Lucien l'âne mon ami, la façon dont Rocco Scotellaro aborde la question des paysans, des moissonneurs... J'en profite pour redire combien Rocco Scotellaro arrive à donner vie à la vie des paysans du Sud, des paysans sans terre, des somari.... Ceux-là même qui disaient à Carlo Levi : « Noi, non siamo cristiani, siamo somari ».

Anch'io sono un somaro, dit Lucien l'âne en riant et c'est en somaro que je dis que Rocco est lui aussi des nôtres. Il est mort trop vite, il est mort trop tôt. Mais nous, nous nous reconnaissons dans sa poésie, dans cette poésie qui délibérément, naturellement, dans la Guerre de Cent Mille Ans que les riches font aux pauvres pour accroître leur domination, pour étendre leur pourvoir, pour multiplier leurs privilèges et pour renforcer leur richesse, Rocco était du côté des pauvres, du côté des somari. Je suis certain qu'il nous aurait aidé à tisser le linceul de ce vieux monde affameur, écraseur et cacochyme

Ainsi Parlaient Marco Valdo M.I. et Lucien Lane.

Noi non ci bagneremo sulle spiagge
A mietere andremo noi
E il sole ci cuocerà come la crosta del pane.
Abbiamo il collo duro, la faccia
Di terra abbiamo e le braccia
Di legna secca colore di mattoni.
Abbiamo i tozzi da mangiare
Insaccati nelle maniche
Delle giubbe ad armacollo.
Dormiamo sulle aie
Attaccati alle cavezze dei muli.
Non sente la nostra carne
Il moscerino che solletica
E succhia il nostro sangue.
Ognuno ha le ossa torte
Non sogna di salire sulle donne
Che dormono fresche nelle vesti corte.

Contributed by Marco Valdo M.I. - 2011/2/11 - 21:32



Language: French

Version française - Nous ne nous baignerons pas – Marco Valdo M.I. – 2007.
Poème italien - Noi non ci bagneremo – Rocco Scotellaro

Un brin d'herbe qui tremble
C'est ma patrie, elle es où l'herbe tremble
Un souffle peut implanter
Ma semence au loin.

Rocco Scotellaro
NOUS, NOUS NE BAIGNERONS PAS

Nous, nous ne nous baignerons pas sur les plages
Nous, nous irons faucher
Et le soleil nous cuira comme la croûte du pain.
Nous avons le cou dur, la figure
De terre et les bras
De bois sec couleur de brique.
Nous avons nos bouts de pain pour manger
Planqués dans les manches
De nos vestes en bandoulière.
Nous dormons sur les aires
Attachés à la longe des mules.
Notre peau ne sent pas
Le moucheron qui chatouille
Et suce notre sang.
Chacun a les os tors
[et] ne rêve pas de monter sur les femmes
Qui dorment fraîches dans leurs robes courtes.

Contributed by Marco Valdo M.I. - 2011/2/11 - 21:59


da ricordare la mirabile interpretazione di ambrogio sparagna ed il suo gruppo, (passaggio alla citta') trasmessa tempo fa per radio che ebbi la fortuna di registrare e riascolto sempre con piacere:

PASSAGGIO ALLA CITTÀ

Musiche e Canti
per
Rocco Scotellaro

di
Ambrogio Sparagna


Registrazione effettuata il giorno 25 settembre 2005
nel cortile delle zitelle del complesso del san Michele in Roma


PASSAGGIO ALLA CITTÀ
Musiche e Canti per Rocco Scotellaro
Di Ambrogio Sparagna

Interpreti :
Ambrogio Sparagna : Direttore, Policoncertista,Voce
Erasmo Triglia : Violino, Ciaramella Ghironda Oboe
Clara Graziano : Organetto, Voce
Mimmo Epifani : Mandola, Mandolino,Mandoloncello,
Antonio Castrignano : Tamburello, Percussioni
Claudio Di Trapani : Contrabbasso
Giuliana De Donno : Arpicella
Anna Rita Colaianni : Soprano
Gianni Iacobacci : Voce Recitante.

Registrazione effettuata il giorno 25 settembre 2005
nel cortile delle zitelle del complesso del san Michele in Roma

Rocco Scotellaro – fondatore del Psi di Tricarico, sindaco, poeta, scrittore.

Rocco Scotellaro è un poeta “postumo”. In vita, invece, egli è stato, ventitreenne, il sindaco di Tricarico, minuscolo comune della Basilicata, negli anni duri delle lotte contadine. Eppure, ereticamente, non capopopolo ma maestro; non rivoluzionario ma formatore di una coscienza della dignità contadina e riformatore di un mondo condannato a scomparire, benché ricco di valori autonomi ed autentici.
Scotellaro è il cantore della storia epica di un mondo sconfitto ma fiero, senza alcuna forma di «lamentazione o di retorica della sofferenza e dell’ingiustizia».
La grandezza di Scotellaro, intellettuale colto, eppure legato al mondo contadino duro e semplice, sta nello smentire sé stesso: egli reinventa il neorealismo; la sua opera poetica si alimenta del senso profondo di una realtà antica e rilascia un verso del tutto nuovo, fatto di scarti e dissonanze, di incontro tra cultura alta e cultura popolare, di immagini fisiche e capacità visionaria, di parola scarnificata al suo significato essenziale.




001 introduzione all’ascolto

002 Marina Mariani ricorda Rocco Scotellaro

003 idem

004 presentazione degli artisti

005 Crocco Carmine Donatelli (recit.)

Storia del bandito-garibaldino Crocco Carmine Donatelli.


006 Sempre nuova e' l'alba

Non gridatemi più dentro,
non soffiatemi in cuore
i vostri fiati caldi, contadini.

Beviamoci insieme una tazza colma di vino!
che all'ilare tempo della sera
s'acquieti il nostro vento disperato.

Spuntano ai pali ancora
le teste dei briganti, e la caverna -
l'oasi verde della triste speranza -
lindo conserva un guanciale di pietra...

Ma nei sentieri non si torna indietro.
Altre ali fuggiranno
dalle paglie della cova,
perché lungo il perire dei tempi
l'alba è nuova, è nuova.

007 Michele Mulieri (recit.)
Storia di Michele Mulieri, figlio del Tricolore, Avventuriero Grande Invalido, coltivatore diretto, falegname.

008 ti rubarono a noi come una spiga

Vide la morte con gli occhi e disse:
Non mi lasciate morire
con la testa sull'argine
della rotabile bianca.
Non passano che corriere
veloci e traini lenti
ed autocarri pieni di carbone.
Non mi lasciate con la testa
sull'argine recisa da una falce.
Non lasciatemi la notte
con una coperta sugli occhi
tra due carabinieri
che montano di guardia.
Non so chi m'ha ucciso
portatemi a casa,
i contadini come me
si ritirano in fila nelle squadre
portatemi sul letto
dov'è morta mia madre.
O mettetevi qui attorno a ballare
e succhiate una goccia del mio sangue
di me vi farà dimenticare.
Lungo è aspettare l'aurora e la legge
domani anche il gregge
fuggirà questo pascolo bagnato.
E la mia testa la vedrete, un sasso
rotolare nelle notti
per la cinta delle macchie.
Così la morte ci fa nemici!
Così una falce taglia netto!
(Che male vi ho fatto?)
Ci faremo scambievole paura.
Nel tempo che il grano matura
al ronzare di questi rami
avremmo cantato, amici, insieme.
E il vecchio mio padre
non si taglierà le vene
a mietere da solo
i campi di avena?

009 le viole sono dei fanciulli scalzi

Sono fresche le foglie dei mandorli
i muri piovono acqua sorgiva
si scelgono la comoda riva
gli asini che trottano leggeri.
Le ragazze dagli occhi più neri
montano altere sul carro che stride
Marzo è un bambino in fasce che già ride.

E puoi dimenticarti dell'inverno:
che curvo sotto le salme di legna
recitavi il tuo rosario
lungo freddi chilometri
per cuocerti il volto al focolare.

Ora ritorna la zecca ai cavalli
ventila la mosca nelle stalle
e i fanciulli sono scalzi
assaltano i ciuffi delle viole.

010 dalla rotabile bianca (recit.)


011 noi non ci bagneremo

Noi non ci bagneremo sulle spiagge
a mietere andremo noi
e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.
Abbiamo il collo duro, la faccia
di terra abbiamo e le braccia
di legna secca colore di mattoni.
Abbiamo i tozzi da mangiare
insaccati nelle maniche
delle giubbe ad armacollo.
Dormiamo sulle aie
attaccati alle cavezze dei muli.
Non sente la nostra carne
il moscerino che solletica
e succhia il nostro sangue.
Ognuno ha le ossa torte
non sogna di salire sulle donne
che dormono fresche nelle vesti corte.


012 tarantella vigianese

013 tarantella finale (strumentale)

014 commento

015 le nenie-tuba mirum

Rifanno il giuoco del girotondo
i mulinelli spirati nella via.
Anch'io c'ero in mezzo
nei lunghi giorni di fango e di sole.
Mia madre dorme a un'ora di notte
e sogna le mie guerre nella strada
irta di unghie nere e di spade:
la strada ch'era il campo della lippa
e l'imbuto delle grida rissose
di noi monelli più figli alle pietre.

Mamma, scacciali codesti morti
se senti la mia pena nei lamenti
dei cani che non ti danno mai pace.
E non andare a chiudermi la porta
per quanti affanni che ti ho dato
e nemmeno non ti alzare
per coprirmi di cenere la brace.
Sto in viuzze del paese a valle
dove ha sempre battuto il cuore
del mandolino nella notte.
E sto bevendo con gli zappatori,
non m'han messo il tabacco nel bicchiere,
come per lo scherzo ai traditori;
abbiamo insieme cantato
le nenie afflitte del tempo passato
col tamburello e la zampogna.

016 Montefusco Cosimo (recit.)

017 Passaggio alla città

Ho perduto la schiavitù contadina,
non mi farò più un bicchiere contento,
ho perduto la mia libertà.

Città del lungo esilio
di silenzio in un punto bianco dei boati,
devo contare il mio tempo
con le corse dei tram,
devo disfare i miei bagagli chiusi,
regolare il mio pianto, il mio sorriso.

Addio, come addio? distese ginestre,
spalle larghe dei boschi
che rompete la faccia azzurra del cielo,
querce e cerri affratellati nel vento,
pecore attorno al pastore che dorme,
terra gialla e rapata
che sei la donna che ha partorito,
e i fratelli miei e le case dove stanno
e i sentieri dove vanno come rondini
e le donne e mamma mia,
addio, come posso dirvi addio?

Ho perduto la mia libertà:
nella fiera di luglio, calda che l'aria
non faceva passare appena le parole,
due mercanti mi hanno comprato,
uno trasse le lire e l'altro mi visitò.

Ho perduto la schiavitù contadina
dei cieli carichi, delle querce,
della terra gialla e rapata.

La città mi apparve la notte
dopo tutto un giorno
che il treno aveva singhiozzato,
e non c'era la nostra luna,
e non c'era la tavola nera della notte
e i monti s'erano persi lungo la strada.


018 Passaggio degli angeli – Sempre nuova è l’alba

019 Presentazione e Commenti

020 Bis : Crocco carmine donatelli

021 Coda

Appendice : scritto sulla tomba di Rocco Scotellaro
Carmela Biscaglia
Rogers e IL MONUMENTO FUNEBRE A Scotellaro
(in «Oggi e domani», XXII/2/3 (1994), pp. 11-12)

Il 15 dicembre 1953, in una pensione di Portici, a soli trent'anni, moriva Rocco Scotellaro. Nell'ultima lettera scritta alla madre, la esortava a comprare una stufa per il suo ritorno e a non preoccuparsi della spesa, perchè i problemi economici della famiglia si sarebbero risolti. Qualche giorno dopo, purtroppo, faceva ritorno nel suo paese in una bara sigillata; l'accompagnava «...un corteo [che] non finiva mai, nelle case di Tricarico non rimase nessuno...», ci racconta commossa ed orgogliosa Francesca Armento, sua madre.
In molti non credettero che in quella bara vi fosse il suo corpo. Il mito del poeta di Tricarico nasceva dalla disperazione di quella comunità che aveva riposto in lui le speranze del suo riscatto.
A testimonianza del riconoscersi del popolo tricaricese nell'operato di Scotellaro e nella sua rappresentatività letteraria, ci sorreggono alcuni atti consiliari degli anni immediatamente seguenti la morte e di recente rinvenuti nell'Archivio comunale di Tricarico, che purtroppo versa in deplorevole stato di abbandono proprio in riferimento agli anni in cui si sviluppò l'azione politico-amministrativa del sindaco-poeta. Una delibera del Consiglio comunale (n. 64, 20 maggio 1954), presieduto da Giovanni Laureano, concedeva a titolo gratuito ed in perpetuo il suolo cimiteriale per innalzare una cappella in memoria del poeta scomparso, con questa motivazione: «... tenuto presente che è deceduto recentemente il compianto e stimato concittadino Rocco Scotellaro, già apprezzato sindaco del Comune che, per diversi anni, ha diretto con particolare passione e attaccamento le sorti dell'Amministrazione e della cittadinanza; considerato che Rocco Scotellaro rappresenta un non comune vanto per questo paese, perchè già noto nel campo della letteratura contemporanea come geniale poeta, come profondo conoscitore dei problemi sociali e come scrittore insigne; ritenuto che questo consesso, legittimo rappresentante della cittadinanza ed unico fedele interprete della volontà popolare, deve tenere in debita considerazione il manifestato unanime, incondizionato desiderio che nel cimitero comunale sorga una tomba nella quale conservare le spoglie del compianto benemerito cittadino e per eternarne il dovuto ricordo ai posteri, anche a titolo di modesta riconoscenza dei suoi contemporanei, delibera […]». Una successiva deliberazione della Giunta municipale (n. 133, 22 agosto 1955), sindaco Giovanni Santoro, nell'accogliere «ad unanimità di voti» l'istanza presentata dalla madre di Scotellaro, cambiava l'ubicazione dell'area cimiteriale già concessa, estendendola da 10 a 16 mq. Con tale atto, ratificato dal Consiglio il 5 settembre 1955, si autorizzava la costruzione di una tomba secondo il progetto allegato.
Il desiderio di innalzare tale monumento funebre fu, dunque, immediatamente successivo alla scomparsa di Scotellaro. Qualcuno dei suoi amici aveva proposto di realizzarlo con uno di quei massi modellati dalla corrente, che si trovano sul greto del Basento, nella gola tra Pitrapertosa e Campomaggiore. Fu perseguita, invece, la proposta di Carlo Levi, che coinvolse nella definizione del progetto, approvato già nel 1955 ed attuato qualche anno dopo, alcuni prestigiosi architetti milanesi, noti come il Gruppo BBPR, cioè Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti ed Ernesto Nathan Rogers. Non estranei a simili iniziative architettoniche, essi avevano già nel '45 progettato il monumento ai caduti nei campi di concentramento, eretto al cimitero monumentale di Milano, in memoria del loro collega Gian Luigi Banfi, morto a Mauthausen.
Nell'ubicazione della tomba di Scotellaro gli architetti privilegiarono il muro di cinta che limita il cimitero di Tricarico verso oriente, da dove in lontananza si scorge la valle del Basento, quel «versante lungo del Basento», che è tema ricorrente nella sua poesia; su di esso ne inserirono uno più alto con un'apertura che inquadrasse tale panorama. Il monumento venne concepito ed eseguito in blocchi di pietra locale incastrati e sovrapposti in modo che l'apertura più ampia della base si andasse restringendo verso l'alto, quasi a simboleggiare un anelito spirituale1. Pur firmato dallo Studio BBPR, è probabile che il progetto sia stato ideato da Ernesto Rogers, sulla scia delle suggestioni pervenutegli da Carlo Levi, nonchè dalla lettura di È fatto giorno e dell'oggettiva prosa delle interviste di Contadini del Sud, - come egli stesso ebbe ad affermare in un significativo saggio dal titolo Le responsabilità verso la tradizione3. In questo scritto Rogers, maestro di architettura moderna, che ama definirsi «architetto che legge i testi ed i poeti», così scrive di Scotellaro: «la figura di questo nuovo vate, assurta a custode dei miei sentimenti come quella di un antico santo, che, mentre indica pateticamente la meta da tentare, ammonisce e fustiga. Ammonisce e fustiga perchè ci sentiamo molto da meno di lui, noialtri che siamo troppo spesso ai margini della verità vissuta. Dirò subito che quanto più crescono in me il rispetto e l'ammirazione per questo messaggio di onestà che ci giunge dal suo sepolcro, tanto più divento insofferente al blaterare vacuo di certi irresponsabili, i quali credono che basti mettersi il cappello alla tirolese per sembrare proletari. Carlo Levi, il quale con giustificato orgoglio parla di Rocco Scotellaro, che egli ha aiutato a rivelarsi, delinea nella prefazione alle poesie, il ciclo caratteristico che questi ha dovuto compiere per formarsi da uomo semplice e illetterato, ma spiritualmente fecondo, fino a diventare voce cosciente e rappresentativa di quello stesso popolo, donde era germinato».
Nell'intento di spiegare l'assunto sintetizzato nel titolo del suo articolo, cioè il significato della tradizione, quale "continuità nel dialettico scambio di rapporti" tra energie autoctone della tradizione spontanea (popolare) ed energie di quella colta, quale patrimonio universale del pensiero, che in architettura diviene impostazione metodologica contro ogni formalismo, Rogers sceglie proprio Scotellaro e l'insigne architetto finlandese Alvar Aalto, figure esemplari e simboliche per "studiare gli obbligati percorsi storici di un artista moderno".
«Percorrendo opposti cammini, - conclude l'autore - questi due uomini hanno offerto la fatale testimonianza del nostro tempo; il poeta è salito dai suoi semplici nascimenti alla città, ai luoghi della cultura; l'architetto, denso di cultura, è sceso alle radici della sua terra. Ma quanta fatica, quante dure lotte entrambi, perchè l'uno e l'altro sono profeti di progresso».
Ben sapeva anche Scotellaro che la storia racchiude il passato nel presente, presagendo il domani, come testimoniano i suoi versi diventati esemplari: «Ma nei sentieri non si torna indietro. / Altre ali fuggiranno / dalle paglie della cova, / perchè lungo il perire dei tempi / l'alba è nuova, è nuova». Rogers ed il suo gruppo, rappresentanti di quella tendenza del Movimento moderno nota come storicismo, li avrebbero incisi sul monumento funebre.
Erano questi i temi che si dibattevano anche nello studio romano di Carlo Levi, punto di riferimento per artisti ed intellettuali. L'esigenza di «salvare un mondo nell'essenza delle sue virtù originarie» non svilite nè corrotte, ma tali da costituire un apporto alle trasformazioni della società diveniva, pertanto, motivo ispiratore che accomunava la pittura e la prosa leviana, la poetica scotellariana e la stessa architettura italiana del Movimento moderno, animata da un intenso colloquio con le masse popolari e da pregnanti riflessioni sulla «coscienza storica», come problema di relazioni che amplifica la scala dei valori ed incide nell'esperienza urbanistica. Belgiojoso, Peressutti e Rogers, esponenti tra i più qualificati di questo movimento, con Ridolfi, Albini, Gardella, Quaroni, portarono la vicenda architettonica dell'Italia alla ribalta internazionale del dopoguerra. La carica ideale che animò il lavoro e l'esistenza di questi architetti traevano origine, peraltro, dal loro coraggioso impegno antifascista, tradottosi nella militanza nel Partito d'Azione (il loro studio milanese di via Borgonuovo 24 fu punto d'incontro per i partigiani), nella clandestinità combattente di Peressutti, nell'esilio svizzero di Rogers, fino al sacrificio di Belgiojoso e di Banfi internati a Mauthausen, dove quest'ultimo trovò la morte a trentatrè anni. Dopo la Liberazione, il Gruppo BBPR partecipò al dibattito sulla ricostruzione, schierandosi per un'architettura razionale, pratica pulita, a misura d'uomo, “sociale”, cioè qualificante il progresso e l'educazione democratica delle comunità e si impegnò, tra l'altro, nella progettazione di piani regolatori (Val d'Aosta) e di grandi insediamenti di edilizia economica e popolare realizzati dall' INA-Casa (Quartiere Cesate, Milano 1950-52).
In questo contesto culturale, dunque, la figura e la carica morale di Scotellaro, simbolo delle lotte contadine e del riscatto del popolo meridionale, non poteva non assumere un valore emblematico. Perciò, se «la devozione di Rogers per Scotellaro chiariva, con un monumento funebre, il dovere di saldare in un'unica tradizione la cultura popolare e quella di élite», come afferma Appella, questo poeta diventava, oltre che motivo per rendere più dichiarate le tendenze dell'architettura italiana, anche indicativo dei termini con cui «la cultura del Nord visse in quegli anni le aspirazioni del Sud».

gianfranco - 2014/9/23 - 21:19


Grazie Gianfranco, nel tuo contributo ci sono almeno due poesie di Scotellaro ("Sempre nuova è l'alba" e "Passaggio alla città") che bisogna a questo punto inserire sulle CCG in pagine autonome.
Saluti

Bernart Bartleby - 2014/9/24 - 09:49


Qui trovate la registrazione integrale della trasmissione radiofonica "Passaggio alla città" poesie di Rocco Scotellaro e musica di Ambrogio Sparagna

buon ascolto!




gianfranco 3 ott.2019

2019/10/3 - 08:05



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