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Il campo

Marco Rovelli
Language: Italian

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(Marco Rovelli)
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(Dan Seals)


[2009]
Album: libertAria

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Dal libretto del cd:
Ho scritto nel 2006, Lager italiani, Storie di migranti reclusi nei centri di espulsione(Cpt,ora Cle)-dove si mette mano spesso e volentieri al bastone per mettere "al loro posto" questi uomini inferiori.Questi “Alì dagli occhi azzurri” le cui traversate erano state profetate poeticamente da Pier Paolo Pasolini molti decenni fa.
Qui canto queste traversate.
Nel 2009 ho chiuso un nuovo libro, Servi, dove racconto il mio viaggio nell’Italia dei clandestini al lavoro. E racconto, appunto, la loro natura servile, necessaria alla nostra economia -una natura che prende forma storia dopo storia. Come quella di Soufiane, che qui canto, che mi ha detto “Ma ti dico cosa? E’ la parabola”. Si, la parabola, che induce desideri, il medium dello Spettacolo. I migranti che rifiutiamo sono l’mmagine rovesciata del desiderio della società occidentale.
Il campo, ovvero il corpo clandestino.
Sul bordo estremo dei secoli
Orlo di terra solare
l’invisibile straccione
folle senza protezione

Col bastone
Scaccia l’animale impertinente
Dentro il campo
Il bastone fuori non si sente
(con l’approvazione della gente)


Sul bordo estremo dei secoli
Orlo di terra solare
l’invisibile straccione
folle senza protezione

Offre il corpo alle tempeste
Sopra i legni dell’addio
Rischia tutte le sue vite
A imitazione di dio.

Col bastone
Scaccia l’animale impertinente
Dentro il camp
Il bastone fuori non si sente
(con l’approvazione della gente)


Sunugaal nostra piroga
Solca il mare del destino
E il coraggio dell’attesa
Luce di un nuovo mattino

Sunugaal nostra piroga
Solca il mare del destino
Ma se riesci ad arrivare
Sei solo un altro clandestino

Tra le dita scorre il cielo
Nostra patria è il mondo intero


Soufiane vende la menta
E’ da secoli che si accontenta
Di stare sull’angolo del mercato

Soufiane sta dietro il banco
Di lui si fidano che sembra un bianco
Gli occhi chiari giusti per le verdure

Con quegli occhi lui vedeva
Oltre il mare e s’immaginava
Altre vite altre scarpe e altri mari

Ma ti dico cosa?
E’ la parabola
Che ci alza la pressione
E ti spinge sul barcone

Dal bastone
S’alza l’animale impertinente
Clandestino
Per lo regno della morta gente

Contributed by adriana - 2009/7/21 - 12:58



Language: French

Version française - Marco Valdo M.I. – 2009

Du livret du cd :
J'ai écrit en 2006, Lager italiani, Histoire de migrants enfermés dans les centres d'expulsion, où l'on met la main souvent et volontiers au bâton pour mettre « à leur place » ces hommes inférieurs. Ces « Alis aux yeux bleus » dont les traversées avaient été prophétisées poétiquement il y a des dizaines d'années par Pier Paolo Pasolini.
Je chante ici ces traversées.
En 2009, je termine un nouveau livre, Servi (Esclaves), où je raconte mon voyage dans l'Italie des clandestins au travail. Et je raconte, justement, leur nature servile, nécessaire à notre économie – une nature qui prend forme histoire après histoire. Comme celle de Soufiane, que je chante ici, qui m'a dit : « Mais qu'est-ce que je te dis ?/ C'est la parabole » Si, la parabole qui induit les désirs, le médium du Spectacle. Les migrants que nous refusons sont l'image inversée du désir de la société occidentale. Le Camp ou le corps clandestin.
LE CAMP

À l'extrême pointe des siècles
Ourlet de terre solaire
L'invisible clochard
Fou sans protection

Avec le bâton
On chasse l'animal impertinent
À l'intérieur du camp.
Le bâton dehors ne s'entend pas
(Avec l'approbation des gens).

À l'extrême pointe des siècles
Ourlet de terre solaire
L'invisible clochard
Fou sans protection

Il offre son corps aux tempêtes
Sur les bois de l'adieu
Il risque toutes ses vies
À l'imitation du dieu.

Avec le bâton
On chasse l'animal impertinent
À l'intérieur du camp.
Le bâton dehors ne s'entend pas
(Avec l'approbation des gens).

Sunugaal notre pirogue
Sillonne la mer du destin
Et le courage de l'attente
Luit dans un nouveau matin.

Sunugaal notre pirogue
Sillonne la mer du destin
Mais même si tu réussis à arriver
Tu seras seulement un nouveau clandestin.

Entre tes doigts court le ciel
Notre patrie est le monde entier.

Soufiane vend la menthe
Et depuis des siècles, se contente
De rester dans le coin du marché

Soufiane se trouve derrière son comptoir
On a confiance en lui car il paraît blanc
Aux yeux clairs juste parmi ses verdures

Avec ces yeux lui voyait
au-delà de la mer et il s'imaginait
D'autres vies, d'autres chaussures et d'autres mers.

Mais qu'est-ce que je te dis ?
C'est la parabole
Qui nous fait monter la pression
Et te pousse sur la barque.

Du bâton
On lève l'animal impertinent
Clandestin
Vers le royaume des gens morts.

Contributed by Marco Valdo M.I. - 2009/7/25 - 22:42


Parbuckling
di Riccardo Venturi

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Ho come la vaga impressione che, a Lampedusa, non ci sarà nessuna operazione di parbuckling. E che non se ne continuerà a parlare a distanza di anni. La legge per vietare gli “inchini” l'hanno fatta subito dopo la grande impresa del comandante Schettino, mentre un po' più in giù si continua ad applicare la Bossi-Fini. Si arrestano gli “scafisti”, ma non ci si interroga nemmeno un po' perché gli scafisti esistono. Eppure dovrebbe essere chiaro: esistono perché niente consente alle persone di immigrare legalmente. Esistono perché la clandestinità è un business. Esistono per il profitto. Pare che, negli ultimi anni, nel Mediterraneo siano morti circa 6000 immigrati, seimila; e viene il sospetto che quelli di oggi facciano notizia solo perché la cosa è avvenuta a cinquecento metri dalla riva e non al largo. Perché i cadaveri sono stati allineati coi teli sopra e sono diventati immagini; diverso è quando tutto accade in mezzo al mare e le persone sono inghiottite dagli abissi. Così possono restare cadaveri invisibili, diventano quasi leggendari. Oggi, nessuna leggenda. Si tocca con mano tutto quanto. Si possono mettere finalmente in moto i cordogli, i lutti nazionali, i tweet del papa, i sindaci in lacrime, le guardie costiere, i ministri, i leghisti, i blog.

Restano masse di senzanome. Al Giglio cercano ancora due dispersi con nome e cognome, che per questo restano e resteranno persone; a Lampedusa, e in tutto il Mediterraneo, si ragiona esclusivamente per provenienza: “somali”, “siriani”. E, naturalmente, per “donne incinte” e per “bambini”; le donne incinte e i bambini fra i morti hanno, praticamente, la stessa funzione dei pupazzetti di pelouche fotografati tra le macerie dei terremoti o dopo la disastrosa alluvione. Naturalmente, oggi, ci sentiamo tutti quanti “colpiti”, tutti quanti “commossi” nell'attesa della partita di coppa UEFA. Nel profondo dell'animo di molti, si tirano anche dei gran sospiri di sollievo: due o trecento immigrati in meno. Non importa nemmeno “ributtarli a mare”, il mare ci pensa da solo. Il tizio che, solo ieri, era protagonista della telenovela istituzionale di palazzo, oggi si mette gli abiti di ministro e i lutti colmi di fermezza e vola a Lampedusa; a fare che cosa? Non si capisce. Si capirebbe meglio se, una buona volta, ci decidessimo a prendere uno di quei barconi malandati e a infilarceli sopra loro, tutti quanti, destinazione di sola andata per la Somalia.

I morti, sì. Sembra che ci siano anche centocinquanta superstiti, attesi dai CIE. Attesi da razzismi, da odio, da indifferenza. Anche sull' “emozione” che ci prende non ci giurerei affatto; si vedono dei teli e dei lenzuoli, magari si percepisce che sotto c'è il corpo morto di qualcuno ma, in realtà, non ce ne importa assolutamente nulla. Figuriamoci, poi, se si fanno ragionamenti sul profitto, sul capitale e quant'altro; al massimo si chiedono “aiuti all'Europa”, aiuti per continuare a fare gli sbirri alle frontiere dell'Impero. E quelli che ce la fanno a passare senza finire in mare? Rosarno. Pomodori. Capitanate e Agri Domiziani. Ma, tanto, sono sempre gli stessi discorsi.

Dunque accettiamo di dover constatare la morte di massa che, del resto, è già pronta per una rapidissima rimozione. Mica stiamo a Lampedusa; mica sbarcano a Marina di Pisa o a Lignano Sabbiadoro. In fondo, le “tragedie” come quelle di oggi sono dai più percepite come una sorta di selezione naturale; e chi se ne frega. Fossa comune. Logiche necessarie. Inevitabili. Certi paesi servono solo a tirar su materie prime, a vendere armi e a esercitare strategie; ciò ha peraltro, di fatto, eliminato il pericolo di una “guerra globale”. Non ce n'è nessun bisogno, ci sono le valvole di sfogo di turno, e chi vi abita, beh, sculo loro. C'è sempre un bel barcone che li aspetta. Ci sono le Bossi-Fini italiane come ci sono quelle australiane. Ci sono le Albe Dorate che ti accoltellano, e ci sono le Leghe che proteggono Trecate e Pieve di Cadore dagli sbarchi. E, naturalmente, c'è il mare. Ti avvicini a fare un inchino alla terra promessa, e non importa nemmeno la manovra sbagliata del comandante imbecille: basta il tuo peso a far rovesciare l'imbarcazione. Puoi scegliere tra il lager o il telo, tra il diventare carne da sicurezza o carne da cordogli. Tra Alfano in elicottero o i tweet del papa.

2013/10/3 - 19:33



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