Rover

Chansons contre la Guerre de Rover
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RoverTimothée Régnier, nato a Parigi il 29 settembre 1979, In arte "Rover"

Al Lycée Français di New York l’adolescente Timothée passa più tempo a giocare a basket che a studiare. È arrivato in città a sette anni, ci rimarrà fino ai quindici. I suoi compagni sul campo di pallacanestro, e mai in sala prove, sono Nikolai Fraiture e Julian Casablancas, i futuri Strokes. La prima chitarra gliela regalano i genitori un Natale di qualche anno prima. Impara a suonare da autodidatta. È particolare la famiglia Régnier: il padre lavora per la compagnia aerea Air France, la madre è impegnata ad allevare i tre figli. Timothée ha due fratelli maggiori: “Siamo una famiglia molto unita. Passavamo di continuo da un posto all'altro. Dalle Filippine – a Manila – quando ero appena nato, poi in Giappone e infine negli Stati Uniti, dove siamo rimasti sette o otto anni. Quando eravamo nelle Filippine ascoltavamo Serge Gainsbourg e tramite lui c'era sempre una connessione con la Francia. Forse è per questo che adoro il mio paese, perché l'ho sempre visto e percepito da lontano, dall'esterno. È come quando sei innamorato: quando sei lontano ti sembra di amare la persona ancora di più...”. Lo scorso gennaio, una settimana prima della morte di David Bowie, Rover torna nella Grande Mela per la prima volta in vent'anni. Deve filmare il secondo video estratto da Let It Glow, il seguito di Call My Name: Some Needs. Il video, girato dalla regista Fabienne Berthaud, ha una protagonista speciale: Diane Kruger, la spietata e bellissima spia in Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino. Ancora una volta, il mantra "lascia che le cose siano" funziona: "Ero in un ristorante francese, a Parigi, e a un certo punto Fabienne Berthaud arriva al mio tavolo. Mi dice di essere una grande fan della mia musica e che da tempo voleva contattarmi, ma che non aveva trovato il modo. Le piaceva molto la canzone e così le ho proposto di girare il video. Lei mi ha proposto Diane Kruger come protagonista: è la sua musa. Ha lanciato la sua carriera quando aveva 15 anni e la riportaterà al cinema con Sky, accanto a Norman Reedus (uno dei personaggi più amati della serie tv The Walking Dead, ndr). A New York abbiamo girato solo un paio di giorni ma quel ritorno è stato così importante per me dal punto di vista emotivo... Volevo rivedere i luoghi che mi erano rimasti in mente, dove avevo vissuto, quelli che frequentavo. È stato un viaggio personale e intimo. C'era il sole. Sono arrivato in un posto su cui per anni avevo fantasticato sopra. È stata una riconciliazione. Era come stare a casa. E lì ho chiuso alcuni capitoli della mia vita". I primi ricordi musicali del bimbo Timothée sono spaventosi: “Mio padre aveva un giradischi Braun – ce l'abbiamo ancora, è rotto ma lo tengo come un pezzo da museo – sul quale ascoltava sempre due vinili, dall'inizio alla fine, e due canzoni in particolare. Una di Pierre Henry, la Messe pour le temps présent: una composizione all'avanguardia, con le campane e i suoni distorti che arrivavano da ogni parte. Avevo sei anni ed è lì che ho scoperto che potevi provare delle emozioni forti di fronte a delle casse. Poi, nel secondo album solista di John Lennon, Imagine, c’era Jealous Guy: una canzone così perfetta nel suo modo di essere pop. La semplicità non era necessariamente stupida, anzi: poteva essere accostata a una composizione di Bach o di Beethoven. E lì compresi che la musica pop era potente quanto la musica classica”.

“Una volta tornato in Francia ho iniziato l'università. Ero terribilmente annoiato dagli studi, non mi concentravo, non mi piaceva; mi sembrava tutto inutile. Sentivo un gran bisogno di ripartire, di continuare il viaggio. Mio fratello Jérémie, che lavorava all'ambasciata di Beirut nella sezione cultura, un giorno mi disse: 'Vieni qui per una settimana e vedi com'è. Ci sono buone vibrazioni, c'è una comunità di giovani interessante e c'è il rock, la scena è grandiosa e in continuo movimento. Non ti devi stressare con gli studi e puoi fare la tua musica e vivere con pochi soldi'. Ci sono rimasto tre o quattro anni. Sono stati giorni molto felici. Ho visitato la Siria, la Giordania, c’era un grande fermento”. Prima di partire per il Libano, mentre è a Parigi frustrato dagli studi, Timothée si dedica per un paio di anni allo sport. Il suo corpo poderoso, la sua forza e la sua altezza – un fisico così lontano da quello stereotipato dei suoi compagni universitari – gli permette di entrare in una squadra di rugby nel ruolo di seconda e terza linea e di pilone, il giocatore che si getta nella mischia. Come un soldato al fronte, senza mai risparmiarsi. Quando arriva in Libano, con il fratello Jérémie e altri tre musicisti locali, Zeid, Nabil e Cherif, mette in piedi un gruppo post new wave, The New Government. Una band che si chiama “Il nuovo governo” in un momento particolarmente instabile per un paese da sempre difficile. “Entravamo in sala alle 7 di sera e ci rimanevamo fino a mezzanotte. Di giorno facevo piccoli lavori, come il barista, e suonavamo anche qualche concerto, a volte ben pagato, altre no. Abbiamo pubblicato un disco e creato un’etichetta indipendente dove mettevamo sotto contratto altri gruppi. È stata una sorta di palestra. Ho avuto a che fare per la prima volta con gli 'attrezzi del mestiere'. Non solo imparare a fare musica ma anche a parlarne, promuoverla, interagire con il pubblico. Vivere della propria musica era possibile”. Il 14 febbraio 2005 Rafiq al-Hariri, il primo ministro del Libano, viene ucciso in un attentato kamikaze. Quello stesso anno il visto turistico di Timothée scade e viene espulso. La Francia lo sta aspettando di nuovo.

Anno 2005. Un casale del 1701 dalla parti di Tréguier, paesino della Côtes-d'Armor, in Bretagna, vicino all’arcipelago di Bréhat. Quando deve riprendere il controllo della situazione, Rover è capace di salire sulla sua moto di grossa cilindrata e raggiungere il mare, anche se deve percorrere centinaia di chilometri. Vive per un periodo di tempo a Berlino, la sua seconda casa è Bruxelles. Ma la dimora famigliare rimane il suo punto di riferimento, il porto dove tornare sempre. “Quando sono arrivato in Bretagna ero solo, solo con la mia musica. È lì che Rover è nato”, spiega. Nel nuovo singolo, Some Needs, canta della ricerca di un luogo da poter chiamare casa. È una metafora. “Non l’ho ancora trovato e spero di non trovarlo mai”, dice senza tentennamenti. Il cielo di Roma, all’imbrunire, è punteggiato di nubi nere di storni. “È una ricerca costante. Come scrivere canzoni. Mi auguro di non trovare mai la canzone perfetta o la canzone che mi definisce. Some Needs è la prima che ho composto per il nuovo album. 'Dove posso trovare me stesso per fare il secondo disco, dopo che il primo è stato accolto così bene, in un modo così grandioso e inaspettato?', mi sono detto. Alla fine del tour, un tour di centinaia di date, torni a casa, ti siedi e dici: 'Ok, è finita. Cosa faccio ora?'”. La risposta stava tra quattro mura di pietra, nel freddo dell’inverno. “Scrivo in completa solitudine, a casa, o quando sono in viaggio, quando vado a Berlino o a Bruxelles. Scrivo solo perché in quel momento sono io, di fronte alla mia musica. Per il primo disco ho suonato tutto da me, ora ho scelto di portarmi dietro anche un batterista, Arnaud. Non sono tecnicamente abbastanza bravo, ma tu non dirglielo, mi raccomando”, scherza. In Francia, Rover è considerato uno dei più promettenti cantautori. Riempie locali storici come il teatro Olympia, dove sono passati tutti i più grandi della musica, da Georges Brassens a Édith Piaf, dai Beatles ai Rolling Stones e, oggi, gli Eagles of Death Metal, che sono tornati a Parigi dopo gli attentati del 13 novembre scorso. In pochi anni Rover è diventato così importante che avrebbe potuto permettersi un grosso studio di registrazione. Invece è finito per tre mesi al Kerwax Analog Studio di Loguivy-Plougras, un comune di 987 abitanti nel cuore della Bretagna. È inverno, le giornate sono corte, fa buio presto. Il momento è magico: “La musica per me dev’essere autentica. Potevo scegliere un posto a Londra, con la piscina e la frutta fresca sempre a disposizione, dotato della più alta tecnologia di registrazione. Ho scelto di andare in uno studio senza riscaldamento, dove non c’è nulla, solo un piccolo bar, e fa freddo e dormi in un letto fatto per bambini. È ciò che ho detto al mio batterista: lo sentirai nel disco. Sentirai le difficoltà, persino la sofferenza. Sarai davvero in contatto con la musica. Ci nutriremo di quella. Essere troppo comodi è come farsi inquinare. Sono tutte cose che interferiscono con la tua arte. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è un amplificatore e una chitarra”. Le canzoni di Rover possiedono una poesia ancestrale e romantica. Piena di imperfezioni, di rumori di fondo; puoi sentire la sua bocca sul microfono, le esitazioni nella voce, gli uccellini fuori dalla finestra, le campane di una chiesa. “Registro su nastri a bobina e scelgo sempre strumenti analogici. Credo inconsciamente di cercare il tipo di suono che avevano i dischi nei primi anni Settanta perché sembra così ovvio che questo è il modo in cui tutto deve suonare quando scrivi d'amore”. L’amore puro come può apparire in una canzone. “Io credo nell’amore vero, credo in una relazione in cui puoi avere fiducia nella persona che ti sta davanti più del 100%. È il modo in cui fantastico su questo sentimento: puoi permetterti di essere ‘cieco’ di fronte alla tua metà, non avere paura di essere tradito. Un’idea antica. Una visione. Ricordo di essermi innamorato quando avevo sette anni: a quell’età tutto è così puro, si è ‘puri nell’amore’. Questo è il motivo per cui ne scrivo. Perché so che può accadere. E puoi essere puro scrivendo musica. Con la pittura. Con l’arte”.