Felice Cascione

Canzoni contro la guerra di Felice Cascione
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Felice CascioneFelice Cascione (Porto Maurizio, 2 maggio 1918 – Alto, 27 gennaio 1944) è stato un partigiano e medico italiano comunista[1], eroe della Resistenza, che morì in uno scontro con i fascisti, e per questo fu insignito della Medaglia d'oro al valor militare alla memoria. È noto anche per aver composto il testo della canzone Fischia il vento, uno degli inni del movimento partigiano di liberazione dal nazi-fascismo, la cui musica è quella della canzone russa Katjuša.
Nato a Porto Maurizio, ora Imperia, da una famiglia di condizioni modeste, la madre Maria Baiardo maestra elementare[2] ed il padre Giobatta fonditore di campane, caduto nel 1918 durante la Grande Guerra, quando Felice aveva pochi mesi. Frequentà il Ginnasio di Imperia, dove fa amicizia con Alessandro Natta, futuro segretario nazionale del PCI[2]. Nel 1936 si iscrisse alla facoltà di medicina di Genova come aveva promesso alla madre.[3]. Antifascista attivo dal 1940, si laureò a Bologna nel 1942 in medicina e nello stesso anno si iscrive anche al Partito Comunista Italiano clandestino[3][4] Un uomo fin da giovane sportivo, giocava a pallanuoto.[5]

Tornato ad Imperia, si fece in breve tempo la fama di un medico sensibile e pronto ad aiutare il prossimo, era già soprannominato U megu, che in ligure significa dottore, quando venne arrestato per qualche giorno perché assieme alla madre avevano manifestavano per la caduta del Fascismo. Era sotto il Governo Badoglio e ci rimase fin quasi all'armistizio. Quando l'8 settembre i nazisti occuparono l'Italia e crearono la Repubblica Sociale Italiana, Cascione entrò subito nella Resistenza contro i tedeschi. Si mise a capo di un'improvvisata brigata partigiana, la prima dell'Imperiese, in località Magaletto di Diano Castello. Il suo soprannome divenne il suo nome di battaglie "u mégu" (il medico). Oltre a combattere contro i nazisti e i fascisti fece anche molta assistenza medica ai feriti, ma anche agli abitanti delle valli dell'entroterra. L'amico Alessandro Natta lo descrisse bello e vigoroso come un greco antico.[4] Come comandante era consono far fare ai suoi sottoposti esercizi fisici per mantenerli in forma.

Era un buon poeta ma come cantante era un po' stonato[5] Tuttavia durante questo periodo compose Fischia il vento, sulla melodia russa Katjuša. Al compagno Giacomo Sibilla, nome di battaglia Ivan, disse che non avevano bandiera, ma gli sarebbe servita almeno una canzone, e visto che lo stesso Ivan si era portato una chitarra in montagna iniziarono a fare delle prove. Iniziarono con il Va, pensiero di Giuseppe Verdi, ma poi optarono per la melodia della Katjuša che divenne Fischia il vento[2]

Venne intonata la prima volta a Curenna, frazione di Vendone durante la messa di Natale del 1943 e poi cantata in forma ufficiale ad Alto nella piazza della chiesa il giorno dell'Epifania del 1944.[3]
Umanità verso i prigionieri fascisti

In uno scontro con i fascisti in quella che si ricorderà come la battaglia di Montegrazie i partigiani guidati da Cascione catturano un tenente e un milite delle brigate nere, tal Michele, detto Miro, Dogliotti. Dopo un processo sommario si decide di eliminare i due, ma interviene Cascione ed impedisce l'esecuzione cercando di avvicinarli alla causa partigiana: i due fascisti seguono da quel momento tutti gli spostamenti della banda partigiana.[6]
« Ho studiato venti anni per salvare la vita di un uomo e ora voi volete che io permetta di uccidere? Teniamoli con noi e cerchiamo di fargli capire[7] »

Cascione si prende particolarmente cura di Dogliotti, che era alquanto malandato, dividendo con il fasciste il rancio, le sigarette ma anche le coperte. Ai molti che diffidavano del suo comportamento rispondeva:
« Non è colpa di Dogliotti, se non ha avuto una madre che l'abbia saputo educare alla libertà[4] »
La morte

Tuttavia non fu ricompensato per la sua generosità. Dogliotti verso la metà di gennaio del 1944 riuscì a fuggire e guidò le brigate nere contro i partigiani guidati da Cascione che si nascondevano sulle alture di Ormea. Il 27 gennaio i fascisti intercettarono la brigata e l'assalirono con mezzi pesanti, una battaglia che si spostò sulle alture di Nasino dove Cascione sperava di rifornirsi di munizione, ma senza avere successo. Arrivati sulle colline di Alto[8], Cascione allora, benché ferito ad una gamba, non volle essere aiutato ne soccorso, obbligando i suoi a mettersi in salvo sotto la guida del cugino Vittorio Bartolomeo Acquarone, mentre lui tentò di coprirne la ritirata. Emiliano Mercati e Giuseppe Cortellucci non riuscirono a vedere la probabile fine del loro compagno e tornarono sui proprio passo ad aiutare il loro comandante. I nemici erano troppi e l'azione fallì subito. Mercati riuscì a fuggire ma Cortellucci fu preso e torturato per dire dove era il suo capo vicino alla località Case Fontane sotto il territorio del comune di Alto[3]. Allora Cascione, Case Fontane ferito in maniera gravissima, si fece vedere e gridò "il capo sono io!". Morì crivellato di colpi, a soli 26 anni. Il comando della brigata, che prese poi il nome di Divisione Garibaldi "Felice Cascione", fu assunto dal suo fraterno amico Vittorio Bartolomeo Acquarone.

All'indomani dell'uccisione di Felice Cascione per mano fascista, Italo Calvino aderisce, assieme al fratello Floriano, alla seconda divisione d'assalto partigiana "Garibaldi" intitolata allo stesso Cascione. Lo stesso Calvino lo ricorderà con queste parole:
« Il tuo nome è leggenda, molti furono quelli che infiammati dal tuo esempio s'arruolarono sotto la tua bandiera..[5] »

http://it.wikipedia.org/wiki/Felice_Ca...